Cose con cui sono scesa a patti (i monologhi della cretina).

Sono scesa a patti con il fatto che i miei figli non siano miei. Ma degli amici, della scuola, del loro padre, dei nonni, degli avi, delle scelte passate e future. Ho avuto una madre malata di orgoglio, mi voleva per sé, probabilmente per dimostrare che riusciva a fare tutto da sola, che non doveva niente a nessuno. Non ero mai lasciata ai nonni, per esempio, mai una colonia, i tre mesi estivi stavo con lei perché era maestra elementare e aveva tempo a disposizione. Invidiavo i cugini in montagna, raggiunti dai genitori solo il sabato e la domenica.
Sono venuta a patti col fatto che farcela da sole, se non è una conquista di libertà, non serve a nessuno, non serve a noi, tanto meno a loro. Farcela da sole significa solo una cosa: che siamo sole.

Sono scesa a patti con la giusta distanza. Sono una donna separata e per i primi anni ho avuto la completa gestione di Marta e Lorenzo, perché il padre viveva in un altro Paese. Il suo ritorno è stato molto più traumatico della sua partenza. Ripensare la mia vita senza avere il controllo totale sui bambini mi ha affaticata. Sono venuta a patti con la sensazione di perdermi dei pezzi solo quando mi sono accorta che i pezzi che perdevo io forse li guadagnavano loro, in varietà di punti di vista, nel rapporto con l’altro genitore, in un mondo fuori da me. Escono fuori dal tuo corpo (mi sembra davvero ieri che tenevo i piccoletti camminanti tra le gambe e stavo chinata sempre, sviluppando la famigerata gobba di notre-mamme), escono fuori dalla tua giurisdizione (le regole ben impartite esistono a prescindere che ci sia tu a farle rispettare), escono fuori dal tuo sguardo (anche se tu continui ad amarli a perdita d’occhio), ma è l’unico modo perché tornino più consapevoli al tuo abbraccio. E se non torneranno basterà seguire la semina di mutande e calze che lasciano da una casa all’altra, di vestiti che ho comprato e che non trovo più, di penne in triplice copia, di compiti fatti a metà perché papà pensava che li facessi con mamma, mamma con papà. Hai più tempo per te mi dicono le altre madri, è che io questo più tempo non lo volevo, è stata una conquista scoprire di averne bisogno.

Sono scesa a patti con il mio corpo, che oggi mi sembra appartenermi in ogni fibra. Con gli anni perderò in tonicità, indubbiamente, ma guadagnerò in comicità. E non c’è niente che liberi di più la carne di una risata.

Sono scesa a patti con la felicità degli altri che è diversa dalla mia e va rispettata esattamente come il dolore.

Non riesco a scendere a patti con l’ombra, il retropensiero che spezza la gioia. È che anche quando brindo con il migliore champagne mi pare che il cristallo del bicchiere sia incrinato. Non ce la farò mai a non trovare l’incrinatura del bicchiere. Ma ci sto lavorando.

Sono scesa a patti con il fatto che, per qualcuno, lo stronzo, l’insensibile, quello che ha sbagliato per pigrizia, il traditore, il superficiale, l’egoista, il narcisista… sia io.

Sono scesa a patti con le cose che finiscono, l’amore che finisce. Quando ero più giovane il mio sogno era una chiusura come tra Butch e Marsellus in Pulp Fiction, avete presente l’episodio con Bruce Willis? Ecco. I due sono appena sopravvissuti alla vicenda più sconvolgente della loro vita. Sono grati e distrutti. Butch chiede: “Adesso che sarà tra me e te?”. E Marsellus risponde: “Adesso ti dico che sarà tra me e te. Non c’è niente tra me e te. Non c’è più niente”. “Pace, allora” fa Butch. Ma Marcellus dà le sue regole: “Due cose: uno, non raccontare questa storia. Questa cosa resta tra me e te. Non riguarda nessun altro. Due: lascia la città stasera, all’istante, e una volta fuori, resta fuori o ti faccio fuori. In questa città hai perso i tuoi privilegi”.  Tra due amanti pensavo dovesse andare così, dopo tutti i casini, il dolore, io dovevo essere Marcellus e lui Butch. Soprattutto adoravo la battuta dell’hai perso i tuoi privilegi. Ma non va mai così. Il finale è molto più lento, sfilacciato, ci si cerca ancora, nessuno fa fuori nessuno, si resta in prossimità, ma a un certo punto, il punto si mette da solo. Senza dichiarazioni e colpi di scena.

Sono scesa a patti con la consapevolezza che mi venga più facile amare un uomo in assenza che in presenza, ho cercato spesso il sospiro più che il respiro. Sto cambiando. Ho voglia di scendere a patti con la carne e le ossa dell’altro, con l’invadenza e con la condivisione degli spazi, è meno poetico, ma magari dopo tanta poesia è tempo di darsi al saggio.

Scendere a patti è faticoso ma necessario, sempre e solo se si scende per poi salire un gradino più in alto verso la nostra idea di felicità.

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foto: Susanita

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6 thoughts on “Cose con cui sono scesa a patti (i monologhi della cretina).

  1. Non è un brutto scendere a patti, significa aver vissuto, cioè in pratica: assaggiare le cose con calma, anche quelle che sembrano amare, assaporarle e poi digerirle anche se a volte serve un po’ di bicarbonato, significa crescere e farsi ricamare dalla vita o tatuare (io, per età, opto per il ricamo), si diventa infinitamente preziosi crescendo è tutta quell’arte di vivere ricamata addosso

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