A una bimba che impara a parlare.

Cominci a parlare. Abbi cura delle parole perché se le scegli bene non ti tradiranno. Le parole creano legami, ma creano anche condizionamenti e una persona con più condizionamenti che legami è una persona destinata alla tristezza. Imparare a parlare è un percorso lungo e periglioso, mentre tu impari a parlare io sto imparando a stare zitta. Primi aggiungi e poi togli. È la regola del crescere, credo.

Vedrai quando ti arrabbierai: nelle sfuriate c’è un momento preciso in cui cominci a credere a quello che dici, invece di dire quello che credi. Lì ti devi fermare, è difficile perché ormai hai preso lo slancio, ma usa il freno a mano, passo indietro, fai tutto il cammino di Santiago in moonwalk se serve.

Quando qualcuno esordisce con “posso dirti la verità?” tu scappa. Stai alla larga dai sinceri, nove su dieci è gente che non ha imparato davvero a parlare. “Posso essere franco con te? Solo se io posso essere barbara” scrive Fran Lebowitz, che figa che è la Lebowitz.

Scoprirai che c’è una moda anche nelle parole, alcune sono come i tormentoni estivi, abusate per stagioni intere e poi basta, quando saltano fuori in inverno, a riascoltarle, fanno sorridere. Prendi “valido”, c’è stato un periodo in cui tutti sembravamo arbitri: “questo piatto di orecchiette è valido”, “quel maestro di zumba è valido”. Adesso valido in una frase sta come Despacito in una playlist. Vedrai che capiterà lo stesso per “necessario”. I libri non sono più belli, sono necessari. Gli interventi o gli articoli non sono più interessanti o arguti sono necessari. Da pronunciare con tono solenne e compito. Presto necessario tornerà al suo paese di cure dentarie, per me di necessaria c’è giusto la detartrasi una volta ogni sei mesi. Spero che tu imparerai a dire “abbacinante” entro la fine del 2021 perché ora va molto, ma poi chissà, dopo il 2021 non abbacinerà più nessuno. Fai le prove, ti lascio due frasi per esercizio: queste orecchiette sono di una bontà abbacinante, quel maestro di zumba ha un senso del ritmo abbacinante.

Le parole non sono belle e non sono brutte sono belle e brutte le intenzioni che le muovono.

La parola crea, è per questo che si pensa che togliendo un vocabolo, mettendoci al posto un termine più gentile tutto vada meglio, purtroppo non è così, ma come biasimare chi prova a migliorare il mondo una sillaba per volta. Le parole che usiamo dicono tutto di noi. Meglio una in meno che una in più, soprattutto se non è d’amore.

Verba menant. Se l’altro si ritiene ferito da qualcosa che hai detto non riuscirai a convincerlo delle tue buone intenzioni (se sono buone), la verità è che ci affezioniamo volentieri alle nostre incomprensioni, alle nostre delusioni. Quindi fermati, passo indietro, tutto il cammino di Santiago in moonwalk già lo sai.

Non essere permalosa, sono parole, fidati dei gesti. La parola è un’approssimazione, anche quando suona bene. Appena ti sforzi di dire con chiarezza una cosa, ti accorgi che è chiara perché l’hai semplificata.

Di fronte alla morte, alla nascita e all’amore non ci sono parole. Ci vogliono le mani, il silenzio, il cuore sul cuore.

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Stranezze di generazioni a confronto.

Spesso ironizzo sul passato, sulle abitudini che avevano i nostri genitori, su come ci vestivano e si vestivano, ma non solo. Ieri mi è tornato in mente il periodo in cui mia madre andò in fissa col carcadé, per circa un anno abbiamo bevuto solo questa broda rossa, poi qualcuno di buon senso una mattina si è alzato e ha detto ad alta voce “ma carcadé non è una bevanda, al massimo è il verso di un oviparo” e non se n’è più parlato. Lo stesso vale per lo spezzatino di soia. Un collega le insegnò la ricetta e lei ce lo propinò per diverse settimane.

La ricetta diceva: fai un soffritto di cipolla, unisci i piselli, quando sfrigoleranno spezzetta con un paio di forbici da cucina una o due spugne da bagno, quelle morbide dai pori larghi che son più delicate, fai sfumare la fame con del vino e dimentica lo spezzatino. Le stranezze di mia madre non finivano qui. A casa era vietato depilarsi, la depilazione incattiviva i bulbi, al massimo i baffi potevi schiarirli con una crema al plutonio capace di renderli fosforescenti. In pratica sostituivi i baffi con la scritta al neon “baffi”. A Carnevale potevo vestirmi da “Zorro brilla al buio”.

Siccome sono vecchia mi chiedo cosa dirà Andrea Ines delle nostre abitudini. Immagino: ai tempi dei miei la gente si sorbiva delle tazze di passata di piselli alle otto di mattina che rispondeva al fallace nome di matcha cappuccino. Il tè era ingiuriato in vari modi negli anni Venti, si erano anche inventati il bubble tea, una cisterna da passeggio, un mangia e bevi servito con una bella manciata di calcoli renali sul fondo. Poi andavano forti i pokè, insalate di riso che se la credevano un sacco, per esempio il tonno si faceva chiamare proteina, gli ingredienti si definivano per casate. Anche i poké venivano arricchiti con una manciata di calcoli renali, le bacche di goji.

Sui pacchetti del cibo puntualizzavano assurdità, sui biscotti quando non potevano dire senza olio di palma, non potevano dire fatti secondo tradizione, non potevano nemmeno mettere “a mia nonna piacevano abbastanza”, allora scrivevano “fonte di fibre”, graziealcazzo anche il compensato è fonte di fibre. La colazione dei giorni di festa era a base di pancakes. I pancakes non è che facciano proprio cagare, ma onestamente rispetto a un croissant non c’è partita, sono un supporto semi rigido per lo sciroppo d’acero, ma la mamma li preparava, era il periodo in cui soffriva della sindrome della signora Cunningham (non che la signora Cunningham fosse una gran madre, a un certo punto della seconda stagione di Happy Days gli sceneggiatori eliminano senza dare spiegazioni suo figlio maggiore e lei non se ne cruccia, si consola con i pancakes).

Tra gli anni Dieci e Venti del Duemila l’umanità si prese bene per gli scandinavi. Tutti a voler essere danesi, tutti a mettere i cappottini di lana alle tazze. Andò indisuso anche il detto non ci sono più le mezze stagioni, su Instagram c’era un’unica lunghissima mezza stagione, l’autunno. Anche la Finlandia andava forte. Bella la Finlandia, l’unico posto dove c’è un freddo porco per mesi e poi improvvisamente è primavera, la neve si scioglie ed evapora in zanzare. Eh ma vuoi mettere che cultura superiore… fanno dormire i bambini fuori all’addiaccio in inverno, che bravi! Certo che li fanno dormire fuori d’inverno, perché d’estate devono tenerli chiusi in casa se non li vogliono trasformare in un buffet per insetti. I finlandesi di buono avevano Babbo Natale che però, alla fine degli anni Trenta, fu ribattezzato Genitore 1 Natale e non è più stato lo stesso. Mia madre, poi, guardava una trasmissione che si chiamava Cortesie per gli ospiti in un tempo in cui non si poteva ospitare nessuno, quindi tutto quel mannaggialaputtana per la torta ci vuole la forchettina da dessert e non il cucchiaino da tè e poi finiva che da spettatrice si mangiava una Philadelphia usando un wurstel come posata.

Ai bambini piccoli mettevano cappellini con le orecchie, io andavo in giro con due pon pon di pelo sulla testa come fossi uno scroto di opossum e poi mi chiedono perché i miei li ho chiusi in ospizio.

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Nostra signora dei doppi menti

Nostra signora del biscotto sbavato mi guarda. Se io esco dalla porta non esisto più. Tramonto se giro l’angolo, che io albeggi poco dopo lei lo ignora. Si dispera, ma ma ma ma, non è ancora un ma avversativo (Lorenzo e Marta ma-mammeggiano con disappunto: vai a dormire! Ma-mamma è presto, fai la doccia! Ma-mamma l’ho già fatta una settimana fa), ma ma ma è ancora pura congiunzione con l’esterno. Ma ma ma ma chiama e io torno ed è il mondo a ritornare.

Nostra signora delle grasse risate nel suo scranno a quattro ruote mi chiede di essere guardata: guarda i miei denti spuntare, le mie braccia volare, guarda che colibrì culone che sono, guarda come ho scoperto il pavimento, come ferma bene le cose che lancio. Guarda come imparo, c’è impegno, c’è ingegno, c’è fatica, che il mestiere di vivere si ruba con gli occhi. Non credo che si possa imparare ad amare, ma so per certo che l’amore è il miglior insegnante. A modo suo ti guida, ti sgrida e, se lo ascolti, ti spiega. Da madre ho capito che ci vuole molto amore per vedere i figli, anche nel male, per intervenire, correggere, litigare, per non cedere all’inerzia e alla comodità. Da sempre quando mi arrabbio con Lorenzo, lui mi fissa, le pupille si annacquano, si espandono come se avesse il viso di carta assorbente e le iridi di inchiostro. Avrei voglia di dire ok, ho scherzato, fai cosa vuoi ma ti prego riponi gli acquerelli, riponi quell’espressione, sorridi. Se lo amassi di meno giuro smetterei di sbraitare, ma è il mio ruolo, la mia missione è anche non mollare.

Gesù chiedeva continuamente a Dio di osservarlo. Rivolgeva gli occhi verso l’alto, al cielo, lo fa qualsiasi figlio con i propri genitori. Nostra signora dei doppi menti si muove nel mio sguardo, se mi distraggo ciò che fa non esiste. Mi chiede di credere a qual che vedo, se non ci credo io come potrà farlo lei? Allora guardo gli alberi e credo agli alberi, guardo il fiume e credo al fiume, guardo suo padre e credo a suo padre proprio come si crede al fiume o agli alberi. Guardo il dolore e credo al dolore, che è una tentazione, una vertigine, il desiderio invincibile di cadere.

La sofferenza ti imprigiona dietro al vetro nella stanza dei colloqui, muovi le labbra e indichi una cornetta che pochi hanno la forza di alzare. Guardo alla rabbia e credo alla rabbia, la lascio sfogare. Mi sforzo di guardare e credere che possa essere più semplice di come l’ho imparato io a suo tempo, che possa essere più verde, più azzurro, più cielo. Non è facile, ma me lo chiede nostra signora degli indici in bocca.

Ci si aspetta che la mamma sappia trovare le cose, hanno gli occhi a raggi x le madri. Mamma non trovo i calzini, dov’è la maglia rossa? Il libro di scienze? E lei guarda e trova. Mamma guardami dice Nostra signora dei body sgommati e io guardo e trovo. C’è un segreto nell’infanzia che non so dire, ma che voglio imparare, un nocciolo tenero. Kundera scriveva “la tenerezza è il tentativo di creare uno spazio in cui valga il patto di trattarsi l’un l’altro come bambini”. Ecco, se potessi scegliere, uno sguardo adulto ma di tenerezza è quello che oggi vorrei tramandare.

Foto: Giorgio Violino

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Mostrosocialopoli

Ho un cattivo rapporto con la paura indotta, con i film dell’orrore, non li trovo catartici. Mi impressionano anche le trame, le sinossi, sono invenzioni lo so, ma che ci siano persone, sceneggiatori, registi impegnati in pensieri così raccapriccianti e con tanta dedizione mi impressiona. I miei amici lo sanno e per scherzare di tanto in tanto mi mandano qualche trailer raccapricciante. Arrivo al punto. Ho scoperto l’esistenza di The human centipede (first sequence – full sequence – final sequence… non googlate perdio!), una saga incentrata sulle vicende di un chirurgo pazzo che “unisce” diverse persone per creare un trenino umano con un unico apparato digerente. Lascio qualche secondo per visualizzare mentalmente varie ipotesi di incastro delle vittime, se la fantasia di chi legge non si spinge a tanto rinvio in nota*.

Ecco. Quando capito in qualche orrenda pagina Facebook, quando leggo l’escalation di commenti innescati da alcuni post, quando ho la tentazione io stessa di partecipare a una discussione on line, mi fermo, dico ad alta voce The Human Centipede e stacco tutto. Perché i social talvolta riescono a essere proprio questo: una catena umana di merda, un domino fondato sul conflitto. Non uso la parola conflitto a caso, Facebook ma anche Twitter e Instagram sono ingegnerizzati per agevolare lo scontro, perché lo scontro, la rissa, genera engagement (per engagement si intende il tempo trascorso a spippolare davanti allo schermo) e l’engagement è letteralmente denaro e investimento per gli inserzionisti. Perché il conflitto genera engagement? La risposta è sotto gli occhi di chiunque abbia un profilo attivo: io voglio dimostrarti che ho ragione e tu torto, voglio definire la mia identità sull’opposizione alla tua, voglio chiarire, ci volessero anche giorni ti chiarirò che sei un emerito coglione.

Procedo sul filone filmico. Monsters & Co. è una pellicola di animazione del 2001 con un soggetto geniale e dire che a me i cartoni annoiano a morte (sì lo so sto escludendo troppi generi cinematografici e non ho ancora detto quanto mi facciano cagare i musical). Quel fenomeno di Pete Docter si è inventato una città abitata da mostri di ogni genere che ricava l’elettricità dalle urla dei bambini umani. Gli addetti allo spavento si intrufolano nelle camere dei piccoli durante la notte al solo scopo di farli gridare di terrore. Non scendo in ulteriori dettagli (ma davvero non avete mai visto Monsters & Co.?), dico solo che alla fine del film si scoprirà un’altra fonte di energia inestinguibile, efficace e pulita: la risata infantile.

I social sono come Mostropoli, si alimentano per lo più di quell’energia potente che è la polemica inutile, aggressiva e a volte crudele. Non solo, certo, si alimentano anche di contenuti interessanti, ben articolati, che fanno ridere e riflettere, ma è una fonte alternativa secondaria. Continuando nella metafora, l’energia che alimenta Mostrosocialopoli è la nostra, noi che ne usciamo distrutti, frustrati (o magari anche soddisfatti perché giustizia è fatta, gliel’ho cantate quattro a quello, ha avuto il pollice verso che meritava) e stanchi. Io sono stanca e questo post lo scrivo per avvisare che d’ora in avanti ai commenti spiacevoli o assurdi che leggerò sulla mia bacheca o sulla bacheca di persone amiche risponderò solo #humancentipede oppure #brigittebardotdemmerda e voi saprete perché, vi invito a fare lo stesso.

* Il buon chirurgo unisce le tre vittime, che restano in vita per tutto il film, cucendo il culo dell’una alla bocca dell’altra. Brigitte bardot bardot dove canta solo la locomotiva. Tre vittime per first sequence, dieci vittime per full sequence, centinaia di vittime per final sequence. Ora, mi si perdoni, vado a vomitare.

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Di vittime, carnefici e fioriture di plastica.

Arrivo in ritardo sulle discussioni pubbliche e realizzo che mi interessano sempre per motivi laterali. Si è parlato tanto di violenza, presunta tale o meno, e due cose mi girano in testa da giorni e quando girano tocca farle uscire per vedere se hanno senso. La prima riguarda il concetto stesso di vittima. Perché è così difficile capire chi è una vittima? Perché lo deve capire anche la vittima stessa, lo deve realizzare, ammettere, come si ammettono le colpe purtroppo.

Il male è una forza oscura proprio perché quando ti tocca ti sporca, ti compromette, fai parte di quel male perché senza di te non esisterebbe, non sarebbe stato fatto. Inoltre la gente non ama le vittime, le vittime non rispondono alla retorica dell’auto-miglioramento che impera oggi. Oggi vanno gli eroi (e si fa presto a dire eroi, bambini eroi, genitori eroi, insegnanti eroi, come si fa presto a dire genio o capolavoro, usiamo un linguaggio dopato, ma questo è un altro post).

Gli eroi sono di due specie: quelli che salvano le vittime e le stesse vittime che si rialzano, si ribellano, insorgono e risorgono. Se sei vittima ti conviene prendere l’ingiuria che hai subito, il tuo danno, insomma, e farne presto qualcosa di buono, tradurlo, altrimenti la gente non te lo perdona. Non ti perdona quel male che ti è rimasto attaccato dentro. Sei l’ostrica che si tiene il suo granello e non ci crea intorno la perla. Non importa se il problema sta proprio nel fatto che con quel granello (che è poi un corpo estraneo, il male) non sai cosa farci, allora cerchi di ignorarlo e magari ritardi a riconoscerlo. Più ritardi meno il danno è credibile. La vittima sta di merda, ma dal letame nascono i fior… allora fiorisci! Che è il nuovo imperativo, dopo splendi. Quante fioriture di plastica vedo in giro.

L’altro punto che mi perseguita è la sostituzione del male con la stupidità. Ma la cattiveria è la forma più alta di stupidità, perché è anche impastata di ignoranza, lo stupido è pericoloso, presuntuoso, ride, come ridono le iene. Non si dice mai abbastanza quanto il male sia ottuso e quanto rappresenti il peggior investimento possibile. Un genitore può cedere su tutto, ma non su questo: la stupidità è sempre un’aggravante, non è una giustificazione. Se da essere umano, a maggior ragione da madre o padre, sostieni il contrario, tu stai ragionando Male e quel Male ha toccato sicuramente tuo figlio, l’ha sporcato. È lì c’è colpevolezza, senza presunzione.

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La fatica della paura.

Lorenzo mi dorme accanto in un lettino di vimini che è stato già di suo papà. È il 2013, ho poco più di trent’anni e quando qualcuno dice che il bambino assomiglia a me faccio pace con la mia faccia. I genitori si combattono la somiglianza dei figli, non lo dicono esplicitamente, ma è come se ci fosse un dominio genetico da difendere, la supremazia di una famiglia o dell’altra. Montecchi e Capuleti avrebbero continuato a litigare sui lineamenti del figlio di Giulietta e Romeo. Il mio DNA e quello di Matteo si sono spartiti Lorenzo senza troppa fantasia: dal collo in su me lo sono preso io, dal collo in giù lui. Sorride, guarda, spalanca gli occhi come me. Cammina, corre, si muove nel mondo come Matteo.

Mi sveglio, ho un pensiero che non riesco ad allontanare, più che un pensiero è un dubbio. Se fossi obbligata a riconoscere Lorenzo dalle sue mani, forse mi sbaglierei. Non ho guardato con sufficiente attenzione le sue dieci dita, i palmi, le linee della vita. Il perché dovrei essere obbligata a riconoscere mio figlio dalle sue mani lo ignoro, ma la fantasia angosciosa che mi ha svegliata ha i tratti confusi di un gioco drammatico e sadico da campo nazista e insieme da quiz televisivo anni Novanta. Tanti neonati completamente coperti, madri a cui vengono mostrate solo gli arti superiori e da quelli devono dire “è lui, è il mio”. Mi alzo sudata, prendo Lorenzo in braccio e lo porto nel letto, gli perlustro tutto il corpo millimetro per millimetro, lo studio e dopo averlo studiato lo ripasso, poi compio la stessa operazione a occhi chiusi, tastandolo e accarezzandolo per impararne la consistenza. Alla fine lo annuso, anche se dell’olfatto sono più sicura. Mi fermo solo quando sono certa di saperlo a memoria, poi lo bacio e gli auguro la buonanotte, a lui che non ha mai smesso di dormire.

Quiz nazisti che esistono solo nella mia testa, anche di questo sono fatte le notti da madre. Di preoccupazioni più o meno fondate, per quanto ci sia da discutere sulla fondatezza dell’idea stessa di preoccupazione. A rigor di logica occuparsi in anticipo di qualcosa che non si è ancora verificato è fatica inutile, energia mal riposta. Eppure mi dico: se immagino e mi preparo mentalmente a tutte le evenienze sarò in grado di scongiurarle o, quanto meno, di parare il colpo. Parallelamente concepire il peggio, visualizzarlo, mi fa orrore perché mi pare di evocarlo. Sarà per questo che mi è insopportabile leggere fatti di cronaca se c’è l’infanzia di mezzo, per un’ipersensibilità certamente, ma anche per una forma vergognosa di scaramanzia, perché ogni bambino è il tuo bambino e quello che può succedere a ogni bambino può succedere al tuo.

La fatica della paura, i genitori la conoscono bene ma ne parlano poco, è loro compagna, più del carico mentale, più del dolore lombare. Se non hai figli temere il peggio significa temere un orrendo accidente senza nome che può capitare a te e ai tuoi cari. Un padre e una madre se temono il peggio temono un orrendo accidente senza nome che può capitare al loro bambino. Che il peggio accada ai tuoi figli è il peggio che possa accadere. Tutte le minchiate che ci diciamo, tutti i consigli non richiesti, tutte le chiacchiere prive di senso sono certa che si taciterebbero se, incontrandoci per strada, ci dicessimo: Come stai tu? Mah io al solito ho una paura fottuta, però bene dai. Anche tu hai passato la notte a contare dita e seguire linee della vita eh?

Questa settimana ci sono state diverse notti da quiz nazisti, perché Andrea Ines ha avuto un febbrone che non passava (ora sta bene, le hanno fatto anche il tampone ed era negativo, ma così la sua prima parola è stata una bestemmia) e io l’ho studiata tutta e poi dopo averla studiata ho ripassato, ancora e ancora. Perché al terzo figlio, l’unica lezione che ho imparato dalla maternità è che la paura non si divide ma si moltiplica. Esattamente come l’amore.

foto: Susanita https://www.facebook.com/susanita.valentinafontanella

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Ci ameremo in silenzio come si amano i pesci.

Nell’educazione sentimentale che ho ricevuto c’è un capitolo che si intitola “non fare questo o quello perché altrimenti si spaventerà”. In amore bisognava andare per gradi, mai forzare troppo, usare una manovra a tenaglia, lenta e inesorabile piuttosto. Fa sorridere, oggi, l’idea di un amore che, di fronte a una richiesta, a un movimento brusco, scappa come un gattino randagio maltrattato. Fa sorridere, oggi, come tante teorie che evaporano al contatto con la realtà.

Nascere (e far nascere), morire e innamorarsi sono cose difficilissime, impossibili da immaginare quasi, finché non accadono. Ma quando accadono te ne accorgi proprio perché non c’è più spazio per la teoria. A me l’amore ha cambiato totalmente la percezione del tempo. Ho scoperto che ti àncora al presente. Ti ricordi com’era quando non stavamo insieme? Gli chiedo ogni tanto. No. Tu? Ma pure io sai, poco, mi pare una vita fa, che è una cosa strana da dirsi quando la vita in questione è la tua.

Penso a lei, alla me di un tempo, con un distacco tenero. Forse è così che ci perdoniamo gli errori, come se li avesse commessi qualcun’altra, un’amica che ti è stata tanto vicina, ma che hai perso di vista, con cui hai condiviso guai e leggerezze, troppe per volerla frequentare ancora. A quella amica racconterei di lui.

Che fa la settimana enigmistica dall’inizio alla fine, che conosce la data di scadenza delle cose e non le butta via, ma non rischia mai di avvelenarsi di nostalgia. Che non solo c’è, ma sta, radicato come un albero, a volte silenzioso come un albero. Che tiene le graffette per chiudere il pane, metti che debba legare un gelsomino alla ringhiera, e non lo dice da fissato con il riciclo, lo dice da nonno, da uno che ha fatto la guerra.

È così fuori moda, fuori dalle logiche del momento, a volte il mondo lo imbarazza: togli quel canale, non voglio sentire mi vergogno per loro, una volta perdere la faccia era la cosa peggiore che ti potesse capitare, ora la faccia la mettiamo per tutto, abbiamo perso il pudore. è marinaio e capitano e noi gli stiamo intorno, un po’ lo aiutiamo, un po’ prendiamo il sole, un po’ lo perculiamo e ammutiniamo.

Lui che è fuori contesto, un uomo d’azione in un periodo in cui non si agisce, al massimo si reagisce, si puntualizza, ci si oppone, ci si indigna, ma non ci si muove. Le racconterei di lui, di come prende in giro la mia voglia di parlare di noi, su di noi non c’è niente da dire, solo da fare, parliamo di Sciascia piuttosto, della Rivoluzione Russa, di Federer e Nadal, ma niente teorie su di noi, tanto non ci riesci, noi ci amiamo in silenzio come si amano i pesci.

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Io lo faccio cuscì!

Avere tre ragazzini in dad e una neonata a casa significa che la cucina è aperta 24 ore su 24, come in crociera, c’è sempre un buffet attivo con gente che mangia e altra che spadella. Tra i buoni propositi c’è quello di non sprecare roba, che è peccato. Così abbiamo dato una possibilità alla cucina degli avanzi. Lo schema è questo: abbiamo avanzato del pane raffermo, che spreco buttare questo tozzo da tre centesimi, cerchiamo orsù una ricetta per dimostrare a noi stessi quanto siamo furbi, accorti e responsabili, ecco qui (leggo ad alta voce): Avete del pane raffermo? Bene, mettetelo in una ciotola e unite del caviale di lumaca, dei pistilli di zafferano, della bottarga e del sale dell’Imalaya. Ma io lo immagino che voi, voi che fate le ricette facili facili con gli avanzi, c’avete la mamma imaialana.

Mi fanno molto ridere anche i tutorial di chef club, che è un canale a metà stada tra la culinaria e la carpenteria avanzata. Un esempio di tutuorial: oggi faremo le “Arterie glassate”. Prendete una confezione di panna da cucina da mezzo chilo, svuotatela e usate il contenitore come stampo, riempitelo di Nutella e panna riscaldata al microonde, Baiocchi immersi nel Bounty sciolto e mascarpone per sgrassare, lasciate riposare in freezer per due ore. Quando sarà congelato, tiratelo fuori, panate il tutto nella granella di cocco e Ferrero Rocher e friggete in abbondante burro. La confezione di panna darà un bell’effetto croccantino al tutto, perché si sa variare le consistenze è fondamentale.

Optiamo per una semplice crostata con crema pasticcera. Figo. Per la crema ci vogliono sei tuorli. Ok, quindi avanzano sei albumi. Cerca una ricetta per usare i sei albumi che qui siamo accorti e responsabili. Trovata! Le crespelle pallide. Bello leggi. Per dare le crespelle pallide ci vogliono dieci albumi. Bene. Ora cerca una ricetta per usare i quattro tuorli avanzati. Alla quindicesima ricetta salva rossi-albumi spaiati, afferri una gallina che passa di là, le tiri il collo e vaffanculo, perché altrimenti non se ne esce.

Tra le foodblogger italiane Benedetta Rossi è la mia preferita, me ne sono innamorata nelle notti di allattamento e sono andata a leggere i commenti alla sua pagina. Ha degli haters. Per me il detto non si può piacere a tutti, con lei non vale, lei dovrebbe piacere a tutti. Come si fa a essere haters di quella donna? Io ogni volta che alza la teglia di lasagne da ottocento chili con la destra tremante e con la sinistra fa l’ok col pollicione mi riempio di tenerezza. Io, quanto tutto questo sarà finito, andrò a vivere lì, in terra marghigiana, con il suo Marco, zia Giulietta e nonna Blandina, con Benedetta che mi parla della sua gugina e non si capisce se intenda il suo ricettario o una sua parente, magari la figlia di zia Giulietta.

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Quando la conoscenza esce dalla Scuola (un post lungo e confuso in attesa di sapere cosa ne sarà di noi).

Le mie maestre erano NellaeIrene, pronunciato così con la liaison alla francese, un binomio indissolubile come orgoglioepregiudizio, delittoecastigo, poltronesofà. Se stai leggendo e sei della mia generazione, sono certa che avrai una coppia di NellaeIrene che duetta nei tuoi ricordi di bambino. In prima elementare, Nella si prese a carico un compagno che subì un lutto impronunciabile, si prese a carico vuol dire che il bimbo visse da lei, con la sua famiglia, per un’estate intera e per alcuni mesi dell’anno successivo. Sempre Nella qualche tempo fa, scrisse alla redazione di Donna Moderna per cui tenevo una rubrica, chiedendo un mio contatto, mi chiamò, fu una telefonata piena di emozione in cui rivangammo il passato e ci raccontammo il futuro (ormai remoto), ricordava tutti i nomi dei bambini della mia classe. QUESTO ERA.

Continuità didattica si direbbe oggi, liaison imprescindibile direi io alla francese, un legame costruito con la frequentazione, con la conoscenza, con le fatiche che sono crescita reciproca. I miei figli non avranno una NellaeIrene e io ne sono addolorata. QUESTO E’. E non sono addolorata perché sono vecchia e idealizzo quello che accadeva “ai miei tempi”, ho un bel curriculum di flagellatrice ironica di usi e costumi passati, sono addolorata perché non riesco a essere più allibita, stranita, persino divertita dal nostro “Questo è”. E ora spiego che cosa intendo con questo è:

Lorenzo è in quinta, ha cambiato sette maestre, senza contare le supplenze. Marta è in terza, ha cambiato cinque maestre, senza contare le supplenze. La “sporca” dozzina di docenti si è avvicendata su classi che risultavano sempre nuove, sempre da conoscere e subito dimenticare. So il nome dei sette re di Roma, me li insegnarono NellaeIrene, ma non delle sette maestre di Lorenzo. D’altronde le sette maestre di Lorenzo non sanno chi è Lorenzo, non per mancanza di attenzione o per incapacità, ma perché fisicamente, con un turnover del genere, è impossibile creare un rapporto che non sia superficiale e superficiale nella scuola è sinonimo di fallimentare. È l’effetto di quell’aforisma ottuso di cui parlavo un paio di post fa “tutti sono utili, nessuno è indispensabile” e quindi tutti sono sostituibili. No, gli insegnanti per esempio non dovrebbero essere sostituibili, né precari, la maestra non è un ruolo, è una persona.

Conoscenza ha due valenze non per altro, si approfondisce la conoscenza di una materia, si approfondisce la conoscenza di un individuo e anche di se stessi. La conoscenza è uscita dalla scuola e il Covid ha fatto il resto. Lo scorso marzo mi sono detta: prendiamola con spirito, con il mio ex compagno abbiamo anche molto riso. Quando ascoltavamo le interrogazioni in dad che sembravano la famosa telefonata della Clerici “fa schiuma ma non si consuma, cos’è?”. Faceva ridere? Sì, faceva ridere. Anche Marta che urla (su suggerimento del fratello) La Pianura Fagiana, alla domanda di come si chiamasse la pianura del Po. Faceva ridere? Sì, faceva ridere. Quando ci hanno dato da fare a casa il lavoretto a sorpresa per la festa della mamma e ho dovuto farmi il lavoretto a sorpresa io e poi pure sorprendermi. Faceva ridere? Sì, faceva ridere. Quando le insegnanti di Lorenzo non sono riuscite a fare in un anno una lezione on line che non fosse registrata. Faceva ridere? No, non faceva ridere. Non fa ridere che la Scuola venga lasciata sulle spalle di pochi (che ci sono e sono i buoni, buone giovani precarie piene di entusiasmo, buone professioniste di lungo corso che cercano di adeguarsi e imparare a usare i nuovi strumenti…), mentre la struttura crolla vergognosamente. E crollo anche io, come genitore, perché non so cosa fare, alla vigilia di una nuova chiusura, mi sento grata nei confronti di alcune insegnanti che però mi restano figure lontane, ma sono anche addolorata perché non sono in grado di dare ai miei figli quella conoscenza dal doppio significato che per me resta tutta lì, in NellaeIrene.

*parlo al femminile, sempre di maestre, per comodità e perché non ho avuto modo di confrontarmi con insegnanti elementari uomini.

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Tre “aforismi” minchioni su cui si è basata la mia crescita professional-sentimentale.

Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile. Di solito te lo dice qualcuno che si sente indispensabile. Io, come tanti della mia generazione, sono cresciuta con questa spada di Damocle, il precariato fatto massima di buon senso. A pensarci, è il concetto stesso di utilità ad essere strumentale e cinico. Nelle scorse maternità ricordo un mix di ansia e gioia, la bolla con i bambini mentre il mondo va avanti, nella speranza che vada avanti non troppo bene senza di me. È solo un esempio, ma vale per spiegare l’insinuante e persistente senso di colpa di chi resta indietro, mi correggo, di chi potrebbe restare indietro. Io non so se sia la vecchiaia, ma oggi il pensiero di non essere indispensabile mi sembra un privilegio, una liberazione: dimenticatemi, sostituitemi, al mio posto metteteci un gorilla che comunica con i segni, una bambola gonfiabile, uno spaventapasseri, fate un po’ come vi pare, avrete i vostri motivi. Se hai un posto che pensi costantemente di poter perdere, che sia un posto di lavoro o un posto nel mondo, allora non è il tuo.Gli esami non finiscono mai. questa mi ha creato la sindrome di Irene Cara o anche detta dello What i feeling. Ogni volta che faccio qualcosa di impegnativo mi parte la colonna sonora di Flashdance e mi si materializza l’ingessatissima commissione del balletto finale: con il tipo che fuma il sigaro, il nerd col covid, la segretaria secca con la scopa in culo… sono tutti lì a guardarmi dall’alto in basso, un poco annoiati, un poco schifati. Ma perché mai non dovrebbero finire mai gli esami? Io imparo anche senza esami, lo giuro, leggo un libro anche senza interrogazione per dirne una, non ce la faccio a pensare alla vita come a una performance continua con le palette dei voti. Non ce la faccio più a tenere ‘sti minchia di scaldamuscoli. Una coppia finisce quando ci si dà per scontati. Quando ci si “siede”. Forse questa l’ho fraintesa, l’ho presa talmente alla lettera da autoinfliggermi il terrore dell’amore alla stagione dei saldi e l’ho pagata cara. Io non stavo, mai, rilanciavo stupidamente sempre, forzando le richieste, in un crescendo che non prevedeva pace e riposo. In coppia non ci si siede, in coppia ci sono solo posti in piedi, pensavo, che minchiona, ragazzi. L’amore, quando funziona, ha molto col darsi per scontati, nell’accezione dell’esserci l’uno per l’altra senza dubbi, se io allungo il mio braccio nel letto è scontato che ti trovi, come è scontato che domani sorgerà il sole, che il caffè quando sale nella moka gorgoglia, che l’ultimo mandarino è quello che fa schifo e quindi devi mangiartene un altro per pulirti la bocca. Scontate come le abitudini che non ti vengono a noia. Come i tuoi figli, che anche con una casa enorme a disposizione, staranno sempre nel metro quadro intorno a te. Scontato come un dato di fatto, un principio della fisica, quei principi della fisica che regolano il mondo.

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