Autocertificazioni a caso, per non perdere la mano, in vista della fase tre.

Dopo lunga frequentazione, autocertifico il mio rapporto complicato con la casa. Abbiamo bisogno di un periodo di pausa io e lei. La mia casa mi odia, mi rinfaccia continuamente la mia poca devozione, la mia mancanza di attenzione, la mia ostinazione nella procrastinazione. È che ragiono male. All’inizio della pandemia, l’acqua calda della doccia ha cominciato a uscire a singhiozzo. Due cose potevo fare: chiamare mister Giancaldo il signor dello Scaldabagno oppure abbozzare, ovvero aprire simultaneamente anche il rubinetto della cucina per far funzionare quello del bagno. Per due giorni mi sono compiaciuta del mio ingegno, io non ho bisogno di Giancaldo il signore dello Scaldabagno, io ho il genio italico dell’approssimazione. Solo che dopo due giorni l’escamotage non funzionava più, per convincere l’acqua calda a scendere dovevo anche piantare due botte al termostato della caldaia, fare un salto e farne un altro, fare una riverenza, fare una penitenza. Giancaldo t’ho fottuto anche stavolta, ho pensato. Ma come dice il proverbio: chi fa da sé fa schifo. E infatti per convincere l’acqua a scaldarsi non bastava più aprire il rubinetto in cucina, dare due botte sul termostato, fare riverenza e penitenza, dovevi anche sbattere tre volte l’anta del frigo, del freezer no, perché quello è murato dietro uno strato di ghiaccio spesso cinque centimetri, sotto c’è nascosta la moglie della mummia Otzi, è lì dal ‘91. Ad oggi, in questo domino di pezze e accidia casalinga durata due mesi, per fare una doccia devo scendere al pozzo o alla fontana di quartiere, far bollire l’acqua e versarmela addosso con l’annaffiatoio.

Autocertifico di aver bisogno del contatto umano, perché sono una disadattata digitale. La burocrazia on line mi ha sfranta. Perché ho aspettato 8 anni per avere un altro figlio, dopo Marta? Perché non ho mai trovato un uomo adatto? Perché non mi sono mai davvero innamorata prima? Forse. Anche. Ma principalmente perché ero terrorizzata dalle procedure INPS per la richiesta della maternità. Si dimenticano i dolori del parto, ma i dolori della modulistica INPS no, quelli te li ricordi tutti. E così mi sono dovuta misurare con i pin perduti. Hai scordato la password? Sì, ho scordato la password. Ma allora noi te la rimandiamo via mail. Su quale indirizzo e-mail? Quello che avevi fornito anni fa. Era la mail di lavoro, quel posto di lavoro non esiste più, niente più casella postale quindi. In otto anni cambiano tante cose, cioè non sono riuscita ancora a mettere la lampadina dello sgabuzzino, ok, ma questa è un’altra storia. Vorrei parlare con un operatore, vorrei vedere una faccia amica, muoverla a pietà, sono brava a fare pena dal vivo. C’è un numero verde, ma funziona solo da telefoni fissi a manovella prodotti prima della caduta del muro di Berlino, l’altro numero ti costa come una chiamata in Nuova Zelanda. Vada per la Nuova Zelanda. Ti mettono in attesa, parte la serie di opzioni: se vuoi parlare con un operatore resta lì, se vuoi ascoltare Love Me Tender componendolo tu stessa con i tasti del cellulare digita 1 6 3 6 9 2 9 6 3 2 3 6, al giusto ritmo. Alla fine ti mandano il nuovo codice a puntate: la prima parte del pin sostitutivo sul numero del cellulare, la seconda parte sulla casella di posta che avevi nel 1997 enrichettabaristaprovetta@yahoo.it, poi c’è la terza parte, la vendetta del pin, che trovi sulla tua mail attuale. Devi ricomporre tutto e aggiungere il risultato di questo test:

1+4=5

2+5=12

3+6=21

8+11=?

Un parto. L’ultimo, poi vado in menopausa, INPS te lo giuro. Anzi guarda, non trombo proprio più, per sicurezza.

Autocertifico la meraviglia dello stare con i figli, sempre, mi meraviglio di quanto sappiano essere svegli, ma mi meraviglio anche di quanto sappiano essere rincoglioniti. Basta guardare il mio primogenito che decide di mangiare delle fragole. Apre il frigo, butta giù le banane, mette su tre banane rovescia uno yogurt mezzo aperto per terra, pulisce lo yogurt caduto per terra con il gatto che passa di lì, tutto con una mano sola, perché nell’altra tiene sempre un oggetto a caso, non lo molla mai, al massimo se lo pinza sotto il mento, cosa che gli garantisce anche una consona espressione ebete durante tutta l’operazione. Mentre mangia le fragole il frigo resta aperto, ma in compenso esce l’acqua calda dalla doccia.

Autocertifico che al momento non sono positiva e nemmeno ottimista. Come mi ha fatto notare un giorno un caro amico, l’ottimismo è sopravvalutato, la gente peggiore di questo mondo è ottimista, non ci sarebbe guerra senza ottimismo, senza essere sicuri di vincerla, la guerra. Conosci qualcuno più ottimista di Hitler? Io non faccio la guerra, la perderei, gli ottimisti combattono, le allegre pessimiste resistono, mettiamola così.
Quindi autocertifico che no, non è andato tutto bene. A tal proposito sono stata chiara fin dall’inizio e infatti non avevo promesso ai miei figli che sarebbe andato tutto bene, ma ho giurato che ovunque saremmo andati (ai pazzi soprattutto), ci saremmo andati insieme.

(Autocertifico infine di odiare il lievito madre, che si è beccato tutte le attenzioni in questa pandemia, firmato: una madre che lievita e schiuma da mesi).

foto: il lievito Madre di Susanita 

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5 thoughts on “Autocertificazioni a caso, per non perdere la mano, in vista della fase tre.

  1. Sei una grande !!! Come centrare in pieno questa pandemia? Il lievito madre … e sei etichettata ottima casalinga se sai come farlo durare, crescere quasi al pari di un bambino !

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