SOLLEVAMI.

Sollevami.Sollevami dalle mie responsabilità, solo ogni tanto, solo un pochino. Pensaci tu a fare l’adulto. Sollevami che rischio di rimanere piegata, sono lo starTAC delle madri, vecchio modello, passo le giornate a raccogliere oggetti dei bimbi che nemmeno ricordavo di avere comprato. Ma è colpa mia, lo so, intorno a sei mesi iniziano a buttare le cose per terra e tu ridi, ti chini e restituisci. Che imprinting di merda… ma non lo sai che poi passerai il tempo a tirare su mutande, lego, gomme, Topolini finché saranno maggiorenni. Poi tra un calzino e una penna capita che a terra ci trovi anche il mio umore. Che l’umore cade a prescindere dalla gravità dei motivi, cade e bisogna rialzarlo, se sei in due è meglio. Quindi, nel caso, ti prego, aiutami a sollevare anche quello.

Sollevami dalla burocrazia, dalla cedolare secca, dai moduli dei rimborsi, rispondi per me ai centralini di Tirana, c’è sempre una ragazza gentile a cui non so cosa dire, le giuro che non è un buon momento e allora rilancia “quando lei vòle che io richiamo?” e io dico domani e domani ci risiamo. Diglielo tu che la signora non vòle cambiare contratto, diglielo tu che la signora non sa niente di giga e che di fibra conosce solo il cantante.

Quando è sera, spegnimi la rabbia, controlla che sia chiusa ogni discussione, lascia una lucina accesa, non tanto per andare a fare pipì, quanto per ricordarmi che in fondo al tunnel delle ansie notturne c’è sempre l’alba a schiarirmi i pensieri. Aiutami a trovare il senso, il buon senso e non il senso comune, a distinguere tra fragilità e sensibilità. È l’epoca dell’apologia della fragilità, che è poi un modo per curarsi di sé, è l’epoca delle autoindulgenze, del “Ciao come sto? Male, grazie, ed Io?”, ma la fragilità non è un valore, la sensibilità lo è, la sensibilità è rivolta all’altro, è apertura. La fragilità fa a pezzi e i cocci sono tuoi, la sensibilità tiene insieme. Teniamoci insieme che i tempi sono duri. Ma noi sappiamo far di meglio, sappiamo essere forti e maturi.

Portami il silenzio e un po’ di pazienza, ma molta pazienza tienila per te, ti serve per accettare le cose di me che non puoi cambiare, come mangio l’uva per esempio. Lo so che bisognerebbe prenderne un raspo, invece io apro il frigo e stacco un acino e poi richiudo il frigo, poi riapro ne stacco altri due e me li mangio e via così finché del grappolo resta uno scheletro disordinato, un alberello triste con quattro frutti rinsecchiti. C’è gente che è morta da sola per molto meno.

Leggimi ad alta voce, che è un bel modo di stare vicini, leggimi come se io non ne fossi capace, come si legge ai bambini.E fammi ogni tanto dei piccoli regali, le ciliegie d’estate, i cereali. Non è poi molto, insomma Battiato faceva dono delle leggi del mondo, che io me li immagino a casa Battiato che Natali: – tieni amore questo è giusto un pensiero – Oh grazie, che cos’è? – Aprilo è una legge del mondo… – Uh tesoro! Un principio della termodinamica, non dovevi, era tanto che ne volevo uno. Ecco mi accontento di poco. Anche sul tessermi i capelli possiamo sorvolare, idem per quella questione dello spazio e la luce per non farmi invecchiare. A me invecchiare va anche bene, sono già a buon punto, basta che lo facciamo insieme. Basta che restiamo in tanti a vedere gli anni sfilare, grandi e bambini, da qui in avanti voglio una vita-parata, con tanto di fanfare, dove ci si può abbracciare, una vita chiassosa che ti affacci alla finestra e resti a guardare.

Foto: Daniel Rueda e Anna Devís.

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