Happy Days (ovvero l’importanza della cuginanza).

Mia cugina l’amavo tanto, nei ricordi felici d’infanzia c’è sempre, una presenza allegra e chiassosa. Aveva i denti leggermente in fuori, labbra carnose seccate dalle chiacchiere e occhi azzurrissimi, assomigliava a Joanie Cunningam di Happy Days, “un tipo furbo” le diceva la nonna. Eravamo tutte un tipo di qualcosa, io “un tipo tranquillo”. Era espansiva, si soffiava il naso e poi buttava all’indietro la testa per mostrarmi le grandi narici, dovevo controllare che non ci fossero curiosoni a fare capolino. Lo stesso faceva per le mestruazioni, quando le mestruazioni arrivarono, mi scodinzolava davanti e io le dovevo guardare il sedere alla ricerca di una macchia rossa. Aveva due anni in meno di me. Ne parlo al passato perché è quello il nostro tempo, il tempo di tutte le cose che ti sembrano perfette solo quando cominci a raccontarle all’imperfetto.

Tra i tanti motivi che me la rendevano cara c’era suo padre, l’uomo più divertente che abbia mai conosciuto, zio Nino aveva perso la vista per via del diabete, cosa che dava un aspetto oracolare al suo umorismo irresistibile. Usava il termine “pivella” per dire fidanzatina e parlava sporco, da bisca, aveva un appetito formidabile e fumava Merit puzzolenti, contro ogni consiglio del medico. Al racconto di quando, già cieco, gli amici lo portarono a “vedere” Basic Instinct al cinema, una zia si pisciò addosso dal ridere, si accasciò su se stessa e bagnò il pavimento.

Un’estate mia madre prese casa a Laigueglia, sulla collina. Era molto brava a scegliere appartamenti del mare brutti e spogli al limite dell’abitabilità. Ci entrava e passava il primo giorno a pulire, acquistare suppellettili, spostava anche i mobili, la colonizzava a modo suo. Lo stesso atteggiamento l’ha avuto più tardi con i nipoti neonati: la prima cosa che faceva quando veniva a trovarci era cambiarli, rivestirli, non erano mai abbigliati in modo appropriato, sempre troppo “leggerini”, oppure scomodi, oppure costretti.

Quando vivevamo ancora tutti insieme rifaceva anche il letto già fatto da papà, non era mai abbastanza teso, le coperte non erano rimboccate, non ci si poteva dormire così e infatti lui mica ci dormiva, ci stavo io nel lettone con la mamma, papà si era esiliato nel mio a una piazza. Avevano le loro ragioni. La casa di Laigueglia quell’anno la ripristinò in due giorni, era messa male. La mattina mare, pranzo a casa, riposino e poi di nuovo mare. Eleonora era con noi. Le misure del mio corpo le presi in quegli anni sulle sue, la pelle ambrata, tesa, la peluria che si imbiondiva, i miei peli non si imbiondivano mai, bisognava toglierli.

C’era una natura più maschia in me, un nucleo pesante, il bacino grande, la pancia piatta ma ampia con le ossa sporgenti. Un corpo senza slancio. Eleonora era fisicamente gioiosa, le piaceva correre, a me no, le piaceva sciare, a me no, le piaceva tuffarsi, a me no. Io mi immergo piano, sono quel tipo di persona. La sera, quando aspettavamo che fosse pronta la cena, gironzolavamo per la collina fino al campo da tennis. Avevano montato delle reti, tappeti elastici dove i ragazzi si sbizzarrivano per ore, su e giù, capriole ed evoluzioni. “I salti” li chiamavamo, andavamo lì solo per guardare, erano a pagamento e a noi mancavano i soldi. Desideravamo provare, tuffarci, andare in alto e poi giù col sedere, poi ancora in alto a gambe spalancate. Chi lo faceva sorrideva, mimava “o” con le labbra e produceva versi buffi a ogni rimbalzo.

“Alla fine della vacanza ci potrete andare” ci disse mia madre e alla fine della vacanza ci diede quattro mila lire a testa, un’ora intera di felicità sui salti a patto di non romperci l’osso del collo. Arrivammo alle reti, un tappeto a me e uno a lei, ingabbiate nei nostri ring. Ci buttammo dentro. Eleonora di pancia, di sedere, sulle punte, a ritmo, contenta. Io sulle prime fuori tempo e poi sempre più spigliata. E accadde una cosa che non avevo preventivato: saltare per me era noioso e imbarazzante. Non succedeva niente, ripetevi sempre i soliti movimenti, però ormai ero lì, io e la mia ora davanti, eterna. La stessa sensazione la ritrovai cinque anni dopo, la prima volta in discoteca. Per mesi avevo chiesto il permesso di andare a ballare, per anni avevo invidiato i ragazzi che nei miei sogni si dimenavano scuotendo la testa, vicini eppure nel loro mondo unico di musica e pensieri. E poi mi ritrovai in pista, tra le parole di una canzone che non conoscevo, a saltare su e giù con intere ore davanti.

Eleonora mi guardò: “Io mi sono rotta”.

E tornò per prima sulla terra ferma, liberandomi. Le volevo così bene.

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30 thoughts on “Happy Days (ovvero l’importanza della cuginanza).

  1. Bello. Per me, anche inquietante: ho una cugina Eleonora, prima figlia di una coppia che altrimenti non esisterebbe, mai considerata dalla madre, men che meno dal padre che (giuro) si chiama Nino e che non sapeva neanche che superiori avesse fatto. E che ora non sta per niente bene. Un post slining doors… (Anche mia sorella di chiama Eleonora è tutto va bene eh)

  2. Mi piaci quando scrivi gli “altri” pezzi che mi fai spaccare lo stomaco dal ridere, ma mi piaci anche quando scrivi questi, che trasudano cuore, umanità, vissuto e sentimenti. Magari uno dice “cosa vuoi che sia ad avere o non avere una cugina della stessa età”, e invece poi leggi qui ed è come sentirsi un buco da qualche parte, di una roba che non hai vissuto ma scopri che ti è mancata.
    D’estate mi spedivano sempre un paio di settimane dagli zii e io dormivo sul divano in corridoio. Mio cugino aveva quindici anni più di me, e nascondeva i fumetti porno in una tasca dietro quel divano. Io chiudevo gli occhi fingendo di dormire quando lo vedevo avvicinarsi per armeggiare lì dietro, ma curiosa com’ero, un giorno sono andata a vedere cosa nascondeva lì dietro… è stato il primo impatto con il sesso.
    Ecco, questi sono i miei ricordi da “cuginanza” 😀

  3. Bellissimo post, mi hai fatto rivivere dei momenti intensi di “sorrellanza” con una cugina speciale, la complicità, il capirsi davvero al volo, sapere sempre cosa si pensa e cosa si prova. Finché qualcosa cambia e il tessuto connettivo si strappa. La magia che prima c’era non c’è più, anche se l’affetto rimane immutato. E poi arrivi tu, a ricordarmi tutto, con solo un pezzo scritto “di cuore”. Non so se sentirmi arrabbiata perché mi sono di nuovo scontrata con questo grande senso di perdita o se sentirmi grata perchè me lo hai fatto provare di nuovo con le tue parole.

  4. Scopro che esistono due categorie di scritti, quelli per il web e ‘gli altri’. Ecco, io preferisco assolutamente ‘gli altri’.
    Quanto al pezzo sì, è un classico: spesso ci si innamora dell’idea di qualcosa (un maglione, un profilo fb, una meta esotica) salvo poi scoprire che il maglione veste troppo stretto, dietro il profilo si nasconde una persona diversa e ai Caraibi piove molto.
    Molte volte è proprio l’attesa della felicità, il pregustarsela, che è essa stessa felicità; poi l’impatto con la realtà dissolve molti sogni

    • quando parlo di pezzi per il web intendo che esistono formule più “paraboliche” dove è chiaro l’intento e l’obiettivo, quelle funzionano per esperienza meglio, perché un pensiero chiuso è un pensiero più facilmente condivisibile. Qua vado un po’ a ruota libera e sì, la realtà dissolve i sogni e li rende malinconia. Un grande abbraccio

  5. Nicoletta says:

    Andavo anch’io, con mia cugina, da quelle parti e in quelle condizioni a Laigueglia. Mi hai fatto rivivere quello strano ciondolare preserale.. sei il mio supereroe, ti adoro !

  6. cavallogolooso says:

    sono io che ho la lacrima facile o che? Comunque mi ricordi Pennac, qualche volta, dei primi 3 famosi. Il resto non lo conosco più. Conta come complimento? Non sono un critico letterario, non so fare un’analisi e riguardo alla critica strutturalista la penso come il prof dell’attimo fuggente.
    Ora siccome voglio far sparire la lacrima la butto in vacca: ma non è che tua cuggina ora che legge qui si vergogna di averti fatto controllare il culo per le mestruazioni? 😀

    ciao e fammi piangere ancora 😉

    ciaooo

  7. Riguardo ai “pezzi da web” vorrei dire che secondo me i tuoi lettori assorbono tutto. Ormai li hai fidelizzati, quindi vai pure a ruota libera che ci piace un sacco. Riguardo alla cuginanza a me neanche con quella è andata bene. La mia cugina di dieci anni più grande mi ha sempre messo un po’ in soggezione e mi ha pure un po’ maltrattato a tratti, poi da adulta ho capito che forse era solo un po’ stronzetta ma senza tanta intelligenza e adesso non ci parliamo più da anni. Fa piacere in un certo senso scoprire che non sono l’unica che non ha avuto fortuna con la cuginanza, peccato però.

  8. Beh, a me i tuoi post piacciono tutti. Io, dei miei cugini, oggi che il rapporto è complicato, tendo a ricordare sempre e solo le risate folli l’ultimo dell’anno, quando rimettevamo in scena battuta per battuta “altrimenti ci arrabbiamo”, con mio cugino grande che faceva la parte di Bud Spencer ma menava davvero, o la discesa sulla scala di fortuna per emulare i Ricchi e Poveri a Sanremo cantando Se m’innamoro.

  9. Molto bello.
    E non aver paura delle dimensioni web.
    Si fottano le dimensioni web, personalmente posso leggere anche dieci pagine di sito se vale la pena.

    • Sei molto gentile. No, non è una paura… in questo periodo penso semplicemente al senso della scrittura (sul blog, su Facebook, sulle riviste con cui collaboro, sui libri). L’editoria pesca dal web ormai a piene mani per poi creare una sorta di gruppo autoriale percepito di serie b perché viene appunto dal web, un cane che si mangia la coda. Ho scritto un romanzo nato qui, un altro in uscita che non c’entra nulla con le cose che scrivo su tiasmo e un progetto futuro che forse è un ibrido. Credo che sia normale farsi delle domande e cercare un senso rispetto al pubblico…

      • Assolutamente.
        Dubbi molto legittimi, la direzione editoriale italiana è tutta lì. Mi sono fermato a una decina di racconti pubblicati in maniera più o meno importante, ma l’idea del romanzo mi spaventa abbastanza. In realtà lo reputano tutti più vendibile e prima o poi dovrò fare questo passo.

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