Manifesto della bellezza bambina. Cose che sono la quintessenza della bambitudine

ManifestoDellaBellezza

1. Picchiare lo spigolo contro cui si è battuto, commentando

“cattivo spigolo”.

2. Giocare a nascondino e nascondere solo la testa.

3. Alitare sulla punta dell’aereo di carta senza sapere esattamente

perché.

4. La nenia che i bambini si cantano da soli, a bocca chiusa, prima

di addormentarsi, quando sono molto stanchi. (Tra tutte le cose

che ho sentito fare dai miei figli, la ninnananna autogestita mi

uccide letteralmente di tenerezza).

5. L’istinto primordiale di inseguire i piccioni.

6. Tirare sassi in qualsiasi specchio d’acqua di dimensioni

comprese fra lo sputo e l’Oceano Pacifico. Saltare in qualsiasi

specchio d’acqua putrida di dimensioni comprese tra lo sputo e

l’Oceano Pacifico.

7. Non voglio andare a letto. Non sono stanc… ronf.

8. Non gioco più quando si perde. Giochiamo ancora quando si

vince.

9. L’impossibilità di star composti, mantenendo tutte e quattro le

gambe della sedia a terra. È fisica: la sedia, sotto un culo

bambino, dondola.

10. L’approccio creativo all’altalena. a. tradizionale, su e giù, si fa a

chi va più forte. b. seduti sulla sedia, si ruota su se stessi

incrociando le catene, più e più volte, con effetto trottola una

volta lasciata la presa. c. la trottola umana come sopra ma con

la pancia appoggiata al sedile di legno rischiando di falcidiare

tutti gli astanti. d. in piedi e in piedi con salto e. ignorando le

altalene e usando i tubi d’acciaio come pertiche.

11. La scalata allo scivolo, dalla parte dello scivolo naturalmente.

12. Non mi piace appena visto un piatto nuovo.

13. La voglio in bianco con burro e parmigiano, come a scuola.

14. La colonna sonora di brrrrr, wruooooom, cshhhhh, che

accompagna qualsiasi gioco.

15. La stessa storia allo sfinimento, lo stesso cartone allo

sfinimento, la stessa canzoncina allo sfinimento. E dopo lo

sfinimento fine. E non se ne parla più.

16. Le maglie che non hanno nessuna funzione degna di nota se

non di essere buttate per terra a fare i due pali della porta.

17. Lo specchio che serve solo ed esclusivamente a riflettere

boccacce.

18. Fare le facce sul finestrino appannato da dentro, per vedere il

mondo fuori dall’abitacolo che sorride.

19. Gli ultimi due gradini della scala non si scendono, si saltano.

20. Il gatto accarezzato rigorosamente contro pelo.

21. Il gioco al rialzo, sui marciapiedi, sui muretti, sui divani, ma

soprattutto sui testicoli di papà.

22. Cosa hai fatto a scuola? Niente.

23. La timidezza quando si arriva alla festa. Il pianto quando si va

via dalla festa.

24. Il foglio che è sempre troppo piccolo per disegnarci tutto e

comunque l’azzurro e il verde sono i primi a scaricarsi.

25. Le E con mille stanghette.

26. Il popcorn che scoppietta in pentola che ha il vero suono della

meraviglia.

27. La lava per terra che non ti fa scendere dal letto.

28. Quando il gioco si fa duro i duri urlano “casa”, “rifo”, “non

vale”, “fallo”, “tempo” (o arimo in Lombardia).

29. La difficoltà a concepire che un minuto non passa dicendo

“uno”, ma è fatto di sessanta volte uno.

30. Siamo arrivati? No. Siamo arrivati? No. Siamo arrivati? No.

Siamo arrivati? No. Siamo arrivati? No. Siamo arrivati? No.

Siamo arrivati? No. Siamo arrivati? No. Devo fare la pipì.

Standard

40 thoughts on “Manifesto della bellezza bambina. Cose che sono la quintessenza della bambitudine

  1. Lisa says:

    Il “fuori arimo”, in certi luoghi della lombardia, si chiama “aribibis” (in storica controversia con “arivivis”, ma quella era una minoranza) 🙂

  2. Solare says:

    Quando ti leggo un po’ mi fai tornare bambina e un po’ mi fai venire una gran voglia di avere dei bambini intorno perche’ tutto sembra cosi’ tanto divertente e familiare! Sembra non essere cambiato niente se non che adesso ci guardiamo da fuori e viene spontaneo sorridere perche’ e’ vero…lo scivolo al contrario lo farei ancora adesso, che altro verso ha lo scivolo se no?!

  3. barbara71 says:

    Qualcuna di queste cose io le faccio ancora adesso….con o senza i miei figli!
    Scrivo dal Veneto a arimo lo dicevo anch’io!

  4. Arimo non lo conosco, ma mi sa che è perché in Toscana non si usa.
    Che tenerezza, comunque. Non posso più risalire lo scivolo dalla parte della discesa, ora piango.

  5. L’istinto di inseguire i piccioni io non l’ho mai perso! Anzi, ultimamente si è evoluto in istinto di fotografare i piccioni che volano via mentre qualcuno li insegue. (ps: il tuo libro l’ho letto tutto d’un fiato!)

  6. girandolaprecaria says:

    Tutto vero.
    Non so se sei rimasta sempre bambina o i pupi ti fanno riscoprire com’è l’infanzia. Io non mi ricordavo neppure cos’era, lo stupore, poi ho visto mia figlia guardare gli alberi a tre mesi e li ho visti anche io per la prima volta

  7. Disegnare con il dito sul vetro appannato della cucina. Che poi quel disegno rimane lì in trasparenza a tradire il tuo passaggio davanti a quella finestra, fino alla prossima passata di vetril.

  8. dacamelot says:

    grazie grazie grazie!
    4-la buonanotte autogestita mi fa ancora commuovere…
    9-grazie per avermi rincuorato per il problema della stabilità delle sedie sotto i sederi dei bambini, pensavo fosse un problema solo mio!
    13-in bianco tutta la vita..yeah!!!
    14-se non avessi avuto figli maschi non avrei mai conosciuto le colonne sonore dei loro giochi vvrooom cshhhh
    15-lo dico solo a te, ma la ripetizione infinita della stessa storia, delle stesse canzoni mi dà un senso di pace infinito!

  9. giorgia says:

    oggi ho fatto tardi in ufficio per finire di leggere il tuo libro 😉
    per me pura poesia 🙂
    complimentissimi per come scrivi e soprattutto per la tua filosofia
    di vita 🙂
    ciaociao
    Giorgia

  10. giordano says:

    E no! Non puoi citarmi il lombardo Arimo ed ignorare il torinese Pugno!
    Peraltro molto più cazzuto e vagamente minaccioso.

  11. Davide says:

    Censimento dell’arimo: in campagna bresciana è “Arimùs” spiegato da un professorone come una distorsione latona di “rimaniamo” ma non conoscendo la lingua mi rimetto ai vostri etimologi

  12. Pingback: Share: siamo quello che condividiamo | Macchianera

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