Non è ritenzione idrica, sono le lacrime che non ho pianto.

C’è da dire che la mia ritenzione idrica, al momento, è causata da tutte le lacrime che non riesco a piangere. Un santone peruviano, qualche anno fa, ha detto a mio padre che la mamma sarebbe morta a 74 anni. Mi sono sempre chiesta perché questo santone si fosse preso la briga di comunicare la scadenza all’ex moglie di un italiano in vacanza nelle Ande. Mi sono sempre chiesta anche perché mio padre si fosse preso la briga di raccontarcelo, mi sono risposta che le leggerezze degli uomini a volte pesano come macigni dal cavalcavia.

Quando nasce un bambino tutti si affrettano a riconoscere somiglianze. È tutto la mamma! Ha il naso di papà! Ma per le somiglianze vere ci vuole tempo, quelle oggettive si fanno lampanti quando si invecchia, non quando si nasce. Mia madre è tutta mia nonna, nei gesti soprattutto. Fa quella cosa del no silenzioso con lo schiocco della lingua sul palato, da scugnizza, un po’ sprezzante. E se le fai una domanda che non le piace o che non capisce dice “Macchè!” alzando le spalle.

Credevo che il mio percorso di crescita da ragazza ad adulta si fosse compiuto diventando la madre di. Le maestre, le altre mamme, ti chiamano così “ecco la mamma di Lorenzo”, “lei è la madre di Marta? Volevo parlarle del fatto che la bambina si rifiuti di fare religione”. Comunque mi sbagliavo, il momento in cui si diventa adulti è quando un medico ti vuole parlare in qualità di figlia di. Ecco quando essere madre ed essere figlia implicano le stesse responsabilità allora sei grande, non ci sono dubbi.

“Dobbiamo parlare della mamma” dice la dottoressa a me e a mia sorella. Ci sediamo davanti a una scrivania e fingiamo di non sentirci due minchione davanti alla preside. Ascoltiamo in qualità di figlie di Mari, rispondiamo a molte domande, diciamo un sacco di parolacce. Cazzo! Soprattutto lo ripetiamo un paio di volte. Dopo “dialisi” e “biopsia” Silvia dice anche minchia!, ma non ne sono certa. La dottoressa ci sta dando il benvenuto, siamo qui per restare.

L’ospedale è un posto che crea automatismi, quando sai quale ascensore arriva più velocemente, quando schiacci il numero del piano e subito dopo la chiusura porte (perché così non entra più nessuno e si parte), se giri nei corridoi con prontezza e dici “quella macchinetta no perché non erogano i cucchiaini”… vuol dire che ci sei già stato troppo. Cioè più di un giorno. Sto seduta su una sedia scomoda, il reparto  è tranquillo, il vicino di letto è avviato verso quel percorso lento, doloroso, estenuante che il mondo, per brevità e ottimismo, chiama fine. Penso: “che muoia lui”.

Silvia fa cose da Silvia, tipo chiamare persone dal passato di mia madre per venirla a trovare e metterla in imbarazzo. Io, io faccio cose da me, tipo svuotarle la padella o comprarle dozzine di camicie da notte. Tutte e due facciamo cose da noi tipo salutare la mamma e poi tornare indietro per dirle “ti voglio bene” nell’orecchio, imponendocelo come medicina. Mi riesce così male dirle ti voglio bene che mi faccio quasi tenerezza.

Sta sdraiata a occhi chiusi, è debole e comunque l’energia che le resta la tiene per essere incazzata. Sono arrabbiata anch’io. Guardo la flebo, lacrima goccia a goccia, beata lei che ci riesce. “Stai finché finisce?” mi chiede. Sto, in silenzio, mentre il liquido fluisce. Dovrei pensare a lei, invece penso a una sera di qualche settimana fa. Ero con Lorenzo e Marta vicino alla spiaggia e guardavo una donna anziana e un figlio adulto che danzavano nella proverbiale rotonda sul mare. Mi sono lamentata con Lorenzo “Ecco vedi, tu non mi porterai in balera quando sarò vecchia”. Lui tutto mortificato mi ha risposto: “Ma perché ti devo portare in galera?! da vecchia, al massimo ti porto in ospedale”. Speriamo che per allora sia pronto a diventare il figlio di Enrica.

Quando le gocce si esauriscono e dai miei occhi ancora non scende nulla, vado. Ora, caro santone peruviano, vedi di esserti sbagliato, perché diversamente mi vedrò costretta ad andare in piazza e fare una strage di flautisti andini percuotendoli con i loro medesimi strumenti di merda.

Foto “ti racconto come stanno le cose” di Susanita

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42 thoughts on “Non è ritenzione idrica, sono le lacrime che non ho pianto.

  1. Lalla says:

    Non mi piace dare speranza quando non sono in grado di farlo, la gente positivista mi sta anche un po’ sul cazzo. Mi viene da pensare che se ha ancora energie per essere incazzata, si potrebbe un po’ sperare. Un abbraccio.

  2. Enrica, che cosa inevitabile e terribile entrare in questa che un’amica più vecchia e saggia di me, anni fa definì: la fase interessante della vita. Quella in cui succedono cose a tutti quelli che ti circondano e tu, tu ti ritrovi a fare la madre a un sacco di gente a cui non pensavi di doverla fare. Coraggio, mi dicono che poi passa, ma non so se augurarmelo, che mi passi in fretta

    • hai ragione Barbara e mi piace tantissimo l’espressione “fase interessante della vita”… comunque le cose stanno migliorando e spero che tra un po’ (un po’ tanto a quanto pare) me la possa portare a casa. Un abbraccio forte

  3. E says:

    In bocca al lupo.
    So cosa stai passando, aggiungo che, purtroppo, non ce l’ho mai fatta a sentirmi “la figlia di Camilla”. O figlia di alcuno, in generale. Considerala come una forza.
    Un abbraccio 🙂

  4. Purtroppo non ho parole di incoraggiamento e so che in situazioni simili si consumano tutte le lacrime a forza di piangere. La parte ‘buona’ è che dopo il pianto diventa una cosa rara, perché gli occhi sono rimasti all’asciutto o forse solo perché ogni motivo sembra insufficiente…

    Coraggio

  5. A volte i miracoli accadono… ma poi, forse, il vero miracolo è quello di riuscire a sopravvivere al dolore. Continua a ripeterle ogni giorno che le vuoi bene… ti abbraccio

    • a quanto pare non ci sarà bisogno di dichiarare guerra al perù, la mamma è mal messa, ma migliora e soprattutto si è capito che ha una malattia autoimmune, ma trattabile. Un grande abbraccio

  6. E’ così!
    Quando ti trovi ad abbracciare tuo padre dicendogli “non è niente, non è successo niente, stai tranquillo” o a chiederti se i rimproveri che rivolgi a tua madre siano proporzionali a quelli che lei rivolgeva a te….ecco allora sì, pare tu sia diventato grande. Ma è un “grande” senza grandezza perchè non è un ruolo scelto ma imposto ed, almeno io, non mi sono mai sentita all’altezza di quel ruolo che pure ormai era mio.
    Sapendo ti abbraccio
    Sabrina

  7. Troppi giorni in ospedale, la seduta in silenzio (oppure no) accanto ad un letto triste, la flebo che lacrima lenta ed inesorabile, le storie ed i racconti di altre persone disperate, il cuore in gola e tanta, tanta, tanta voglia di piangere, per la stanchezza e per il dolore. Sì, sono scene che ho già vissuto. Almeno tre volte. E per un paio di queste, alla fine, sono uscito definitivamente dall’edificio in compagnia della persona che assistevo.
    Spero vivamente che finisca così anche per te, Enrica.
    Un abbraccio fortissimo.
    Gabriele

  8. Deborah says:

    Ti abbraccio, non posso fare altro. Ho passato tutto questo, ma non ero pronta ad essere “la figlia di” era troppo presto.
    Ti auguro tutto vada per il meglio. A me le lacrime non scendono più.

  9. Alessandra says:

    Mi sono trovata anche io a diventare “la figlia di” una persona a cui la malattia aveva tolto tutto, tranne la voglia di lottare. E questa forza, pacata ma inesauribile, spero di portarla sempre con me, nei tanti momenti difficili che la vita ci fa conoscere.
    In quel ruolo sono cresciuta di almeno dieci anni, trovandomi all’improvviso, e per moltissimo tempo, a fare da “genitore” a chi fino a quel momento mi aveva sempre protetta.
    Inutile dire quanto sia stato doloroso e quanto smarrimento, rabbia, frustrazione e malinconia abbia provato. Ma è stato anche bello esserci, fare il possibile e regalare piccoli momenti di gioia e leggerezza.
    Non smettere di cercare con lei dei momenti belli anche in questa situazione e sii forte se vorrà rivelarti le sue paure….Ma, se puoi, cerca di trovare anche lo spazio e il modo per tirare fuori quelle lacrime…In bocca al lupo e un abbraccio!

  10. La figlia di la sorella di. Sei nel dolore, il dolore vivilo, è importante. Mi spiace tantissimo, io non sono madre, ma mi è rimasta una madre, gli altri pezzi li ho persi quest’anno in meno di un anno (anche io avevo una sorella Silvia, che era la mia fonte di speranza, e un papà che era un vecchio parecchio unico e stronzo e speciale). E quella ritenzione idrica mi raccomando devi farla uscire. e pure la rabbia.

  11. È proprio vero. Io sono diventata “la figlia di” troppo, troppo presto e ho scoperto che gli ospedali, quando sei costretto a starci davvero, sono anche peggio di quanto ti immagini. Si comincia ad odiare chiunque e si vorrebbe spaccare il mondo. Dicono che queste cose servano a fortificare. Non lo so, ma ti auguro di riuscire a vederla così 😉

  12. Oh mamma, hai descritto anche me. Mi sono sentita considerata adulta esattamente in quel momento. Io mi ci sentivo già prima, in realtà. Ma quel giorno, incinta al nono mese del sesto figlio, mi sono sentita riconosciuta il quel ruolo da un medico. Anche se forse non ancora dai miei genitori.
    Ed ora, grazie a te, so anche perché soffro di ritenzione idrica.
    Un abbraccio immenso

    • akire says:

      Descrivi con cosi tanta lucidita’ e consapevolezza le cose che non posso che augurarti di vivere cosi anche quello che stai passando…da figlia…
      Da 10 anni “accompagno” le persone nell’ultimo tratto del loro percorso, nessuno cambia nel “rash finale” quindi “state” cosi come siete, cosi come sapete…andra’ benissimo.

      Grazie per quello che scrivi e come lo scrivi…sei una buona compagnia e apu

  13. Io dico minchia cosi’ spesso che i figli del mio fidanzato, scozzesi, ora sanno dire buon appetito ciao e Minchia! ad ogni occasione.
    Ieri parlavamo di possibili nomi per un eventuale bambino e il loro suggerimento… e’ stato proprio minchia.
    Un abbraccio!

  14. ecco ci sono arrivata solo ora a questo post, io il mio papà quest’anno l’ho portato a posteggiare la sedia a rotella e a spiccare il volo, la masticherei quest’estate, mi attacco al fatto che posso dirmi ancora figlia, io che madre non sono, che una mamma un po’ smemorata, ma molto affettuosa è pur sempre la mamma. Auguri per la tua

  15. solo M. says:

    Si dice che il lettore non legga parole, ma cerchi se stesso in quelle stesse parole e io ne sono sempre stata certa.
    Tra le raccomandazioni ho trovato il tuo blog e l’ho aperto sentendomi già innamorata per la scelta irriverente del nome. Poi sono arrivata a questo post e l’ho letto con il magone e con la morbosità con cui si guarda scorrere quella goccia nella flebo, consapevole che farà male, ma altrettanto consapevole che è giusto guardarla. E tenere il conto.
    Non ti dirò che ti sono vicina in questo momento, perchè non sarebbe vero, perchè come molti passanti ci sarò in questo istante e domani chissà, e perchè in fondo sai tu come lo so io che quell’ “essere vicini” fa piacere è vero, ma vale quanto un posacenere in moto.
    Quello che ti dico è goditi il tuo essere “figlia di”, è un orgoglio, un tassello importante della tua vita e ricordati che sarà sempre, qualsiasi percorso intraprendano le vostre vite, uno dei migliori racconti della tua esistenza.

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