I figli si crescono sbagliando.

Sei un po’ provata, vero? Ti chiede una mamma gentile davanti alla scuola e la prima cosa che ti viene in mente è il verso di quella canzone: conosci una ragazza la cui faccia ricorda il crollo di una diga? La conosci quella ragazza perché sei tu, le occhiaie devono essere franate sugli zigomi che devono essere rotolati sulle guance che, a valanga, devono essere sprofondate sulla bocca. Hai una faccia che è un disastro ingegneristico, è sotto gli occhi di tutti. E pensare che ti eri messa pure il fondotinta, avevi fatto il contouring, quello così naturale che non sembri truccata ed è proprio così, infatti hai un aspetto di merda quando non ti trucchi. Se un po’ provata vero? Ti domandi tu. No, sto bene, più che provata sei in prova. Un periodo di prova che dura da anni, con i figli soprattutto. Perché hai i titoli per essere genitore, quasi una decade di esperienza ormai, ma non ti senti titolare, sai qual è il tuo ruolo, ma non sei mai di ruolo fino in fondo. Forse l’unica cosa vera che puoi fare è registrare il record di presenze e concederti una piccola dose di indulgenze, perché la conclusione a cui sei giunta è che bisogna esserci e chi c’è sbaglia. I figli si crescono sbagliando e tu sbagliare lo sai fare, ne sei capace.

Capace. Più che capace sei capiente. Prima di arrivare all’orlo deve caderne di acqua. Prima di reagire conti fino a 10, 20, 30, 100 gocce, una volta non era così. Ecco, un’altra cosa che hai imparato dai bambini: la vastità della tua pazienza, ne hanno tracciato limiti e frontiere, sono avventurieri, sono anche coraggiosi, scorrazzano da qui a laggiù sui terreni della tua sopportazione, fino a quando devi proprio spiegare che no, di là non si scavalca. Sperimentano i tuoi limiti e tu con loro. Fin qui è un abbraccio, da lì in poi è una mossa di wrestling. Fin qui è una richiesta, da lì in avanti è una molestia inaccettabile. Fin qui puoi aiutarli da qui in poi dovranno aiutarsi da soli.

E vorresti aiutarli ad essere autonomi ma anche indipendenti. Perché l’autonomia è pratica, ha a che fare con il legarsi le scarpe, tagliare bene la carne, con lo svolgere i compiti da soli e poi in futuro con il trovare un lavoro per mantenersi. L’indipendenza invece è mentale e consiste nel legarsi le scarpe, tagliare la carne, svolgere i compiti, trovarsi un lavoro e tutto il resto senza cercare una costante approvazione, perché altrimenti tutti quei gesti non hanno valore. Ne è pieno il mondo di gente autonoma ma dipendente.

E vorresti aiutarli a capire che la paura è amica, bisogna coltivarla, è il panico che si deve tenere a distanza. Il panico acceca, la paura rende lucidi e realistici.

E vorresti aiutarli distinguere tra le cose da buttare e quelle da conservare. Ma per quello ci vorrebbe tua nonna che teneva l’avanzo del caffè della moka in un bicchierino da vino accanto ai fornelli per macchiare il latte per la merenda. E teneva le briciole di pane per i passerotti e le bucce dei mandarini per i termosifoni in inverno.

E vorresti aiutarli ad esprimersi, per quello che sono, perché siamo troppo concentrati sul realizzarsi e poco sull’esprimersi. Ci provi ad aiutarli e sai che è la strada giusta, perché per quanto tu sembri provata, tutto quello che provi, lo provi per loro.

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L’uomo dei tuoi giorni.

Non capita, ma se capita di trovarlo, l’uomo dei sogni dico, quello che ami riamata, sei pronta a smettere di capire le canzoni disperate, dove si soffre come animali e si sente rancore? Sei pronta a provare tenerezza per quella che eri, per le cose che dicevi? Per i sto bene solo da sola, è nella mia natura, mi conosco, ti do la mia parola. Vuoi davvero andare in giro come Claudia Koll dopo la conversione? Vuoi canticchiare siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri, che sono tristi, e intanto ignori che poi Celentano finì per perdere la testa per la Muti e tradire la Mori? Vuoi perdonare tutti gli amori finiti? Quelli che non ce l’hanno fatta mai, non era colpa di nessuno, non era lui, non eri tu, non eravate proprio voi.

Sei pronta a correre il rischio di allungare il braccio di notte e trovarci qualcuno, uno sconosciuto, che non hai messo al mondo, che non hai partorito? No, tranquilla, a te non capita l’uomo dei sogni, tu nemmeno ci credi, nemmeno lo vuoi. Tu aspettavi l’uomo dei giorni. Uno con muscoli lunghi, come quelli delle bestie selvatiche, uno che si dimentica di mangiare se c’è da fare, se c’è da guidare. Un disertore che non ha perso la dolcezza, che conosce le storie dei santi e se capita davanti a una chiesa entra a salutare, male non fa, ai morti piace chiacchierare.

Non ha bisogno di tenerti lontana per sapere che ti vuole vicina. È uno che prende un libro a caso dal tuo scaffale e non guarda il retro di copertina, lo inizia e lo finisce senza chiederti prima com’è, perché un libro è un libro, si legge. L’uomo dei tuoi giorni ha un rapporto semplice con le cose della vita: i soldi si spendono, le parole si dicono, i baci si danno, i figli si crescono e i parcheggi, anche i parcheggi si trovano o si inventano.

Uno che non sai dargli l’età ma gli daresti sempre del tu. Ha le rughe intorno agli occhi di chi ha cercava la terra all’orizzonte, i polsi forti di chi sa tenere, il cuore aperto di chi sa lasciare andare. E non si vergogna di niente, o forse di qualcosa sì, si vergogna di farsi servire e si vergogna di litigare. Sa le coste, i venti, le onde, le correnti. L’uomo dei tuoi giorni non si lamenta. Ma come è possibile che non si lamenti mai? Perché fa solo quello che gli piace e ti dice: se il vento è a favore non devi dare troppa vela, non devi per forza faticare. E tu, amore mio, non devi faticare a piacermi più del mare.

Non capita, ma se capita, l’uomo dei tuoi giorni arriva per restare.

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foto: Susanita

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Multitasking e multistankig.

È un periodo che non ce la faccio, poi forse sì, ma solo alla fine e sempre con l’affanno. Un periodo in cui appena esco da un momento di ansia ci rientro per vedere se ho lasciato acceso il gas. Un periodo in cui la gente ha l’aria di aver voglia di sgridarmi. Ha le sue ragioni, la gente, ci sono a intermittenza. Un periodo che davvero mi verrebbe da fermarmi e guardare le persone negli occhi e chiedere “come vi è venuto in mente di aspettarvi delle cose da me? Un lavoro fatto. Una scadenza rispettata. Una cena pronta. Un discorso di senso compiuto? Come è successo che vi abbia dato questa pessima abitudine? Come ho alimentato tutte queste aspettative?”. Ecco un periodo così.

Mi torna in mente la quarta ginnasio. Tutte quelle materie nuove o ogni giorno qualcuno che ti veniva a fare delle domande, talvolta pure in lingue morte te le faceva le domande, ti verificava in idiomi indisusi. Una mattina ebbi un giramento di testa e mi portarono in infermeria. L’infermeria era una panca in direzione. Me ne stavo sdraiata e c’era questa donna, forse una segretaria che chiamava la figlia a casa e poi scriveva e muoveva fogli, conosceva il suo lavoro di automatismi, nessuno la interrogava, la verificava, ogni tanto scambiava qualche battuta con la collega, ricette, film visti. Così, sdraiata, in silenzio, la ascoltavo muoversi nella sua vita accogliente e desideravo con tutto il cuore essere lei. Non sono mai stata lei.

È un periodo così, con gli occhi chiusi sulla panca a fantasticare su mondi semplici, dove non esistono le programmate, non esiste il multitasking che ci rende multistanking (sono leader nel settore multistanking), dove non esistono manco le fatine dei dentini. La fatina dei dentini è anche lei causa del mio affanno. La odio e più la odio più i miei figli si ostinano a crederci e più ci credono più perdono denti, quei due cuccioli di squali che ho per bambini. Cadono sempre la sera tardi, quando non trovi le monete in casa manco a morire, frughi nelle tasche di cappotti che non metti dall’96, svuoti tutte le borse, persino la tascapane con scritto Okkupazione e la a di anarchia e non è sostenibile una fatina del vecchio conio. Cedi e smolli dieci euro, un pezzo più piccolo non c’è, non pagavi una mora così alta per le tue mancanze dai tempi di Blockbuster, segui comunque il protocollo: canino di Marta sotto il cuscino, da sottrarre notte tempo, soldi sul comodino, lei felice la mattina, poi il disastro.

La tua secondogenita, mentre gioca, fruga in un cassetto e rinviene il dente incriminato, l’hai riposto male. La crisi, il pianto inconsolabile, tu che ti dici che ha capito tutto, piange i suoi sogni infranti, è il momento di fare il discorso sul crescere, sulla realtà che ha la meglio sulla fantasia. E lei invece, tra un singhiozzo e l’altro, ti spiega che la fatina non ha voluto il suo dente, che il suo dente non è abbastanza bianco. E tu fai uno sforzo immane per non cogliere la palla al balzo e dirle sì, è così, vedi a non passare il filo interdentale, è colpa tua, figlia, della tua idea di igiene orale che consiste nell’infilarti lo spazzolino in bocca come un chupa chups, lasciare la testina a gonfiare la guancia mentre ti aggiri per la casa e ti sbavi sulla maglia. E invece no, non lo fai, ringrazi che, nonostante la tua poca lungimiranza, la tua totale assenza di cura nei particolari, i tuoi figli si aggrappino con le unghie e con i denti da latte alla loro immaginazione, al lato magico dei giorni.

Ti rifai dare il canino, lo lavate insieme, lo lucidate bene bene e sai che al secondo tentativo andrà meglio, che la prossima notte la quella bottana industriale della fatina ripasserà, con sborso di sovrattassa per sbiancamento. E tu ti sdraierai sul divano duro come una panca e a occhi chiusi tirerai un sospiro di sollievo perché le tue mancanze, le tue intermittenze, fortunatamente non si attaccano al lavoro della tua fatina dei dentini. Ripenserai alla segretaria del liceo, ti dirai che forse anche lei chiamava la figlia per rassicurarle le fantasie e saprai che sì, sei diventata quella donna, e va benissimo così.

Foto: Susanita

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Il tempo dei ciclopi

Arriverà il tempo dei ciclopi, vi guarderete, naso a naso, vicinissimi, confondendo il fiato, quattro occhi che ne diventano uno. Arriverà la persona con cui tornare bambina. Arriverà lo stupore infantile di vestire la stessa carne, si porterà alla bocca ogni parte di te come un neonato che si succhia il piede o la mano, vorace e sorpreso: è mio? Sono io? È altro? L’amore fa di questi scherzi anche ai corpi.

Arriverà il tempo di pace, nessuna conquista, nessuna difesa. Ti difendi da troppo, per difesa hai sviluppato il senso di indipendenza, che se ti fai prendere la mano è un senso unico, stretto e in salita, che puoi percorrere uno per volta e quindi in solitudine. Ma per quanto tu ti sia armata, l’amore ti fa sentire felice di essere sconfitta. Una felicità simile a quando i tuoi figli hanno ragione e tu torto. E tu sei così contenta di aver torto. L’amore quando ha ragione e tu torto, ecco la meraviglia.

Arriverà il tempo di mettersi in moto. Siamo fatti per andare, siamo andati dal mare alla terra, ci siamo fatti spuntare le ali per toccare il cielo e volare, lo abbiamo fatto da pesci, anfibi poi mammiferi e uccelli. Si chiama evoluzione, figurati se non riusciamo a spostarci da una zona arida a dove c’è quello che ci disseta. Accade come nel verso finale di una poesia di Carver: “per un po’ non andiamo da nessuna parte, poi andiamo”.

Arriverà il tempo che il prima era preparazione e le parole chiudevano crepe tra la realtà  e il cuore. Il tempo in cui avranno più senso le canzoni, i libri, i quadri e persino le persone. Arriverà il tempo di riporre nell’armadio le coperte troppo corte, le relazioni che se ti scaldano le braccia ti lasciano i piedi freddi e ti devi togliere centimetri tu, accucciarti, rattrappirti, farti bastare.

Arriverà il tempo in cui riderai delle strategie, del mi chiama lo chiamo mi ama lo amo mi prende io scappo, delle fughe sul tapis rouland, riderai di quanto è semplice, ma come potevi sapere? Non sai come si accende una lucciola finché non lo vedi accadere.

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Chi mi credo d’essere?

“Ma che ti credevi?” (come ce lo dicevamo da piccoli, col credersi riflessivo). Che mi credevo? Mi credevo che se avessi fatto i compiti, avessi detto le preghiere, sarebbe andato tutto per il meglio. Babbo Natale ti accontenta se ti comporti come si conviene. Chi mi credevo d’essere? Mi credevo d’essere una brava bambina. Una di quelle a cui dicevano “metti la testa sul banco e dormi”, io appoggiavo e dormivo. E nemmeno nel sogno mi ribellavo. Ero una che la maggior parte delle parole le teneva sotto il banco. Poi mi credevo d’essere una bambina grassa, perché così mi avevano spiegato, me lo avevano dovuto spiegare perché io mica mi ci credevo, non si sente il peso fino a quando non salta fuori una bilancia. Bisogna scegliere con accortezza bilance e specchi in cui riflettersi. Chi mi credo d’essere? Una donna che non si pesa e sceglie specchi gentili.

Chi ci crediamo d’essere? Con tutte queste pretese. Ci crediamo d’essere promesse di felicità in cerca di qualcuno che ce le mantenga, che ci tenga, coviamo rancori, coviamo pietre credendole uova. C’era questo bambino alle giostre degli aeroplanini che restava a terra girando in tondo e mai si alzava in volo. E noi piangiamo perché giriamo e non decolliamo, ma è spesso solo perché il cursore è nascosto nei nostri pugni e lo ignoriamo, pur avendolo in mano. Che mi credevo? Che avrei trovato lui, l’unico, quello che esclude tutti gli altri e poi sarebbe sceso il responsabile qualità dell’amore, portandoci una coppa che sancisse: il vostro sì è un sentimento all’altezza, siete rari, unici, mai banali. E invece l’amore è una cosa alla portata di tutti, è per quello che la complichiamo, perché vogliamo l’esclusiva e l’unicità, vogliamo la rarità. Ci sposiamo perché abbiamo bisogno del riconoscimento, della testimonianza, della prova d’amore. La prova d’amore è spesso solo restare.

Che mi credevo? Mi credevo che l’amore fosse commisurato alla qualità della persona, ma no. Quanta gente meravigliosa non ho amato, non ci sono riuscita, ho ferito, provandoci. Mi sono fatta ferire da chi ci provava. Nessuno vuole essere un tentativo. Mi credevo che lo scopo della vita fosse la felicità, ma no, lo scopo della vita è stare in vita, per sopravvivere bisogna avere sufficiente ottimismo per perpetrare la specie e l’ottimismo te lo dà la cattiva memoria e la buona compagnia. Chi mi credo d’essere? Una donna che sa scegliere ottime pessime adorabili compagnie per dimenticare ciò che va dimenticato.

Non vogliamo qualcuno con cui vivere, vogliamo qualcuno su cui morire e la questione è metaforica: lasciarci andare, non essere sempre gli ultimi a spegnere la luce la sera. E non so come mai la misura dell’amore raramente è quanto facciamo star bene l’altro, ma quanto soffre senza di noi. Perché la sofferenza ha una densità, è più quantificabile, la sofferenza la gestiamo meglio della pazza serenità. Chi mi credo d’essere? Una che vuole imparare a gestire la sofferenza e a farsi prendere sempre più spesso dalla pazza serenità. Una che non batte i pugni dalla frustrazione, perché dentro i pugni, c’è il cursore.

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Potrebbe sembrare un piccolo trattato di pedagogia e invece è una delle mie solite minchiate.

Si dice che ci voglia un villaggio per crescere un bambino, ma è altrettanto vero che ci vuole un villaggio di bambini per crescere un genitore. Per crescere, ma soprattutto per tenerlo in buona salute mentale, almeno nel mio caso, magari non proprio un villaggio, più un manipolo non troppo organizzato di infanti. Sembra un paradosso ma ospitare a casa gli amichetti dei miei figli, soprattutto quando sono più stanca e nervosa, è terapeutico e mi sorprende non ci siano volumi e termini specifici inglesi sul tema. E dire che la pedagogia moderna inglese ha una parola per tutto, dal cosleeping all’homeschooling, ma non parla del kidsharing, nonostante sia una pratica da me consigliata come strategia di sopravvivenza genitoriale, quindi ne teorizzerò i benefici in 13 punti.

  1. I bambini non si moltiplicano, si neutralizzano. Perché se è vero che tutti insieme mormorano in coro i tulli tulli tilipan, e altrettanto vero che giocano tra loro i tulli tulli tullipan e non rompono i coglion i tulli tulli tuli pan. Si intrattengono. Su questo devo fare una rivelazione scomoda: giocare con i miei figli mi fa cagare. L’ho fatto per anni, ho costruito orrendi castelli di pongo, mi sono nutrita di plastilina, impersonato tutti i ruoli più assurdi usciti dalla fantasia di un infante, compresa la sirena zombi che trasforma le bagnanti in sirene, mordendole. Mi sono nascosta, ho contato, ho stanato, ho finto meraviglia, mi sono complimentata. Ma dire che mi sono divertita sarebbe una bugia. Io poi perdo a tutto, perdo anche ai Lego. Ho giocato a merda, solo per urlare merda a un certo punto e liberare la mia frustrazione. Amo stare in compagnia di Marta e Lorenzo, parlare, cantare, scoprire posti nuovi, leggere, andare al cinema, cazzeggiare. Ma giocare è un altro paio di maniche. È stato un problema, anche perché i due non sono mai stati autonomi nell’organizzazione dei loro tempi vuoti, finché ho trovato questo intrattenimento meraviglioso, inesauribile, stimolante, il migliore che puoi offrire a un figlio: un coetaneo.
  2. La madre ospitale è una madre al suo meglio. Perché ha dei piccoli occhi estranei con cui confrontarsi, io per esempio per non sfigurare metto addirittura la tovaglia per cena.
  3. I piccoli ospiti sono a basso mantenimento e massimo risultato. Amano la tua cucina, la ritengono incredibilmente esotica. La tua pasta bianca è la più bianca che ci sia, il tuo pollo al forno è il più al forno mai mangiato prima. Il menu dell’ospite si ripete uguale a se stesso da generazioni e il pesto la fa da padrone. Cosa ci mettono nel pesto per renderlo così appetibile ai loro palati solitamente refrattari al verde? Non mi è chiaro. Noto anche che prediligono le cose confezionate rispetto a quelle fresche, il sintetico al naturale, i bambini sono dei cyborg liguri.
  4. Solitamente alla domanda “cosa hai fatto oggi a scuola?” i tuoi figli rispondono niente, si sa. Unica eccezione quando sono in compagnia dei compagni. Insieme sono invogliati a raccontare, in un gioco al rilancio in cui uno chiude il resoconto dell’altro, lo sostanzia, aggiunge particolari.
  5. I piccoli ospiti non mentono a differenza delle madri che raccontano un sacco di fregnacce sulla gestione della propria vita familiare, si abbassano l’ora della nanna come si abbassano l’età: ah mio figlio? Va a dormire alle otto, da solo, dopo aver lavato i denti a se stesso e a tutti i peluches. Ma mentono anche in senso peggiorativo, dipingendo la propria progenie come una combriccola di bestie di satana.
  6. I piccoli ospiti evidenziano le dinamiche assurde che ci capita di adottare. Una volta ho detto a Lorenzo che se avesse fatto i compiti gli avrei dato tre euro per comprare le carte Pokémon. “Ma tu paghi tuo figlio perché ti ascolti?” mi ha chiesto il suo compagno. La mia prima reazione è stata: esci da questa casa voce della coscienza in foggia di nano, però aveva ragione.
  7. I piccoli ospiti ti rispettano. Sono più ubbidienti perché sono fuori dalla loro giurisdizione. Se dici una cosa a un piccolo ospite lui la farà, anche velocemente, con effetto emulazione sul tuo bambino.
  8. Orecchiare i loro discorsi è educativo. Non è che siano i miei figli ad avere il senso dell’umorismo di Martufello, sono tutti così.
  9. I bambini ospiti mi fanno molte domande sul fatto che io sia da sola, una cosa che in generale mi diverte. Parlo molto con loro dell’amore, di cosa si aspettano, una volta un’amica di Marta mi ha chiesto: “ma con chi te la prendi quando finiscono le cose nel frigo?”. Amore è poter prendersela con qualcuno perché ti saccheggia la spesa.
  10. I figli degli altri ti dicono molto sui tuoi. Che a volte i tuoi sono stronzi e non te ne accorgi e invece è il caso di intervenire.
  11. I bambini ospiti ti fanno capire che i tuoi figli non sono speciali o, meglio, sono speciali come tutti.
  12. Prima di dormire i bimbi si assomigliano nelle loro diversità, ci sono quelli più spavaldi e quelli più indipendenti, quelli più sbruffoni e quelli più bisognosi. Amo il momento della buonanotte, dare un bacio in fronte, avere cura dei loro sogni. Mi sento più madre quando ho a che fare con i figli degli altri, non saprei dirlo meglio.
  13. I figli degli altri hanno questa capacità pazzesca, questo super potere incredibile: a un certo punto tornano da dove sono venuti.0.jpg
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Io non voglio amarmi da sola che poi mi tradisco (lettera aperta ai life coach).

Io lo so che dobbiamo stare bene con noi stessi, lo so che è importante lavorare sull’autostima, sul non farsi influenzare troppo dal giudizio degli altri. So tutto. Nonostante questo a me i life coach fanno paura. A partire dal nome. Cosa fai? Il maestro di vita, diplomato all’istituto tecnico esistenziale, laureato all’università del quotidiano con master in giorni straordinari. Ah bello. Altro? Ho un dottorato in capodanni soddisfacenti. Ti assumo.

Dove sono i guru di un tempo? Dov’è finita l’umiltà del buon vecchio Miyagi che faceva il maestro di vita per arrotondare, perché di primo lavoro potava le piante, aggiustava tubi come un addetto alla manutenzione degli appartamenti. Per me non puoi fare i life coach se non sei un immigrato di Okinawa, non mi riesco a far spiegare la vita da un impiegato di tecnocasa con le scarpe con le cuciture a raviolo.

Poi c’è il problema del pubblico, perché i life coach motivano a strascico, non c’è selezione, pretenderei una motivazione mirata. Fate dei test d’ingresso, amici mastri viveur. È pieno di stronzi là fuori e uno stronzo motivato non diventa profumato, lo dice anche il proverbio inventato or ora da me. O peggio, metti che motivate un Leopardi? Che quello vi crede, si prende bene e non scrive più tutti quei capolavori di struggente meraviglia depressiva? Ma che orrendo danno sarebbe? Metti che lui faccia quella cosa impossibile di amare prima se stesso, riscopre la dimensione della cura, beve vino rosso mentre fa il bagno di schiuma come Alexis di Dinasty e che così Silvia alla fine gliela dà? State attenti a motivare così a cazzo, per cortesia.

Non mi convince nemmeno la questione delle correnti interne, perché i life coach si dividono in SPACCACULISTI e INCOLLACOCCISTI. La filosofia del saper vincere contro la filosofia del saper perdere. Vincenza contro Perdenza. I primi sono per il: il mondo è tuo! Osa, vai Conan tutto deve ricominciare! Salta i pericoli, vola tra gli alberi, corri insieme a noi… i secondi sono i traumatizzati, gente mezza acciaccata che si tiene insieme come può e infatti ha bisogno del life scotch. Non potete mettervi d’accordo e trovare una via di mezzo? Meno spaccate e meno resiliate e comunque potreste andare a battagliare un po’ più là che altrimenti mi rompete i vasi e io non sono giapponese e la cosa della colla d’oro non mi riesce e con il bostik mi ci impiastriccio le dita e poi devo scrostarmi i polpastrelli come il cattivo di Seven. Fate una tregua. Che anche gli incollacoccisti dovrebbero cambiare le metafore, avete rotto le palle con l’arte dei vasi giapponesi come allegoria delle cicatrici che ci fanno belli e ricchi, ci avete fatto il kintsugi scrotale, basta davvero.

Mi sono infine stancata di dirmi che sono figa da sola. Pare che ci dobbiamo mettere allo specchio e poi parte tutto un uh che fighe che siamo, siamo le più fighe, uh che bone da paura. Ma che è tutta questa responsabilità, amiche, tutti questi bilanci mattutini, tutti questi: che bella la vita, viva viva come sono risolta oggi. Ma quale figa? Io sono una persona orribile, io quando vi fate i complimenti sui social l’un l’altra poi capisco che mentite anche a me e ci soffro tantissimo. Però continuate eh, già mi sono fatta lo scrubs ai fiori di ibisco per dimostrare che mi voglio bene, adesso tocca a voi dirmi che sono PAZZESCA. E comunque io non voglio un life coach, io voglio Malgioglio, maestro di vita, sempre.

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Foto: https://www.facebook.com/susanita.valentinafontanella/

 

 

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