l’Inuit.

La prima volta che si mancarono fu per strada, lungo Po Antonelli per la precisione, dove il fiume è così vicino che ti vien voglia di toccarlo, ma ti fai furbo a meno che tu non sia pronto a familiarizzare con una pantegana da sei chili. Lei piangeva, il pianto ostinato dell’infanzia, il suo amichetto Andrea l’aveva rifiutata, erano i tempi dei primi biglietti “ti vuoi mettere con me, sì, no, forse”, lui aveva scritto “forse” ma poi aveva ripiegato su un’altra bambina. La mamma invece di spiegarle che Andrea sarebbe stato solo il primo di una lunga serie di “forse”, le tirò fuori la storia dell’altra metà della mela e a lei venne ancora più da piangere. Andrea non era la sua metà della mela, ok, l’altra metà della mela era da qualche parte nel mondo, ok, e dove stava la consolazione? L’idea di questa persona, unica e irripetibile, geneticamente programmata per completarla, per rispondere ai suoi desideri, la terrorizzò. Sulla strada del ritorno, in silenzio, mano nella mano alla mamma, cominciò a immaginare che un brutto giorno un Inuit infagottato in un eskimo imbiancato di neve bussasse alla porta di casa, al secondo piano di via Napione 19bis a Torino, le dicesse qualcosa che nel suo idioma Inuit suonava come “Salve, sono il tizio combaciante”, la baciasse all’eschimese strofinando i nasi e la portasse via, a vivere tra i ghiacci, insegnandole tutti i trucchi della caccia alla foca e della frittura nel grasso di balena. L’amore le apparve per quello che era: una fregatura su tutti i fronti, una violenza che ti strappa dalla tua quotidianità per scaraventarti in terreni sconosciuti e inospitali. L’amore non faceva per lei. Fu quel giorno di mezze mele, lacrime e Inuit rapitori che si mancarono per la prima volta. Lui attraversò la strada correndo, sulla schiena uno zaino enorme traballante, mille tasche e per ogni tasca una squadretta e un righello, quattordici anni e molta voglia di schizzare a casa per vedere Non è la rai, Miriana tra tutte la sua preferita. Il Quindici lo inghiottì prima che Lei lo potesse vedere. Ma poi vedere cosa? Un adolescente in piena metamorfosi, metà carne e metà pesce, un mostro biblico con le voglie di un uomo e la voce di una donna gravemente tabagista, in bilico tra l’ascoltare le cassette di Cocciante dei genitori e i Black Sabbath del fratello maggiore. No, non c’era davvero niente da vedere.

Negli anni successivi si mancarono diciotto volte in tutto, una media di 1,85 avvistamenti per anno, non alta non bassa se si considera la differenza di età. Sette anni sono sufficienti per vivere in differita: Lei si iscriveva al Liceo quando Lui si diplomava, due anni in ritardo, troppa Non è la rai, poca perifrastica attiva. Lei arrivava a frequentare i posti di Lui quando Lui cominciava a trovarli noiosi, musica sempre uguale e poi tutti quei ragazzini tra i piedi. Lei entrava mentre Lui usciva, dalle feste, dal tram, dell’Università, dai bar, sempre così per diciotto volte. La diciannovesima fu durante il Capodanno 1999. Nessuno dei due doveva essere a Torino quella sera e invece Barcellona era saltata, la montagna con gli amici pure, restava l’alba ai Murazzi, il fiume e il solito clima salubre di Giancarlo, Vietnam dentro, Groenlandia fuori. Dopo il trittico danzante Capossela – Suede – Fratelli di Soledad, Lei optò per la Groenlandia fuori, tentando di riscaldarsi con un compagno fuoricorso di filosofia, dalla grande pettinatura a fungo e dall’eccessiva produzione a livello di ghiandole salivali. Non era cosa, i baci annacquati non facevano per lei. C’era sempre qualcosa che non faceva per lei nei ragazzi con cui usciva: i gusti musicali, i gusti letterari, i gusti cinematografici, il gusto e basta, il sapore, l’odore, il troppo tatto con cui la sfioravano, il troppo poco tatto. Ogni tanto le tornava in mente la questione dell’altra metà della mela, non la faceva più piangere dal terrore, ci pensava con un sospiro di sollievo, il suo Inuit le toglieva ogni responsabilità. Non era colpa sua se le storie in cui si imbarcava naufragavano alle prime difficoltà, era colpa della statistica, della geografia e delle ellissi spazio temporali.

Lei meditò seriamente di lasciare il suo accompagnatore sui gradini spisciazzati dei Murazzi e correre a casa, ancora in Via Napione 19bis, dove l’aspettavano svegli Bob Dylan e Paul Auster. Non lo fece, si alzò e si avventurò nelle fumose nebbie di Giancarlo per prendere da bere. Ma uscì Lui, ubriaco, a fianco di una rossa, così rossa che il reggiseno d’ordinanza di Capodanno che le spuntava dalla camicia impallidiva. Non lo vide bene in faccia, lui barcollava stringendo in una mano la grande tetta bianca della piccola donna rossa, la strizzava per verificare che fosse vera e soprattutto a sua disposizione. Il duo inciampò sui piedi di Lei e prima che potesse terminare un sacrosanto “maporcatr…” Lui le stampò sulle labbra un bacio Vodka Lemon e Diana Blu.  Non le era mai capitato di essere baciata da uno sconosciuto mentre lo sconosciuto toccava una tetta non sua, aveva ventidue anni in fondo, ma il buttafuori di Giancarlo aveva visto scambi di umori più promiscui. Il duo si trascinò via ridendo. Lei si passò la mano sulle labbra come una bambina che si pulisce dal rossetto viscido di una zia troppo esuberante, si mise in fila alla cassa dove venne raggiunta dal suo cavaliere. “Non t’ho più vista” fece il filosofo “Sono stata baciata da un tizio con l’eskimo”, rispose lei come niente fosse.

Con il nuovo millennio gli avvistamenti si fecero rari, quasi inesistenti, tutta colpa di Desiderius Erasmus Roterodamus, noto ai più come Erasmus da Rotterdam, celebre autore dell’Elogio alla follia e patrono degli scambi internazionali di fluidi corporei tra giovani facinorosi. Lei partì per Parigi in Erasmus, un anno, studiava, era brava, saccente, ma la più saccente delle italiane sarà sempre un’umile principiante tra i francesi. Lui restò a Torino coltivando con creatività il suo innato fiuto per i piccoli fallimenti. Dopo gli incerti inizi con Ambra, Cocciante e i Black Sabbath, ascoltare musica era diventata la sua attività primaria, a farla non era un granché buono, ma aveva gusto. Una piccola somma ereditata dalla nonna e la lettura tardiva di Alta Fedeltà gli furono fatali: prese in gestione un negozio di dischi, un posticino per pochi intenditori che si fecero pochissimi quando in via Roma aprì la Fnac. E fu così che Lui entrò a pieno titolo in quella che Nick Hornby avrebbe chiamato la top five della sfiga. La prese bene, era un ottimista ed era intelligente, sapeva perdere e non portava rancore. E infatti, chiuso il negozio, diede dimostrazione di grande stile andando a lavorare alla Fnac di via Roma, sezione musica. Era il 2004 e ripartirono gli avvistamenti.

Una dozzina in dieci anni. Quasi tutti alla Fnac, Lei era una habitué della domenica mattina, gironzolava tra gli scaffali del piano interrato e leggeva per ore libri che per snobismo non avrebbe mai comprato. La brava studentessa di filosofia ora insegnava francese ai ricchi ragazzini di una scuola privata di Torino, preadolescenti alle prese con i “ti vuoi mettere con me sì no forse”. Andando a scuola in tram si portava Proust ma nei festivi, di straforo, in piedi contro uno scaffale divorava Twilight. Era stata attratta dalla mela in copertina, rossa, perfetta, lucida e soprattutto intera. Dopo tanti anni di amori bocciati con un’alzata di sopracciglio sentiva il bisogno di rimettere insieme le due metà, anche solo per qualche ora. Lui le girava intorno senza vederla, d’altronde il turno della domenica mattina iniziava dove finiva il suo sabato sera, nel letto sfatto di qualche ragazza maneggevole, portatrice sana di reggiseni ben riempiti. Era ottimista anche nell’amore, sapeva che trovare quella giusta era come vincere al Superenalotto e aveva letto da qualche parte che c’erano più probabilità di chiamare al telefono Veronica Ciccone in arte Madonna componendo a caso dodici cifre, piuttosto che vincere al Superenalotto. Ma continuava a fare le sue chiamate a vuoto.

Accadde una mattina del 20 dicembre 2009, tra i dvd della sezione cinema. A Lei il Natale faceva schifo, Lui il Natale lo adorava. Lei esplorava l’angolo film d’assai alla ricerca di Jules e Jim, Lui sistemando le custodie fece cadere Nanuk l’Eschimese. Lei lo raccolse. Grazie, disse Lui, prego, disse Lei. L’hai mai visto? Disse Lui. Un pezzo per un esame di Storia e Critica del Cinema. È un documentario muto, in bianco e nero, su un Inuit, girato negli anni Venti. Rispose Lei. È una storia d’amore, quindi. Sorrise Lui. Comincio a temere che lo sia. Sorrise Lei.

Lo comprò alla fine Nanuk l’Eschimese e lo vide, tutto, la sera stessa. Pianse. Era noiosissimo, ma pianse. Fnac chiuse qualche anno dopo, Lui e Lei non si mancarono più. Torino squadrata e ortogonale funziona così: ti butta davanti gli stessi sconosciuti per anni e poi, improvvisamente, li fa muovere per vie parallele senza incroci. La strada di Lui andò dritta verso un nuovo negozio di vinili in zona Vanchiglia, investire sugli hispter fu la sua grande intuizione.

Una sera d’inverno, tornando a casa in tram, alzò per un attimo lo sguardo dalle Avventure di Augie March e la vide. Era seduta tra le prime file del Quindici, le gambe girate verso il corridoio, sulle ginocchia un bambino coperto come un astronauta. No, non come un astronauta, come un piccolo eschimese pronto ad affrontare il freddo polare. Il bimbo le teneva il viso tra le mani e le strofinava il naso con il naso. Ridevano.

Lui prenotò la sua fermata e scese all’altezza di Lungo Po Antonelli. Era di ottimo umore, il fiume era così vicino che ti veniva voglia di toccarlo.

 

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62 thoughts on “l’Inuit.

  1. Giulia says:

    Sarà per Parigi e per l’Erasmus che per ora non ho mai fatto nella città che più amo. Sarà per la lettura quasi tardiva di Alta Fedeltà nel “lontano”2011. Sarà per il mio continuo e costante stilare liste per colpa di Hornby. Sarà che adoro girovagare per la Feltrinelli nelle domeniche mattina assonnate. Ma sarà soprattutto per colpa di Guccini se sogno di esser baciata, così dal nulla, da un tizio con l’eskimo. Ah, di anni ne ho proprio 22. 🙂
    E direi che questo racconto mi è piaciuto parecchio. Bravissima Enrica!
    G

  2. È una storia emozionante e gelida. Anche io ne ho una simile. Per circa vent’ anni ho sognato, a intermittenza, quello che ormai ho soprannominato’ ‘il ragazzo dei sogni’ . Stesse dinamiche. Stessi incroci… Solo i navigli di Milano al posto del fiume.

  3. Roberta says:

    ciao. non so se è una bella storia. mi piace molto, ma mi piace perchè è similissima a tante cose mie. “restava l’alba ai Murazzi, il fiume e il solito clima salubre di Giancarlo, Vietnam dentro, Groenlandia fuori”. Non era il 1999, ma il 1998, quando incontrai lì il padre di mio figlio, ovviamente ubriaco. Era nella stessa estate che lo stesso ragazzo mi disse, sempre sul lungo Po dei Murazzi: “tu mi sembri una turista lappone. Non sei di qua, vieni con noi, parli con noi, ma tra un po’ tiri fuori la macchina fotografica (allora non era ancora il telefono…) e fai foto a tutti, poi torni in Lapponia tra i tuoi e fai vedere le nostre foto a tutti.” Non ci siamo mancati….

  4. Davide says:

    Beh un proverbio dice che se a Roma non ci sei mai stato, forse a Roma alla fine non hai mai voluto veramente andarci. Complimenti per come scrivi, cerco quotidianamente i tuoi nuovi post

  5. Gloria says:

    Il tuo romanzo sarà bello bellissimo. Lo leggeró tutto d’un fiato. E tu sarai costretta a scriverne subito un altro. Lo sai, vero?

  6. melissa says:

    È talmente bello e coinvolgente che persino la pantegana di sei chili risulta estremamente affascinante!come sempre,complimenti…aspetto febbraio con ansia.

  7. Lady says:

    Una storia molto triste e molto bella. Credo che tutti ne abbiamo di storie sfiorate così ma tu l’hai raccontata strabene.
    Poi il bacio vodkalemon e dianablu credo che lo userò, se non ti spiace. Perché fa molto me. 😉
    Leggerti mi ha fatto venire in mente quella poesia che faceva…

    Sconosciuto che passi!
    non sai con quanto desiderio io ti guardo,
    tu devi essere colui che io cercavo,
    o colei che cercavo (mi arriva come da un sogno),
    certamente ho vissuto in qualche luogo
    una vita di gioia con te
    […]
    devo aspettarti,
    non dubito che ti incontrerò ancora,
    e a questo devo badare,
    di non perderti.

    Walt Whitman

  8. MinoMinoMartinelli says:

    Prospettiva

    Wislawa Szymborska

    da “Due punti”

    Si sono incrociati come estranei,
    senza un gesto o una parola,
    lei diretta al negozio,
    lui alla sua auto.

    Forse smarriti
    O distratti
    O immemori
    Di essersi, per un breve attimo,
    amati per sempre.

    D’altronde nessuna garanzia
    Che fossero loro.
    Sì, forse, da lontano,
    ma da vicino niente affatto.

    Li ho visti dalla finestra
    E chi guarda dall’alto
    Sbaglia più facilmente.

    Lei è sparita dietro la porta a vetri,
    lui si è messo al volante
    ed è partito in fretta.
    Cioè, come se nulla fosse accaduto,
    anche se è accaduto.

    E io, solo per un istante
    Certa di quel che ho visto,
    cerco di persuadere Voi, Lettori,
    con brevi versi occasionali
    quanto triste è stato.

  9. wow… che meraviglia…questa storia avrebbe potuto continuare all’infinito, e avremmo continuato a leggerla con lo stesso appassionamento, e la stessa meraviglia! Grazie!!!!

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