Tre “aforismi” minchioni su cui si è basata la mia crescita professional-sentimentale.

Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile. Di solito te lo dice qualcuno che si sente indispensabile. Io, come tanti della mia generazione, sono cresciuta con questa spada di Damocle, il precariato fatto massima di buon senso. A pensarci, è il concetto stesso di utilità ad essere strumentale e cinico. Nelle scorse maternità ricordo un mix di ansia e gioia, la bolla con i bambini mentre il mondo va avanti, nella speranza che vada avanti non troppo bene senza di me. È solo un esempio, ma vale per spiegare l’insinuante e persistente senso di colpa di chi resta indietro, mi correggo, di chi potrebbe restare indietro. Io non so se sia la vecchiaia, ma oggi il pensiero di non essere indispensabile mi sembra un privilegio, una liberazione: dimenticatemi, sostituitemi, al mio posto metteteci un gorilla che comunica con i segni, una bambola gonfiabile, uno spaventapasseri, fate un po’ come vi pare, avrete i vostri motivi. Se hai un posto che pensi costantemente di poter perdere, che sia un posto di lavoro o un posto nel mondo, allora non è il tuo.Gli esami non finiscono mai. questa mi ha creato la sindrome di Irene Cara o anche detta dello What i feeling. Ogni volta che faccio qualcosa di impegnativo mi parte la colonna sonora di Flashdance e mi si materializza l’ingessatissima commissione del balletto finale: con il tipo che fuma il sigaro, il nerd col covid, la segretaria secca con la scopa in culo… sono tutti lì a guardarmi dall’alto in basso, un poco annoiati, un poco schifati. Ma perché mai non dovrebbero finire mai gli esami? Io imparo anche senza esami, lo giuro, leggo un libro anche senza interrogazione per dirne una, non ce la faccio a pensare alla vita come a una performance continua con le palette dei voti. Non ce la faccio più a tenere ‘sti minchia di scaldamuscoli. Una coppia finisce quando ci si dà per scontati. Quando ci si “siede”. Forse questa l’ho fraintesa, l’ho presa talmente alla lettera da autoinfliggermi il terrore dell’amore alla stagione dei saldi e l’ho pagata cara. Io non stavo, mai, rilanciavo stupidamente sempre, forzando le richieste, in un crescendo che non prevedeva pace e riposo. In coppia non ci si siede, in coppia ci sono solo posti in piedi, pensavo, che minchiona, ragazzi. L’amore, quando funziona, ha molto col darsi per scontati, nell’accezione dell’esserci l’uno per l’altra senza dubbi, se io allungo il mio braccio nel letto è scontato che ti trovi, come è scontato che domani sorgerà il sole, che il caffè quando sale nella moka gorgoglia, che l’ultimo mandarino è quello che fa schifo e quindi devi mangiartene un altro per pulirti la bocca. Scontate come le abitudini che non ti vengono a noia. Come i tuoi figli, che anche con una casa enorme a disposizione, staranno sempre nel metro quadro intorno a te. Scontato come un dato di fatto, un principio della fisica, quei principi della fisica che regolano il mondo.

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5 thoughts on “Tre “aforismi” minchioni su cui si è basata la mia crescita professional-sentimentale.

  1. Uhm… lo rileggo perché non riesco a smettere… i mandarini, il sole, il caffè, l’amore. Semplice, hai ragione. Solo che è tutta la vita che (anche io) agisco come fosse tutto complicato.
    Mi sto applicando a cambiare… i risultati verranno (😉)

  2. “Io imparo anche senza esami, lo giuro, leggo un libro anche senza interrogazione per dirne una, non ce la faccio a pensare alla vita come a una performance continua con le palette dei voti” vorrei appenderlo al muro, per gli altri, non per me, perché questa sono io, perché più esami mi metti e meno imparo

  3. Renato Rolando says:

    Si capisce che ci pensi tanto a ‘ste cose. Forse la vita dovresti prenderla con meno filosofia. Comunque hai ragione.

    Su tutto.

  4. Cettina says:

    Amo la tua scrittura! Bellissima la frase alla fine…ed è tutto vero.
    E sì, non è la vecchiaia, dato che non sei vecchia, ma è proprio l’età a far capire tutto questo. Ed è davvero una liberazione. Goditi le cose scontate che ci rendono felici.

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