Rime tempestose (gli amanti non sanno fermarsi).

Ti ho tolto le scarpe, pesanti di passi e d’inciampi, di tanghi che pestano i piedi, di soste e di salti. Mi hai tolto i vestiti, di sopra di sotto, mi hai sfilato le calze, ti ho tolto i programmi, il ti faccio mi fai, il mi piace così, così proprio no, mi hai tolto quello che so.

Mi hai tolto la rabbia, il sapore cattivo che lasciano in gola le frasi non dette. Mi hai tolto la taglia che misura le tette. Ti ho tolto i tuoi anni peggiori, mi hai tolto le impronte di mani sbagliate, le feste indigeste se son comandate. Mi hai tolto i sarò poi all’altezza? Ti ho tolto dal pugno la migliore carezza. Ti ho tolto i baci di bocca, mi hai tolto il respiro, ti ho tolto corazza, elmo, cintura, mi hai tolto dall’arma anche la sua sicura. Ti ho tolto ogni freno, mi hai tolto dal sangue l’oscuro veleno. Ci siam tolti la voglia, dei corpi sui corpi, degli occhi negli occhi, dei vuoti nei pieni, dei forti nei piani, dei miei ricci tessuti tra le tue mani. Nudi alla meta e l’amore era meta e cammino, eravamo la vetta e il sentiero, eravamo il viandante, lo sguardo smarrito dello straniero, eravamo il paesaggio, eravamo un bel viaggio.

E lì dovevamo fermarci, eravamo arrivati. Dovevamo lasciarci qualcosa, per dopo, per sempre, e invece ci siamo lasciati.

Perché poi ti ho tolto i pensieri leggeri, mi hai tolto il piacere di chiedere prima di avere. Ti ho tolto l’attesa per ciò che si conosce, mi hai tolto la mano distratta che sfiora le cosce. Ti ho tolto la fame, mi hai tolto la sete, mi hai tolto il gusto del volo se non c’è la rete. Ti ho tolto il sorriso nel sentirmi stonare, mi hai tolto l’intima gioia del tuo lento russare. Mi hai tolto la luce del tuo riflettore, ti ho tolto la smania di fare l’amore. Ti ho tolto la mia comprensione, mi hai tolto il tuo corpo come colazione, mi hai tolto la quiete e io la tempesta, ti ho tolto domenica come giorno di festa. Ti ho tolto l’istinto, mi hai tolto l’aiuto del filo nel tuo labirinto, ti ho tolto l’applauso dopo la battuta, mi hai tolto la sedia e sono caduta. Mi hai tolto il biglietto dal regalo a Natale, ti ho tolto il bacio d’estate al sapore di sale. Ti ho tolto dal vaso la vana speranza di bastarci noi due, due cuori e una stanza.

Di spalle sul letto, gli occhi arrossati, i corpi dei nostri corpi svuotati. Ti sei messo le scarpe, ti ho messo il cappotto, mi hai aiutato col mio, ci si veste veloci prima di dirsi addio. Ci siamo guardati, ci siamo scordati. Di quando nudi alla meta, l’amore era meta e cammino, eravamo la vetta e il sentiero, eravamo il viandante, lo sguardo smarrito dello straniero, eravamo il paesaggio, eravamo un bel viaggio.

Illustrazione: Letizia Rubegni. 24726748_10215376258228138_354417197_n.jpg

 

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28 thoughts on “Rime tempestose (gli amanti non sanno fermarsi).

  1. Mirko says:

    Lasciarsi è un po’ come incontrarsi la prima volta, son due momenti in cui dell’altro non sai quasi nulla.
    Sei straordinaria. Sempre.

  2. “Di spalle sul letto, gli occhi arrossati, i corpi dei nostri corpi svuotati. Ti sei messo le scarpe, ti ho messo il cappotto, mi hai aiutato col mio, ci si veste veloci prima di dirsi addio.”

    DEJAVU’! Pazzesca!

  3. laperfezionestanca says:

    Colpisci al cuore come una freccia scoccata veloce e precisa. Ho visto scorrermi davanti metà della mia vita. Mi esalti e mi turbi. Ti invidio molto questa tua capacità di tirar fuori parole a prendere il sole. Grazie.

  4. Leggendo un post come questo mi fermo a riflettere.
    Io vivo in una relazione felice, magari dopo anni e figli non ancora complice come quella descritta nella prima parte del tuo componimento, ma comunque pienamente vissuta e invidiabile. Ad un certo punto tutto può finire, precipitare. Eppure tu ricordi com’era, e di certo non lo rinneghi… semplicemente succede qualcosa che “rompe” l’amore, almeno da un lato, rendendo impossibile il prosieguo della storia. Mi sono sempre chiesto se esiste un momento, un istante, cui far risalire l’esplosione della crisi. Riflessioni iniziate da bambino, quando in auto mio padre avvicendava nel mangianastri solo cassette di Enrico Ruggeri, che cantava “Poco più di niente”.

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