Cose che penso quando ascolto i genitori parlare della scuola giusta per i propri figli.

Quando avevo dieci anni i miei decisero di cambiare casa e dal centro di Torino ci trasferimmo a San Mauro. San Mauro, ribattezzato da me St Moritz per dargli un’aura esclusiva, è un paese a metà: mezza collina e mezza piana, mezza ricchezza e mezza povertà. Nel 1990 la scuola media che frequentavo raccoglieva i figli di tutte e due le sponde, io ero della sponda bene. Non me ne accorgevo ai tempi, a undici anni non ti frega proprio niente di che lavoro facciano i genitori dei tuoi compagni, hai altro a cui pensare, tipo quando ti verrà la prima mestruazione, come evitare l’ora di ginnastica e se saprai gestire la lingua in caso di bacio. Alla fine del quadrimestre i miei genitori vennero convocati dalla professoressa B. che suggerì di spostarmi in un altro istituto magari privato, secondo lei ero brava, ma lì non sarei cresciuta, parlò della difficoltà del corpo docenti a finire il programma e del rischio che imparassi poco e facessi incontri pericolosi. Giovanni e Maria Rita, che notoriamente non sono stati mai d’accordo su nulla, presero atto, fecero spallucce all’unisono e mi lasciarono dov’ero.

Fu lì che cominciarono a chiamarmi per cognome, alle elementari ero Enrica, alle medie ero Tesio, La Tesio, al singolare. I cognomi servivano anche per indicare le nidiate di fratelli e sorelle che si riversavano sul triennio. Gli Scicchitano, i Lo Cascio, i Donnarumma, i Pecoraro, piccole milizie minacciose che avevano in comune la “vena di zona”, ovvero quella particolare vena della fronte che si gonfiava prima di un pestaggio alle giostre. La vena della zona di San Mauro pulsava soprattutto contro quella di Barriera di Milano o di Settimo o di Nichelino. Dopo le botte, a casa, i ragazzi giustificavano i lividi: “ma’, mi sono menato”. Ed erano schiaffoni, ma stavolta forti.

Imparai a coniugare “t’appendo”, il “fai cisti”, “vuoi una foto?”, “vuoi che ti devo menare?”, “ti cartello”, “devi stare muuuuto”. I maschi ci toccavano il culo in una versione preadolescenziale di ce l’hai, un pacca e scappa insomma. Eravamo bambini, alcuni con dei peli davvero impressionanti, lo ammetto, ma dei bambini. Concordavamo la gonna chiamandoci la sera prima, i collant color carne si sposavano perfettamente con le Superga, dopo dieci minuti erano smagliati, la smagliatura la fermavamo con una bella pennellata di smalto, rosso, vuoi mai che passasse inosservata.

La mia paghetta se ne andava in affitto di videocassette. Sviluppai una passione mai più sopita per i film dove le cesse diventavano fighe semplicemente rifacendosi le sopracciglia e cambiando un vestito (virtuosa eccezione Pretty in pink perché la protagonista fa cagare anche ben vestita e truccata). Esisteva anche la versione maschile del genere “trasformazioni miracolose” in cui lo sfigato passava da pippa mondiale a campione di qualche sport, dopo un training di dieci minuti. Generazioni cintura nera nel mettere e togliere la cera.

Un pomeriggio andai a fare i compiti da K. Presi il pullman, lei stava a Settimo, la sua famiglia era davvero messa male, il padre disabile, non ricordo la madre. Una delle sorelle lavorava in un alimentari come commessa. Prima di ritornare a casa fu lei a darmi un sacchetto con dentro biscotti, crackers, merendine, mi disse “ho preso tutto in negozio, sono scadute ma ancora buone, magari ai tuoi fanno comodo”. Sul 49, con quel sacchetto in mano pieno di cose che nessuno avrebbe mai mangiato, mi sentii minuscola. È così che ci si sente appena prima di crescere.

Il programma di matematica la professoressa B. non lo finì. La verità è che nella vita l’algebra non mi è servita a niente. La vena di zona sì.

pretty-in-pink-fb[1]

Nella foto la dimostrazione che anche dopo il trucco e parrucco la “bella in rosa” fosse un cesso senza coperchio.

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33 thoughts on “Cose che penso quando ascolto i genitori parlare della scuola giusta per i propri figli.

  1. hahaha decisamente d’accordo, una vita a sentirmi dire “i numeri servono nella vita”, a parte riuscire a fare la spesa, per il resto mai usati. Una vita rovinata dalla matematica. ps: in effetti un bel cesso la “bella” in rosa 😛

  2. michelarosa says:

    Brutto quadro della scuola italiana inutile io ho dovuto scegliere l home schooling perché mio figlio a undici anni me ne ha raccontato troppe , Molly è stata superata da attrici meno dolci

  3. valeria says:

    che bel post 🙂 Sentendo menzionare questi posti quanti ricordi sono venuti alla mente.. sono cresciuta a Gassino Torinese e la mia migliore amica abitava a San Mauro…

  4. Con ironia hai sollevato un punto che mi crea non pochi grattacapi. Premetto che non ho ancora figli, ancora perché, appunto, tra qualche anno ne vorrei. Mi chiedo: è giusto che un figlio si viva quello che il destino ha preparato per lui (compresa una possibile scuola “scadente”) e che quindi lotti per avere il futuro che desidera? oppure è dovere di un genitore dargli l’opportunità di sviluppare i suoi talenti (ossia sacrificarsi per mandarlo nelle migliori scuole)?

  5. pallottola says:

    Mia figlia ha appena cominciato la prima media ed è sconvolta perché la chiamano per cognome. Per il momento il pensiero della sua prima mestruazione ce l’ho solo io 🙂
    Per il resto concordo con Melania: quanto affidare al caso/destino e quanto spianare la strada?

  6. Serena says:

    Io ho fatto le medie in una scuola poco raccomandabile, comoda perchè servita dai mezzi ma frequentata da quelli del quartieraccio dove c’erano i delinquenti. Per mio conto vengo da una famiglia di 4 figli, padre operaio mamma che lavorava in casa e badava alla famiglia, grandissima economa, se andasse al ministero della finanza li farebbe tutti neri! Ci sono stata molto bene, con mia sorella gemella nella stessa classe e gli amici delle elementari. I ragazzacci c’erano sempre e ovunque e non sono mai stata una che con una truccatina cambiava aspetto (magari fossi stata Molly, a parte il vestito certo…) ma le differenze le ho viste e sentite molto di più alle superiori, quando il ragazzo è consapevolmente cattivo e non ha la scusa dell’età. Io penso che sia importante offrire il meglio ai figli, sempre se questi siano d’accordo. Non sempre ciò che noi pensiamo possa essere il meglio per loro poi si rivela esattamente quello che avrebbero voluto.

  7. mammanch'io says:

    ti leggo e descrivi cose familiari, ed è come se ti conoscessi e ti volessi bene come ad una amica in gamba, simpatica e arguta, tenera ed ironica, buffa e molto molto credibile. L’arrivo di un nuovo post mi mette di buon umore per un po’….insomma continua così! 🙂

  8. come cosa fa la Molly adesso??? io l’ho vista lo scorso anno in un telefilm… non ricordo il nome c’erano un branco di adolescenti e una era incinta.
    lei faceva la mamma: stessa faccia e stessi colori però almeno 40 kg in più!

  9. come cosa fa la Molly adesso??? io l’ho vista lo scorso anno in un telefilm… non ricordo il nome c’erano un branco di adolescenti e una era incinta.
    lei faceva la mamma: stessa faccia e stessi colori però almeno 40 kg in più!

  10. Faro Talento says:

    Sono qui in ufficio, a saltare la pausa pranzo perché sono indietrissimo nel lavorone che sto facendo, e temo di non riuscire a consegnarlo per tempo. Guardo fuori dalla finestra, vedo il cielo grigio, e m’incupisco ancora di più. Il mio pensiero corre alla mia sposa lontana, e alla vendemmia nella vigna del nonno, che avrà luogo (pioggia permettendo) tra qualche giorno.
    E poi c’è il nuovo post della Tesio, che attendevo con impazienza, come un raggio di sole. Questo è davvero meglio di qualunque trattato di sociologia.
    La vita è veramente strana, ed a volte il destino proprio cinico e baro, quando costringe una persona a lottare con tutte le sue forze per ottenere un qualcosa che, magari, un’altra persona riesce ad ottenere con uno schiocco di dita, perché, bontà sua, parte con dieci metri di vantaggio sullo sventurato.
    E ripenso con piacere a mio padre, all’appartamento al nono piano senza ascensore con vista sullo stabilimento di Mirafiori, al fatto che abbia cresciuto me e mia sorella praticamente da solo, facendo sforzi immensi per cercare di metterci nelle condizioni di competere con molti di quelli che partivano con dieci metri di vantaggio.
    Pensiamoci: quante volte siamo andati a fare i compiti a casa di tante ipotetiche K, sentendoci poi minuscoli? E, altrettante volte, K siamo stati noi, immensamente grandi pur essendo piccini.
    E, mi raccomando, fate cisti! ;o)
    Pace e bene.
    Gabriele

  11. Mamma Avvocato says:

    E comunque, io ho frequentato le medie in un paesone della provincia di Torino, tra figli di dirigenti e professionisti (anche mio padre) e di operai, disoccupati e agricoltori. C’era di tutto e sono sopravvissuta, anzi, forse è stato proprio quello a farmi crescere e sopravvivere!

  12. Chiara says:

    Mia figlia è solo alla scuola materna, comunale e ne sono felice. E’ così bello vedere come a questa età non esistano distinzioni, sono tutti “bambini”! Io e mio marito abbiamo deciso che con le elementari frequenterà una scuola privata ma ogni tanto mi soffermo a pensarci e mi chiedo che effetto avrà sulla mia piccola un ambiente così “snob” e direi “classista”…Io ho sempre frequentato scuole pubbliche e ne sono orgogliosa…spero che il tempo ci dia ragione di questa scelta.

  13. alessandra says:

    Giorno dopo giorno rimango basita nello scoprire gli infiniti punti in comune con te e della meraviglia nel ritrovarli scritti con le tue parole azzeccatissime. Sono cresciuta anche io negli stessi anni in un luogo che raccoglieva due situazioni opposte, ero a santa rita, tra la crocetta e mirafiori. I miei amici erano ragazzi di strada, lo ero anche io, alcuni si sono persi per strada, altri no. Oggi mi rendo conto di quanto sia stata una scuola per me, ho evitato i problemi perché li conoscevo, non perché i miei genitori me li hanno tenuti nascosti, e sono terrorizzata dalla quantità di amici che cercano di far vivere i propri figli solo in ambienti cosiddetti “adatti” a loro in

  14. Mi fai sempre aprire i rubinetti, cacchio! Cmq pretty in pink era stata pettinata e vestita male dai…ho capito gli anni ’80 ma quella piega manco mia nonna e il vestito sarà pure pink ma fa cagare! Lei é carina…potevano fare di meglio, ma forse volevano dare speranza a chi anche conciandosi di speranze ne ha pochine!😁

  15. Comunque il mio film preferito dell’epoca era “Non per soldi, ma per amore”con un John Cusack cucciolo e squattrinato 😍che con la mossa dello stereo sotto casa conquistava la secchiona figa e straricca (presunta, perché il padre in realtà era un delinquente)!!!

  16. non ho vissuto l’infanzia torinese, perchè ci sono arrivato solo da studente universitario. Tra le tipiche frasi dello slang torinese, mi pare strano non leggere “Minkia oooh!” oppure “ci facciamo una sazza (sigaretta)?”.

    • Lia says:

      Certo il rosa su una rossa era terrificante ma a 16 anni io volevo essere proprio come lei, i cappellini, ve li ricordate i suoi cappellini???
      Eh beh.
      Io ho iscritto i miei due cuccioli alla scuola pubblica più “mista” della città apposta per farli crescere nel mondo vero, mi piace arrivare all’uscita e chiacchierare con le africane coi segni tribali tatuati sul viso, la maestra di yoga radical chic e l’avvocatessa in tailleur minigonna inguinale. Isolare i bambini alle scuole d’élite secondo me è come dicevano i Pink Floyd. .. scambiare “a walk on part in a war for a lead role in a cage”…
      Grazie dei tuoi fantastici post, Tesio! 😉

  17. El_Gae says:

    A me succedeva una cosa strana: le bruttine dei b-movies, quelle che si truccano e diventano fighe, mi piacevano anche prima. Anzi, di solito mi piacevano di più prima. Dottoressa, è grave?

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