quando neanche il tuo amico immaginario ti vuole in squadra comincia a preoccuparti.

Lei e Lui da bambini avevano due amici immaginari. Quello di Lei si chiamava Ernesto, era un amico immaginario atipico perché aveva quarant’anni, un gran barbone e una passione inconfessabile per i Pooh, ogni tanto alzava il gomito e straparlava, poi non si faceva vedere per giorni. Lei lo sgridava: «sei un buono a nulla di amico immaginario, non giochi mai con me e mi racconti cose di sesso e io sono troppo piccola. Ernesto, se lo scoprono i servizi sociali immaginari tu sei fregato». Lui prometteva di cambiare, ma poi bucava tutti gli appuntamenti per il té immaginario.

 

Lui, che per intenderci non era il Lui di Lei (cioè lo era ma non lo sapeva ancora), aveva un’amica immaginaria altrettanto stramba. Sui trentacinque, un rapporto complesso con il parrucchiere, nevrotica, grande teorica dell’amore. Lui la teneva nascosta, non la presentava ai compagni di scuola, si vergognava perché era l’unico bambino con un’amica immaginaria femmina e per di più completamente svalvolata. Si chiamava Isadora. Isadora era capace di arrivare all’improvviso, tipo durante una partita di rubabandiera in oratorio, e fare a Lui incredibili scenate di gelosia: «siete tutti uguali, voi bambini: pensate solo al calcio e ai vostri bisogni. E io? E ai miei di bisogni chi ci pensa?». Era un’isterica di amica immaginaria e un giorno fece i suoi bagagli immaginari e se ne andò.

 

Se ne andò con la sua tristezza immaginaria a sedersi su una panchina, proprio accanto a Ernesto che stava svaporando i postumi di una sbronza immaginaria. Erano due maledettissimi amici immaginari soli e disadattati, avevano sbagliato tutto nella vita e fu amore a prima vista. Lei gli disse: «non so se conviene, mi hanno insegnato a fare la preziosa, ma io ti amo». Lui rispose: «Non hai bisogno di fare la preziosa quando lo sei per davvero, ti amo anch’io». Fu un amore immaginario bellissimo e duraturo, rimisero in quadro le rispettive vite immaginarie, Ernesto smise con i Pooh, Isadora smise con le scenate, ebbero due bei bambini immaginari. Una sera a letto si parlarono fitto fitto, una conversazione immaginaria e malinconica che riporto a grandi linee.

– Pensi mai a Lei, Ernesto?

– Te lo devo confessare in questi giorni mi è tornata alla mente. E tu? Tu ci pensi mai a Lui?

– Sì, ho paura di essere stata una pessima amica immaginaria.

– Non essere così dura con te stessa, tu eri un’amica immaginaria, non un angelo custode.

– Lo so, ma magari sono soli, Lui e Lei, e noi siamo così felici. Dobbiamo fare qualcosa per quei due.

– Sarà fatto, ma adesso vieni qui e fammi drizzare i capelli immaginari.

 

Lui e Lei in effetti non se la passavano bene. Lui sui quarant’anni, un gran barbone e una passione impronunciabile per i Pooh, fumava e beveva troppo. Cercava di dimenticare cose che non aveva vissuto: la sua Lei, una famiglia, un bel lavoro, un cane. Aveva un gatto, Facchinetti, detto Fuck. Lei aveva trentacinque anni suonati e risuonanti come un gong che decreta la fine tra un tempo e l’altro. Aveva avuto molti incontri amorosi, ma in coppia finiva sempre per sentirsi l’ospite indesiderato, si innervosiva e alla fine il nervosismo divenne nevrosi. Ora era sola, mangiava poco e abusava di brutti film d’amore. La verità è che Lui e Lei restavano due bambini abbandonati dai propri amici immaginari e quando nemmeno il tuo amico immaginario ti sceglie in squadra la vita fa davvero schifo.

 

Isadora ed Ernesto si informarono su facebook dei loro status, lessero single, videro che Lui aveva un’immagine di Wolwerine come foto profilo, Lei un autoscatto che le bruciava la faccia nel flash dello specchio, evidenziano un corpo niente male. Congetturarono che fosse un tentativo estremo di strappare un sospiro di rimpianto a un tizio del passato più che una vogliosa alzata di sopracciglio a un tizio del futuro. Ernesto ne fu turbato, si sentiva responsabile, voleva riparare, voleva che finalmente trovasse un uomo dall’altra parte dell’obiettivo. Isadora era sicura che quell’uomo fosse Lui.

 

Decisero così di tendere una trappola a Lei e a Lui e scrissero due biglietti immaginari ai rispettivi amici reali.

 

Cara Lei,

so che sembra sciocco dopo tanti anni, fuori luogo, ma nonostante tutto non ti ho mai davvero dimenticata. E’ stata colpa mia, non tua. Sono stato un pessimo vero amico immaginario, avevo delle responsabilità nei tuoi confronti e ti ho deluso. Ti prego, dammi la possibilità di parlarti almeno un’ultima volta e poi potrai scegliere di non vedermi mai più. Ti aspetterò domani, alla panchina davanti al fiume, sotto l’obelisco, alle 17.00, ti offrirò un tè se vorrai. Con amore, il tuo (spero ancora) amico immaginario Ernesto”.

 

Caro Lui,

questa lettera è lì da anni, scritta e riscritta nella mia testa ricciuta. Con te ho dato il peggio, sono stata ingiusta, non conoscevo il senso profondo della parola amore, figurati della parola amicizia. Ero egoista, mi innamoravo per essere amata, se ci pensi non è un caso che “innamorarsi” sia un verbo riflessivo (li hai imparati i verbi vero? Ai tempi avevi un sacco di problemi in grammatica), facevo tutto da sola in effetti e poi riversavo su di te le mie frustrazioni. Eri un bambino dolce, promettente, ma sai come dice il proverbio, la famiglia e gli amici immaginari non si scelgono, purtroppo. Posso dirti che sono cambiata, ho conosciuto un uomo immaginario molto speciale, ho abbandonato i verbi riflessivi. Alla fine sono caduta innamorata, all’inglese o alla francese, se ci pensi innamorarsi ti rende ridicolo come quando inciampi, ma se trovi la persona giusta con cui cadere, ridi e ti rialzi, mano nella mano. Mi piacerebbe vederti, dirti queste cose occhi negli occhi. Domani, se vorrai, ti aspetto alla panchina davanti al fiume, sotto l’obelisco, alle 17.00. Con affetto, la tua per sempre amica immaginaria Isadora.

I messaggi raggiunsero i rispettivi destinatari. Lei bestemmiò ad alta voce qualcosa sugli uomini che non cambiano, guardò Come eravamo singhiozzando e si addormentò senza struccarsi, svegliandosi come un procione e lasciando sul cuscino una sindone di maskara e lacrime. Lui disse “fanculo” e si bevve tre Negroni, sbagliati naturalmente, dormì il sonno dei giusti con le fusa di Fuck a fargli vibrare la pancia. Alle cinque erano tutti e due lì, alla panchina, davanti al fiume, sotto l’obelisco.

Si riconobbero da lontano, Lei vide Lui, quel barbone, la camminata buffa da ubriaco anche da sobrio, non poteva sbagliarsi. Lui, che aveva una vista traditrice mise a fuoco con più calma, ma i ricci erano loro, uguali a quelli immaginari di trent’anni prima, solo che ora erano reali. Si avvicinarono circospetti, poi sul più bello, inciamparono l’uno sull’altra. E caddero innamorati.

 

 

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37 thoughts on “quando neanche il tuo amico immaginario ti vuole in squadra comincia a preoccuparti.

  1. Ieri sera un temporale, quiete dopo la tempesta, una serata fuori a vedere un concerto con un amico dopo cinque mesi che non uscivo per conto mio, stamani il sole e poi questo… sei un Regalo, ogni volta.
    Grazie.

    • Uh son contenta che ti piaccia! In realtà è un esperimento, non avevo mai scritto racconti su tiasmo e ho paura che non sia il posto giusto…

  2. Solare says:

    Secondo me il posto e’ giusto ma se cambi ” panchina” fai sapere che io ti vengo a leggere anche da un’altra parte….mi piacciono i tuoi personaggi un po’ disadattati…ma non si dice: ” li hai studiati” invece di ” gli hai studiati” ? Non e’ una correzione, solo una domanda perche’ la grammatica non e’ il mio forte comunque..ciao e grazie del racconto!

  3. Mi ha fatto spuntare qualche lacrimuccia questo racconto ahah anche io avevo un amico immaginario adulto e maschio 😀 tra l’altro nato ai primi dell ‘800.

    Molto bello per essere il primo!

  4. E vabbeh. Non venivo qui da qualche mese. Rieccomi, e mi fai piangere come una lupetta triste. Sai sempre come toccare qualcosa dentro, Tesia.
    Grazie.

  5. E però a me i tuoi post nn mi bastano!!!…ora pure i racconti…tutte le volte che ti leggo, prima di iniziare scorro veloce fino alla fine per vedere quanto è lungo e se come stavolta, vedo tante belle righe da leggere sono proprio contenta…poi arrivò in fondo e dico…è ora?…ne voglio un altro veloce…è mi tocca aspettare fino al prossimo post.
    Deciditi per favore, o scrivi un post ogni ora, o scrivi un libro, o scrivi peggio così non soffro più di astinenza 🙂

    • Grazie Erika,
      io in realtà ho sempre il terrore che scrive troppo faccia perdere la voglia di leggere. E’ un periodo congestionato questo e non riesco a scrivere ai ritmi di prima, ma è sempre un piacere sapere che siete lì ad aspettarmi! un grande abbraccio

  6. mammaliberatutti says:

    Oggi è una giornata dura, difficile, di quelle che cammini sui vetri rotti cercando di andare nonsodove, ma sai che devi andare. Poi ti leggo e vaffan. mi hai fatto piangere… grazie

  7. Valeria says:

    Se ci si affeziona alle persone in base anche alle emozioni che suscitano in noi – dopo mesi di assidua (seppur unilaterale) frequentazione – te lo posso dire: io ti voglio bene! Nel senso che ti auguro proprio del Bene ché tu lo meriti. E questo racconto, beh, è da Cinque di Lorenzo!

  8. Waslala says:

    Trovi un tocco di poesia in ogni cosa che attraversa la tua vita. Mi fai sentire meno stramba, meno sola.

  9. melissa says:

    Mia figlia di 5anni e mezzo(di mezzo fuori la misura di superlorenzo…)ha da tanto un amico immaginario di cui nn riuscivo a capire l’importanza per lei….ora lo so,e ho pianto sul finale,come molti,per i tuoi personaggi e per il mio di 117cm d’amore.grazie cara e te lo scrivo con la lacrimuccia che ancora scivola giù giù

  10. Vania says:

    Che bella favola!
    Che importa se più lungo di altri post, uno sceglie se e quando leggere.
    E ci si può sempre ritornare..
    Le immagini dei profili fb sono una stilettata

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