Breve monologo sull’essere figlia.

Non ricordo di aver mai giocato con mia madre, ai miei tempi i genitori non si sedevano sul tappeto coi bambini. Più che altro l’accompagnavo nelle sue attività casalinghe, lei stirava e io prendevo il mio piccolo ferro di plastica arancione e mi occupavo dei fazzoletti. Oppure, per strada, le passeggiavo accanto dandole la mano e insieme cantavamo, se andavamo a fare la spesa io portavo il sacchetto leggero della macelleria, il macellaio le faceva gli occhi dolci.

Ha sempre lavorato seriamente come maestra, il pomeriggio, dopo la scuola, si sdraiava sul letto e si riposava e io facevo silenzio. Gironzolavo con le mie bambole, disegnavo, aspettavo che tutte le tapparelle della casa si spalancassero di nuovo, odiavo e odio ancora la penombra pigra delle due e mezza dei giorni d’estate. Ai giardini preferivo mi ci portasse papà, perché se correvo lei passava il tempo a sentirmi la schiena con la mano tra la pelle e la canottiera: “sei tutta bagnata!” mi diceva e mi ci infilava un fazzoletto per asciugare il sudore. E io ero ingobbita dal fazzoletto e dalla vergogna. Da piccoli ci si vergogna per cose davvero sciocche.

Quando litigavo con mia sorella, urlava dall’altra camera “Enrica, vieni qui!” e io andavo, si rivolgeva a me proprio per quello, perché sapeva che io ero la figlia che rispondeva al richiamo. Nelle famiglie si creano di questi miti: la figlia diligente e timida e forse pure un po’ noiosa; la figlia fantasiosa e selvatica e forse un po’ matta. L’adolescenza è stata un lungo tentativo di liberarmi dalle canottiere e riscattare quella bambina diligente e timida e forse un po’ noiosa. Sarà per questo che le etichette non le sopporto nemmeno nei vestiti, le stacco impaziente, anche senza forbici, piuttosto dell’etichetta, meglio un buco.

Gli anni più difficili sono stati quelli di mezzo. I giovani pensano di saperne sempre di più degli adulti (e io non facevo eccezione). Gli adulti pensano di saperne sempre di più dei giovani (e mia madre non faceva eccezione). E così nessuno dei due impara dall’altro, è il “tu non sai ancora” che risponde al “tu non sai più”. La nostra presunzione ci ha allontanato, “se potessi, vi rimetterei nella mia pancia, te e tua sorella” mi diceva ogni tanto, come dichiarazione d’amore. Ma forse era una dichiarazione di resa e di debolezza, i figli è più facile amarli quando fanno parte di te, il difficile è quando li lasci andare per il mondo e affronti il rischio che diventino degli sconosciuti.

L’arrivo dei bambini ha cambiato le cose e non perché mi sia ritrovata nel suo modello. Ai giardini Lorenzo e Marta sudano come disperati e durante la gravidanza pensavo che fossero più al sicuro fuori che dentro di me. Però lei si è seduta a giocare sul tappeto coi nipoti con una gioia che non avevo mai nemmeno intuito. La maturità mi ha insegnato che anche la parola madre alla fine è un’etichetta, inadeguata, insufficiente, un’etichetta a cui puoi fare l’abitudine ma che talvolta graffia e prude.

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Foto: Officina Calze Lunghe di Valentina e Susanita. https://www.facebook.com/officinacalzelunghe/?fref=ts

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30 thoughts on “Breve monologo sull’essere figlia.

  1. Terribile quella cosa della figlia diligente, timida e noiosa, per anni ne ho patito. E anche dell’apparente incomunicabilità tra i ragazzi che pensano di saperne più degli adulti e viceversa. Mi ci trovo in mezzo anche adesso, dall’altra parte della barricata, come madre. Ho capito che un po’ si impara gli uni dagli altri, anche se non sembra, ci se ne rende conto dopo. Qualche etichetta finisce sempre per staccarsi, da una parte e dall’altra. Bello questo post!
    Buona settimana
    Alexandra

  2. Devi says:

    Ti leggo da un po’ e non commento mai, ma questo post mi spinge a farlo 😊. Ho ritrovato il sorriso di mia mamma quando è nato il mio bimbo, lo cercavo da quando è morto mio fratello; è uno dei regali più preziosi che il piccoletto mi abbia fatto.

  3. “i figli è più facile amarli quando fanno parte di te, il difficile è quando li lasci andare per il mondo e affronti il rischio che diventino degli sconosciuti”
    Il maggior limite del mio essere madre di una figlia…

  4. Bellissimo post. Io ero la diligente tra le due figlie, quindi ti capisco..e il tuo pensiero sull’etichetta dell’essere madre mi fa riflettere perché in effetti anche la mia gioca con i nipoti come non faceva con noi e io stessa, anche se sono madre da nemmeno due anni, in certi momenti mi sento “graffiata” .

  5. Anch’io non ricordo di aver mai giocato con mia madre.
    Con mi padre ci sono stati momenti di svago (pallone e bicicletta) con mia madre al massimo un puzzle di 5000 pezzi di cui almeno la metà tutti uguali (verdi) e lei che mi aiutava (o io aiutavo lei?).

  6. Avrei tante cose da dire, a riguardo.
    Ma sarei palloso e patetico.
    Ed allora mi limito ad un COMPLIMENTI, Enrica. Con questo Post hai rievocato in me tante emozioni passate, presenti e (chissà) future.
    Bello, bello, bello. Come le cose più semplici.
    Pace e bene a tutti.
    ***Gabriele***

  7. michelarosa says:

    Un periodaccio vengo ad attingere pensieri, scrivi qualcosa sugli uomini quelli giusti però, cosa gli diresti a uno per farlo innamorare perdutamente, se funziona ti mandò un bel regalo.

  8. Amanda says:

    Sono stata cresciuta da un gineceo : bisnonna, nonna, prozia e tata. La mamma, che lavorava fuori città, era quella delle coccole, poi quella delle confidenze, ora è quella delle confusioni.Quest’ultima è stata un po’ difficile da accettare, indossa il suo corpo un po’ rattrappito, dice e si fa ridire le cose, ma finché mi riconosce e vuole ancora i miei baci va tutto bene. Madre non sono stata

  9. Mia madre è sempre stato un Generale dell’esercito, per quanto riguarda la mia educazione e crescita. Nata mia figlia, la rivedo esattamente nelle tue parole: seduta sul tappeto a giocare spensierata. Ora la mia mamma non c’è più e mi manca immensamente, la tengo nel cuore e con questa immagine davanti agli occhi. Grazie per avermi riportato questi bei momenti 🙂

  10. chi says:

    Un libro?? un nuovo libro??? Ho letto bene???? Non vedo l’ora!!! Grazie Enrica, un post più bello dell’altro…seguo in silenzio ma con assidua costanza

  11. La penombra di quei pomeriggi ad aspettare che finisse il riposino l’ho vissuta anch’io e anche io come te adesso non la sopporto proprio. Mia madre non c’e’ stata mai per me ma anch’io ho avuto sempre il dubbio che se mai avessi fatto deifigliforse avrei avuto l’occasione di vederla in una luce diversa….non ho tentato la sorte pero’, meglio credere che sarebbe stata capace almeno di essere nonna ma ne dubito.
    Volevo solo scrivere che questo post e’ bellissimo come tutti quelli in cui racconti della tua infanzia che per qualche motivo mi piacciono piu’ di tutti ma poi mi sono dilungata, comunque riesci sempre a toccare temi forti con tocco delicato e profondo. Bravissima, bellissimo post.

  12. gelsobianco says:

    Venuta da un altro blog in cui ho trovato un tuo scritto (prosa-poesia) che mi è piaciuto molto.
    Che bel post anche questo!
    “…anche la parola madre alla fine è un’etichetta, inadeguata, insufficiente,”
    Oh, lo è, lo è, sì.
    Ritornerò.
    Grazie.
    🙂
    gb

  13. Bean far away says:

    Per godersi veramente i figli bisogna liberarsi dalla paura di fare errori, le nonne si godono i nipoti come non si sono mai godute i figli perché avendo già fatto la loro parte crescendo i figli, si sono liberate da questa paura. E hanno l’inebriante consapevolezza che anche se viziano i nipoti, non toccherà a loro rimediare!

  14. devo essere stata davvero fortunata perchè, anche se io ero la figlia diligente di 3 (e ci ho messo tanto a riscattarmi!), di ricordi della mia mamma che giocava con me sul pavimento ne ho tanti… 🙂

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