L’immotivato romanticismo di un’allegra pessimista (la teoria del decollo).

Ma sei proprio sicuro che io ti piaccia così tanto? Guarda che mi sveglio di buon umore, con me non funzionano tutte quelle gustose battute che vanno tanto sulla dipendenza da caffè, sui referendum per decidere se dividere il corpo dal letto, dove vince il no. Io mi sveglio, mi alzo e addirittura parlo, a volte comincio a chiacchierare ancora tra le coperte. Ma non racconto i sogni. E resto interdetta quando qualcuno mi dice “sai, ti ho sognato stanotte” senza specificare come, dove e perché. Ecco lì io mi immagino sempre di essere stata protagonista onirica di uno snuff movie. E poi comunque raccontare i sogni non rende.

Sono così démodé, non mi dà fastidio chi applaude in aereo, all’atterraggio. Lo so, va forte odiare gli applauditori aeroportuali, per me è da cinici. Il cinismo è l’esperienza senza empatia. Ti sale quando hai dimenticato quanto è difficile essere l’ultimo arrivato, quanto è complicato fare qualcosa per la prima volta. La prima volta che voli da solo, per esempio, ti guardi intorno con circospezione, controlli tutto mille volte, arrivi prima, chiedi, ti fai aiutare, dimentichi l’acqua al metal detector, la butti via all’ultimo, ti metti in coda all’imbarco, sali sulla navetta, aspetti, sali, ti siedi, ti guardi intorno, stringi il bracciolo quando decolli e all’atterraggio ti viene da applaudire. Dalla seconda volta prendi confidenza, sai cosa ti aspetta, dalla terza sei pronto a guardare dall’alto in basso gli sprovveduti intorno a te. Non applaudi all’atterraggio, che sciocchi quelli che applaudono, che sciocchi quelli che aspettano in piedi all’imbarco che tanto i posti sono assegnati, cosa aspettano? Che furbo tu che sai, che hai appreso le mosse. Che furbo e che scemo, io ho talmente fatto il giro del cinismo che guardo dall’alto in basso chi guarda dall’alto in basso la claque da atterraggio. Ci sarà sicuramente qualcuno che guarda dall’alto in basso me che guardo dall’alto in basso il cane che morse il gatto che mangiò il topo che al mercato l’aereo atterrò. Vivo nella consapevolezza che siamo tutti lo screenshot beffardo di qualcuno, bisogna farci i conti.

Non ho la patente. La verità è che questa notizia, in una prima fase di conoscenza, è colta sempre con slancio, quasi entusiasmo: “ma dai! Neanche tu la patente? Anche un mio zio cieco non l’aveva, pensa che meravigliosa coincidenza”. Poi il malcapitato finisce per tentare di convincermi a iscrivermi a scuola guida facendomi vedere tutta la maratona di film apocalittici dove si salva solo lo stronzo che guida il camioncino polveroso. Se non prendi la patente condanni l’umanità all’estinzione.

Ma sei sicuro di trovarmi interessante? Sono strana, piena di paure. Dei messaggi vocali, per esempio. Non tutti tutti, mi fanno paura i primi vocali ricevuti da un conoscente, ho sempre la sensazione che sia Samara, la bambina di The ring. Interferenze varie e poi… ti mando un vocale di dieci minuti soltanto per dirti: sette giorni e decedi!

Lo sai vero che verrà il momento in cui la mia risata ti infastidirà.  È che io mi do fastidio da me, non ho bisogno di qualcuno che si infastidisca ulteriormente, uno a cui un tempo piacevo, tra l’altro. Bello, bello l’inizio in cui ci si dicono le meraviglie, ma guarda che caso tu tra mille. Ma poi c’è il poi, in cui tutte le cose un tempo buffe ti fanno sbuffare. Prima: la tua risata, ah la tua risata che assurda follia, spariscono gli occhi, arricci il naso, tiri indietro la testa, un ictus, ma un ictus da cui sopravvivi, ogni risata è un preludio a una buona notizia, non sei morta nemmeno stavolta. E poi: la tua risata, la tua risata rumorosa, copre tutto, non puoi ridere più piano? È una risata esibizionista, non potresti andare a ridere in bagno? Ma più del come è il cosa. Cosa ridi? Cosa avrai tanto da ridere?

C’è la possibilità concreta che un giorno la mia risata ti renderà triste, l’ho già visto accadere.

Però ti piaccio. Si vede, mi sembra, per ora. E quindi, per una volta, uno potrebbe anche smettere di pensare a dove tutto va sempre a finire, a dove tutti i piacersi si vanno a schiantare e fare qualcosa di nuovo, di sovversivo, qualcosa da far schiattare i cinici, tipo un atto di fede immotivata, tipo applaudire al decollo.

Illustrazione: Letizia Rubegni.

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13 thoughts on “L’immotivato romanticismo di un’allegra pessimista (la teoria del decollo).

  1. L’ho visto succedere, che la risata di uno non diventasse mai tristezza per l’altro.
    Casi rari: incroci fighi di gente con gli stessi desideri, più che umorismo.

    A volte, penso si sbagli l’ordine delle cose: le fondamenta dopo le tegole reggono poco. Se volevi farci una casa.
    A me è sempre piaciuto fare casini, invece.

  2. Tesio sappia che ho una patente intonsa da 36 anni, prendo tre treni al lunedì per andare a lavorare, due il mercoledì per tornare, 4 bus il giovedì , abito al quarto piano senza ascensore e le suole finiscono prima che io smetta di parlare, le auguro sogni bellissimi, se vorrà ce li racconta, altrimenti va bene così, purché le regalino un sorriso

  3. cavallogolooso says:

    sicuro? nessuno è sicuro. E tu sei sicura? 🙂 e la sua risata? che ora ti piace… poi ti infastidirà? dall’altra c’è una persona … come te 🙂
    Ma che bello che tu ti stia facendo queste domande 😀 buttatiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii e assapora 🙂

  4. Hai mai provato a pensare che gli piaci magari proprio perchè sei cosi? per la tua risata, per la tu interminabile voglia di parlare, per le tue paure insensate?
    Agli uomini piacciono le donne belle, ai superuomini quelle interessanti.

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