Sono una a cui la gente toglie i pelucchi dalle maglie.

Siamo sul bus, il 61 per la precisione, lo stesso che mi portava tutti i giorni a scuola ai tempi del liceo. Marta mi si è addormentata in braccio, Lorenzo conta le figurine. Mi guardo intorno, mi è familiare la signora seduta in prima fila, con le buste della spesa straripanti di verdure, la permanente e le calze contenitive. Che uno davvero non si spiega come mai abbiano aperto supermercati a ogni metro, ma le signore con la permanente e le calze contenitive debbano andare a fare la spesa in un altro comune. È una specie di lotta silenziosa al chilometro zero, probabilmente.

Ci sono tre sedicenni, due maschi con cappellino e tibie in vista, una lei molto truccata e molto profumata, ha un po’ di jeans attaccati a degli strappi enormi, questa moda dei buchi con i jeans intorno mi lascia perplessa, sto invecchiando. Ascoltano musica rap ad alto volume da uno stereo portatile. Scendono all’ultimo minuto, scapicollandosi e ridendo.

Quando andavo a scuola i miei coetanei l’autista lo chiamavano “Guido”. “Minchia oh Guido, apri le porte”. Alcuni di loro avevano scoperto che a porte aperte potevano suonare il campanello della chiamata a richiesta all’infinito. C’era sempre qualche pirla che, a tram fermo, si attaccava al pulsante e strombazzava. I Guido meno pazienti a volte si incazzavano come bisce e facevano scendere i ragazzini. Non pensavo più a questa storia dal 1997.

Oggi sale una ragazza. Vent’anni, i capelli raccolti in una coda morbida, qualche ricciolo sul volto. Un viso alla Vanessa Paradis ma senza denti a sciabola e un raro caso di adorabile broncio. Si aggancia a un palo, in piedi, le cuffie nelle orecchie e un libro nella mano sinistra. Legge Lo straniero in una vecchia edizione ingiallita e non è un accessorio, lo legge davvero. Indossa un paio di pantaloni larghi, una camicia bianca da uomo e un impermeabile aperto. Chiunque con quel trittico infame sembrerebbe Christopher Lambert in Highlander e invece è bellissima, elegante, una a cui non hai voglia di spostare nemmeno la ciocca di capelli dal viso. Una di quelle ragazze con l’attitudine: “ora guardo distrattamente in una direzione a caso perché un fotografo colga questo mio broncio e lo metta in una copertina di un romanzo intitolato Il profumo dei limoni quando sta per piovere”. Non so se rendo l’idea. Io non sono mai stata capace di fare quello sguardo.

Sono una a cui la gente ha voglia di togliere i peli dalle maglie. Ecco, da sempre, la gente mi spulcia, mi toglie capelli dai vestiti, ciglia dalle guance, mi invita a pulirmi perché “hai una cosa qui”. Le persone spesso mi vogliono aggiustare. Penso sia colpa del naso, insomma io ho il naso con una notevole gobba, ma è anche rotto e quindi fuori asse, sterza a sinistra. A giugno, quando ho rifatto il passaporto ho dovuto ripetere la foto tre volte, perché gli scatti non erano abbastanza frontali. Alla fine ho spiegato al poliziotto: “decida se fanno fede gli occhi o il naso, la mia frontalità è relativa, che naso e occhi guardino nella stessa direzione è impossibile”. Ho scoperto che è più facile rifarsi il naso che il passaporto.

Quando un quadro è storto c’è chi non resiste a dare una raddrizzata, se la bellezza è armonia, simmetria, io sono fottuta. Com’ero fottuta ai tempi, sul bus, con i pantaloni militari di due taglie più grandi, la borsa tascapane e i capelli lunghi ricci alla Slash. E invece fortunatamente si cresce e si può ricostruire la bellezza sull’asimmetria, intorno a una frattura, compensando. Si chiama fascino o maturità o fascino della maturità.

La ragazza scende. È onestamente, definitivamente, profondamente bellissima e desiderabile. Ma penso che lo sarebbe ancora di più se oltre al broncio, di Vanessa Paradis avesse anche i denti a sciabola.

Mia figlia apre gli occhi, mi prende tra le dita la torre di Pisa che ho al centro della faccia e dice “nasino”. Scendiamo di corsa e, a porte aperte, faccio suonare il campanello della richiesta tre volte. Cedere alla stupidera mi raddrizza l’umore, dal 1997.

 

Foto: Susanita

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24 thoughts on “Sono una a cui la gente toglie i pelucchi dalle maglie.

  1. Bellissimo.
    Sappi che se sei circondata da persone che ti spulciano e ti levano i pelucchi vuol dire che sei una donna molto fortunata.
    Parlo del linguaggio del corpo, naturalmente. Ci sono persone che nessuno le tocca ♡

  2. Sono sempre naturalmente ben disposto nei tuoi confronti: sei spiritosa, brillante e mai banale. Dopo quest’ultimo sarò ancora più bendisposto verso il film tratto dal libro che mi vedrò nell’anteprima milanese mercoledì. Come sempre: Brava😊

  3. cavallogolooso says:

    concordo con Gisella. L’asimmetria o una grossa cicatrice … che casi interessanti si intrecciano. Una ragazza che ha fatto un grave incidente ora ha una cicatrice che le percorre tutta la faccia: anni fa le avevo chiesto se volesse posare. Prima non voleva. Ora si. Probabilmente faremo delle foto di nudo o qualcosa di simile, perché nella pubblicità una cicatrice è per definizione deturpante (a meno che non ci sia stata messa a bella posta) … mentre io le ho solo chiesto “questa cicatrice ora fa parte di te, la vesti con orgoglio?” – lei “si” – “vedremo” : mi ha sorriso ed ha raccolto volentieri la sfida.
    Io comunque sbavavo su Vanessa e mi piace anche l’album con Lenny Kravitz.
    Le ragazze che hai descritto esistono … ma spesso se vedono il fotografo si pisciano sotto. Se sono vere. Se sono finte… beh, se non c’è un fotografo cambiano strada.

  4. vipero says:

    Pensa a chi, sotto a quegli strapponi, ci mette le calze a rete (eh Pata? 😉

    Una decina d’anni prima di te prendevo il 97, quello che partiva da Trastevere e arrivava all’Eur. Uno ogni morte de papa. O anche goccia cinese. Uno strudel metallico ripieno di marmellata di gente.
    Succedeva lo stesso, coi campanelli, ma non per divertimento. Era solo la disperazione di quelli spremuti lontano dalle porte, che tentavano di far capire dovessero scendere. “Capo! (a Roma ogni autista di qualunque mezzo è sempre stato “capo”, dal tram allo shuttle) Spe’ che devo scenne… te prego…”.
    Una volta una signora anziana fu presa in mezzo dalle porte. I buontemponi ad urlare “Apri!” “Chiudi!” “Apri!” “Chiudi”e lei in mezzo al soffietto stump! stump! stump!. Alla fine, esausta, mormorò “delinquenti… anf! pant! una signora come me…sigh! ma dove siamo arrivati…”. E flemmatica, giunse la risposta: “all’eure signo’ “.

    Ah scusa, non c’entrava niente.

    Allora:
    E’ facile fare i fighi quando si appare fighi.
    Esserlo è tutt’altra cosa.
    E tu sei figa.
    Molto.

  5. Molto bello, sei un fotografo delle parole, lo dicono anche di me.
    Noi urlavamo tutti assieme “COCCHIERE PORTACI ALLO STAAAADIOOO”
    S’incazzavo anche loro.

  6. Franci says:

    Ti ammiro molto, io non sono brava ad amare le mie asimmetrie, purtroppo mi squattrino per essere al top con la consapevolezza che non sarò mai desiderabile come la mia amica che esce in tuta struccata e col berretto di lana calato sugli occhi. È una vita che incontro e ammiro la ragazza del tram. Grazie scrivi benissimo

  7. Bel racconto, di solito fatico a stare dietro a racconti lunghi sul blog, ma il tuo è stato scorrevole e visivo come i romanzi o racconti del novecento Italiano (che amo molto). complimenti!

  8. Ho letto questo post ancora prima di alzarmi dal letto, un risveglio che mi è piaciuto.
    Quoto chi dice che la rimozione pelucchi è uno stato più che desiderabile, che negli anni ho imparato ad apprezzare più della posa perfetta.

  9. Anita Mauro says:

    Oggi pomeriggio tutte a cercare la vecchia edizione dello straniero ingiallita per brandirla domattina sui mezzi pubblici…

  10. Alla fermata del bus oggi , due undicenni complottavano e si scambiavano sottobanco delle bustine, undici bustine di zucchero, quattro di canna e sette di barbabietola sottratte al bar dove uno dei due si era comprato un panino col cotto, finito il panino,si sono messi ad ingollare zucchero aprendo una discussione su quale fosse il migliore. Ho pensato si fosse aperto un varco spazio temporale e fossi precipitata nel 1974 all’epoca dei miei undici anni. Esistono ancora undicenni macachi come me 😀

    • non ci ho mai pensato, no. credo che poi dovrei rifare anche il mento, boh, e poi (ma qui è un mio limite) lo vivo come un’ammissione di debolezza. Io in realtà mi sono accettata tanto tempo fa…

  11. C è una tua foto di quando avevi Lorenzo piccolissimo che frontale siete identici, e pensai che eri una bimbetta tenerissima. Ma scrivi da donna vissuta, e nei tuoi racconti nel gruppetto teen eri una tostarella, altro che complesso del naso, io invece ho il naso in su, no no non francese, credo che nella placenta fossi attaccata come a scrutare di fuori, spiaccicata. Mi hai fatto ricordare che alle medie l autista anche se bussavo si accendeva la targa luminosa faceva finta di niente e non apriva se non due tre fermate più su, fantocci alla riscossa.
    Anche io osservo molto la gente ci sgameranno un giorno.

  12. E. says:

    Bellissimo, semplice ma che va dritto al cuore. Anche a me piace osservare la gente che mi circonda e muoio dalla voglia di conoscere le loro storie.

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