SMART WORKER TEXAS RANGER.

Hai scoperto lo smart working per necessità, ogni tanto provi a ironizzare sui social, le classiche cose, tipo bambini urlanti che si puliscono il naso sullo schermo mentre sei su skype con il tuo amministratore delegato. Robe così, semplici. Ma non hai fatto i conti con i freelancer d’antan. Essi nutrono del disprezzo, guardano dall’alto in basso te, neofita della materia e ti sbeffeggiano: “Pivello, io pisciavo con il muto in call conference quando ancora tu fottevi i rotoli di carta igienica in ufficio se uscivi troppo tardi dal lavoro e non avevi fatto la spesa. Io ero campione di abbigliamento bipolare (dalla vita in su la Gruber dalla vita in giù il Grande Lebowski), quando ancora ti mettevi le mutande per andare a lavorare”.

Non comprendi le ragioni di tutto questo nonnismo e ti difendi come puoi: “ti giuro freelance della prima ora io non voglio toglierti nessun primato di suca della freelansaggine, ti riconosco in qualità di jedi del lavoro da casa, mi genufletto al tuo cospetto sul mio pavimento cosparso di briciole perché da quando c’è il corona virus non faccio che sbriciolare e mangiare, mangiare e sbriciolare, ma ti prego insegnami i trucchi del mestiere e soprattutto spiegami perché in tutte le conference call e le dirette web dei nostri politici le case fanno così tanto cagare”.

Che poi quanto guadagneranno? Tanto, cazzo, tanto. Eppure alle loro spalle di quarantenati si intravedono librerie sconnesse e quadri di Teomondo Scrofalo. Ti senti di fare un appello ai freelancer influencer della prima ora affinché tengano dei corsi di arredamento angoli per sfondi da epidemia. Anche la libreria del Vaticano sembra la pizzeria da Piero’s con l’edera finta. Ma inserite due suppellettili di Tiger o Ikea come si deve no? Non ci vuole molto, un po’ di decoro.

Comunque ti dai allo smart working, non hai alternative. Su otto ore di lavoro, sei sono spese in “non ti sento, è caduta la connessione, riprovo, vi chiamo al telefono e vi metto in vivavoce, ok intanto io vado a prendere due bicchieri di plastica e una cordina e proviamo nel vecchio modo…”. Quando siete tutti pronti, tutti caldi, parte il flash mob di inni di Mameli dalle finestre e non si capisce più una minchia. E’ tutto perduto, Fratelli d’Italia, l’Italia è sconnessa.

Ti restano due ore di spuntini. Vai in cucina e rifai la scena di Pulp Fiction, quella in cui Bruce Willis sceglie l’arma con cui attaccare gli stupratori e soppesa prima una spranga, poi una sega elettrica… avete presente no? Ecco, tu così ma con il cibo. Prima vedi una mela e mangi quella, poi un pacchetto di cracker, poi ti avventi sui cetriolini, sullo yogurt, sui cereali nello yogurt, fino a che vedi la catana delle porcate: la Nutella. Ti ha fatto sempre schifo la Nutella, ti sale il senso di colpa, la sciogli nel microonde e la bevi come fosse un delicato consommé, per sciacquarti la bocca.

Nel frattempo il vicino riceve qualche foto porno dall’amante, si fa un paio di foto pure lui, poi legge il sessantesimo appello che lo invita ad aprire le finestre alle 19 e applaudire agli italiani, si confonde, esce alle 19 sul balcone e fa l’elica con l’uccello. Nella finestra accanto un piccolo bambino appende il suo striscione “Andrà tutto bene”, pensi che se suo nonno muore sarà tua premura spiegare alla prossima riunione di condominio che è stata colpa sua, piccolo porta-iazza. Sei lo smart worker texas ranger e là fuori è il Far West, ma pure qua dentro, amici, pure qua dentro.

foto: Susanita

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