Vivo di magoni.

Vivo di magoni. Mia figlia piccola la fa nel vasino e io mi dispero al pensiero dell’ultimo pannolino che cambierò e che mi avvicina di un passo a quelli che cambierà a me. La mia vita è troppo piena di ultime volte per prendermi anche le malinconie planetarie del tg quando parte con quelle notizie tipo La prossima settimana passa vicino alla terra la cometa Salcazzi, la rivedremo tra ottocentosettantamilioni di anni (la rivedremo chi tra l’altro? Non è una formula eccessivamente ottimistica?). E io divento tutto un oh noooo ho solo questa occasione per individuarla in cielo, oddio la caducità della vita.

E se non sono comete sono assurde ricorrenze: Oggi è l’ultima volta che avremo una data palindroma, la prossima data palindroma arriverà che sarai già cibo per vermi. Ma che notizia è? E perché la prendo così male? Che poi non è vero, la prossima data palindroma sarà il 3 febbraio 2030, io avrò 52 anni e i miei ovuli si saranno spenti tutti come le lucine di Natale dei cinesi, cosa che mi fa tristezza ugualmente.

Il cosmo concorre alla mia incurabile malinconia. Capita di guardare il cielo notturno, di indicare un lumino e c’è sempre uno stronzo accanto che si prende la briga di ricordarti che le stelle che vedi potrebbero essere morte. Quella lì a destra? Morta. Quella là così sberluccichina? Defunta, schiattata male proprio, esplosa. Quella, quella là, fievole all’orizzonte? Non ne parliamo, una strage, atroci sofferenze e non c’è stato nulla da fare, manco la rianimazione hanno tentato. Anche Focus Junior mi deprime: “Se il sole esplodesse lo sapremmo dopo otto minuti, otto minuti è il tempo con cui la luce del sole raggiunge la terra”. Da quando è girata questa notizia la gente ha attacchi di panico, un caso? Non credo. Viviamo tutti come il gatto di Schrödinger, chi ci dice non siano gli ultimi otto minuti della nostra vita, che siamo morti e non lo sappiamo?

Sono in ansia e allora leggo qualche frase su Instagram per tirarmi su. Sei perfetta esattamente come sei, mi dice il meme, quindi sono gli altri ad essere sbagliati quando mi muovono le critiche, mi tranquillizzo. Ma anche gli altri leggono la stessa frase motivazionale e pensano di essere esattamente perfetti come sono. Vuoi vedere che l’unica stronza sbagliata so’ io? Sono sbagliata e difettosa e l’usura non aiuta.

I difetti sono comportamenti sconsiderati. Nel senso che non hai mai preso in considerazione di far diversamente, non sapevi che ci fosse alternativa. C’è l’alternativa. Guarda, Enrica, che puoi anche non offenderti per tutto. Ah, davvero? Sì sì puoi anche considerare la possibilità di non prendere tutto sul personale. Ah grazie, ne farò tesoro. E in effetti prendiamo tutto troppo sul personale. Tipo l’amore. Un uomo una volta mi ha detto che avevo evidenti e gravi problemi emotivi. Il mio evidente problema emotivo, la mia malattia psichiatrica, era che non lo amavo. Per quanto mi sforzassi io non lo amavo, mi divertiva, mi piaceva anche, ma non lo amavo. Anzi, forse mi è piaciuto di più di molta gente che ho amato, ma questo non bastava. Solo che non potevo dirgli: nulla di personale, amico, è che non ti amo. Meglio glassarsi di psicocazzate per qualche annetto.

Ritornando alla sconsideratezza dei difetti mi viene da dire quindi che, con le dovute cautele, dei difetti si deve parlare. Ha senso parlare di quasi tutto, nel modo giusto, con una sola eccezione. Una. Il russare. Non bisogna dire a una persona che russa che russa. Negherà, perché lui o lei non c’è quando russa, è da un’altra parte, nel mondo dei sogni, non è testimone del suo rumoreggiare, non è spettatore del suo stesso concerto. Inoltra al russare non c’è un vero e proprio rimedio, è tipo la cellulite, puoi metterti i cerotti ma alla fine continuerai a tranfiare come un facocero con un cerotto sul naso. Dire a un russatore che russa è mortificarlo inutilmente, se il russatore dorme con te è facile che ti voglia anche bene e nessuno gode all’idea di tenere sveglio un congiunto smaialando a piene narici.

Fatta questa eccezione, parlare è una buona approssimazione del comunicare, aprire la bocca e dire quello che ci viene per la testa. Non piacerà a tutti quello che ci viene per la testa, ci sarà sempre qualcuno che odia quello che ti viene per la testa, ma è la testa, non un mazzolino di violette. Avete presente quanto faccia schifo il cervello? È grigio, molliccio, c’è tutto un genere cinematografico che riesce a fare orrore mostrando i cervelli esposti. Dentro è una merda, altrimenti gireremo con la pelle di plexiglass. Invece giriamo con il nostro involucro di pelle e di parole. Il mio modo preferito di comunicare comunque è il silenzio, non quello di Pulp Fiction, di due eroinomani e cocainomani davanti a un hamburger, ma quello degli animali o dei bambini. Il silenzio pulito che non fa paura.

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