ti prendo e ti porto via

Era l’ultima estate prima delle medie, l’ultima trascorsa con la mia famiglia al completo. Prima che cadesse il muro di Berlino e fosse eretto quello di Torino tra i miei genitori. Un amico di mio padre ci aveva invitato a trascorrere le vacanze a Gaeta.

Non ho ricordi precisi di come passarono quei giorni, immagino che furono pieni delle classiche cose: il sole, qualche giro in giostra, gli ombrelloni, i castelli stile Sagrada Familia, quelli fatti con la sabbia bagnata colata dalle dita. Il paradiso in terra, per intenderci.

Alla vigilia della partenza ci fu una cena d’addio che era anche una cena di ringraziamento per l’ospitalità. Mi ero fatta infilare da mia madre in un vestito troppo stretto e troppo infantile, senza opporre resistenza, la ribellione non era (ancora) un’opzione. Ero una bambina ubbidiente e piuttosto noiosa, la più grigia dei bambini indaco. Eppure lui mi prese per mano, “Vieni con me” mi disse. Il primo lui della mia vita, si chiamava Giovanni e mi portò via.

Aveva nove anni, uno in meno di me, era il figlio degli amici di mio padre. Gli occhi grandi e frenetici della sorpresa, la bocca socchiusa dell’attesa, il broncio dell’offesa. Era un ragazzino capace di sostenere lo sguardo degli adulti.

In un minuto fummo in strada, correndo come matti, ridendo, cantando. Quella notte nella mia mente è un unico film da dilettanti girato con una cinepresa difettosa, con audio scadente, facce confuse e dialoghi inesistenti. Non so se gli raccontai della paura che mi apparisse la Madonna, né di altri mille dubbi mistici che mi attanagliavano in quel periodo. Non so se mi parlò di una nonna sarta, muta con un ago in mano, rimpicciolita dall’umiltà. Forse l’ho sognato. So solo che fu bellissimo, che ci perdemmo per Gaeta, che scattammo delle foto in una macchinetta sul lungomare, che mangiammo una granita. E che ci vennero a riprendere i carabinieri alle sei di mattina.

Arrivarono prima loro, seguiti da mia madre fuori di sè. Dietro c’erano i genitori di Giovanni. E io lì sbagliai, in modo imperdonabile, perché piansi. Per paura, per evitare la punizione, per rassicurare i miei. Lui invece fissò suo padre e si beccò uno schiaffo secco come un ramo che si spezza.

Poi guardò me che l’avevo tradito e andò avanti nel mondo dei grandi, mentre io rimasi lì, la più grigia dei bambini indaco.

 

 
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9 thoughts on “ti prendo e ti porto via

  1. gianbumbi says:

    Che cosa sia diventata, ora, “la più grigia delle bambine indaco”, ce lo racconti su questo blog ogni giorno, con molti colori diversi dal grigio. Ma lui, invece? Quel bambino con gli “occhi grandi e frenetici della sorpresa, la bocca socchiusa dell’attesa, il broncio dell’offesa”, che sapeva “sostenere lo sguardo degli adulti”? Ora è capace di sostenere lo sguardo di un bambino?

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