I guardiani del faro.

Si mangiava fuori, mettendo insieme famiglie e amici, generazioni come i tavolini uniti sotto la stessa tovaglia. Le giunture erano evidenti, le diverse altezze, i piatti restavano instabili, era tutto traballante e precario ma di una precarietà allegra, durava solo una giornata. I bambini giocavano nel prato, fino a quando non erano costretti a mettersi seduti, per poi riscappare veloci al rompete le righe.

Il pasto faceva briciole e chiamava insetti, ma l’aria era fresca, i primi pranzi della stagione, non c’era bisogno di nascondersi all’ombra. Si sbocconcellava ogni cosa, anche le conversazioni, ne rimanevano pezzi sparsi ovunque. Dopo, chi aveva servito sparecchiava, le anziane lavavano i piatti, piano, senza fare confusione e senza sprecare movimenti ed energie. C’era un metodo, lo avevano imparato da bambine. Le madri invece facevano più rumore di quanto occorresse, spandendo l’acqua in giro, sprecando i gesti. Le donne più giovani erano meno avvezze ai lavori di casa, mia madre per esempio li amplificava perché tutti comprendessero il suo disappunto, eppure non condivideva l’incombenza con nessuno, lo prevedeva la sua educazione e allora i piatti almeno li lavava maleducata, per ripicca.

Calava la quiete, le parole erano sussurrate, come dopo l’amore. Le donne, sedute sulle sdraio a righe, alzavano le gonne per scoprire le gambe, qualcuna usava lo specchio solare per concentrare i raggi sul volto, era un cartonato con l’interno riflettente in stagnola. Si cantava. Un adulto proponeva un’attività che non veniva mai portata a termine: andiamo in paese c’è il circo, andiamo a pescare. Era il ritornello che puntellava tutto il resto della giornata, un’attività mancata, era quella la vacanza.

Il sole pendeva sulla testa dei bambini, una spada di Damocle, molto presto scendeva e si doveva andare, non c’era possibilità di fuga. Non si fugge alla domenica sera. Qualcuno dormiva, si assopiva in un angolo, era la parte migliore dormire con il ronzare dell’ape e la ninna nanna delle chiacchiere altrui. Il giornale. La sigaretta. L’aiuto degli uomini. Tagliare la legna, spostare un grande mobile, le case di campagna volevano attenzioni, più dei figli.

I figli maschi facevano la pipì contro gli alberi e così le femmine, accovacciate con l’erba a fare il solletico e le formiche colpite dal liquido in piccoli rivoli. Siamo fatti d’acqua, quanta acqua te ne rendi conto solo quando la vedi scorrere.

Erano figli della città, ma si abituavano velocemente alla campagna, insieme ai gatti domestici che non volevano più tornare a farsi le unghie sui divani. Le lucertole spuntavano dalle cataste di legno, il timore delle vipere, i bambini dicevano che tanto c’era l’antidoto, nei film c’era un antidoto per tutto.

Lo spiazzo fuori casa era delimitato da una discesa, una pendenza che faceva da richiamo per i palloni. Qualcuno nel pomeriggio improvvisava una partita, lamentandosi della digestione. I grandi calciavano sul tetto e giù nel dirupo, ridevano, ma non sembravano mai veramente felici, erano adulti, sapevano che no, non c’era un antidoto per tutto. Il loro compito era portare il cibo a tavola, toglierlo dalla tavola, vegliare sulle sorti del mondo dei figli. Erano i guardiani del faro. Accendevano la luce la mattina, la spegnevano la sera prima di andare a dormire. Ma avevano un’aria smarrita, guardavano all’orizzonte, aspettando di veder arrivare qualcuno o forse di vederlo tornare. I grandi erano strane creature con tutte le risposte, la loro funzione era dire sì e dire no. Bevevano caffè e qualche volta fumavano, andavano a lavorare, guardavano il telegiornale, litigavano su cose incomprensibili e non facevano mai veramente pace.

Alla fine della giornata i bambini entravano nelle automobili, al buio, si accucciavano dietro in silenzio, a volte si addormentavano, a volte restavano nel buio dell’abitacolo a osservare le nuche dei genitori. I genitori tacevano. Solo ieri ero dietro a guardare la nuca di mia madre. Oggi sono davanti e mi chiedo chissà che luce dà il mio faro.

Illustrazione di Letizia Rubegni.30070545_10216478937714436_1582371249_o.jpg

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13 thoughts on “I guardiani del faro.

  1. Una delle cose più belle che ho letto nelle ultime settimane. Avrei tolto la frase in chiusura. Lo sappiamo, che sei mamma, mentre leggiamo siamo già a cavallo tra i tuoi occhi di allora e i tuoi di adesso. Le tue domande le scorgiamo anche senza che tu le dica: le indoviniamo perché sei stata tanto magistrale nel portarci a porcele. Ps: meraviglioso il “litigavano su cose incomprensibili e non facevano mai veramente pace”. Mi salvo questo brano tra i preferiti. Ciao Enrica!

  2. Con questo sei tornata alle tue migliori.
    Veramente alla fine della news hai definito tutti i particolari di un quadro pieno di nostalgia, non manca nulla per definire un’atmosfera semplice, romantica di un’Italia perduta, ma non dimenticata.

  3. Mirko Montaldo says:

    Eh, quanta nostalgia e quanto tempo mi passa tra le tue parole. Il tempo cambia tutto e non cambia niente. Un piccolo capolavoro di frammenti, pezzi simili di puzzle diversi. Con anche l’ineluttabile domenica sera, a cui niente, non si sfugge. Hai un modo di leggere gli adulti e i bambini, i loro gesti, le loro bellezze incrociate, che davvero penso non sia comune. Grazie.

  4. Matteo says:

    Hai scritto questo racconto il giorno del mio compleanno, lo prendo come un regalo e ti ringrazio. Mi hai fatto rivivere le domeniche sere dai nonni, con gli zii, i cugini, e i miei fratelli più piccoli. Dalla nonna c’era sempre una torta appena sfornata, i ghiaccioli fatti in casa con l’acqua e menta, le patatine fritte a dadini e il miglior coniglio arrosto del mondo. E c’era posto per tutti, anche senza programmare la visita. Avevamo una Fiat 128 rossa coi fari tondi e ci stavamo in 6. Tornavamo a casa cantando. E ora c’è questa lacrima che non riesco a trattenere.

  5. anche io penso spesso ai miei fari (o bastioni come li chiamo io), mi chiedo oggi se loro fossero consapevoli della luce e della forza che emanavano o se erano incerti come qualche volta pare a me, oggi, di essere

  6. Questo clima familiare lo vivevo ai compleanni, comunioni, battesimi, eccetera. Considerando che erano tanti fratelli e sorelle da entrambi i miei genitori, noi cugini eravamo una tribù. Un po’ mancano quelle ammucchiate parentali.

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