“Ti penso ma non ti cerco” di Bukowski e il bat segnale della suca amorosa.

Caro Charles,

certo non sapevi, quando hai scritto Ti penso ma non ti cerco, che la tua poesia sarebbe diventata in un punto preciso del futuro, dopo la tua dipartita, un bat-segnale della sfiga amorosa. Immagino che, ubriaco come una zampogna scozzese, ti fossi messo davanti al tuo taccuino per scrivere due righe a una donna amata. E invece a volte i posteri se ne escono con delle sentenze davvero paradossali. In pratica accade che le donne in sofferenza sentimentale a un certo punto postino sui social questa tua poesia, in una variante piana di sottintesi che posso parafrasare con “ti penso ma non ci cerco e allora posto ti penso ma non ti cerco così che lui sappia che lo sto pensando ma non lo sto cercando, anche se mando le mie amiche sentinelle a fare una ricognizione quotidiana sulle sue stories di instagram, per vedere se anche lui mi pensa ma non mi cerca”. Non è molto poetico lo ammetto, ma così è.

“Ti penso ma non ti cerco” è il messaggio in codice per eccellenza, sei in buona compagnia eh, te ne stai vicino vicino ai versi di Mari e di Arminio, voi non siete poeti, siete collaborazionisti dei cuori infranti, siete partecipi di drammi silenti e di messaggi in codice che cadono nel vuoto, per quanto vi sentiate assolti siete per sempre coinvolti. Perché lui, il lui pensato e non cercato, no, non capisce, non lo coglie il bat-segnale della sfiga amorosa, in compenso io sì, io lo colgo, io sono il Gordon dei social delle mie amiche, sono il cavaliere oscuro della suca tra amanti e vorrei abbracciarle tutte quelle amiche, anche quelle che non conosco bene. Detto questo caro Charles, analizziamo il tuo Ti penso e non ti cerco, mi viene da dire che suonasse bene anche ti cerco senza pensarci. E invece no.

“Ti penso ma non ti cerco” vince su “non sei tu, sono io”, su “ti amo a modo mio”, sul tizio che mi disse “se mi innamoro non te lo dirò mai” creando quello che è passato alla storia come il paradosso del coglione. Non me lo dice che mi ama perché è innamorato? O non me lo dice perché non è innamorato? Mi pensa! E da cosa lo deduci? Dal fatto che non mi cerca. Ah beh, certo, potresti anche girare il picciolo della mela e vedere se si spezza all’iniziale del suo nome, è un metodo scientifico sai?

Non potevi scrivere qualcosa come: Le persone che si sognano di notte bisognerebbe chiamarle la mattina, la vita sarebbe più facile (non è la tua amica Aldona Merini, è una citazione dagli amanti del Pont Neuf). Non potevi lanciare un trend si telefonate romantiche con l’alzabandiera? no eh? No, perché siamo gente che non investe nell’amore, siamo gente che investe nel rimpianto, è più sicuro. L’amore finisce, il rimpianto è per sempre.

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7 thoughts on ““Ti penso ma non ti cerco” di Bukowski e il bat segnale della suca amorosa.

  1. A me, Buck è sempre sembrato un signor paraculo.

    Ne conosco a bizzeffe, da giri notturni in solitaria per osterie, solo che non si danno la pena di scrivere le scuse che si danno 🤷🏼‍♀️

  2. mariapia says:

    ….ti penso ma non ti cerco” vince su “non sei tu, sono io”, su “ti amo a modo mio”, sul tizio che mi disse “se mi innamoro non te lo dirò mai” creando quello che è passato alla storia come il paradosso del coglione! Ma che bello, non è capitato solo a me un c..e! Enrica sei fantastica!

  3. nu says:

    Ci si culla nel rimpianto o in “quello che poteva essere e non è stato”, perché è più semplice guardarsi indietro piuttosto che vivere il presente

  4. io ho incontrato anche:
    – chiamami, chiamami quando vuoi… quando puoi…
    – ma perché?
    – come perché?, per dirmi che ci sono le nuvole bianche, di accendere la radio perché cc’è una canzone che sai piacermi….
    CIRCA 10 GIORNI DOPO
    – beh!, adesso mi chiami?!

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