a taste of Italy

La mia amica Sabrina si è trasferita a Londra con marito e gemelli di cinque anni al seguito. I piccoli non hanno avuto particolari problemi con la lingua, bravi come sono a parlare il “bimbese”, quel mix di idiomi stile esperanto che ogni adulto dimentica intorno agli otto anni. Succede che al parco un bambino spagnolo chieda ai gemelli “Te gusta l’Italia?” e il figlio di Sabrina sicuro risponda: “Gusta di pizza al pomodoro!”.

Anche io mi sono chiesta se me gusta l’Italia e soprattutto di cosa gusta. La mia Italia gusta di casa, delle merende pane-olio-sale divorate in montagna da bambina, di arrosticini abruzzesi, della focaccia all’alba per assorbire la notte, dei caffè del bar dove lavoravo negli anni dell’università, del vino scadente bevuto con dell’uva sulla spiaggia di Cattolica (ma Sara eravamo pazze? Uva+vino è come mangiare prosciutto tra due fette di porchetta). Della cucina di mia nonna, cattiva da far tenerezza con quelle patate al forno così unte che in trasparenza ci potevi vedere attraverso. Ha il sapore di una grigliata in Sardegna e dei krapfen di Ugetti a Bardonecchia, ottimo ricostituente post-parto.

Ma ha anche il gusto amaro che ti lascia in bocca un lacrimogeno lanciato sulla folla in una Genova troppo assolata di 12 anni fa.
Ha il gusto dei bocconi amari ingoiati dai giovani che si impegnano a prendere una laurea, a volte anche due, solo per raddoppiare il numero di campi in cui rimanere disoccupati.

E soprattutto, quando sento parlare di grazia a Berlusconi (o di altre simili amenità), ha il gusto nauseante dei miliardi di tarallucci e delle litrate di vino con cui abbiamo imparato a buttare giù davvero ogni cosa.

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