Un po’ di possibile, sennò soffoco.

E io che pensavo che aspettare un figlio fosse questione di nove mesi, minchiona ingenua che non sono altro, credevo in una gestazione di quaranta settimane e mi sembravano pure tante. E invece no, io gesto da oltre dieci anni, aspetto, aspetto: alzati! – ancora cinque minuti – spegni il computer! – ancora un video – vai a dormire! – silenzio. Che non è mai assenso. Aspetto che i miei figli si decidano a fare quello che chiedo loro. Passo il mio tempo a ripetere, dico una cosa, poi ne dico una seconda per accertarmi che abbiano sentito la precedente. Faccio l’eco a me stessa. A tavola! Ragazzi ho detto a tavolaaa! Non so se avete capito ma è pronto in tavolaaaaaaaaaanimadelimortaccimia! Le mie chiamate non hanno lo scatto alla risposta, non solo non scatta nessuno a rispondermi, ma proprio la mia voce si disperde nell’aere prima di arrivare alle orecchie di Marta e Lorenzo.

Ora poi che Andrea dorme e spesso la tengo nella fascia urlo col silenziatore. Parlo come il corvo Rockefeller, sto pensando di usare la bambina come pupazzo e iniziare uno spettacolino da ventriloquo. Giusto per arrotondare.

La parola che dice più spesso Lorenzo è un attimo e mi sale l’Anna Oxa: io vivo in mezzo tra due cuori / Io vivo dentro e vivo fuori / È tutto un attimo. Noiiii solo noiiiii. Non so cosa ci faccia di tutti quegli attimi, ma so che ha cercato di legarsi le scarpe con i guanti di lana pesante, è stato come vedere Mister Bean sotto effetto di eroina, rallentato e inguardabile. Un’altra cosa che faccio oltre a gestare è contare minacciando. Conto fino a tre e poi minchia con la forza di grayskull vi faccio un kull così! Uno… due… tre… e nessuno si muove. Ritento sei, sett, ott, arrivano Steve LaChance che fa le prese, Bryan e Garrison riuniti per l’occasione e Don Lurio redivivo, arrivano tutti i ballerini della mia infanzia facendo il trenino, ma Lorenzo no, gli manca il senso del ritmo.

È sempre stato così, non è cosa dell’ultimo periodo, i miei figli mi hanno sempre fatto aspettare, sono io a essere diventata insofferente. Non ce la facciamo più ad aspettare, è stato un anno dove non si è fatto altro, un anno in cui ho avuto la fortuna sfacciata di poter osservare il mondo da una prospettiva privilegiata. Di ascoltare le persone amiche e di sentire quanto bisogno c’è di movimento. Per dare l’idea di come faccia schifo questa palude senza prospettive bisognerebbe cambiare il detto dalle stelle allo stallo. Lo stallo lo patisco, i pensieri annebbiati della notte, quando tutto sembra insormontabile, difficile, adesso comincio ad averli dalle tre di pomeriggio. Non è un buon segno, non è nemmeno più possibile sognare una realtà diversa, una via di fuga, perché sicuro ci hanno chiuso anche quel chiringuito che dovevamo aprire sulla spiaggia. Un po’ di possibile, sennò soffoco, mi dico. E il mio possibile è un trasloco che è poi una rifondazione a tutti gli effetti. Ci rifondiamo continuamente sulle persone che siamo stati. Ho rifondato me stessa su quella che ero, non ci sono stati crolli veri e propri, ma io so che non sono più lei e insieme lo sono profondamente. Ho pagato alcuni suoi errori, l’ho pagata in solitudine e in notti insonni. Le sono grata perché non mi ha lasciato rimorsi, al massimo rimpianti, è una brava ragazza che temeva negli altri la sua stessa spietatezza.

Le sono grata soprattutto perché, anche nei momenti di totale sconforto, non ha mai smesso di contare e di aspettare.

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2 thoughts on “Un po’ di possibile, sennò soffoco.

  1. Seeeeh “un attimo” è il cazzo di mantra del millennio, se hai figli.
    Il mio grande poi, alla materna lo chiamavano il Bradipo.
    Ho riletto IT due volte mentre si lava i denti.
    Di cosa stiamo parlando.

  2. Mia figlia dice che urlo. Alla quinta volta che la chiamo, vado in camera sua con una calma serafica e dico: Scusa, poi dici che urlo, ma se tu non rispondi che devo fare?? Lei: venire a chiamarmi in camera mia!! 9 anni.
    Passo e chiudo.

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