La fatica della paura.

Lorenzo mi dorme accanto in un lettino di vimini che è stato già di suo papà. È il 2013, ho poco più di trent’anni e quando qualcuno dice che il bambino assomiglia a me faccio pace con la mia faccia. I genitori si combattono la somiglianza dei figli, non lo dicono esplicitamente, ma è come se ci fosse un dominio genetico da difendere, la supremazia di una famiglia o dell’altra. Montecchi e Capuleti avrebbero continuato a litigare sui lineamenti del figlio di Giulietta e Romeo. Il mio DNA e quello di Matteo si sono spartiti Lorenzo senza troppa fantasia: dal collo in su me lo sono preso io, dal collo in giù lui. Sorride, guarda, spalanca gli occhi come me. Cammina, corre, si muove nel mondo come Matteo.

Mi sveglio, ho un pensiero che non riesco ad allontanare, più che un pensiero è un dubbio. Se fossi obbligata a riconoscere Lorenzo dalle sue mani, forse mi sbaglierei. Non ho guardato con sufficiente attenzione le sue dieci dita, i palmi, le linee della vita. Il perché dovrei essere obbligata a riconoscere mio figlio dalle sue mani lo ignoro, ma la fantasia angosciosa che mi ha svegliata ha i tratti confusi di un gioco drammatico e sadico da campo nazista e insieme da quiz televisivo anni Novanta. Tanti neonati completamente coperti, madri a cui vengono mostrate solo gli arti superiori e da quelli devono dire “è lui, è il mio”. Mi alzo sudata, prendo Lorenzo in braccio e lo porto nel letto, gli perlustro tutto il corpo millimetro per millimetro, lo studio e dopo averlo studiato lo ripasso, poi compio la stessa operazione a occhi chiusi, tastandolo e accarezzandolo per impararne la consistenza. Alla fine lo annuso, anche se dell’olfatto sono più sicura. Mi fermo solo quando sono certa di saperlo a memoria, poi lo bacio e gli auguro la buonanotte, a lui che non ha mai smesso di dormire.

Quiz nazisti che esistono solo nella mia testa, anche di questo sono fatte le notti da madre. Di preoccupazioni più o meno fondate, per quanto ci sia da discutere sulla fondatezza dell’idea stessa di preoccupazione. A rigor di logica occuparsi in anticipo di qualcosa che non si è ancora verificato è fatica inutile, energia mal riposta. Eppure mi dico: se immagino e mi preparo mentalmente a tutte le evenienze sarò in grado di scongiurarle o, quanto meno, di parare il colpo. Parallelamente concepire il peggio, visualizzarlo, mi fa orrore perché mi pare di evocarlo. Sarà per questo che mi è insopportabile leggere fatti di cronaca se c’è l’infanzia di mezzo, per un’ipersensibilità certamente, ma anche per una forma vergognosa di scaramanzia, perché ogni bambino è il tuo bambino e quello che può succedere a ogni bambino può succedere al tuo.

La fatica della paura, i genitori la conoscono bene ma ne parlano poco, è loro compagna, più del carico mentale, più del dolore lombare. Se non hai figli temere il peggio significa temere un orrendo accidente senza nome che può capitare a te e ai tuoi cari. Un padre e una madre se temono il peggio temono un orrendo accidente senza nome che può capitare al loro bambino. Che il peggio accada ai tuoi figli è il peggio che possa accadere. Tutte le minchiate che ci diciamo, tutti i consigli non richiesti, tutte le chiacchiere prive di senso sono certa che si taciterebbero se, incontrandoci per strada, ci dicessimo: Come stai tu? Mah io al solito ho una paura fottuta, però bene dai. Anche tu hai passato la notte a contare dita e seguire linee della vita eh?

Questa settimana ci sono state diverse notti da quiz nazisti, perché Andrea Ines ha avuto un febbrone che non passava (ora sta bene, le hanno fatto anche il tampone ed era negativo, ma così la sua prima parola è stata una bestemmia) e io l’ho studiata tutta e poi dopo averla studiata ho ripassato, ancora e ancora. Perché al terzo figlio, l’unica lezione che ho imparato dalla maternità è che la paura non si divide ma si moltiplica. Esattamente come l’amore.

foto: Susanita https://www.facebook.com/susanita.valentinafontanella

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3 thoughts on “La fatica della paura.

  1. La prima volta che entrai al nido per prendere Figlio 1 lo riconobbi dalla cuffietta e dalla copertina. Mi prese il panico. Che madre è una che non riconosce suo figlio? E allora mi misi anch’io a studiarlo giorno e notte, nell’eventualità che me lo portassero via e lo dovessi riconoscere dalla forma delle orecchie. Insomma: empatizzo molto.

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