Silvano

La prima volta che vidi Silvano era seduto sulle scale del mio liceo, i capelli rasta, la birra in mano, il cane al fianco. Su di lui se ne dicevano tante: che fosse diventato barbone per una scelta precisa e che fosse figlio di un ricchissimo professore universitario, una sorta di San Francesco capace di rinnegare le sue origini e spogliarsi di tutti i suoi averi. Una cosa è certa, proprio come San Francesco Silvano parlava con Sheela, il suo pastore bergamasco, il grande amore di una vita. Nell’impasto di filosofia induista che propinava al suo uditorio (un gruppo piuttosto nutrito di ragazzini in piena fascinazione da clochard) spiegava spesso che in vite passate Sheela era stata la sua sposa. Evidentemente, tra una reincarnazione e un salto karmico, qualcosa non era andato per il verso giusto e si ritrovava in questo pulcioso mondo, più pulciosa tra i pulciosi.

I due comunque condividevano anche quelle. La capigliatura di Silvano infatti era il caldo nido per parassiti di ogni genere. Un intrico che aveva tessuto negli anni aggiungendo ciocche di capelli delle giovani passanti orgogliose di partecipare alla costruzione di quell’alveare tricotico. Inutile dire che tra le giovani c’ero anch’io.

C’ero anche quando Silvano scomparve per qualche giorno dalla sua celebre postazione, per ricomparire pettinato come un baronetto con la sua immancabile Yoko Ono al guinzaglio. Pare che fosse finito in ospedale per una brutta forma di scabbia e che lì l’avessero costretto al taglio della chioma. Fiaccato nello spirito, ma non domo, il novello Sansone continuò a far leggenda nei dintorni di Via Sant’Ottavio.

Era noto soprattutto come “colui che riusciva a fumare le pietre”. Le pietre in questione erano quelle dei cilum degli universitari perditempo che si riunivano dietro Palazzina Aldo Moro. A Silvano lasciavano l’ultimo tiro, quello infumabile, mai senza prima avvertirlo: “Guarda che non c’è più niente, neanche un grammo, manco il tabacco, il cilum è vuoto”. Lui, sprezzante, impugnava il cono di terracotta come fosse il santo graal, lo alzava verso il cielo ed esclamava: “Voglio crederci!”, poi portandolo alla bocca aggiungeva: “Questo lo dedico alla dea Shiva”. E fumava la pietra, in uno sbuffo blu da brucaliffo.

Silvano è morto male, ormai una decina di anni fa, negli ultimi tempi l’alcol l’aveva incattivito. Ieri mi è ritornato alla mente mentre passeggiavo dalle parti di Via Sant’Ottavio e ho scoperto che la Palazzina Aldo Moro non c’è più. Resta la speranza che lui e Sheela si siano reincarnati, finalmente, nella stessa forma di vita.

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20 thoughts on “Silvano

  1. ExPerditempoInAulaStudio says:

    Porca ****** cosa mi hai fatto tornare in mente…. Quanti chilum ci siam passati nel retro dell’aula studio…

  2. Continuo a pensare che l’assenza di Università mi abbia fatto perdere molto.
    Secondo me anche senza reincarnazione adesso sono insieme,come capita alle anime affini,prima o poi si ritrovano.

  3. “Di tutti i paesi e le piazze
    dove abbiamo fermato il furgone
    abbiamo perso un minuto ad ascoltare
    un partigiano o qualche ubriacone […] Buon viaggio Hermano

    Bellissimo post. Sei brava anche a commuovere 😉

  4. Chissà perchè speriamo sempre che dietro un senzatetto ci sia una lunga storia romantica, una libera scelta. Abbiamo bisogno di crederci un po’ tutti… vogliamo crederci un po’ tutti. (uh, ma che tristezza che mi sono messa addosso!!)

  5. giordano says:

    Di Silvano ricordo soprattutto che per me rappresentava un ottimo strumento di allenamento per i riflessi ed il senso di osservazione. Ogni volta che si passava di fronte alla sua postazione bisognava porre attenzione al livello di liquido contenuto nella sua bottiglia di Moretti in quanto, al termine della suddetta, questa veniva scagliata senza preavviso verso l’altro lato della strada.
    Una sera lo incontrai ai murazzi e cercai di verificare la veridicità delle dicerie sulle sue grandi conoscenze in ambito filosofico-teoretico. Il risultato fu che mi sorbii un’autolcelebrazione delle sue impareggiabili abilità di combattimento dovute alla sua capacità di chiamare a sè la potenza di Shiva. Non ricordo come fossimo arrivati a parlare di arti marziali, ma ricordo bene quale fu la conclusione del discorso: un calcio frontale che arrivò a pochi centimetri dal mio naso. Anche in quell’occasione Silvano si rivelò un’ottimo allenatore. Ci salutammo con i miei complimenti per le sue insospettabili capacità atletiche.
    Un po’ di tempo dopo Silvano morì e qualcuno mise sul gradino del Gioberti, che rappresentava la sua postazione classica, una bottiglia di Moretti dalla quale spuntava una rosa. Lo trovai un gesto molto romantico.

  6. Giordano, di fronte a questo racconto silvano avrebbe di certo ruttato il tuo nome in do maggiore. Di teologia non ne sapeva una cippa, ma come ruttava lui… sai che ho spesso pensato a te a teatro che dopo quindici ore di Nibelunghi (non mi ricordo più cosa fosse in realtà) ti sei messo a sanguinare dal naso dalla noia. Non so, credo che sarebbe un bellissimo post.

  7. giordano says:

    Era “I maestri cantori di Norimberga”. L’epistassi giunse, direi salvifica, alla fine del secondo atto. Erano quindi passate 4 ore. Il terzo atto (altre 2 ore) fu tutto in discesa!
    Sarebbe un bel post se sapessi scrivere come te.

  8. Mia nonna (che tutt’ora vive sopra a Libropoli) chiacchierava sempre con Silvano al mattino presto, quando portava a spasso il cane. Mi sono sempre chieste chemminchia si dicessero, chè, se uno conosce mia nonna, proprio non sa immaginarselo.

  9. nel mio quartiere a Roma vivevano due clochard e anke di loro la leggenda voleva fosse una loro scelta di vita, che in realtà erano ricchissimi di famiglia.
    deve essere qls che placa la coscienza dei più.
    nobili più di me, di sicuro, d’animo lo erano, per quel poco che ci ho parlato.

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