L’entroterra degli occhi.

In vacanza in un piccolo paese di montagna il tempo che devo trovare durante l’anno, per stare con i bambini, per leggere un libro, per fare una passeggiata, si rovescia. Qui è il tempo a venirci a cercare e ci trova giusto un paio di volte al giorno, per pranzo e per cena. È un tempo che segue logiche tutte sue. Il ritmo di una mamma che spinge avanti e indietro la carrozzina del figlio per farlo addormentare e sembra aver imparato la costanza dell’eterno ritorno dalle onde del mare. Le campane della chiesa che tacciono di notte, per non turbare il sonno dei giusti. Gli anziani che misurano la loro vecchiaia in “guarda come si è fatta grande!”, ogni volta che vedono una bambina diventare ragazza e poi donna da un’estate all’altra. “Come si è fatta grande”, come se crescere fosse una scelta.

Sono stata con mia madre, ci siamo fatte grandi anche noi. Il tempo ha l’incedere zoppicante del suo passo, mia madre cammina a fatica, ma cammina. Una mattina, in giro per il paese, ha incrociato una signora claudicante come lei, una bella donna con i capelli freschi di piega, di quelle che vanno dal parrucchiere una volta alla settimana. Si sono guardate e, come spesso accade agli escursionisti nei sentieri in quota, si sono riconosciute come simili, solo che invece di salutarsi con un gesto, hanno alzato i bastoni tutte e due e li hanno incrociati in aria, ridendo. Io non amo la retorica della resilienza, trovo che come tutte le parole di moda se ne sia abusato, però se c’è un’immagine che possa sintetizzarne il senso riguarda quelle due spadaccine che ridono e poi riprendono il loro percorso senza aggiungere una parola.

Dopo la montagna, il mare. Quest’anno ho attuato la strategia della mamma paguro. Il paguro fa la casa nei gusci altrui e io nei secchielli altrui. In pratica evito la fatica di portare con me palette, rastrelli e il resto e mi impossesso di quelli dei vicini d’ombrellone con stile. Non che rubi ai bambini, ci mancherebbe, ma investo nella socializzazione dei miei figli: “andate a fare un bel castello con gli amichetti che hanno il necessario per finire i lavori della Sagrada Familia”. Strategie per vivere meglio, si impara.

Per il resto sto con chi amo, corro, scrivo, quando non scrivo guardo, mi domando se le persone siano felici. La gente felice la riconosci perché non te lo dice, ma ha questo sguardo limpido, presente. Poi ci sono gli altri. Un passaggio di una poesia di Franco Arminio dice “sono la parte nascosta del mio sguardo, l’entroterra dei miei occhi”. Una giovane donna accanto a me in spiaggia me lo fa tornare in mente, punta ai bambini che si muovono in acqua, sono i suoi, c’è anche un uomo con loro, anche lui è suo, ma non lo sembra più. L’eco dell’altrove la chiama. Forse l’eco di un amore che non si può pronunciare, un amore segreto, in ginocchio sui ceci, che non sta scritto sui campanelli, né inciso nel cerchio degli anelli, un amore che non è invitato alla tavola di Natale, un amore che non sa dove stare, che non porti al mare, che non porti all’anulare, è escluso dai girotondi dei bambini, un amore che piega le gambe, smaglia le calze, un amore fuori dai quieti confini. Eppure sta lì, rivolta al mare, nel suo presente fatto di tante piccole assenze. Di pensieri con il doppiofondo.

Chissà cosa c’è nell’entroterra del mio sguardo. Borghi poco frequentati, la sensazione di essere salvi per miracolo, sempre, mentre crollano i ponti e le dighe di rabbia. Ci sono le vite che non ho portato a termine, perché avevo questa da portare avanti. Ci sei tu. C’è tutto quello che mi ha condotto davanti al mare e davanti al mare non resta che salpare.

Foto: Susanita

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19 thoughts on “L’entroterra degli occhi.

  1. M. Tiziana Antoniella says:

    Resto spesso incantata da quello che scrivi e dal modo in cui lo fai. Assolutamente rapita come madre, anche se di figli piú grandi, ma soprattutto come donna.
    Un conto è conoscere le note, altro è comporre musica. La tua musica è bella, intensa; a volte sembra di conoscerla e amarla da tempo, a volte ti stupisce e ti sorprende. Ma è sempre splendida.
    Un abbraccio.
    Titti

  2. Muttina says:

    Cara Enrica, ti seguo da tanto anche se non ho mai commentato.
    Quando leggo un tuo nuovo post non so mai se riderò o piangerò, ma sai sempre arrivare dritta al cuore.
    Hai davvero un dono speciale, quello di interpretare i sentimenti e trasformarli in poesia. Grazie!

  3. Bellissimo.
    Una quantità di immagini e riflessioni di una profondità immensa.
    Saper scrivere é un dono magnifico, rende condivisibile questa grandezza di attimi piccoli ma davvero intensi.
    Grazie.
    Michela

  4. ….mi son sempre piaciuti i regali non per il dentro ma per il fuori…. ebbene si, rimango rapita tutte le volte, dai tuoi racconti ,si, ma sopratutto m impiglio nella forma delle tue parole. A volte rotolo come una palla, altre, mi schiacci negli spigoli….le metti in fila come soldatini e le sparpagli come coriandoli….

  5. Ho riso per la battuta sulla Sagrada Familia.

    E pianto per “un amore che non sa dove stare, che non porti al mare, che non porti all’anulare, è escluso dai girotondi dei bambini, un amore che piega le gambe, smaglia le calze, un amore fuori dai quieti confini. Eppure sta lì, rivolta al mare, nel suo presente fatto di tante piccole assenze. Di pensieri con il doppiofondo”.

    Qualche anno fa avrei potuto essere io quello donna.
    Qualche anno fa ero io, al mare, che guardavo il mare, i bambini, un uomo in quel modo.
    Con quell’entroterra negli occhi, coi pensieri col doppio fondo.

    Chissà se qualcuno l’ha notato come l’hai notato tu ora.

    Grazie Enrica, scrivi in un modo che mi tocca il cuore.

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