Chi mi credo d’essere?

“Ma che ti credevi?” (come ce lo dicevamo da piccoli, col credersi riflessivo). Che mi credevo? Mi credevo che se avessi fatto i compiti, avessi detto le preghiere, sarebbe andato tutto per il meglio. Babbo Natale ti accontenta se ti comporti come si conviene. Chi mi credevo d’essere? Mi credevo d’essere una brava bambina. Una di quelle a cui dicevano “metti la testa sul banco e dormi”, io appoggiavo e dormivo. E nemmeno nel sogno mi ribellavo. Ero una che la maggior parte delle parole le teneva sotto il banco. Poi mi credevo d’essere una bambina grassa, perché così mi avevano spiegato, me lo avevano dovuto spiegare perché io mica mi ci credevo, non si sente il peso fino a quando non salta fuori una bilancia. Bisogna scegliere con accortezza bilance e specchi in cui riflettersi. Chi mi credo d’essere? Una donna che non si pesa e sceglie specchi gentili.

Chi ci crediamo d’essere? Con tutte queste pretese. Ci crediamo d’essere promesse di felicità in cerca di qualcuno che ce le mantenga, che ci tenga, coviamo rancori, coviamo pietre credendole uova. C’era questo bambino alle giostre degli aeroplanini che restava a terra girando in tondo e mai si alzava in volo. E noi piangiamo perché giriamo e non decolliamo, ma è spesso solo perché il cursore è nascosto nei nostri pugni e lo ignoriamo, pur avendolo in mano. Che mi credevo? Che avrei trovato lui, l’unico, quello che esclude tutti gli altri e poi sarebbe sceso il responsabile qualità dell’amore, portandoci una coppa che sancisse: il vostro sì è un sentimento all’altezza, siete rari, unici, mai banali. E invece l’amore è una cosa alla portata di tutti, è per quello che la complichiamo, perché vogliamo l’esclusiva e l’unicità, vogliamo la rarità. Ci sposiamo perché abbiamo bisogno del riconoscimento, della testimonianza, della prova d’amore. La prova d’amore è spesso solo restare.

Che mi credevo? Mi credevo che l’amore fosse commisurato alla qualità della persona, ma no. Quanta gente meravigliosa non ho amato, non ci sono riuscita, ho ferito, provandoci. Mi sono fatta ferire da chi ci provava. Nessuno vuole essere un tentativo. Mi credevo che lo scopo della vita fosse la felicità, ma no, lo scopo della vita è stare in vita, per sopravvivere bisogna avere sufficiente ottimismo per perpetrare la specie e l’ottimismo te lo dà la cattiva memoria e la buona compagnia. Chi mi credo d’essere? Una donna che sa scegliere ottime pessime adorabili compagnie per dimenticare ciò che va dimenticato.

Non vogliamo qualcuno con cui vivere, vogliamo qualcuno su cui morire e la questione è metaforica: lasciarci andare, non essere sempre gli ultimi a spegnere la luce la sera. E non so come mai la misura dell’amore raramente è quanto facciamo star bene l’altro, ma quanto soffre senza di noi. Perché la sofferenza ha una densità, è più quantificabile, la sofferenza la gestiamo meglio della pazza serenità. Chi mi credo d’essere? Una che vuole imparare a gestire la sofferenza e a farsi prendere sempre più spesso dalla pazza serenità. Una che non batte i pugni dalla frustrazione, perché dentro i pugni, c’è il cursore.

Foto: Susanita68695960_10157588316626392_4832409799427620864_o.jpg

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10 thoughts on “Chi mi credo d’essere?

  1. Che la questione “morire” sia metaforica, mi conforta 😅

    cosa ci vuoi fare Tesio, abbiamo tutte creduto a tante sciocchezze affibbiateci addosso, a loro volta portate da educazioni precedenti che non si aveva il coraggio o la forza – forse anche la necessità – di sconfessare, scucire, scardinare.
    Va là che le demolizioni si imparano, anche se spesso se ne esce ricoperte di lividoni e calcinacci 🤷🏼‍♀️

  2. Mirko Montaldo says:

    “La prova d’amore è spesso solo restare”. Quanta bellezza autentica in questa frase. Quanta vita.
    Tu sai pettinare i pensieri usando le parole.

  3. per me, che mi credo d’essere un nessuno col cravattino, tutto è perfetto così. non è ciò che manca, neppure quel che resta, hanno un peso gli strumenti che ti si stanno forgiando dentro, addosso e in mano che diventeranno utili in futuro. è tutto perfetto così.

  4. Renato Rolando says:

    Ho dedicato alla mia ottima pessima adorabile compagnia l’aiuto all’oblio ricevuto per la felicità che mi procura!

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