Filastronza del pensiero comune.

Ai miei tempi la tata era il televisore

Son cresciuto negli anni al suo tenue bagliore

Il morbillo l’ho preso, è un virus banale

E guardami adesso non son così male.

 

La mamma fumava con me nel pancione

Se cadevo e piangevo rincarava un ceffone

Dolce forno all’appello è mancato a Natale

Ma guardami adesso non son così male.

 

Studiavo da solo in ginocchio sui ceci

Non c’erano aiuti né chi fa le veci

Il bullismo era allora un’usanza sociale

Ma guardami adesso non son così male.

 

Pane olio mangiavo all’asilo di suore

Non era di palma ma di carburatore

Mi facevo di gesso e di grasso animale

Ma guardami adesso non son così male.

 

Stavo meglio in quel tempo ancorché assai peggiore

Il passato è un conforto al presente torpore

Se avvitato a me stesso il vuoto mi assale

Il mio Ego mi assolve: non son così male.

 

Esperto di tutto, di tutto e di niente

Mi dicono scemo ma scemo sapiente

È analfabetismo però funzionale

Su guardami bene non son così male.

 

Se vale per me è misura del mondo

Sull’egocentrismo un partito ci fondo

Noi siamo una folla, non è così male

Siam pensiero comune, comune e immorale.

 

Illustrazione: Letizia Rubegni.

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35 thoughts on “Filastronza del pensiero comune.

  1. Che io e te ci siamo prese il morbillo non era così male, ma che se lo prenda un bimbo che entra e esce dall’oncologia , per esempio, forse è male se resta ricoverato per più di un mese. Ce n’erano meno di bimbi come lui allora, ora invece dovremmo preoccuparci di proteggerli visto che loro i vaccini non li possono fare

    • amanda cara, il senso della filastrocca è proprio fare del sarcasmo su chi dice: a me non è successo e quindi non succederà a nessuno. La penso come te. è una filastrocca dove uso un io generico, come parlasse appunto un analfabeta funzionale. Abbi pazienza, speravo si capisse.

    • tra l’altro io non l’ho preso il vaccino perché mia madre mi ha vaccinato. E mi sono vaccinata pure da adulta di varicella perché è molto pericolosa in gravidanza.

      • Scusa Enrica, ma assistere a sofferenze evitabili di un piccolo che ne sopporta altre inevitabili, mi ha fatto commentare frettolosamente

  2. vipero says:

    Io l’ho interpretata “ai nostri tempi ci succedevano le stesse cose, ma si andava avanti lo stesso, senza tanti drammi”.
    E checché ne dicano adesso, allora era peggio uguale.
    L’unica differenza, forse, stava nel recinto della conoscenza, circoscritto a chi potevi interrogare a voce.

    • vipero says:

      Riletta meglio, mi sa che ho interpretato frettolosamente.
      Però rimango della mia idea: ai nostri tempi si viveva ugualmente peggio, ma senza gli isterismi odierni.

      • beh non è che ci fosse un’interpretazione a rebus… semplicemente è un racconto dal punto di vista di un analfabeta funzionale. La questione odiosa per me non è l’aspetto nostalgico del “si stava meglio quando si stava peggio” (comunque incondivisibile per quanto mi riguarda), ma prendere se stessi come misura di tutto.

      • vipero says:

        Non che fosse un rebus, sono io ad avere limiti interpretativi. ci vuole pazienza 😉

        Non è tanto il si stava meglio quando si stava peggio.
        Si stava.
        Oggi non posso fare a meno di parametrare il mio essere genitore sulla buona via dell’isterismo, rispetto a quanto subìto da figlio: cioè poche pressioni e molti “nun fatte male senno’ le prendi doppie”.

        Cos’è, oggi, che ci ha fatto diventare da un lato così possessivamente protettivi, dall’altro così incoscientemente distruttivi dell’ambiente nel quale viviamo?
        (perché possiamo pure vaccinarli, però se poi si pretende di condurlinin classe direttamente col SUV perché piove o fa freddo…)

  3. anch’io il Dolce Forno non l’ho avuto, da piccola, ma confesso che ancora, ogni tanto, quando ripenso a quella me bambina che lo bramava, rosico un po’. Forse è uno dei sintomi del fatto che ancora non sono cresciuta del tutto 😀

  4. Scusa se mi fisso anch’io sul dettaglio forse meno importante, visti i temi trattati ma, sulla mancata consegna a Natale e compleanno del Dolce forno, ci ho costruito tutti i miei alibi di donna adulta! E’ pazzesco che così tante madri in Italia si siano rifiutate di regalarci il Dolce forno! La mia vita sarebbe stata diversa, con un altro naso e il Dolce forno a Natale. (tu comunque hai un fiuto pazzesco per lo zeitgeist o come si chiama; annusi e poi, in rima o in prosa, consegni la sintesi perfetta di quello che siamo!)

  5. Fiamma says:

    Semplicemente perfetta sotto ogni aspetto.
    A me il dolce forno arrivò di straforo, usato dalla nipote mai conosciuta della signora che abitava nella nostra stessa strada. Da lei arrivavano giochi in scatola fighissimi e perfino un intero set da pranzo : tavolino e seggioline di legno modello tirolese grandezza bambino. Quel dolce forno lo adorai e mia mamma si mangiava le infinite crostatine alla marmellata di more cotte al calore di una lampadina. Era divertente davvero.

    • io l’ho ricevuto l’anno scorso in seguito a un articolo che ho scritto sulla Stampa. Vintage e perfettamente funzionante, la sua fama e la leggenda sono meritatissime, è un gioco favoloso

  6. Io il dolce forno l’ho avuto…le schifezze tossiche che riuscivo a tirar fuori da quell’aggeggio infernale non si possono capire….e mia mamma quella pazza qualche anno fa a mia insaputa lo ha buttato….

  7. Emanuela says:

    Ti ho scoperta per caso in questo blog, ho comprato il tuo libro e, complice una terapia che mi ha portato ad un parziale isolamento, l’ho divorato in un giorno!! Sei mitica Enrica, non ti mollo più!!

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