I sorrisi, come il sole, non fanno rumore

La caldaia si è rotta definitivamente, anche il metodo a schiaffoni per farla ripartire non funziona più. La caldaia sta nella casa dove vivo dalla nascita di Marta, casa scelta con Matteo. Matteo nutre dei sentimenti d’affetto per quella caldaia e ha a cuore la temperatura corporea dei sui bambini. Inoltre mi conosce e sa che potrei procrastinare ancora qualche mese acquistando un bue e un asinello per scaldarci in vista del Natale, così passa dal tecnico caldaista e prende appuntamento per giovedì. Il tecnico caldaista chiede un numero di telefono da chiamare in caso di imprevisto, “mi dia quello di sua moglie” dice e Matteo, preso in contropiede, dà il mio senza specificare “madre dei miei figli con la quale festeggio sette anni di separazione”. Arriva il giovedì e con il giovedì il caldaista e con il caldaista anche Matteo che mi ha riportato Lorenzo e Marta da nuoto e ne approfitta per assistere alla revisione. Io allatto sul divano. Nel mentre giunge dal supermercato anche Dario (con rispettiva prole) che, siccome nutre dei sentimenti d’affetto per me, entrando molla la spesa e mi bacia con slancio. Il tecnico della caldaia non capisce più un cazzo, mi guarda come si guarda quel bigamo di Pupo, perché sì Pupo è bigamo. Come dire che Luca Giurato è un pornoattore, ma così è. Vorrei dirgli che si è ritrovato in un programma di Real time tipo “mormoni femministi in love”, ma gli offro un caffè. Intanto passano di lì le mie due gatte diciannovenni, una in particolare, Lea, the zombie cat. L’artrite non le consente più di leccarsi e nonostante io la spazzoli quotidianamente ha il pelo completamente infeltrito, ho un felino coi dread che balla il tip tap per via delle unghie lunghissime (non ha la forza di usare il tiragraffi), d’altronde se c’è un gatto con gli stivali, ci può essere anche una vecchia gatta con i tacchi a spillo. Lea è una bestia speciale, con l’età ha iniziato a parlare, miagolando articola frasi di senso, in particolare scandisce perfettamente: Mammaaaa maialaaaaa (ogni riferimento alla sua padrona è puramente casuale). Mentre lei mammamaialeggia apprendiamo che la caldaia va sostituita: 1500 euro e manco un incentivo famiglia poliamorosa e polipulciosa. Sto romanzando? È che ognuno prende la vita come può, io la prendo in giro, quando posso, nel bene e nel male. Rido molto.

Siccome siamo sette, un’amica ci chiama Seven heaven-settimo cielo, come il telefilm diretto e interpretato da Pillon con protagonisti il Reverendo Cameron (un mix tra il prete di Uccelli di rovo e Ted Bundy) e consorte (Farrah Fawcett fuori, Franzoni dentro). I primi due figli sono usciti boni e infatti abbandonano la serie dopo poche stagioni, lasciando campo libero alle vicende della terzogenita, esteticamente accettabile fino ai 7 anni quando improvvisamente muta in Chucky, la bambola assassina. Però, siccome è lei la protagonista e l’attrice non la possono cambiare per dovere di continuità col personaggio, tutti a trattarla come fosse una figa da paura. Sto divagando. Ritornando al “cosa pensa la gente”, la verità è che al caldaista non frega nulla del nostro ménage, così come alla maggior parte delle persone che incrociamo sulla nostra strada. Eppure ci arrovelliamo, sul giudizio altrui. Se incontro un vicino che ha sentito Andrea Ines piangere mi viene da giustificarla, che il pianto come la pioggia si sente, mentre i sorrisi come il sole non fanno rumore, ma assicuro (e mi rassicuro) che la bambina sorride e illumina la casa, sempre.

Per il resto, dopo la nascita della piccola, tendo a non ascoltare i commenti a meno che siano gentilezze e complimenti, i consigli li prendo a piccole dosi. Anche perché sono contraddittori. Se sei una donna e non hai figli non mancano conoscenti e sconosciuti che ti dipingono la maternità come un momento magico, imprescindibile. La cosa strana però è che le stesse persone, se e quando sarai neomamma, si premureranno di tranquillizzarti, di farti forza, come ti fosse capitato un accidente: è dura ma il peggio passerà presto, portando via le notti in bianco e i pianti. Scegliete una posizione e mantenetela perdio! Forse queste persone ti vogliono genitore per non sentirsi sole. Poi quando non sono più sole ti vogliono insegnare a essere genitori per sentirsi migliori. Forse.

I pedagoghi presso sé stessi sono tutti concordi nel dire che ai bambini bisogna dare regole chiare subito, perché sono abitudinari. L’esperienza mi fa sospettare che siamo noi ad aver bisogno di abitudini per darci una parvenza di stabilità, perché ventiquattr’ore sono lunghe da riempire con quella bomba a orologeria di imprevisti che è un neonato, allora preferiamo avere una scansione del tempo da villaggio vacanze, con risveglio muscolare, animazione, pasto, riposo… Al terzo giro mi sono convinta che invece no, basta ansia della routine, questo non è un addestramento, è la vita.

Un barista l’altro giorno si è raccomandato di tenere la bimba a dormire in un’altra stanza, da subito, che poi… ha detto proprio così, “che poi…” con una sospensione che lasciava intendere terribili conseguenze. Il che poi… va per la maggiore. Non ti conviene portare Andrea in fascia a lungo, che poi… – Che poi cosa? – Che poi… la vizi. – No, guarda, al massimo vizio me, voglio sviluppare questa brutta abitudine di farla piangere il meno possibile e poi quell’altro brutto vizio di riprendere l’uso dei miei arti superiori. Io questa bambina voglio crescerla a forza di Che poi… chi se ne fotte. È un esperimento pedagogico che porto avanti insieme ai fratelli e al padre, senza sensi di colpa. Lui è peggio di me, ha “cullato” la Subaru a un semaforo, venti centimetri avanti venti centimetri indietro venti avanti venti indietro con il rischio di sfiorare una Cinquecento (davanti) e un Suv (dietro), perché “povera bimba appapa’ si sveglia e piange quando l’auto è ferma al rosso”. Che tenerezza, cinquant’anni e il cuore e in cervello in pappa. Tra le raccomandazioni non richieste la mia preferita è “non attaccarla al seno per calmarla, che poi…”  – che poi cosa? – che poi la imposti male. – ma porcatroia è un’umana, non un rovescio di tennis! La soluzione è impostare la modalità lascia parlare, sorridere e prendere le cose come ti viene, che poi c’è persino il rischio che vengano bene.

Foto: Officina Calze Lunghe di Elisa e Susanita.

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Una buona madre è quella che diventa inutile.

Una buona madre è quella che diventa inutile mi hanno detto, oppure era scritto in qualche manuale di pedagogia che devo aver letto, credo si parlasse di figli e di un livello di indipendenza tale che i genitori si potessero limitare al ruolo di porto sicuro da cui salpare. Mi pare giusto, a patto che io scelga per il mio prossimo futuro l’inutilità che più mi si addice, se mi tocca d’essere suppellettile almeno sia di una qualità che mi renda felice.  

Per esempio. Non vorrei essere inutile come i cd appesi in auto fino a qualche anno fa, secondo le leggende urbane dissuadevano i rivelatori di velocità, ogni esperto in materia giurava “Se tieni i Pink floyd e gli U2 come Arbre magique o come santino eviti le multe, è scientifico, me l’ha detto mio cugino”. Vi prego, non mi fate inutile come la più inutile delle spezie: il cumino. Come le bottiglie di plastica piene d’acqua sul ciglio delle strade, che anche il combattimento alla minzione cinofila ha le proprie mode. Vorrei evitare le inutilità dette da certa gente, tipo “non ti fa niente” a chi ha paura dei cani, dei complimenti fatti dai ruffiani, di quell’insulso di Gongolo dei sette nani, dei fazzoletti dei bar mezzi plastificati che si trovano sui tavolini, sono proprio dei buoni a nulla, idrorepellenti e rigidi peggio dei più inamidati dei centrini.  Non mi fate inutile come un premio di consolazione, come una menzione d’onore, come le pallette di legno per il bucato, come “metto la sveglia all’alba così ripasso” quando non hai studiato. Come la parte blu nella gomma, come invitarmi a uno spogliarello maschile per la festa della donna. Come i pareri per sentito dire, come guardare l’acqua della pasta per farla bollire. Come le creme snellenti e le diete fat and furious per dimagrire. Come il deodorante senza lavarsi contro il cattivo odore. Come le condoglianze distratte se qualcuno muore, i fatti forza, i passerà, i sono sempre i migliori quelli che se ne vanno… in realtà se ne vanno tutti prima o poi, ce l’hanno insegnato Iron Man e Wolverine, i migliori tra i supereroi: se ne vanno i migliori, ce ne andremo anche noi.

Io vorrei essere inutile di un’altra inutilità, come ricordarsi il numero di telefono della prima casa dove hai abitato (888344) o il giorno del compleanno del tuo primo innamorato (17 giugno). Inutile come vincere un’amichevole, quando trovi nell’inutile il piacere sottile del dilettevole. Come i vestiti che non metti ma che porti in vacanza, come le castagne matte che tieni in tasca contro l’influenza, come i petali per il m’ama non m’ama, come in un porno cercare la trama, come le lentiggini o come le fossette, come i giorni della settimana ricamati sulle bavette. Come le raccomandazioni agli adolescenti, come il bacio in fronte ai bambini dormienti. Come allungare le bolle di sapone cadute con il detersivo dei piatti, come le fusa dei gatti, come i discorsi dei matti. Inutile come tenere un posto a tavola per chi è andato via.

Inutile come una buona madre, inutile come la poesia.

Foto: Officina Calze Lunghe di Elisa e Susanita.

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Quando piange.

Ricordavi tutto, ma non il pianto di un neonato, quando il neonato è il tuo.

Tua figlia che piange ha la voce di tutti gli amanti feriti, il suono di tutte le mail che non hai letto o che hai letto e hai scordato e sono rimaste senza risposta. Ha la voce arcigna dell’ostetrica dell’ASL (che poche settimane fa non ti voleva fare il tampone perché eri trentunesima e lei sosteneva che l’ambulatorio tamponasse solo trenta gravide al giorno e tu hai voluto parlare con la direzione perché questa regola del trenta non era scritta da nessuna parte ed eri rimasta in coda in piedi tre ore in attesa del tuo turno e quindi sì alla fine la direzione le ha imposto “hai fatto trenta facciamo trentuno” e lei ha fatto trentuno ma era incazzata come una vipera e non è bello avere qualcuno inviperito che armeggia con un tampone dalle parti del tuo culo mentre sei incinta di nove mesi e quando ha finito il tamponamento ti ha detto stizzita “spero sia contenta ora” e tu hai risposto “sono contenta soprattutto di non essere una stronza come lei” e comunque non c’è niente che  faccia più ridere di due sconosciuti che si insultano dandosi del lei), ha la voce della tua dentista che ti sgrida perché non dai abbastanza importanza agli interstizi dentali. Ha la tua voce quando litighi e hai torto, il suono che più ti ferisce al mondo. Ha la voce degli amici che hai trascurato pensando che tanto sarebbe bastata una telefonata perché i veri amici possono non vedersi per anni e poi quando si ritrovano è tutto come prima e invece non è vero, l’amicizia ha bisogno di manutenzione, come ogni forma di relazione. Ha la voce di chi ti ha accusata di essere cambiata. E tu pensavi che cambiare fosse bello, cambia il bruco in farfalla, cambia il fiore in frutto e invece ti perdonano tutto, ma il cambiamento no. Ma poi magari non sei cambiata, sei la stronza di sempre, solo che all’inizio non volevi spoilerare tutto il seguito, non sei cambiata, no, hai semplicemente tirato fuori uno di quei finali che ci resti di merda tipo Parasite. Mica brutto Parasite.

Quando piange ha la voce di Giusy Ferreri che fa un coro con quella di Muffami Muffami Muffami eh eh e con il cantante degli ACDC. Quando piange dà sfogo ad atroci verità, tipo che l’amore non ti completa, è proprio il contrario, l’amore ti crepa, ti fa a pezzi, ti mischia gli organi interni. Non siamo un mobile Ikea da montare, anche se THESJÖ sarebbe un bellissimo nome per una libreria componibile. La THESJÖ avrà sempre un paio di viti in più, inoltre hai scoperto che pure le viti possono essere maschio e femmina, insomma dalla questione incontri e completamenti non se ne esce. L’amore sarà pure la risposta, ma non è la soluzione, non siamo cubi di Rubik in cerca di mani capaci, anche perché un cubo di Rubik risolto è solo un dado dalle facce colorate, un inutile soprammobile.

Ricordavi tutto, ma non il pianto di un neonato, quando il neonato è il tuo. Non ricordavi che, quando piange la tua bambina, le metti una mano sulla pancia per farla smettere e in effetti i neonati degli altri smettono, non la tua. La tua si calma qualche secondo giusto il tempo di illuderti e poi riparte a piangere più forte e allora la prendi in braccio da seduta per calmarla e i neonati degli altri si calmano, non la tua che si cheta qualche secondo per far scorta di fiato e ricominciare più forte di prima. Così la prendi in braccio da seduta ma cullandola, pausa, illusione, ripartenza con il botto. La culli da in piedi. Poi da in piedi infilandogli un capezzolo in bocca. Poi da in piedi infilandogli un capezzolo in bocca e saltellando. Poi da in piedi infilandogli un capezzolo in bocca, saltellando e cantando Muffami muffami muffami eh eh. Ricordavi tutto ma non che da ora in avanti dormirai in piedi come i cavalli che allattano i puledrini perché la morale è che ormai hai rilanciato e col cavolo che potrai tornare alla mano sulla pancia per farla smettere di piangere.

Ricordavi tutto, ma non il pianto di un neonato, quando il neonato è il tuo. Saresti pronta a comprare mille carillon di ogni foggia e marca. Einstein diceva che se le api dovessero scomparire, nel giro di quattro anni anche l’umanità si estinguerebbe (è un’attribuzione impropria, non lo diceva Einstein e non si capisce perché ad Einstein attribuiscono frasi a caso sulle apidi, come quella del calabrone culone che vola anche con le alette ridicole atrofizzate). Credi che Einstein o il finto Einstein si riferisse alle api carillon: se smetteranno di girare sulle culle anche l’umanità potrebbe fermarsi. Ami quel ronzare intorno al frutto più fresco, perché i bimbi vengono dal seme e in mezzo alla pancia hanno un grazioso picciolo, il cordone tagliato, che secca e si stacca dall’albero madre.

Ricordavi tutto, ma non che la struttura polmonare del neonato, in relazione al suo peso, non è adatta a strillare come Giusy Ferreri in coro con gli ACDC e tutte le campane, ma non lo sa e quindi Muffami muffami muffami eh eh, ma solo se il neonato è il tuo.

Foto: https://www.facebook.com/officinacalzelunghe

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Il giuramento di un genitore.

Giuro sulla mia testa e su tutti i capelli, circa 150 per centimetro quadrato di cuoio capelluto, su ogni neurone, su ogni connessione, su ogni pensiero detto o taciuto.

Giuro croce sul cuore, ma anche su fegato, reni, vescica, intestino, polmoni, tutti organi usati ma in buone condizioni.

Giuro potessi rimanere fulminata all’istante, ma anche annegata dall’onda anomala di uno tsunami, carbonizzata sotto la lava di un vulcano, assiderata sotto la neve di una valanga, morsa in pieno centro città da un black mamba, colta di sorpresa da un qualsiasi accidente naturale, raro ok, ma non per questo meno letale.

Giuro sulla mia vita e se non basta anche su ogni reincarnazione, su quando ero regina, vestale o concubina, su quando ero maschio femmina o pesce Napoleone che beato lui cambia sesso come si fa il cambio di stagione.

Giuro sulla mia collezione di sospiri, giuro sulle notti in cui ti giri e ti rigiri, sulla puntualità del camion della spazzatura, ché forse non tutti sanno ma le ore piccole sono di bambini, mamme che allattano e netturbini.

Giuro sui gioielli della mia corona: l’unico Anello che porto all’anulare, una cavigliera zingara coi campanelli, una di quelle che indossi al mare, quando vai a spasso per il paese e fingi di poter comprare ogni casetta incrostata di sale. E poi un mezzo cuore di metallo trovato in un pacchetto di patatine, regalo di mia figlia quando ho spento trentotto candeline.

Giuro su mio padre che non voleva giurassi e anche su mia madre che non voleva sudassi, che forse non c’entra ma giuramenti e sudore sono stati i due pilastri della mia educazione.

Giuro su Dio, il Dio dei genitori, ai quali rivolgere la preghiera più terribile e vera, la più onesta che c’è: se devi, nel malaugurato caso, ti imploro, prendi me.

Giuro sulla Bibbia, sul libro di Mormon, sui Tre Canestri e sul Corano, su ogni testo sacro e profano. Giuro col sangue, con le lacrime e il sudore, perché anche di questo, di corpo e di sporco, è fatto l’amore.

Giuro perché ho bisogno di una parola estrema, del sempre per sempre, dell’allinfinito, di qualcosa che rimane saldo quando il mondo trema. Giuro io che non ho mai giurato, che l’unica cosa di cui siamo sicuri sono i dubbi e la paura.

Giuro sulla natura. Sull’incontro dei geni che danno la vita, tra l’altro si chiamano geni e ora so perché… hanno realizzato i miei desideri, tutti e tre.

Farò tutto quello di cui sono capace, farò del mio meglio per il vostro bene e se non ne sono capace, giurate con me, lo impareremo insieme.

foto: Officina Calze Lunghe di Elisa e Susanita

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Il mio pigiama parto, senza pigiama e senza camicia da notte (ovvero di come alle 7 e 21 del 3 agosto è arrivata Andrea Ines).

Rompo le acque che sono sola con Marta e Lorenzo (Dario è rimasto a casa sua CHE FIGURATI SE STASERA… MANCA ANCORA PARECCHIO), li sveglio alle due di notte e ci mettiamo a fare insieme la valigia per l’ospedale, non l’ho ancora nemmeno abbozzata CHE FIGURATI SE DEVE ESSERE PRONTA CON COSì LARGO ANTICIPO. “Fare” significa che buttiamo dentro a uno zaino da mare riesumato da un fondo dell’armadio con sabbia incastrata nelle cuciture mutande, amuleti, trucchi, spazzolino dentifricio e asciugamani buoni per il bidet di un fachiro per quanto sono rigidi e scartavetranti. Ho un problema con gli asciugamani, li compro morbidissimi e candidi, li passo una volta in lavatrice e ne escono di cartongesso e di un colore marrone-bronzo-merdaceo che in natura si trova solo in alcuni modelli della Fiat Multipla. Quando i vicini del piano di sotto cominciano a notare una macchia di umidità sul loro soffitto, mi ricordo di aver rotto le acque da dieci minuti e che non posso pormi quesiti sulla mia inadeguatezza in tema di lavaggi e ammorbidenti: bisogna andare. Al pronto soccorso mi dicono che sono troppo sorridente e allegra per essere in travaglio, mandano a casa Dario, LO CHIAMIAMO NOI QUANDO E’ ORA, CHE FIGURATI SE PARTORISCE COSì IN FRETTA NON HA NEMMENO LE CONTRAZIONI. Le contrazioni in effetti non le ho forti, ma è anche vero che Marta l’ho praticamente partorita in ascensore. Intanto si fanno le sei, “signora vuole mettersi una camicia da notte?” Mi chiedono le infermiere. Apro la borsa da mare, dentro ho anche il vestito della cresima ma di camicie da notte non c’è traccia. “Signora metta almeno le pantofole…” Pantofolahahahahah, manco quelle ci sono.
Per punizione mi fanno indossare le calze bianche antitrombo stile stivali Casa di Pony. Sono sexy come Candy Candy fantasie di puerperio. Ci sono 65 gradi percepiti, continuo a perdere le acque, che però evaporano istantaneamente. “Allora come sta la donna geyser?” E’ arrivata la ginecologa di turno. “Bene bene, ma io credo di dover partorire, forse è meglio chiamare il papà”. “Ma no, ma no, sorride ancora troppo per essere in travaglio” anche lei si basa sul mio sorriso orizzontale e non sull’urlo di Munch sottombelicale. Alla fine il papà lo chiamo di mia iniziativa alle sette, arriva correndo in moto in meno di un quarto d’ora, alle 7 e 21 Andrea Ines è tra le braccia di Renegade. A me non mettono nemmeno un punto, tutto è stato veloce e quasi indolore, ma per Dio se dovete partorire non sorridete mai, andate incazzate come bestie rabbiose, fate le prove di facce brutte e ringhio a casa o non vi crede nessuno. Salutiamo il papà che in pratica ha ancora il casco, molto utile a dissimulare la commozione, con le leggi Covid lo rivedremo solo all’uscita, non sono ammesse visite di nessun genere durante la degenza.
Torniamo in camera, felici ma sole. L’ospedale è come l’avevo lasciato otto anni fa, a parte il silenzio, c’è una quiete irreale senza parenti e amici e infermiere che cazziano parenti e amici perché si trattengono troppo o perché fanno casino. Le madri soffrono col silenziatore, quasi in preghiera, gli unici a piangere spudoratamente sono i neonati che se ne fregano delle restrizioni. Il resto è come sempre. Ci sono le piccole culle vaschette per le tartarughe, quella trasparenti dove dormono i bebè rugosi come testuggini. Ci sono le neomamme smarrite con la pancia a sufflè che spingono le culle terrario manco fossero girelli per anziani, si fanno sorreggere dal futuro e insieme il futuro dipende da loro. Ci sono i bambini delle altre che sono tutti belli ma sempre un po’ meno del tuo. Ci sono le ostetriche che li rigirano tra le mani sapienti e li sbatacchiano, i baby shottini tequila bum bum felici di essere sbatacchiati. Ci sono i gridolini dei parenti e degli amici in videochiamata: “che piedini!” il miracolo della vita sta tutto in quelle dieci minuscole dita perfette.
Marta quando vede la sorella dice che le sembra abbia due culi in orizzontale al posto degli occhi. Secondo me ha un po’ di borse femminili alla Carolina Crescentini, ma la teoria di Marta è più suggestiva. Andrea Ines è una bimba buffa e perfetta, ha l’aria di una che ha appena pagato le tasse, Lorenzo ha coniato per lei la parola malinconcia, una crasi tra malinconico e malconcio, pare l’abbiano buttata giù dall’utero mentre dormiva ancora, salva, al sicuro, ma impreparata e assonnata. Ogni tanto ha un sussulto come se cadesse nel vuoto di schiena, risucchiata da questa famiglia folle e affollata. Semplicemente l’adoro, siamo una squadra d’eccezione, lei ed io. Quanto a me, la montata è arrivata subito e l’antica latteria fuori corso ha riaperto i battenti a pieno regime. In tutto sono stata in ospedale due giorni esatti, entrata all’alba del 3 e dimessa la mattina del 5: fast and furious, fuori in 48 ore! Voglio che sia messo agli atti che non esistono madri attempate, al massimo madri veterane, che forse non sanno lavare gli asciugamani, ma sanno accogliere il pianto della vita con un sorriso. E vuoi mettere?

 

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Ultimi preparativi prima della nascita.

Arrivederci capelli, bentornato ammasso riccio di lana cotta dove tuffare le dita per dormire, stracci infeltriti dove pulirsi le manine. Bentornato “è caduto il ciuccio”, è caduto il culo, è caduto tutto, è una postilla della teoria di Newton: gravidanza e gravità hanno la stessa radice mica per niente. Ciao vecchietta che mi spieghi che la bimba ha caldo, che la bimba ha freddo, che la bimba va girata di fianco, di pancia-di schiena, che la bimba non è una bimba ma un kebab e come tale va girata con regolarità. Ciao altra vecchietta che parli della bimba al maschile anche se in testa le ficcherò un fiocco grande come un campanile, che poi sei la stessa signora del mercato che ogni giorno da sei mesi mi guardi la pancia e mi dici “è quasi ora, eh”. Sei mesi di è quasi ora, porcatroia.
Buongiorno a tutte le cose che ho già vissuto e che ho rimosso, a quelle che ricordavo diverse. Addio noi tre, che siamo stati per così tanto un’unica creatura a sei braccia, sei gambe, tre bocche, che aveva al centro un IO sgangherato, al contrario, un io, il mio, che era perno di tutto. Un noi che mille volte rifarei e che adesso è il momento di fare diverso, più aperto, più esperto.
Buongiorno famiglia allargata, slabbrata, smagliata, ma mai sbagliata. Addio faccio tutto io. Buongiorno lavaggi nasali, buongiorno pianti disperati, che se non sai cos’è son coliche. Buongiorno febbriciattole, che se non sai cos’è e allora è la sesta malattia bis, l’ottava malattia il ritorno, la nona malattia la vendetta, the six supremacy, the seven ultimatum. Bentornata ansia del fare quando lei dorme, bentornata petrolmerda che attacca solo i bodinicarinicarini di petit bateau. Addio bodinicarinicarini di petit bateau, coi tempi che corrono, quando nasce questa ce la portiamo a casa incartata nel giornale. Bentornata abbronzatura col bimbokini, che si allaccia con le gambine al fianco e le braccia al collo. Addio silenzio, addio caffè torinesi col cesso fuori, che tanto è impossibile pisciarci con un neonato, buongiorno allattamento da climber con lei appesa al capezzolo con la forza della suzione. Buongiorno pasti in piedi, col boccone dalla pentola, bentornato orologio che indietreggia invece di avanzare. Bentornata fatica. Bentornato figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi. Unendo le forze avremo una progenie dai vent’anni agli zero mesi, così per coprire tutta la gamma di crescita figliale e di ansia genitoriale. Buongiorno fratellanza sconosciuta, salti sui letti salti generazionali gelosie, chissà quale ninna nanna storpieremo questa volta. Bentornato coccodrillo, spero tu abbia imparato a fare un cazzo di verso in questi anni o ti trasformo in borsetta. Bentornati cartoni per la prima infanzia, addio ai maiali scrotali andati in pensione, bentornati ai supereroi pigiamati. Buongiorno nuove teorie pedagogiche da due soldi, bentornato al sempre valido mamasutra con tutte le posizioni per addormentare i neonati, ciao sagaci ironie mammesche sull’impossibilità di cagare in solitudine, buongiorno lavatrice-tu-sei-la-mia-salvatrice. Buongiornissimo alle vignette di facebook e ai Mamy Meme vecchi come me e soprattutto buongiorno a te, ti aspetto al varco, te, brutta giovane puttana che mi incontrerai davanti alla scuola, vaffanculo a te, crudele minorata dall’involucro di pelle elastica e tirata, tu che mi sorriderai con le tue tette sode e l’inguinale minigonna e mi domanderai se della bambina sono la mamma o sono la nonna.

 

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Sono nata idiota sapiente.

E io che credevo d’essere nata per la nostalgia, credevo d’essere nata con quella malattia di non darmi a nessuno per sentirmi più mia. Credevo d’essere nata per le sedie scomode dei cinema all’aperto, per le porte sbattute, per quando sei al mare e il cielo è coperto, per le sveglie che non mi sono mai riuscite a svegliare, quelle puntate all’alba in extremis per provare a studiare. Credevo d’essere nata corista, ballerina di fila, mai in mezzo alla pista, mai in mezzo alla scena, una che improvvisa la rabbia la sera e nel letto si chiude di schiena.

Credevo di essere nata idiota sapiente, devota alle frasi ad effetto che non dicono niente, tipo “belli gli amori che fanno battere i cuori, come quando nella doccia scivoli, ma non cadi e non muori”. Ma che minchia vuol dire? Sei bella come le cardioaspirine? Come un colpo apoplettico andato a buon fine? Come un femore fragile che non si frattura? Ecco, credevo d’essere nata per l’amore che toglie il respiro perché sa di paura. Credevo d’essere nata per i ti amo come concessione, per il ti amo a buon prezzo per una mediocre canzone. Credevo d’essere nata per dirlo e sentirmelo dire, ma appena detto l’amore iniziava a finire.

E invece tu me lo hai detto così, senza “credo di starmi per”, senza “sono in procinto di”. Senza regina reginella quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello, così grande e così bello, senza avanzare come formiche o come leoni, come canguri, bradipi o gamberoni. Senza ti adoro, ti cuoro, ti amoro. Senza che uno chieda andiamo? e l’altro capisca ti amo. Senza bisogno di riflettere e di pensare, senza mettersi d’accordo: conto fino a tre, poi tu lo dichiari a me e io lo dichiaro a te.

Me lo hai detto in un bacio e quando mi baci mi tieni la testa, con le mani mi attutisci i rumori, noi siamo dentro e il mondo sta fuori. Così mi hai detto ti amo, un ti amo lontano, un biglietto chiuso da anni in una bottiglia. Ma è arrivato chiaro e infinito, come l’eco perpetua del mare in una conchiglia. Come la meraviglia di essere nata proprio per questo e fanculo ai miei credo, alle ansie, ai pudori, fanculo anche al resto.

 

foto: Susanita

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Soffro di insonnia e di femminile irritabile.

Che bella l’insonnia in gravidanza. Che bello desiderare la posizione orizzontale ogni momento del giorno, ma ritrovarsi con gli occhi sbarrati dei lemuri alle due di notte. Ore piccole le chiamano. Ore in cui tutto si miniaturizza sotto il tuo esame distorto: il tuo conto in banca, la voglia di fare, il letto matrimoniale ripieno di figli e io ripiena a mia volta, la vescica. Solo le ansie sono enormi, insormontabili, come le vergogne, le invidie provate e ricevute, perché alla fine l’invidia è democratica, siamo tutti il Mozart di qualcuno e il Salieri di qualcun altro. Sono enormi i sospesi e pure le rese. Non bisognerebbe mai rileggere la propria vita durante le crisi di insonnia, è come riascoltarsi in un vocale, la tua voce ne esce sempre male. La notte porta consiglio se dormi, se sei sveglio la notte porta pensieri di merda, zanzare, caldo torrido e gatti anziani che litigano in cucina.

 

Mi alzo. Accendo la tv e guardo la ottantinfinitesima replica di Quattro ristoranti. Ne sono ossessionata. Mi fa venire un nervoso quando Borghese infila il suo ditone nella cappa delle cucine e lo tira fuori ricoperto di petrolmerda. E mi fanno venire il nervoso pure i ristoratori che con aria colpevole annuiscono depressi. Empatizzo con questi minchioni, che dopo l’ottantinfinitesima edizione non hanno capito che tre cose fa Alessandrone nostro: controlla la cappa, controlla che non ci siano coltelli appesi al magnete e verifica che le cucchiarelle di legno siano bandite. Minchia come lo fanno incazzare le cucchiarelle di legno! Se mi rimetto a dormire ora la mia cappa mi verrà a perseguitare per il resto della notte. Quindi spegno la tv e controllo il telefono.

 

Sulla timeline di facebook qualche strascico dell’affaire M&M, Murgia-Morelli. Leggo un articolo esaustivo “il vero volto di certi cattivi maestri” su Esquire. Mi sa che lui ha notti più faticose delle mie al momento e di nuovo empatizzo, anche con questo minchione, mi imbarazzo per lui. Cioè, non voglio infierire, ma maestro di che, mi chiedo? Della corrente psicanalitica del GRAZIEALCAZZISMO? Approfondisco con alcuni pezzi della sua produzione manualistica. Sei triste? È perché non trovi la felicità dentro di te. Dice. Graziealcazzo Raffaele “Meme” Morelli. Scommetto che la trovo riposta tra il femminile e le Birkenstock. Ti è proprio andata male, perché capita che questo sia un periodo in cui le donne hanno il femminile irritabile e quindi faccia scalpore la frase sulla seduzione, che è una cagata intendiamoci, ma comunque detta da un rispettato professionista che insegna felicità for dummies, con terapie di gruppo dove si fa cantare ai depressi “sei felice e tu lo sai batti le mani”. Io ho irritabile un po’ tutto e mi sono sempre rifiutata di essere la donna e soprattutto la persona a cui si rivolgono quelli come Morelli, preferisco prendermi per il culo da sola (arte in cui sono ottima maestra) piuttosto che farmi prendere per il culo dai professionisti.

 

Sulla seduzione, sulla femminilità e sulla bellezza, posso dire che l’approccio dei bambini è sempre quello che preferisco. Se ho un bel vestito, per i bambini sono io con un bel vestito, se mi taglio i capelli sono io con i capelli più corti, se ingrasso, indovinate? Sono io con qualche chilo in più. Non c’è bellezza e non c’è bruttezza, c’è solo una specie di essenza ineluttabile.

È anche vero che Lorenzo, dieci anni, mi riempie di complimenti ora che sono incinta, penso che abbia colto una mia fragilità legata al corpo che cambia, alla paura di non tornare come prima. L’altro giorno mi ha detto “mamma, quando ti siedi e ti alzi lasci sempre sul divano un buon odore”. Mio figlio mi annusa il culo, è un pensiero inquietante, non mi aiuterà a dormire.

Mi rimetto a letto, la mia cappa è un disastro, ma le ore si fanno più grandi, come Marta nel lettone e l’altra bimba nel pancione. Una piccola preghierina prima di dormire: abbiate cura della vostra femminilità, ma soprattutto della vostra intelligenza. Tra l’altro le due cose si trovano proprio vicine, da qualche parte tra il senso dell’umorismo e le Birkenstock.

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foto: Susanita

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L’unico parto non naturale è quello che fa sentire la madre inospitale.

Tu che mi guardi dentro chissà se ti piace quello che vedi, se dormo sul fianco giusto, se hai abbastanza spazio, se il ritmo del mio cuore è di tuo gusto. Stai seduta a testa in su e di girarti non ne hai la minima intenzione. Mi hanno spiegato che possono farmi la mossa tricche tracche, appendermi come una salamella, posso convincerti a parole, cantarti una canzone, ma onestamente non mi va di romperti troppo i coglioni, se ci vorrà il cesareo, avrai le tue buone ragioni.
Sono anche stufa di questa distinzione che ci accompagna per tutta la vita, tra normale e irregolare, tra naturale e artificiale, tra spontaneo e medicale. Già dal concepimento, nel parto, nell’allattamento, con l’effetto di sviluppare un senso di colpa in chi non ha un corpo abbastanza adatto, reattivo, animale. L’unico parto non naturale è quello che fa sentire una madre sbagliata e inospitale. Quindi tu fai un po’ come ti pare.
Ho capito questo, che l’amore va lasciato respirare, non fa bene stargli addosso, a programmare e analizzare. Io invece, a parte quello per i figli, l’ho sempre messo in discussione l’amore, l’ho guardato sotto la lente, al sole, questo insetto sconosciuto, strano, con il rischio di bruciargli le ali e non farlo più volare. Non stavo affatto male a prendermi cura delle mie malinconie, a coltivare ricordi e attese, nel mio orto delle nostalgie. Però vuoi mettere adesso invece? Adesso invece sono felice. Mi viene quasi da dovermi giustificare: giuro che non ne avevo nessuna intenzione, non era nei piani, mai acquistato un manuale, a me piace la musica strappacuore.
Però se è successo a me, che non ho un briciolo di predisposizione, nessun talento per il per sempre, cioè se è successo a me, che non ho mai imparato da un errore, sono la dimostrazione che la vita fa davvero come vuole.
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Lo stato interessante delle cose.

Come va? Ci sono giorni che mi sembra di avere un esubero di culi, due o tre culi in più almeno, altri giorni che mi sento leggera e piena di energie, poi di nuovo mi sveglio e ho la circolazione a puttane, il raccordo anulare sulle cosce, la viabilità di Bogotà sulle caviglie, la cellulite sotto la pianta dei piedi, il pluriball plantare. Continuo a non essere positiva alla toxoplasmosi. Cosa incredibile perché negli anni, tra una gravidanza e l’altra ho mangiato fegato crudo con fave e un buon Chianti per togliermi sta rottura di coglioni di lavare tutto con amuchina e bicarbonato, sono diventata gattara frequentatrice di specie cimurriche selezionate nei peggiori gattili di Caracas. Niente di niente, se la bimba nascerà con una voglia di speck in fronte, sappiamo il motivo. Per il resto sono stata ecografata, testata e tutta tamponata, mi hanno analizzata in ogni pertugio e il prefisso anal non è un caso. Sto bene.

Io (e tutti quelli che con me partecipano al se prima eravamo in tre a ballare l’alligalli adesso saremo in sette a ballare l’alligalli) sono splendidamente impreparata e insieme molto saggia. Anche perché ora so che metà delle cose che ti cercano di vendere in gravidanza non servono a un cazzo, tipo la vaschetta per lavare il bambino sotto il fasciatoio da camera. Ma che optional è? Che poi devi andare al pozzo a riempirla, ci immergi il piccolo inzaccherando il parquet della camera e poi ti tocca riportare il brodo primordiale a uno scarico, facendo la doccia al gatto. Non mi preoccupa nemmeno l’aspetto viabilità. Che compri? Il trio, il duplo, il truplo, l’ambo, il bingo, quello con le ruote larghe così puoi andarci a fare i freni a mano? Ci sono passeggini cari come il trono di spade a rotelle. Culle così grandi e di design che appena il neonato non ci sta più, puoi ammortizzare la spesa e farle diventare carretti vintage per gelati. Noi dobbiamo andare a riprendere i passeggini di Marta e Lori nel garage dei miei suoceri (ho davvero un numero ragguardevole di suoceri per non essere mai stata sposata), ma stiamo procrastinando. Ieri abbiamo realizzato che in auto non ci staremo più, compriamo un sessantotto barrato tutto per noi? Ma no, perché? C’è sempre l’adolescenza alle porte, c’è sempre la possibilità che inizino a odiarci tutti e che non vogliano più stare con noi.

Poi c’è la dottoressa gentile:  Ma guarda magari prima del covid ci avrei anche fatto un pensiero, ma ora davvero dopo lo smart working e lo smart schooling mi stai proponendo lo smart puerpering? Ma col cazzo! Che sono ancora scioccata per aver preso solo otto nella verifica d’arte di Lorenzo sul “vaso fenicio”. Vi assicuro che mi ero molto applicata, era un bellissimo vaso fenicio.

Un’altra certezza che ho e di non voler approfondire il rapporto con la mia placenta e no, non la userò per fertilizzare un melo nelle notti di luna piena in segno di armonia con la natura. Per il resto mi sono molto ammorbidita: Mi vuoi toccare la pancia, tu passante che hai preso una laurea in ostetricia nell’università della strada? Fallo. Vuoi sentire se è matura battendoci le nocche come un melone? Fallo. Vuoi indovinare il sesso? Fallo. Che pancia tonda è femmina vero? Sì, esatto! Guarda come è alta, è maschio? Certo, è maschio, c’ha un pisello così, superdotato, come desideri, basta che ti faccia simpatia e io sono a posto. È una pancia imponente, non c’è dubbio. C’è sempre una mano zozza dei miei figli appoggiata sopra, me la ungono loro, non ho manco bisogno dell’olio di mandorle. Dall’ombelico in giù non vedo più nulla da un mese, non è bello per una donna perdere di vista i propri organi genitali, allora interrogo uno dei miei bambini che passa di lì: come ti sembra? Mah, per i tuoi standard, mi pare tutto a posto, mi ha detto Marta ieri senza troppa convinzione. Mi chiedo quali siano i miei standard vaginali, ma è meglio non indagare troppo. Guardiamo insieme come cresce la sorella in quei siti per puerpere ansiose dove il nascituro è paragonato a un ortaggio: oggi mamma sei alla ventottesima settimana e il tuo piccolo è una lattugona con il naso! Oggi mamma entri nella trentesima è stai crescendo una melanzana con i testicoli. Ma a parte tutto questo amniopinzimonio, siamo appassionati delle rubriche Dalla parte del papà. Dove gli uomini vengono descritti come dei dolci decerebrati, dei sorridenti quokka con la patente, la cui funzione è soprattutto quella di tenersi pronti per portare l’amata in ospedale.

Per il resto ho dimenticato il brutto e ignoro ciò che verrà, è piacevole e sto a un metro dalle mie paure. Non è che non ci siano eh, è più un salvifico distanziamento sociale. Paura dei momenti di buio che quando si dà alla luce una vita sai inevitabili; paura di non essere abbastanza, anzi di non averne abbastanza per tutti, abbastanza cosa? mi chiedo poi. Abbastanza bellezza è la risposta che riesco a darmi. Non ho paura di farmi il culo, questo no, di culi ne ho sviluppati un paio d’avanzo per l’occasione: ah la natura che meccanismo perfetto! Nonostante io sia una madre fuori corso (preparto soprattutto), non c’è meno casino dentro me rispetto a un tempo, siamo sempre in tante qui dentro, tante voci, tante me, però abbiamo imparato a non assembrarci, diciamo che al momento siamo tutte ricongiunte, intorno alla luce, intorno al futuro.

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foto: Officina Calze Lunghe

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