La febbre della crescita (piccolo delirio senza capo né coda con morale generazionale).

Da ragazza, qualunque cosa mi accingessi a fare, qualsiasi scelta scolastica, lavorativa, personale mi trovassi a compiere, sentivo usare la parola crisi. A vent’anni ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della pubblicità, presto i colleghi più anziani si sono premurati di dirmi che no, l’età dell’oro era finita con gli anni Novanta, a Torino stava nascendo la facoltà di Scienze della Comunicazione probabilmente per formare laureati da caricare sul Titanic. Mi è andata bene. Ho avuto (e ho ancora) un lavoro, l’ho cambiato quando volevo io, ho continuato di agenzia in agenzia, ho fatto la mia piccola carriera viaggiando in prima classe, quella delle mille lire, mettiamola così. Questo non significa che non abbia sentito ogni singolo scossone e la mancanza di scialuppe di salvataggio per finte partite IVA o fasulli contratti a progetto. Anche la famiglia era in crisi. Che vuoi che non lo sappia? Fatevi un giro nella mia casa d’origine, siamo laureati ad honorem in family crisis management. Ci ho provato anche io con la coppia, ho fallito, anche se considero il termine fallimento profondamente scorretto quando si tratta di rapporti umani. Io so di avere avuto grandissime fortune, la prima di tutte è di non essermi fidata della parola progetto, non avere progetti su me stessa ha fatto in modo che non vivessi le fini come delle sconfitte. Mi è stata chiara presto l’assurdità della società degli obiettivi, mi è stato chiaro fin da subito che si trattava di andare avanti e non di arrivare da qualche parte. Molti miei coetanei non hanno avuto la stessa salvifica epifania e vivono indecisi tra l’eccitazione del “se vuoi, puoi” all’immobilismo del “mi merito l’estinzione”. Uno stato di calamità esistenziale imminente (come ho scritto in un piccolo post su facebook) che sentivo endemico ma che ora è ufficialmente pandemico.

È come se i demoni della mia generazione avessero preso forza. La cosa strana è che anche i nostri desideri, le certezze che abbiamo cercato di costruirci, le mitologie che abbiamo alimentato negli anni, le formule magiche motivazionali, ci si fossero rivoltate contro.

  • Il mito della giovinezza, del non sono una signora. Per la prima volta nella storia siamo i primi adulti della fila, quelli di sana e robusta costituzione. Come genitori non possiamo appoggiarci ai nonni, perché gli anziani rischiano più di tutti, dobbiamo essere meno figli o, meglio, dobbiamo essere quei tipi di figli che si occupano dei propri vecchi, come natura vorrebbe.
  • Il mito del tempo. Il tempo che manca per curare i propri interessi, il tempo che manca per curare i propri cari, il tempo che manca per curare i rapporti. Ora il tempo c’è. Dilatato. Abbiamo pontificato sulla necessità dei nostri bambini di sperimentare la noia e ora la noia ci assale, senza possibilità di fuga. Abbiamo pontificato sulla necessità di fermarci e pensare e ora ci restano solo i pensieri che si prendono tutto.
  • Il mito della casa. Imperversa il rassicurante quanto fotogenico immaginario dell’intimità domestica, ne abbiamo fatto una filosofia instagram importata dalla Danimarca: l’hygge. Ci siamo o non ci siamo fotografate, patinate donne che guardano fuori dalla finestra sorseggiando la propria tazza di tè con un gatto acciambellato sulle gambe nude e un libro sul gatto acciambellato sulle gambe nude? Eccoci accontentate. Proviamo a stare in posa così per quindici giorni adesso. Ci piacevano i mobili svedesi? E allora becchiamoci i domiciliari tra le pagine di un catalogo Ikea.
  • Il mito del fai della passione il tuo lavoro. Che è stato il grande imperativo della mia generazione. Non trovi un impiego? Inventalo. In tanti abbiamo investito nella creatività, con fantasia e coraggio, nella musica, nell’editoria, nella cultura in generale. La prima a saltare. Meglio folli che infelici ci siamo detti, ma da #stayfoolish a #stayacasa è stato un attimo.
  • Il mito del siamo solo per pochi. Dell’outsider. Il piacere del sentirsi incompresi, a volte taglienti e furbetti, a volte malinconici e svuotati, ma comunque speciali. Il mito del siamo solo noi e invece siamo così tanti che siamo proprio tutti. L’emergenza ci chiede di non essere speciali per nulla, di muoverci nello stesso modo, comportarci tutti nello stesso modo. Ci chiede di non distinguerci, oltre che di non estinguerci.

E ancora potrei continuare. Il mito dell’educazione dei figli, il nostro grande patrimonio, così grande che nessuna scuola sembra adeguata ad accrescerlo? Per un po’ ce ne dobbiamo occupare da soli. Il mito della rete, dei social, della connessione? Diventa l’unico mezzo per sentirsi, così claustrofobico che ti viene voglia di prendere qualsiasi schermo e fargli fare un giro nel microonde. Il mito delle serie televisive, del meglio Netflix che sbattersi in giro per locali? Ti faccio vivere in un brutto episodio di una fiction distopica e poi vediamo se non ti torna la voglia di andare a ballare.

Forse ci voleva una crisi vera, comune, a rete unificate per fare i conti con le nostre contraddizioni. I conti torneranno, ci spero e ci credo, come tornerà la primavera. Mia nonna quando ero bambina, dopo una brutta influenza, diceva che mi trovava più alta, più grande. Le chiamava febbri della crescita. Magari è la volta buona che diventiamo adulti.

Foto: Susanita47389863_10156979655156392_5916598512899850240_o.jpg

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4 thoughts on “La febbre della crescita (piccolo delirio senza capo né coda con morale generazionale).

  1. Annamaria says:

    Carissima, appartengo alla generazione di quelli che….. La vecchiaia non esiste…. MA SI SONO DIMENTICATI DI AVVISARE IL VIRUS. In questo momento ho paura, per i miei figli che hanno la tua età e per i miei nipoti che non ho. E, niente, volevo solo dirti grazie, perché mi tieni compagnia

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