No logo, no party

Quando ero bambina andava molto di moda una linea di magliette che taroccava i marchi famosi. Robe di cacca o Robe di Kafka, ma anche Adidashish con il logo trasformato in foglia di Maria… A me quelle magliette hanno sempre fatto schifo, anche perché mi rammentavano il mio triste destino di piccola fiammiferaia delle griffe.

Finché ho vissuto con i miei, io non ho mai posseduto un capo di abbigliamento o un oggetto firmato. Era contro la religione di mia madre che ha come unico altare il banco del mercato. E a quell’altare almeno quattro volte è stata sacrificata la mia dignità.

i Dottor Morten’s. Sono una figlia del Grunge, la manna per ogni genitore: un look che permetteva minima spesa e massima resa  (devo dire grazie a Kurt Cobain che si serviva nello stesso banco di mia madre e che mi ha permesso di passare inosservata tra i miei coetanei). Tutto quello che non veniva speso in vestiti però andava in scarpe e io i Dottor Marten’s li volevo con tutta me stessa. Alla fine arrivarono, ma di plastica. I piedi al loro interno raggiungevano temperature infernali producendo un olezzo di morte, il famoso smell like teen spirit. Io li misi comunque tantissimo i Dottor Morten’s finché si bucò la suola… e nacquero le Geox.

la Grazie-al-cazzo. L’avevo chiesta con sei mesi d’anticipo sul Natale: la graziella rosa, la bici dei miei sogni. E arrivò la grazie-un-cazzo. Un pesantissimo cancello con le ruote, color caghetto. Io ancora ora ho il dubbio che in realtà si trattasse della vecchia cyclette della zia Marianna, a cui era stata data una mano di vernice.

il Junksport. Alle superiori tutti avevano il Jansport, lo zainetto non zainetto, la cartella da adulti. Io no, io avevo un vecchio Invicta ricoperto di adesivi e scritte con la A di Anarchia. E lì che imparai due grande verità: 1. non esiste adesivo abbastanza grande per nascondere la vergogna. 2. il punk è nato per spirito di adattamento a madri come la mia.

il Pile. Alle medie fu il boom del Pile North Sails che a casa mia venne sostituito prontamente con il Pile South Korea. Era così acrilico ma così acrilico che al minimo movimento producevo il classico rumore della lampada fulminazanzare che frigge gli insetti. Era così acrilico ma così acrilico che al buio mi illuminavo come un abete a Natale. Era così acrilico ma così acrilico che nel mio caso Pile non era da pronunciare all’inglese (pail) ma all’italiana pile (plurale di pila).Immagine

Advertisements
Standard

46 thoughts on “No logo, no party

    • ahahahahah l’avevo rimossa! ma quella rientra tra le taroccature vere, noi taroccavamo a casa… io credo di avere anche un portafoglio della Mandarancia!

  1. Valentina says:

    anche mia mamma era donna da mercato e non ho mai avuto niente di firmato. devo dire però che io mi sono fatta paladina di questa idea e l’ho esacerbata ulteriormente. cosa che mi ha attirato parecchie sfighe nel periodo delle medie. però poi alle superiori ho trovato il mio gruppo di “alternativi” (il gruppo di teatro) e mi sono ben inserita in una nicchia. tutt’ora non ho nulla di firmato se non regalato o di seconda mano. o trovato sulle bancarelle a 3 euro… 🙂

  2. Potrei commentare ogni tuo post: mi piaci! Li leggo come prima cosa la mattina, con la brioche davanto al pc, seduta alla scrivania del lavoro. E’ il Buongiorno! Sappi che si si legge in Senegal (vivo qui) e Cameroun (un amica mia a cui ti ho segnalato). Buon inizio settimana anche a te!

  3. troppo verooooo!!!! anch’io stessa infanzia/adolescenza…questa vita mi ha lasciato un trauma, ora quando devo spendere una cifra superiore a 100€ mi sento in colpa…qualsiasi cosa sia…(non che questo mi freni particolarmente…) 😉
    ciao Gio

  4. Fine anni ’70, non eri nessuno se non avevi i jeans bell bottom, jesus, jeans’west; marchi ormai presumibilmente finiti sull’altare preferito da tua mamma.
    Mia sorella sedicenne voleva a tutti i costi i jeans con l’etichetta; una qualsiasi, ma che ci fosse, dal momento che mia mamma sarta bravissima ci vestiva con deliziosi completini senza logo di sua produzione (ho passato anni a strapparmi con i denti i fili che penzolavano dall’ultima cucitura).

    Ma spendere per qualcosa che si poteva fare da sè in casa mia non era pensabile.
    Per cui a mia sorella mammina cara confezionò un bel paio di pantaloni blu fuori e bianchi dentro (il simil jeans dell’epoca), ci fece triple cuciture giallo caghetta e una bellissima etichetta di finta pelle grigia, tagliata con le forbici zigozago, su cui con il massimo impegno ricamò un traballante “JANS”; del resto mia sorella mica le aveva detto cosa ci voleva scritto.
    Pianti e disperazione, ma così fu e quelli si tenne, nella vergogna generale delle sue uscite con le amiche timbrate bel bottom.
    Ora i JANS sono diventata un’istituzione, è una di quelle robe che tutti i Natali puoi raccontare ai parenti e far passare la giornata.

    grazie come sempre per ciò che scrivi e che mi fai ricordare:)

  5. L’unico capo firmato fu in terza media, una felpa marcata “Charro”, me la comprò mia madre in un negozio “bene” della mia città, era tutta rosa con la scritta nera, sembravo Mimì Ayuara, mi prese per il culo anche l’autista dell’autobus. In quel momento ebbi il forte sospetto che mia madre avesse da sempre desiderato avere una figlia femmina., invece si ritrovò per casa un “rastone” di un metro e ottanta.

  6. polpetteSIMO45 says:

    non mi vergogno affatto nel confessare che le bancarelle del mercato sono ancora la mia unica meta quando devo rinnovare il guardaroba e la scarpiera: certo, non posso competere per il titolo di “signora fashion dell’anno”!

  7. Quando avevo 11/12/13/14 anni volevo essere cabinotta. Ma non ci riuscivo. Le cose che mia madre mi comprava avevano qualcosa di sbagliato, qualcosa che le ragazzine fighette non avrebbero mai messo. Avevo le Nike Shox. Quelle con le molle. Ci ho messo quasi dieci anni, dalla quarta ginnasio all’ultimo anno di università, a vestirmi decentemente.
    Mia sorella va in terza media. 10 anni meno di me. Non ha mai un capello fuori posto, fa shopping on-line sul sito di Abercrombie Kids e si è appena comprata gli stivaletti con le borchie– essendo lei l’unica persona su questa terra ad avere la gambetta tanto sottile da poterli indossare senza timore che tronchino in due la figura.
    La vita è ingiusta.

  8. seleapi says:

    giuro: sullo smell like teen spirit sono scoppiata a ridere sputazzando il caffè su tutta la tastiera.
    il problema è che sono in ufficio..

  9. Secondo me,le nostre mamme si sono incrociate al mercato! Io avevo degli anfibi talmente poco anfibi, che mi ero già preparata cosa dire nel caso di battute infelici..per fortuna non ho mai dovuto utilizzarla!

  10. PITTU says:

    io avevo le felpe Besst company con 2 SS,le rontani che scimmiottavano le superga ed altre amenità; ma il massimo l’ha raggiunto mio marito, disegnando con la penna nera il logo timberland sulle sue tarocche…

  11. Ah ah ah 😀 (Temo che i miei commenti al tuo blog inizieranno tutti così)
    Il tuo post mi ha fatto tornare alla memoria un mio trauma infantile: desideravo come te una bicicletta, e la desideravo che si chiamasse Cinzia. E in giro se ne vedevano, non era una richiesta impossibile; probabilmente erano la versione sfigata delle Grazielle, non so, ma io ero una bimba e volevo la bici che si chiamasse Cinzia. La volevo, la volevo, la volevo.
    Arriva il compleanno e la bici: Capri. Una tristezza infinita.
    Non sapevo manco cosa fosse Capri, e anche quando mesi dopo ho scoperto che si trattava di un’isola, seppure splendida, la cosa non mi ha minimamente consolata.
    Sui marchi invece sono sempre stata immune di mio; anzi, credo di essere stata spesso perculeggiata da (ex)colleghe trendissime, perchè andavo in giro con borse o abbigliamento palesemente tarocco senza esserne consapevole. Se non conosci i marchi veri, non puoi sapere che la tale borsa è un tarocco dei poveretti: mi piaceva, costava poco, l’ho comprata (è stato poi mio marito, anni dopo, a rivelarmi che andavo in giro come una che “vorrebbe ma non può”. E io manco “vorrebbi”).

  12. Io avevo un invicta sfigato. Cioè, neppura l’invicta jolly che avevano tutti ma un brutto invicta kasko (credo prodotto in modello unico).
    E un paio di Soldini simil Nike che non si rompevano mai, mortacci loro.
    E i Carrera, ah, i Carrera.

  13. Pingback: Alcuni validi motivi per odiare Enrica Tesio | I miei tre figli sono figli unici

  14. cavallogolooso says:

    Per fortuna mia madre se ne batteva le palle tanto quanto me delle marche. Anzi, le schifavo proprio. Fino ad un certo punto.
    Quindi ad un certo punto siccome mi piaceva la forma ma ero “contro”… mi taroccavo il marchio originale da solo 😀 Tipo … la mia felpa era una originale americanino… che diventava americaGino 😀 E le TYPE-A1 … diventavano TOPE-A2 (con gran goduria della sarta del paese che invece di fare rammendi si divertiva un po’ – comunque sempre roba da 1000 lire eh) …
    Però mia madre aveva la fissa di spendere un casino per le giacche. Dei cessi terribili, ma sicuramente caldi.
    Così una volta ho fatto la cresta… e mi sono comprato una maglietta della MAUI (oh… QUARANTACINQUEMILALIRE per uno straccio).

    Oggi me ne sbatto allegramente sia del conformismo che dell’anticonformismo 🙂 Se mi piace una giacca Desigual me la compro solo se costa decentemente … altrimenti se trovo dei jeans al mercato delle pulci va bene … io poi sono grunge-inside!
    La camicia a quadri per me è una giacca! 😉

    Ma voi non avevate anche mode locali? Ad esempio la mia ragazza che è un po’ più vecchia di me mi dice che un po’ prima di robe di kappa e degli zaini invicta dalle nostre parti andava di moda una borsa di un magazzino sportivo locale! La cosa mi fa quasi più ridere… aoh ma tu cellhai labborsa de GGianniMagazzini?

  15. AH QUANTO E’ TORINESE QUESTO POST!!! io i dottor martens non sono mai riuscita a ottenerli….nemmeno quelli tarocchi del mercato di corso svizzera o di corso brunelleschi. niente, l unico colpo di moda ammesso da mia madre fu l uso della lacca azzurra comprata da videomusic in via po, al sabato pomeriggio, prima di tornare di corsa giu’ a casa col 13

  16. Verdemela says:

    Io per non perdere l’ abitudine e soprattutto tramandare il verbo sbranderizzo pure i nani. Sia mai che a 15 anni mi chiedano di fare una fila di tre ore per una felpa della minchia. Meglio educarli da piccoli. In fondo non siamo venuti su così male noi figli del mercato globale:)

  17. tiziana says:

    io l’unica concessione che ho avuto sono state le dottor martens vere…le comprai a luglio…viola…in pelle ingrassata…e ovviamente le ho indossate anche in spiaggia, in Sicilia, d’estate…tuttora dopo 16 anni le possiedo e ogni tanto le indosso…ricordo ancora la cifra astronomica a cui le comprai, 189000 lire…Enrica mi sono trasferita in quel di Torino da poco, e da poco l’amore mi ha in**lata… prima o poi toccherà prenderci un caffè…

  18. MASSIMOMAS says:

    Eccomi di nuovo. Mamma sarta, nonna sarta, prozio sarto. Il nonno calzolaio. Da noi gli stilisti venivano per copiarci. La moda suggeriva il dolcevita? Mia mamma ne confezionava per me 18 tutte uguali ma in colori differenti. A 17 anni tornai dall’Inghilterra infatuato dal punk. Perfetto: mia mamma mi confezionò il chiodo in pelle nera. Sì ma griffato, con il colletto e i polsini in cotone elastico a coste. Hai voglia a riempirlo di spille e borchie… Un incubo a rovescio

  19. io la Graziella, non richiesta, color arancione l ho avuta.
    ma col mio nome, puoi capire perché, l ho presto detestata e poi riverniciata di nero x la sopravvivenza.
    le dr martens tarocche le ho ancora oggi! 🙂

  20. priscilla says:

    Mia mamma mi ha vestito nello stesso modo dalla prima elementare alla terza media.. maglione a trecce (preferibilmente fatto a mano) , kilt (o, in alternativa, orrenda gonna in puro feltro) collant in lana bianchi e scarponcino (nel periodo peggiore il suddetto era in cavallino zebrato)…. ora immaginate una ragazzona di 13 anni per 60 chili vestita così..

  21. Buongiorno, io sono quella a cui era la madre a spiegare cosa fosse una felpa della Best Company. Mia madre ancora adesso non chiama le cose con il loro nome: maglia, pantalone, borsa, ma dei preoccupanti: LA MAGLIA DI PRADA, IL PANTALONE DI ASPESI, LE SCARPE DI ARMANI, LA BORSA DI ETRO… e tu devi capire a quale dei suoi capi di abbigliamento si riferisce.

  22. Bacche Rosse says:

    Io sono stata adolescente negli anni ’80. A Brescia. I bresciani sono da sempre degli aspiranti milanesi. E a Milano, a quell’epoca, c’erano i famigerati paninari. Giubbini Moncler, scarpe Timberland, felpe Best Company, jeans Armani o Coveri, calzini Burlington, motorino Sì o Vespa PK o PX. Io detestavo sia l’etica che l’estetica paninara e volevo oppormi. Ma mi sarebbe piaciuto potermi opporre CON STILE. Mi sarebbe piaciuto essere bella ed altera, un po’ dark, un po’ mod. Alternativa, ma stra-figa. E invece no: culo basso, occhiali, pochi soldi. Che vuoi farci. Per cui mi spostavo con uno scooterino di seconda mano della Benelli con le ruotine piccole di cui mi vergognavo a morte. Ricordo un giubbone informe comprato nel classico negozio/mercatone tutti-frutti, dove si compravano la roba pure i miei genitori. Ricordo anche qualche concessione a delle simil-timberland, pagate pure tanto, relativamente, ma che no, non erano la stessa cosa. E ricordo tentativi patetici di look alternativi che davvero fanno rabbrividire. E in giro ci sono anche delle foto (poche, per fortuna, ché fare foto, all’epoca, costava parecchio).
    Mi comprai da sola i Doc Marten’s quando avevo già 25-26 anni e li ho usati anche un bel po’. Tutt’ora li rispolvero quando fa brutto brutto tempo perché nulla resiste meglio la pioggia. Però ormai pesano troppo e mi fanno venire mal di schiena. E poi il culo già basso di suo, è andato ancora più giù e un po’ di tacco è necessario. Mi sono comprata, ai saldi, per 70€ delle scarpe che, a prezzo intero, sarebbero costate 280€. Le dedico a me stessa a 15 anni, perché con quelle addosso sono proprio stra-figa e mi complimento con me stessa per non essere stata così fessa da comprarle a prezzo pieno!

  23. Tesoro, almeno tu avevi le imitazioni della roba famosa, su, non lamentarti! io ho avuto i colletti ricamati da mia zia messi sopra i maglioni fino alla terza media… no, dai, chi vince?

  24. silvia says:

    ahaha anche io faccio parte della mamma-che -compra-al mercato e dei vestiti con marca taroccata!!!
    Morale della storia: adolescenza rovinata (andavo in un liceo classico nel centro d Torino con tutti figli di papa´)
    E ora che lavoro e potrei permettermi le marche che voglio e potrei avere la mia rivincita sul passato ..non posso!!!
    Perche´ e´ inculcato nel mio cervello l´idea: perche´spendere 30 euro nel negozio quando si puó trovare a 10 al mercato???
    maledetto mercato….

  25. martina says:

    Carissima, prima volta che leggo, un sacco di risate.
    Qualche giorno fa rimembravo lo zaino “Mandarancia drink”, veramente fantasioso tarocco della Mandarina duck. Non potevo non scrivere!
    In bocca al lupo, posso continuare a leggerti???
    buone giornate!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s