Il bambino grande.

Mio padre guida una macchina verde, gli interni sono di pelle chiara, c’è un piccolo taglio sul sedile, non posso fare a meno di stuzzicarlo, ne esce uno sbuffo di gommapiuma. Quando indosso i pantaloncini corti, d’estate, la pelle si attacca alla mia. D’inverno i vestiti non fanno attrito e a ogni curva slitto leggermente a destra e sinistra. Sono seduta dietro al posto del passeggero, ho forse otto o nove anni, una bambina grande.

L’infanzia si divide in: periodo in cui sei neonato, poi bambino, poi bambino grande e infine preadolescente. Al bambino grande si chiede di stare bravo, di essere diligente, non è più giustificato a fare i capricci, non è ancora giustificato ad essere umorale, non è facile essere un bambino grande.

Mio padre, da una strada laterale, si immette in un corso più trafficato e all’incrocio mi chiede di controllare che non arrivino auto, di avvisarlo quando passare. A me batte il cuore perché non so bene quanta distanza debba calcolare tra noi e l’altra macchina, ne faccio passare diverse, forse troppe, solo dopo tempo, quando all’orizzonte c’è un puntolino lontano, dico “ora!”. E lui parte.

Da quel giorno inizia a chiedermi “quando?” agli incroci e pian piano prendo le misure, senza diventare avventata, ma comunque meno spaventata dall’idea di schiantarci. Pensandoci ora credo che guardasse anche lui dallo specchietto retrovisore, almeno all’inizio, ma io non lo sapevo. Era un gesto piccolo, antiretorico perché non meditato, con nessuna intenzione educativa, quella generazione non si interrogava troppo su ciò che combinava con i figli, non tornava a casa dandosi una pacca sulla spalla e raccontando l’episodio sui social, quello lo faccio io.

Mio figlio Lorenzo sarà presto un bambino grande, questo vuol dire che le regole del gioco le conosce, ma le conosce come gliele ho spiegate, sa il mondo soprattutto attraverso i miei occhi e la mia guida. È il suo turno di prendere le giuste distanze dalle cose, immettersi nella vita spavaldo o prudente, sapendo che un giorno avrà la responsabilità di quelli che sono con lui, che tengono a lui. Perché la minaccia dello schianto è innegabile, fa parte del viaggio.

E in fondo penso che diventare grandi (bambini) sia affrontare senza paura quel “quando?” trovando il proprio personale e unico “ora!”.

Illustrazione: Letizia Rubegni.

 

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11 thoughts on “Il bambino grande.

  1. Daria says:

    Enrica, ogni volta mi inchiodi alla sedia , mi gonfi il cuore di sentimenti, gli occhi diventano lucidi e non posso far altro che essere d’accordo con te. Brava, sempre.

  2. Bel post, complimenti. Quello che ci resta dei nostri genitori sono spesso i dettagli. Educano più quelli che le grandi strategie genitoriali di cui è piena la teoria, ne sono convinto. Mi ritrovo a fare una battuta o proununciare un giudizio su una canzone o uno spettacolo TV e accorgermi, subito dopo, di aver usato le stesse parole che avrebbe impiegato mio padre.

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