365 volte m’amo non m’amo. M’amo.

E faccio m’amo non m’amo con i giorni passati, 365, dispari, così finisce sempre, grazie al cielo, che m’amo. Nonostante tutto, nonostante quello che non sono riuscita a fare, nonostante quello che mi è mancato, nonostante dove sono mancata io. Continuo ad avere questa vita col doppiofondo, forse tutte le vite ne hanno uno, fatto di quello che non diciamo nemmeno a noi stessi, di quelle cose piccole e insidiose, che teniamo ben chiuse. Continuo ad andare in ufficio, tornare a casa dai miei figli, prenderci il meglio, metterli a letto, raccontarci storie e poi altre storie le racconto solo a me quando scrivo fino a tardi, le parole sono il mio premio di consolazione per quanto mi sento di aver perso.

Mi distraggo e perdo spesso: persone, occasioni, innocenza, amori. Sono quella luce che si spegne per ultima nel cortile, do la buonanotte a un intero condominio, non me lo ha chiesto nessuno e nessuno lo sa, lo faccio per me. Se mi guardo da qui, da sopra questa montagna di giorni, vedo tutto, le chiacchiere, i viaggi, le liti, le incomprensioni, le brutte notizie, le bellissime novità, le corse, l’intimità, gli incontri (che incontrollabile magia sono gli incontri fortunati) e vedo la fatica e la sofferenza per un amore finito, che a pensarci ora mi vien da ridere: possibile che non avessi di meglio da fare che soffrire? Da qui mi vengono in mente altre mille alternative. Tipo sbrinare il frigo, per dirne una.

E vedo la fatica che mi è costata mettermi il cuore in pace, la vedo ma non la sento più, la fatica. Quando ci si lascia, anzi quando si supera la soglia del lasciate ogni speranza voi che uscite (leggi speranza di recuperare il passato, di tornare con la persona amata, di recuperare il rapporto), si percorre una via irreversibile, dolorosa, ma anche salvifica verso l’altrove, il futuro.

Mettermi il cuore in pace non è stata la parte più difficile. La parte difficile è mettersi il corpo in pace. L’amore è possessione, non è un caso che la vita si faccia spazio nel corpo per poi uscire alla luce. La mancanza è fisica più che emotiva e passa attraverso gli oggetti, è un’assenza tangibile e dolorosa. Le cose che hanno riguardato Il Grande Assente hanno terminazioni nervose e ti fanno male. Ti fanno male i vestiti. Uno in particolare, lo ritrovi nell’armadio tempo dopo, lo indossi e ti brucia la pelle. È morbido, cade lungo, non ha tasche, se le avesse avresti trovato un lancinante scontrino. Sanno essere così bastardi gli scontrini, quelli con scritta la data, il luogo e anche la consumazione.

I neonati hanno i doudou, il pupazzetto che si mette nella culla per rassicurare il piccolo con l’odore dei genitori, in loro assenza. Oggetto transizionale si dice in gergo da pedagoghi, giusto per sottolineare quanto sia materiale il distacco. Ogni volta che vedi il modello della sua auto senti una fitta, tu che non riconosceresti una Cinquecento da una Maserati, hai imparato a distinguere i tuoi doudou. Ti fa male il letto. Dopo esserci stati insieme lo ritrovavi spostato verso la finestra di qualche centimetro, era l’unità che misurava quanto vi foste spinti più in là nei vostri desideri. Da quando vi siete lasciati quel letto è fermo, immobile, senza vita. Ti fanno male i capelli, che hai tagliato come forma di privazione, per dimostrare che sei un po’ meno tu. Ti fa male il gatto con cui lui faceva grandi discorsi quando stavi in bagno, ti piaceva pensare che parlassero di te. Questo è.

Poi un giorno dispari succede che tutti quegli oggetti non ti fanno più male, al massimo ti fa male il frigo da sbrinare. E ti prende una strana euforia, una strana allegria da giorno dispari, da giorno buono, da giorno che m’amo.

Illustrazione di Letizia Rubegni.49346005_2137494596315286_8577307757516947456_n.jpg

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12 thoughts on “365 volte m’amo non m’amo. M’amo.

  1. Testo meraviglioso. Mi sono rivista com’ero nel 2007, folgorata da un rapporto che, in quel momento, mi sembrava il mondo: il suo profumo, la traccia olfattiva di pulito, il contatto delle labbra quando eravamo insieme…
    Ma ero cieca alla realtà, usciva con me e si sentiva con un’altra nel frattempo, con cui faceva le stesse moine. Mi mandava a prendere dagli amici perché doveva fare l’idiota con le amichette. Mi ha lasciata con un messaggio (originale, no?) e io ho preteso giustamente di farmelo dire in faccia, furiosa come un’Erinni.
    Sono guarita piano, ho festeggiato con un paio di stilettos rossi di vernice e mi sono riabbracciata, ritrovando me stessa. Adoro come scrivi! Irene

    • Laura says:

      “Sì, ho dellE alttrE relazionI (almeno fosse una…) ma credevo che l’avessi capito… scusa se non sono stato abbastanza chiaro “. Ieri sera mi sono sentita dire queste parole, dopo sei mesi di intenso abbandono. Abbandono nel senso di lasciarsi andare a un sentimento totale, profondo da fare male, da spostare le montagne… posso aggiungere altro? Posso anche solo da lontano esprimere la rabbia, l’umiliazione, la tristezza infinita, il senso di morte apparente, la frustrazione di imbattermi sempre e solo in individui del genere… non m’amo oggi, no. Non credo che riuscirò a farlo per un bel po’ di tempo. Auguri a tutte le mie compagne di viaggio, vedo che siamo in molte…

  2. Ciao, DitoNellaPiaga Tesio 😂

    Sto ancora pensando a MammaDelMoroso, che adesso ha un letto vuoto perché lui se n’è andato del tutto e ho quasi nostalgia riflessa, della mancanza fisica di qualcuno che se n’é andato senza esagerare.
    “Partire è un po’ morire, ma morire è partire un po’ troppo”, ho letto una volta scritto in francese.
    Incredibile come, a parità di effetto finale, dolori diversi abbiano sapori così terribilmente a sé. Sarebbe più comodo se ci fosse un solo dolore, a cui abituarsi. Ma allora poi…

    Mamati molto, che a dismamare s’è sempre in tempo e ad amare non è detto.

  3. Ho sempre amato i numeri dispari, se guardando l’orologio i numeri sono dispari allora quella cosa, tutte le cose andranno bene. Sono dispari, ma vivo pari, quanta fatica ancora per me…

  4. Antonella Capuzzi says:

    Ma quanto scrivi meravigliosamente? Susciti sempre in me dei sentimenti: allegria, rimpianto, tristezza, incazzatura. Bene c’è ancora vita qui dentro!

  5. Difficile tornare ad essere una di due perché uno e due sono universi lontanissimi, ma partire da una che ricomincia a volersi bene e a riconoscere i confini della propria galassia e a spingersi verso pianeti sconosciuti esplorando, esplorandosi è l’inizio di un viaggio. Buon viaggio nel tempo e nello spazio Enrica

  6. mariapia says:

    quanto mi assomiglia Enrica, ma tu hai parole meravigliose per dirlo. Io sono ancora pienamente dentro la mancanza di una persona e la pienezza di oggetti che mi fanno male, ma spero di avere presto l’entusiasmo di un frigo da pulire e di tante altre cose che mi aspettano appena questo pensiero tagliente mi lascerà il cuore. Grazie, buon 2019!

  7. Grazie
    … certe parole sono più facili da dire,se le leggi…
    Oggi è il 2… e facciamo che l’armadio non lo apro e resto in pigiama.

    Buon 2019

  8. laura criscuolo says:

    Faccio parte della categoria di persone che se possono scegliere tra piangere e ridere…..scelgono sempre quest’ultima! Quindi mi sono detta, ma è mai possibile non imparare dall’esperienza? Vero, il dolore dell’abbandono è lancinante e incontrollabile inizialmente, ma poi….dopo un pò…. Vivo con passione ogni attimo presente, consapevole che possa finire (perchè è così e dobbiamo saperlo) e tale sentimento non crea cinismo o tristezza, bensì goduriosità e preparazione alla nuova condizione di solitudine. Aver pronti sostituti e ausilii. E non parlo di un nuovo fidanzato per forza, ma di un corso di ballo, letture, amicizie, lavoro….. perchè la vita non è solo rapporto con Lui/Lei ma perfortuna tante altre cose meravigliose.
    Buon anno a tutti 🙂

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