I sorrisi, come il sole, non fanno rumore

La caldaia si è rotta definitivamente, anche il metodo a schiaffoni per farla ripartire non funziona più. La caldaia sta nella casa dove vivo dalla nascita di Marta, casa scelta con Matteo. Matteo nutre dei sentimenti d’affetto per quella caldaia e ha a cuore la temperatura corporea dei sui bambini. Inoltre mi conosce e sa che potrei procrastinare ancora qualche mese acquistando un bue e un asinello per scaldarci in vista del Natale, così passa dal tecnico caldaista e prende appuntamento per giovedì. Il tecnico caldaista chiede un numero di telefono da chiamare in caso di imprevisto, “mi dia quello di sua moglie” dice e Matteo, preso in contropiede, dà il mio senza specificare “madre dei miei figli con la quale festeggio sette anni di separazione”. Arriva il giovedì e con il giovedì il caldaista e con il caldaista anche Matteo che mi ha riportato Lorenzo e Marta da nuoto e ne approfitta per assistere alla revisione. Io allatto sul divano. Nel mentre giunge dal supermercato anche Dario (con rispettiva prole) che, siccome nutre dei sentimenti d’affetto per me, entrando molla la spesa e mi bacia con slancio. Il tecnico della caldaia non capisce più un cazzo, mi guarda come si guarda quel bigamo di Pupo, perché sì Pupo è bigamo. Come dire che Luca Giurato è un pornoattore, ma così è. Vorrei dirgli che si è ritrovato in un programma di Real time tipo “mormoni femministi in love”, ma gli offro un caffè. Intanto passano di lì le mie due gatte diciannovenni, una in particolare, Lea, the zombie cat. L’artrite non le consente più di leccarsi e nonostante io la spazzoli quotidianamente ha il pelo completamente infeltrito, ho un felino coi dread che balla il tip tap per via delle unghie lunghissime (non ha la forza di usare il tiragraffi), d’altronde se c’è un gatto con gli stivali, ci può essere anche una vecchia gatta con i tacchi a spillo. Lea è una bestia speciale, con l’età ha iniziato a parlare, miagolando articola frasi di senso, in particolare scandisce perfettamente: Mammaaaa maialaaaaa (ogni riferimento alla sua padrona è puramente casuale). Mentre lei mammamaialeggia apprendiamo che la caldaia va sostituita: 1500 euro e manco un incentivo famiglia poliamorosa e polipulciosa. Sto romanzando? È che ognuno prende la vita come può, io la prendo in giro, quando posso, nel bene e nel male. Rido molto.

Siccome siamo sette, un’amica ci chiama Seven heaven-settimo cielo, come il telefilm diretto e interpretato da Pillon con protagonisti il Reverendo Cameron (un mix tra il prete di Uccelli di rovo e Ted Bundy) e consorte (Farrah Fawcett fuori, Franzoni dentro). I primi due figli sono usciti boni e infatti abbandonano la serie dopo poche stagioni, lasciando campo libero alle vicende della terzogenita, esteticamente accettabile fino ai 7 anni quando improvvisamente muta in Chucky, la bambola assassina. Però, siccome è lei la protagonista e l’attrice non la possono cambiare per dovere di continuità col personaggio, tutti a trattarla come fosse una figa da paura. Sto divagando. Ritornando al “cosa pensa la gente”, la verità è che al caldaista non frega nulla del nostro ménage, così come alla maggior parte delle persone che incrociamo sulla nostra strada. Eppure ci arrovelliamo, sul giudizio altrui. Se incontro un vicino che ha sentito Andrea Ines piangere mi viene da giustificarla, che il pianto come la pioggia si sente, mentre i sorrisi come il sole non fanno rumore, ma assicuro (e mi rassicuro) che la bambina sorride e illumina la casa, sempre.

Per il resto, dopo la nascita della piccola, tendo a non ascoltare i commenti a meno che siano gentilezze e complimenti, i consigli li prendo a piccole dosi. Anche perché sono contraddittori. Se sei una donna e non hai figli non mancano conoscenti e sconosciuti che ti dipingono la maternità come un momento magico, imprescindibile. La cosa strana però è che le stesse persone, se e quando sarai neomamma, si premureranno di tranquillizzarti, di farti forza, come ti fosse capitato un accidente: è dura ma il peggio passerà presto, portando via le notti in bianco e i pianti. Scegliete una posizione e mantenetela perdio! Forse queste persone ti vogliono genitore per non sentirsi sole. Poi quando non sono più sole ti vogliono insegnare a essere genitori per sentirsi migliori. Forse.

I pedagoghi presso sé stessi sono tutti concordi nel dire che ai bambini bisogna dare regole chiare subito, perché sono abitudinari. L’esperienza mi fa sospettare che siamo noi ad aver bisogno di abitudini per darci una parvenza di stabilità, perché ventiquattr’ore sono lunghe da riempire con quella bomba a orologeria di imprevisti che è un neonato, allora preferiamo avere una scansione del tempo da villaggio vacanze, con risveglio muscolare, animazione, pasto, riposo… Al terzo giro mi sono convinta che invece no, basta ansia della routine, questo non è un addestramento, è la vita.

Un barista l’altro giorno si è raccomandato di tenere la bimba a dormire in un’altra stanza, da subito, che poi… ha detto proprio così, “che poi…” con una sospensione che lasciava intendere terribili conseguenze. Il che poi… va per la maggiore. Non ti conviene portare Andrea in fascia a lungo, che poi… – Che poi cosa? – Che poi… la vizi. – No, guarda, al massimo vizio me, voglio sviluppare questa brutta abitudine di farla piangere il meno possibile e poi quell’altro brutto vizio di riprendere l’uso dei miei arti superiori. Io questa bambina voglio crescerla a forza di Che poi… chi se ne fotte. È un esperimento pedagogico che porto avanti insieme ai fratelli e al padre, senza sensi di colpa. Lui è peggio di me, ha “cullato” la Subaru a un semaforo, venti centimetri avanti venti centimetri indietro venti avanti venti indietro con il rischio di sfiorare una Cinquecento (davanti) e un Suv (dietro), perché “povera bimba appapa’ si sveglia e piange quando l’auto è ferma al rosso”. Che tenerezza, cinquant’anni e il cuore e in cervello in pappa. Tra le raccomandazioni non richieste la mia preferita è “non attaccarla al seno per calmarla, che poi…”  – che poi cosa? – che poi la imposti male. – ma porcatroia è un’umana, non un rovescio di tennis! La soluzione è impostare la modalità lascia parlare, sorridere e prendere le cose come ti viene, che poi c’è persino il rischio che vengano bene.

Foto: Officina Calze Lunghe di Elisa e Susanita.

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8 thoughts on “I sorrisi, come il sole, non fanno rumore

  1. Persa says:

    Ma la gente potrebbe anche farsi una…forchettata di fatti suoi…come una volta che in bus una signora di una certa età mi ha sgridato platealmente perché portavo un bambino di 9 mesi nella fascia e aveva il ciuccio in bocca e lo portavo in bus a settembre! Praticamente la peggiore delle madri 🤔 Per fortuna sono riuscita a camuffare l’irritazione e a scendere alla mia fermata in tempo…

  2. Marianna says:

    Che poi di solito la gente che ti spiega come fare ad allevare tua figlia… figli non ne ha, o ne ha meno di te.
    È come un astemio che ti spiega che vino abbinare al tuo pasto, come un daltonico che obietta sull’abbinamento dei colori che indossi (o come un prete che ti dice come fare sesso, ma questo non si può dire perché suona blasfemo)

  3. Ho sentito dire da un uomo, a proposito di una bimba che a 2 anni meno 2 mesi si attacca (ancora) al seno della mamma, “Attenzione!” detto con tono allarmistico, come se si stesse attraversando col rosso.
    Ma attenzione a che?
    “Attenzione che poi si vizia”
    Ma vaffanculo.

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