Lo straniero.

Ai tempi vivevo con Andrea, il mio allora fidanzato, in un assurdo appartamento a San Salvario. Assurdo perché era tutto sgangherato, il pavimento e i muri non erano a filo, così i quadri risultavano sempre fuori bolla e allora bisognava scegliere: o dritti rispetto al pavimento o dritti rispetto all’orizzonte. Tra le altre cose assurde di quell’appartamento c’erano il letto futon con doghe di grissini friabili completamente sfondate, le librerie in legno grezzo Ikea usate come armadi con le maglie a vista a portata di gatti. I gatti, due (loro ci sono ancora), e le maglie nere piene di peli. Il verde chiaro nel bagno con la muffa verde scuro nella doccia e la camera da letto che fungeva da salotto e stanza cinema e studio e stanza per gli ospiti, con l’orribile riproduzione del cuore rosso di Keith Haring fatta da me, direttamente sul muro, con le tempere.

Andrea tornava in moto, era settembre, riconoscevo il rombo e poi lo scatto del cavalletto mentre parcheggiava all’angolo, avevo l’abitudine di affacciarmi per salutarlo. Quella sera all’angolo vidi anche un ragazzino, cercava di raggomitolarsi contro la serranda della panetteria che era chiusa dalla morte del fornaio, la moglie non ce l’aveva più fatta ad alzare da sola la saracinesca e sorridere ai clienti. “L’hai visto?” mi chiese Andrea entrando in casa, “l’ho visto, avrà undici, dodici anni al massimo”.

Aveva gli zigomi pronunciati, probabilmente slavo, e i capelli corti, i lineamenti non ancora induriti, parlava un buon francese, meglio del nostro comunque. Mamma? Papà? Gli chiedemmo una volta scesi per strada. Scosse il capo due volte ed era più il gesto per togliersi dalla testa un pensiero che un vero e proprio no. C’era uno zio con cui era arrivato in treno da Parigi, ma poi era sparito, ma poi chissà se era davvero uno zio. Non aveva nessuno a Torino e forse non sapeva esattamente nemmeno dove si trovasse. Salimmo in casa, aveva fame, gli preparai dei panini, preferì il latte alla Coca, mangiò tutto a bocca chiusa, composto e lento, disse spesso grazie. Ricordo che lui ci guardava come dire “e ora?” e noi pure non sapevamo bene cosa sarebbe successo, non facevamo che appoggiargli il palmo della mano sulla nuca, una forma più adulta di una carezza. Seguirono molte telefonate, Andrea aveva amici educatori in varie cooperative sociali, vagliammo diverse ipotesi e alla fine l’istituto di suore di via Nizza ci sembrò la migliore.

Gli feci una borsa con dentro cose a caso: mutande, felpe, un sacco a pelo, calze, un cappellino, panini. Per strada sembrava lo portassimo in gita, era notte e non riuscivamo a smettere di accarezzarlo, è che il francese lo sapevamo davvero di merda alla fine o forse ci sarebbero mancate le parole un po’ in ogni lingua. La suora che ci aprì era una donna attempata, gentile e risoluta, le spiegammo la situazione e la nuca del ragazzino passò sotto il palmo della sua mano. Ci salutammo in un breve abbraccio, mi pare che bofonchiammo un “bon courage”, buona fortuna. Trovo sempre molto giusto che i francesi non imputino al fato e alla sorte, ma al coraggio, l’esito positivo di un’avventura. La fortuna di base può essere avversa, ma sono la volontà e la forza di spirito a fare la vera differenza. I giorni successivi tornammo per chiedere notizie, ci dissero che il ragazzino stava bene ma che non potevamo rivederlo, era una misura a sua tutela, in fin dei conti non eravamo niente per lui.

E invece per me è stato molto. Anni dopo ho chiesto ad Andrea se ci pensasse ancora ogni tanto a quella strana sera di settembre, “spesso” ha ammesso. Fu una piccola apparizione fortunata e coraggiosa a cui torno quando sento parlare di muri e barricate, di paura dello straniero, delle varie Goro e Gorino in giro per il mondo. E mi pare chiaro che la giustezza delle proprie posizioni vada sempre considerata rispetto alla linea dell’orizzonte e dell’umanità e non della propria piccolissima, chiusissima e stortissima casa.

 

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18 thoughts on “Lo straniero.

  1. “In fin dei conti non eravamo niente per lui”, che razza di affermazione assurda e crudele da fare, che regolamenti strani. Lo so che sono a tutela, ma la tutela prende a volte forme curiose. Bellissimo episodio, bellissimo racconto, sono quelle cose che nella vita di una persona, specialmente un ragazzino, possono avere il sapore di una ritrovata fiducia, una svolta alla propria vita la si può dare se si crede di poterlo fare, e per crederci aiuta trovare qualcuno che ci creda. Commento un po’ confuso ma spero si capisca🙂

  2. Meg says:

    Anche io non sono per nulla convinta che non farvi più sapere niente l’uno dell’altro sia stato necessario e sensato. Meg (che ti segue in silenzio da tempo)

  3. luminariasprecata says:

    Mi piace pensare che il destino lo abbia portato sotto casa vostra per essere salvato. L’indifferenza l’avrebbe potuto uccidere. L’amore l’ha salvato.

  4. a me quella cosa lì che vi hanno detto “ci dissero che il ragazzino stava bene ma che non potevamo rivederlo, era una misura a sua tutela, in fin dei conti non eravamo niente per lui” dio quanto mi sta sul culo! Minimo con la stessa intesità che mi stanno sul culo alcune dinamiche da “assistenti sociali”

    Voi siete stati per lui la differenza…. altro che niente, e credo che a lui avrebbe fatto piacere sapere che qualcuno, nonostante tutto, nonostante lo conoscesse appena, pensava a lui..

  5. Ginevra Tumiati says:

    6 meravigliosa

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  6. Resto così… commossa, toccata dal tuo racconto.
    Io credo che lui non vi abbia mai dimenticati, gli avete ridato speranza nell’umanità. Ciò che spero è che nessuno poi gliel’abbia tolta di nuovo, quella speranza.

  7. E caspita, mi hai fatto proprio scendere la lacrimuccia. Soprattutto hai/avete fatto un gesto bellissimo, un gesto che dovrebbe essere nelle usanze di tutti, ma che ormai è cosa rara : aiutare il prossimo, soprattutto quello meno fortunato di noi. ❤

  8. Ciao sono nuova (come commentatrice, ma non come lettrice). La carezza adulta sulla nuca mi ha fatto commuovere. Mi fa pensare a quelle che do a mio figlio discretamente per non esagerare con baci e coccole. Mi si stringe il cuore pensando a quel bambino e a tutti i bambini abbandonati e soli, grazie di questo racconto. Vicky

  9. Guarda, se dico cosa penso io dei muri e delle barricate e della fobia nei confronti di chi è semplicemente di un altro colore (tra parentesi così come si è magri e grassi, alti e bassi, belli e brutti, con gli occhi verdi e marroni, intelligenti e stupidi)..scado nell’ indecoroso.
    Michela_mamma di due , per molti cretini, stranieri

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