Mia figlia la cresce Mastrota.

Teniamo la tv accesa in salotto. Nessuno la guarda davvero, nonostante questo lei prosegue nei suoi deliri, esattamente come noi. Però, ogni tanto, mentre sto piegata su Andrea Ines che muove i primi passi e mi ritrasforma nel Gobbo di Notre-Mam, butto un occhio sullo schermo. Quasi sempre c’è una televendita. Io ho la passione per quella dei materassi con il tipo di Furore furore furore nanana che parla del sistema di riposo Marion. Quando sbraito con i miei figli sogno di urlare: andate subito a ricongiungervi al vostro sistema di riposo, è tardi, c’è scuola domani! Allora Lorenzo dal cesso mi urla: “Mammaaaa, ho ancora da fare qui seduto sul sistema di alleggerimento fecale”.

Anche Mastrota mi appassiona. La mattina fa i crunch su un trespolo che ha tutta l’aria di essere anch’esso un sistema di evacuazione e infatti si esercita con la tipica faccia di chi piscia in mare. Il pomeriggio canta le qualità della pancera per il mal di schiena, evidentemente effetto dell’attività fisica di cui sopra. Il giorno dopo quando lo rivedi a fare crunch gli intimi di smetterla, per l’amor didddio, che poi lo sai come va a finire, non c’hai più l’età Mastrolindo Mastrota (non mi ero accorta che fosse pelato, l’ultima volta che l’ho visto doveva essere ancora sposato con l’Estrada).

Tra le promozioni di prodotti internazionali il massimo è il reggiseno con un sistema di tiranti, ponteggi e putrelle così complesso da fissare le spalline alla mascherina. Il risultato è una monotetta sottomento, una monotetta girocollo, un solitario The beers in pratica.

Mi incuriosisce oltremodo il tipo con la pettinatura di Ambra Angiolini in Non è la Rai, Panzironi, quello che promette di vivere 120 anni con i suoi integratori. Non sorride mai, sta seduto composto e risponde alle domande di un compare, tra i due c’è la dinamica dottor Burns-Smithers, domina il desiderio sessuale inespresso. Le cinque porzioni di frutta e verdura al giorno se le somministrino a vicenda, ma non per via orale. Infine c’è un programma dove un esperto di architettura e antiquariato prende un mobile bellissimo e lo decapa, poi risistema le stanze e scrive kitchen in cucina, toilette in bagno… per essere chiari perché magari ti confondi e ti viene da lavare i piatti nel bidet (d’ora in avanti: sistema di detersione delle pudenda sconosciuto nei paesi anglo&francesi).

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Si può essere felici senza smettere mai di essere tristi.

E improvvisa mi prendeva la voglia di avere delle piante, un bel terrazzino con vasi e piccoli fiori colorati e api. E improvvisa mi prendeva la voglia di rimodernare casa, di comprare tanti specchi grandi come brufoli da appendere su una parete con carta da parati, santini e fotografie, un vaso a forma di testa di Frida Kahlo, piante basculanti al soffitto. E improvvisa mi prendeva la voglia di una maschera di bellezza, di un balsamo anticrespo.  Sono i preparativi della felicità. Poi non arrivava, non è detto, ma essere preda di quegli entusiasmi propiziatori sicuramente mi ha salvato tante volte dal teatro della tristezza. Immaginarmi compratrice di tulipani la domenica mattina, lettrice scalza di romanzi in riva al fiume tra libellule ronzanti, sbocconcellatrice di croissant con ginocchio destro al petto e piede avvinghiato a bordo sedia davanti a pc portatile sul tavolino del bar, donna che si fa il bagno nella vasca e immerge la testa per annegare i pensieri cupi e schiarirsi le idee. Madre che cucina con i bimbi ridendo delle nuvole di farina e che nelle giornate di pioggia propone giochi creativi con gli scarti della differenziata. Era dare una possibilità a un’altra me, giusto un esercizio, che poi tanto mai potrei immergere la testa nella vasca da bagno, ho una vasca troppo piccola, se immergo la testa devo fare la candela con le gambe, è probabile che muoia per embolia. Ma pure i tulipani, ti pare che si possano spendere trenta euro per un mazzo di fiori? Cosa sono Csaba della Zorza? E la mamma creativa, figuriamoci. Una che posta il flipper funzionante fatto di tubi di carta da culo e di tappi di bottiglia di bevande bio. Seguo un sacco di account di questo genere, finisce che coinvolgo i miei figli trentasecondi netti, poi il lavoro più duro è resistere alla tentazione di urlare: minchia dai qua, tu e quelle manacce ricoperte di petrolmerda, hai rovinato la mia opera d’arte, beccati sto computer mentre finisco da sola! Lo stesso per le ricette da cucinare insieme… tu tieni acqua e farina, impasta questo pezzettino sciapo e grumoso che nessuno mangerà e io farò la pizza buona.

Si può essere felici senza mai smettere di essere tristi” scriveva la Yourcenar “si può essere tristi senza mai smettere di essere felici”, per me vale allo stesso modo, una specie di aforisma dal senso palindromo. Lo leggi da un lato o dall’altro e funziona ugualmente. Nei periodi in cui le cose vanno bene, in cui sono felice, continua a scorrere in me un fiume sotterraneo. La felicità è un’emozione, mentre quel fiume sotterraneo è un sentimento, una percezione della realtà dolorosa che non si secca mai del tutto, che non si assorbe. Quando la tristezza arriva in superficie, per motivi contingenti, è la felicità a scorrere sotto, un desiderio di vita che non si tacita, di nuovo un sentimento, mentre la tristezza diventa emozione dominante e, per fortuna, passeggera. La mia natura compensa, è un ridere nel pianto, un piangere nel riso.

Un ridere di quella che sono, un piangere per quelle che non sarò mai. e viceversa. Quello che mi salva mi condanna, quello che mi condanna mi salva, come la vita che è tutto ciò che abbiamo e insieme tutto ciò che non avremo mai.

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L’appuntamento.

Ci sono giorni che ti mancano tutti, senza motivo, anche quelli che hai mandato via tu.Sono i giorni in cui ti senti più sola, smarrita. Bello sarebbe che una cassiera ti prendesse per mano, ti portasse alla sua postazione e dicesse al microfono il tuo nome e cognome, pregasse chi ti ha perso di venirti a riprendere. La voce si spanderebbe attraverso gli altoparlanti. Bello sarebbe che chi non c’è più si facesse avanti (una nonna, un amante, un amico) e ti abbracciasse “ecco dov’eri! Non farlo un’altra volta, sparire così… mi è preso un colpo”, le persone spaventate sgridano con gli occhi lucidi di sollievo. Non è colpa mia, ti giustificheresti, ho preso per mano la persona sbagliata, capita di confondersi, mi sono distratta e intanto piangeresti di gioia.

Ma non hai un gran rapporto con i supermercati. Da piccola ci andavi coi tuoi a fare la spesa e all’ultimo ti mollavano in fila per prendere lo zucchero, il sale, in tutta fretta, eri terrorizzata che arrivasse il tuo turno prima del loro ritorno, non avresti saputo cosa dire, con cosa pagare. Quindi in assenza di supermercati, cassiere e altoparlanti, bello sarebbe stabilire un punto di ritrovo con le persone che amiamo, nel malaugurato caso che la vita rimescoli i vari binari. Perfetto è il chiosco sulla via panoramica, dove fanno spremute d’arancia e caffè d’acqua nera, se ci perdiamo troviamoci lì, la signora è gentile e dall’altra e il binocolo del belvedere va a monete da 10, chi è in anticipo potrà guardare l’altro arrivare. Bello sarebbe ma non si può fare, non va mai così, in tempi di pace non si fanno promesse che la guerra disperde. Se ti mancano tutti, se ti senti perduta sta a te doverti trovare, sederti per terra davanti alla scuola, abbracciare lo zaino, accettare il ritardo e pazientare.

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Hai tutto tu da fare.

Hai tutto da fare tu, personcina, traffichi, parlotti, butti in terra, alzi, muovi la testa no no no no, sì sì sì. Qualcuno ogni tanto dice: guarda come sembra impegnata. Mettetevi nei suoi panni, è da un anno che da sola manda avanti una famiglia. Questo fai, personcina, chiami di qua, indichi, ci metti in riga. Deleghi, ti fai rispettare, ci educhi a stare insieme. Non solo i tuoi quattro fratelli, ma anche i loro diversi genitori, i nonni tuoi, gli acquisiti, per te è tutto uguale, per te che sei miele è tutto un grande alveare. Metti in ordine le priorità. Lorenzo a te dà ascolto, forse parlate ancora la stessa lingua. Basta che tu pianga e smette quel che sta facendo per venire a consolarti. Lui che appallottola i vestiti, calpesta le cose piuttosto che raccoglierle, lascia le luci accese, gli asciugamani bagnati sul letto… i tuoi giochi, quelli non li perde mai, sa sempre dov’è il ciuccio blu, quello con l’alce, Lorenzo non ha cura di niente che non sia tu.

Quando ti voglio mettere a nanna fai resistenza è ti posso capire, non è il momento di dormire, mi dici, non lo vedi che ho ancora un sacco di questioni da sistemare? Sei lì a rompermi i coglioni con i pisolini, quando c’è da mandare i baci agli sconosciuti, farci degli amici. Ci fai sembrare più simpatici alle cameriere, ai cassieri, ai dottori, ai farmacisti, alle vecchiette per strada. Ci riconoscono tutti da come svolazzi, la famiglia col colibrì. Discuti con il vento, venite alle mani a volte, lo chiami per far contenta Marta, lei che se c’è un sole perfetto vuole la luna, le piace mettere la felpona al mare, a lei piace il temporale.

Hai in agenda mille incombenze, ti devi far spuntare i denti per mostrarli ai nonni, perché ogni dente è una sorpresa, un gridolino. Devi prepararti alle videochiamate, ad aggiornare il tuo repertorio di magie, devi stringere dita, spalancare cuori. Tu personcina sei la nostra vacanza, il nostro Natale. Sei presa a far venire la nostalgia alla tua sorellona appena laureata, quella che mi fa tanto ridere, quella di cui sono un po’ innamorata, con gli occhi da cerbiatta e il passo da t-Rex. Come fa una ragazza leggera come una piuma a fare così bordello quando cammina? È fatta così, è Nina. E da quando ci sei ha la scusa per tornare più spesso. Dell’adolescente non ne parliamo nemmeno, non si sa tra voi chi è cambiato di più in un anno, ma quando vi sorridete avete la stessa età e la mia anima è allo sbando.

Qui i grandi si occupano dei più piccoli e la più piccola si occupa di tutti. Anche di me, mi fai mangiare le tue pappe che almeno sono sane, mi tieni in allenamento, mi fai camminare. Non assomigli a nessuno perché non ci vuoi scontentare. E poi fai quella magia che riesce solo a te, di dare senso al nostro mondo, se rotola te lo fai passare, lo prendi tra le mani, lo porti alle labbra, lo scuoti, lo sbavi e riprende a girare.

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A una bimba che impara a parlare.

Cominci a parlare. Abbi cura delle parole perché se le scegli bene non ti tradiranno. Le parole creano legami, ma creano anche condizionamenti e una persona con più condizionamenti che legami è una persona destinata alla tristezza. Imparare a parlare è un percorso lungo e periglioso, mentre tu impari a parlare io sto imparando a stare zitta. Primi aggiungi e poi togli. È la regola del crescere, credo.

Vedrai quando ti arrabbierai: nelle sfuriate c’è un momento preciso in cui cominci a credere a quello che dici, invece di dire quello che credi. Lì ti devi fermare, è difficile perché ormai hai preso lo slancio, ma usa il freno a mano, passo indietro, fai tutto il cammino di Santiago in moonwalk se serve.

Quando qualcuno esordisce con “posso dirti la verità?” tu scappa. Stai alla larga dai sinceri, nove su dieci è gente che non ha imparato davvero a parlare. “Posso essere franco con te? Solo se io posso essere barbara” scrive Fran Lebowitz, che figa che è la Lebowitz.

Scoprirai che c’è una moda anche nelle parole, alcune sono come i tormentoni estivi, abusate per stagioni intere e poi basta, quando saltano fuori in inverno, a riascoltarle, fanno sorridere. Prendi “valido”, c’è stato un periodo in cui tutti sembravamo arbitri: “questo piatto di orecchiette è valido”, “quel maestro di zumba è valido”. Adesso valido in una frase sta come Despacito in una playlist. Vedrai che capiterà lo stesso per “necessario”. I libri non sono più belli, sono necessari. Gli interventi o gli articoli non sono più interessanti o arguti sono necessari. Da pronunciare con tono solenne e compito. Presto necessario tornerà al suo paese di cure dentarie, per me di necessaria c’è giusto la detartrasi una volta ogni sei mesi. Spero che tu imparerai a dire “abbacinante” entro la fine del 2021 perché ora va molto, ma poi chissà, dopo il 2021 non abbacinerà più nessuno. Fai le prove, ti lascio due frasi per esercizio: queste orecchiette sono di una bontà abbacinante, quel maestro di zumba ha un senso del ritmo abbacinante.

Le parole non sono belle e non sono brutte sono belle e brutte le intenzioni che le muovono.

La parola crea, è per questo che si pensa che togliendo un vocabolo, mettendoci al posto un termine più gentile tutto vada meglio, purtroppo non è così, ma come biasimare chi prova a migliorare il mondo una sillaba per volta. Le parole che usiamo dicono tutto di noi. Meglio una in meno che una in più, soprattutto se non è d’amore.

Verba menant. Se l’altro si ritiene ferito da qualcosa che hai detto non riuscirai a convincerlo delle tue buone intenzioni (se sono buone), la verità è che ci affezioniamo volentieri alle nostre incomprensioni, alle nostre delusioni. Quindi fermati, passo indietro, tutto il cammino di Santiago in moonwalk già lo sai.

Non essere permalosa, sono parole, fidati dei gesti. La parola è un’approssimazione, anche quando suona bene. Appena ti sforzi di dire con chiarezza una cosa, ti accorgi che è chiara perché l’hai semplificata.

Di fronte alla morte, alla nascita e all’amore non ci sono parole. Ci vogliono le mani, il silenzio, il cuore sul cuore.

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Stranezze di generazioni a confronto.

Spesso ironizzo sul passato, sulle abitudini che avevano i nostri genitori, su come ci vestivano e si vestivano, ma non solo. Ieri mi è tornato in mente il periodo in cui mia madre andò in fissa col carcadé, per circa un anno abbiamo bevuto solo questa broda rossa, poi qualcuno di buon senso una mattina si è alzato e ha detto ad alta voce “ma carcadé non è una bevanda, al massimo è il verso di un oviparo” e non se n’è più parlato. Lo stesso vale per lo spezzatino di soia. Un collega le insegnò la ricetta e lei ce lo propinò per diverse settimane.

La ricetta diceva: fai un soffritto di cipolla, unisci i piselli, quando sfrigoleranno spezzetta con un paio di forbici da cucina una o due spugne da bagno, quelle morbide dai pori larghi che son più delicate, fai sfumare la fame con del vino e dimentica lo spezzatino. Le stranezze di mia madre non finivano qui. A casa era vietato depilarsi, la depilazione incattiviva i bulbi, al massimo i baffi potevi schiarirli con una crema al plutonio capace di renderli fosforescenti. In pratica sostituivi i baffi con la scritta al neon “baffi”. A Carnevale potevo vestirmi da “Zorro brilla al buio”.

Siccome sono vecchia mi chiedo cosa dirà Andrea Ines delle nostre abitudini. Immagino: ai tempi dei miei la gente si sorbiva delle tazze di passata di piselli alle otto di mattina che rispondeva al fallace nome di matcha cappuccino. Il tè era ingiuriato in vari modi negli anni Venti, si erano anche inventati il bubble tea, una cisterna da passeggio, un mangia e bevi servito con una bella manciata di calcoli renali sul fondo. Poi andavano forti i pokè, insalate di riso che se la credevano un sacco, per esempio il tonno si faceva chiamare proteina, gli ingredienti si definivano per casate. Anche i poké venivano arricchiti con una manciata di calcoli renali, le bacche di goji.

Sui pacchetti del cibo puntualizzavano assurdità, sui biscotti quando non potevano dire senza olio di palma, non potevano dire fatti secondo tradizione, non potevano nemmeno mettere “a mia nonna piacevano abbastanza”, allora scrivevano “fonte di fibre”, graziealcazzo anche il compensato è fonte di fibre. La colazione dei giorni di festa era a base di pancakes. I pancakes non è che facciano proprio cagare, ma onestamente rispetto a un croissant non c’è partita, sono un supporto semi rigido per lo sciroppo d’acero, ma la mamma li preparava, era il periodo in cui soffriva della sindrome della signora Cunningham (non che la signora Cunningham fosse una gran madre, a un certo punto della seconda stagione di Happy Days gli sceneggiatori eliminano senza dare spiegazioni suo figlio maggiore e lei non se ne cruccia, si consola con i pancakes).

Tra gli anni Dieci e Venti del Duemila l’umanità si prese bene per gli scandinavi. Tutti a voler essere danesi, tutti a mettere i cappottini di lana alle tazze. Andò indisuso anche il detto non ci sono più le mezze stagioni, su Instagram c’era un’unica lunghissima mezza stagione, l’autunno. Anche la Finlandia andava forte. Bella la Finlandia, l’unico posto dove c’è un freddo porco per mesi e poi improvvisamente è primavera, la neve si scioglie ed evapora in zanzare. Eh ma vuoi mettere che cultura superiore… fanno dormire i bambini fuori all’addiaccio in inverno, che bravi! Certo che li fanno dormire fuori d’inverno, perché d’estate devono tenerli chiusi in casa se non li vogliono trasformare in un buffet per insetti. I finlandesi di buono avevano Babbo Natale che però, alla fine degli anni Trenta, fu ribattezzato Genitore 1 Natale e non è più stato lo stesso. Mia madre, poi, guardava una trasmissione che si chiamava Cortesie per gli ospiti in un tempo in cui non si poteva ospitare nessuno, quindi tutto quel mannaggialaputtana per la torta ci vuole la forchettina da dessert e non il cucchiaino da tè e poi finiva che da spettatrice si mangiava una Philadelphia usando un wurstel come posata.

Ai bambini piccoli mettevano cappellini con le orecchie, io andavo in giro con due pon pon di pelo sulla testa come fossi uno scroto di opossum e poi mi chiedono perché i miei li ho chiusi in ospizio.

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Nostra signora dei doppi menti

Nostra signora del biscotto sbavato mi guarda. Se io esco dalla porta non esisto più. Tramonto se giro l’angolo, che io albeggi poco dopo lei lo ignora. Si dispera, ma ma ma ma, non è ancora un ma avversativo (Lorenzo e Marta ma-mammeggiano con disappunto: vai a dormire! Ma-mamma è presto, fai la doccia! Ma-mamma l’ho già fatta una settimana fa), ma ma ma è ancora pura congiunzione con l’esterno. Ma ma ma ma chiama e io torno ed è il mondo a ritornare.

Nostra signora delle grasse risate nel suo scranno a quattro ruote mi chiede di essere guardata: guarda i miei denti spuntare, le mie braccia volare, guarda che colibrì culone che sono, guarda come ho scoperto il pavimento, come ferma bene le cose che lancio. Guarda come imparo, c’è impegno, c’è ingegno, c’è fatica, che il mestiere di vivere si ruba con gli occhi. Non credo che si possa imparare ad amare, ma so per certo che l’amore è il miglior insegnante. A modo suo ti guida, ti sgrida e, se lo ascolti, ti spiega. Da madre ho capito che ci vuole molto amore per vedere i figli, anche nel male, per intervenire, correggere, litigare, per non cedere all’inerzia e alla comodità. Da sempre quando mi arrabbio con Lorenzo, lui mi fissa, le pupille si annacquano, si espandono come se avesse il viso di carta assorbente e le iridi di inchiostro. Avrei voglia di dire ok, ho scherzato, fai cosa vuoi ma ti prego riponi gli acquerelli, riponi quell’espressione, sorridi. Se lo amassi di meno giuro smetterei di sbraitare, ma è il mio ruolo, la mia missione è anche non mollare.

Gesù chiedeva continuamente a Dio di osservarlo. Rivolgeva gli occhi verso l’alto, al cielo, lo fa qualsiasi figlio con i propri genitori. Nostra signora dei doppi menti si muove nel mio sguardo, se mi distraggo ciò che fa non esiste. Mi chiede di credere a qual che vedo, se non ci credo io come potrà farlo lei? Allora guardo gli alberi e credo agli alberi, guardo il fiume e credo al fiume, guardo suo padre e credo a suo padre proprio come si crede al fiume o agli alberi. Guardo il dolore e credo al dolore, che è una tentazione, una vertigine, il desiderio invincibile di cadere.

La sofferenza ti imprigiona dietro al vetro nella stanza dei colloqui, muovi le labbra e indichi una cornetta che pochi hanno la forza di alzare. Guardo alla rabbia e credo alla rabbia, la lascio sfogare. Mi sforzo di guardare e credere che possa essere più semplice di come l’ho imparato io a suo tempo, che possa essere più verde, più azzurro, più cielo. Non è facile, ma me lo chiede nostra signora degli indici in bocca.

Ci si aspetta che la mamma sappia trovare le cose, hanno gli occhi a raggi x le madri. Mamma non trovo i calzini, dov’è la maglia rossa? Il libro di scienze? E lei guarda e trova. Mamma guardami dice Nostra signora dei body sgommati e io guardo e trovo. C’è un segreto nell’infanzia che non so dire, ma che voglio imparare, un nocciolo tenero. Kundera scriveva “la tenerezza è il tentativo di creare uno spazio in cui valga il patto di trattarsi l’un l’altro come bambini”. Ecco, se potessi scegliere, uno sguardo adulto ma di tenerezza è quello che oggi vorrei tramandare.

Foto: Giorgio Violino

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Mostrosocialopoli

Ho un cattivo rapporto con la paura indotta, con i film dell’orrore, non li trovo catartici. Mi impressionano anche le trame, le sinossi, sono invenzioni lo so, ma che ci siano persone, sceneggiatori, registi impegnati in pensieri così raccapriccianti e con tanta dedizione mi impressiona. I miei amici lo sanno e per scherzare di tanto in tanto mi mandano qualche trailer raccapricciante. Arrivo al punto. Ho scoperto l’esistenza di The human centipede (first sequence – full sequence – final sequence… non googlate perdio!), una saga incentrata sulle vicende di un chirurgo pazzo che “unisce” diverse persone per creare un trenino umano con un unico apparato digerente. Lascio qualche secondo per visualizzare mentalmente varie ipotesi di incastro delle vittime, se la fantasia di chi legge non si spinge a tanto rinvio in nota*.

Ecco. Quando capito in qualche orrenda pagina Facebook, quando leggo l’escalation di commenti innescati da alcuni post, quando ho la tentazione io stessa di partecipare a una discussione on line, mi fermo, dico ad alta voce The Human Centipede e stacco tutto. Perché i social talvolta riescono a essere proprio questo: una catena umana di merda, un domino fondato sul conflitto. Non uso la parola conflitto a caso, Facebook ma anche Twitter e Instagram sono ingegnerizzati per agevolare lo scontro, perché lo scontro, la rissa, genera engagement (per engagement si intende il tempo trascorso a spippolare davanti allo schermo) e l’engagement è letteralmente denaro e investimento per gli inserzionisti. Perché il conflitto genera engagement? La risposta è sotto gli occhi di chiunque abbia un profilo attivo: io voglio dimostrarti che ho ragione e tu torto, voglio definire la mia identità sull’opposizione alla tua, voglio chiarire, ci volessero anche giorni ti chiarirò che sei un emerito coglione.

Procedo sul filone filmico. Monsters & Co. è una pellicola di animazione del 2001 con un soggetto geniale e dire che a me i cartoni annoiano a morte (sì lo so sto escludendo troppi generi cinematografici e non ho ancora detto quanto mi facciano cagare i musical). Quel fenomeno di Pete Docter si è inventato una città abitata da mostri di ogni genere che ricava l’elettricità dalle urla dei bambini umani. Gli addetti allo spavento si intrufolano nelle camere dei piccoli durante la notte al solo scopo di farli gridare di terrore. Non scendo in ulteriori dettagli (ma davvero non avete mai visto Monsters & Co.?), dico solo che alla fine del film si scoprirà un’altra fonte di energia inestinguibile, efficace e pulita: la risata infantile.

I social sono come Mostropoli, si alimentano per lo più di quell’energia potente che è la polemica inutile, aggressiva e a volte crudele. Non solo, certo, si alimentano anche di contenuti interessanti, ben articolati, che fanno ridere e riflettere, ma è una fonte alternativa secondaria. Continuando nella metafora, l’energia che alimenta Mostrosocialopoli è la nostra, noi che ne usciamo distrutti, frustrati (o magari anche soddisfatti perché giustizia è fatta, gliel’ho cantate quattro a quello, ha avuto il pollice verso che meritava) e stanchi. Io sono stanca e questo post lo scrivo per avvisare che d’ora in avanti ai commenti spiacevoli o assurdi che leggerò sulla mia bacheca o sulla bacheca di persone amiche risponderò solo #humancentipede oppure #brigittebardotdemmerda e voi saprete perché, vi invito a fare lo stesso.

* Il buon chirurgo unisce le tre vittime, che restano in vita per tutto il film, cucendo il culo dell’una alla bocca dell’altra. Brigitte bardot bardot dove canta solo la locomotiva. Tre vittime per first sequence, dieci vittime per full sequence, centinaia di vittime per final sequence. Ora, mi si perdoni, vado a vomitare.

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Di vittime, carnefici e fioriture di plastica.

Arrivo in ritardo sulle discussioni pubbliche e realizzo che mi interessano sempre per motivi laterali. Si è parlato tanto di violenza, presunta tale o meno, e due cose mi girano in testa da giorni e quando girano tocca farle uscire per vedere se hanno senso. La prima riguarda il concetto stesso di vittima. Perché è così difficile capire chi è una vittima? Perché lo deve capire anche la vittima stessa, lo deve realizzare, ammettere, come si ammettono le colpe purtroppo.

Il male è una forza oscura proprio perché quando ti tocca ti sporca, ti compromette, fai parte di quel male perché senza di te non esisterebbe, non sarebbe stato fatto. Inoltre la gente non ama le vittime, le vittime non rispondono alla retorica dell’auto-miglioramento che impera oggi. Oggi vanno gli eroi (e si fa presto a dire eroi, bambini eroi, genitori eroi, insegnanti eroi, come si fa presto a dire genio o capolavoro, usiamo un linguaggio dopato, ma questo è un altro post).

Gli eroi sono di due specie: quelli che salvano le vittime e le stesse vittime che si rialzano, si ribellano, insorgono e risorgono. Se sei vittima ti conviene prendere l’ingiuria che hai subito, il tuo danno, insomma, e farne presto qualcosa di buono, tradurlo, altrimenti la gente non te lo perdona. Non ti perdona quel male che ti è rimasto attaccato dentro. Sei l’ostrica che si tiene il suo granello e non ci crea intorno la perla. Non importa se il problema sta proprio nel fatto che con quel granello (che è poi un corpo estraneo, il male) non sai cosa farci, allora cerchi di ignorarlo e magari ritardi a riconoscerlo. Più ritardi meno il danno è credibile. La vittima sta di merda, ma dal letame nascono i fior… allora fiorisci! Che è il nuovo imperativo, dopo splendi. Quante fioriture di plastica vedo in giro.

L’altro punto che mi perseguita è la sostituzione del male con la stupidità. Ma la cattiveria è la forma più alta di stupidità, perché è anche impastata di ignoranza, lo stupido è pericoloso, presuntuoso, ride, come ridono le iene. Non si dice mai abbastanza quanto il male sia ottuso e quanto rappresenti il peggior investimento possibile. Un genitore può cedere su tutto, ma non su questo: la stupidità è sempre un’aggravante, non è una giustificazione. Se da essere umano, a maggior ragione da madre o padre, sostieni il contrario, tu stai ragionando Male e quel Male ha toccato sicuramente tuo figlio, l’ha sporcato. È lì c’è colpevolezza, senza presunzione.

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La fatica della paura.

Lorenzo mi dorme accanto in un lettino di vimini che è stato già di suo papà. È il 2013, ho poco più di trent’anni e quando qualcuno dice che il bambino assomiglia a me faccio pace con la mia faccia. I genitori si combattono la somiglianza dei figli, non lo dicono esplicitamente, ma è come se ci fosse un dominio genetico da difendere, la supremazia di una famiglia o dell’altra. Montecchi e Capuleti avrebbero continuato a litigare sui lineamenti del figlio di Giulietta e Romeo. Il mio DNA e quello di Matteo si sono spartiti Lorenzo senza troppa fantasia: dal collo in su me lo sono preso io, dal collo in giù lui. Sorride, guarda, spalanca gli occhi come me. Cammina, corre, si muove nel mondo come Matteo.

Mi sveglio, ho un pensiero che non riesco ad allontanare, più che un pensiero è un dubbio. Se fossi obbligata a riconoscere Lorenzo dalle sue mani, forse mi sbaglierei. Non ho guardato con sufficiente attenzione le sue dieci dita, i palmi, le linee della vita. Il perché dovrei essere obbligata a riconoscere mio figlio dalle sue mani lo ignoro, ma la fantasia angosciosa che mi ha svegliata ha i tratti confusi di un gioco drammatico e sadico da campo nazista e insieme da quiz televisivo anni Novanta. Tanti neonati completamente coperti, madri a cui vengono mostrate solo gli arti superiori e da quelli devono dire “è lui, è il mio”. Mi alzo sudata, prendo Lorenzo in braccio e lo porto nel letto, gli perlustro tutto il corpo millimetro per millimetro, lo studio e dopo averlo studiato lo ripasso, poi compio la stessa operazione a occhi chiusi, tastandolo e accarezzandolo per impararne la consistenza. Alla fine lo annuso, anche se dell’olfatto sono più sicura. Mi fermo solo quando sono certa di saperlo a memoria, poi lo bacio e gli auguro la buonanotte, a lui che non ha mai smesso di dormire.

Quiz nazisti che esistono solo nella mia testa, anche di questo sono fatte le notti da madre. Di preoccupazioni più o meno fondate, per quanto ci sia da discutere sulla fondatezza dell’idea stessa di preoccupazione. A rigor di logica occuparsi in anticipo di qualcosa che non si è ancora verificato è fatica inutile, energia mal riposta. Eppure mi dico: se immagino e mi preparo mentalmente a tutte le evenienze sarò in grado di scongiurarle o, quanto meno, di parare il colpo. Parallelamente concepire il peggio, visualizzarlo, mi fa orrore perché mi pare di evocarlo. Sarà per questo che mi è insopportabile leggere fatti di cronaca se c’è l’infanzia di mezzo, per un’ipersensibilità certamente, ma anche per una forma vergognosa di scaramanzia, perché ogni bambino è il tuo bambino e quello che può succedere a ogni bambino può succedere al tuo.

La fatica della paura, i genitori la conoscono bene ma ne parlano poco, è loro compagna, più del carico mentale, più del dolore lombare. Se non hai figli temere il peggio significa temere un orrendo accidente senza nome che può capitare a te e ai tuoi cari. Un padre e una madre se temono il peggio temono un orrendo accidente senza nome che può capitare al loro bambino. Che il peggio accada ai tuoi figli è il peggio che possa accadere. Tutte le minchiate che ci diciamo, tutti i consigli non richiesti, tutte le chiacchiere prive di senso sono certa che si taciterebbero se, incontrandoci per strada, ci dicessimo: Come stai tu? Mah io al solito ho una paura fottuta, però bene dai. Anche tu hai passato la notte a contare dita e seguire linee della vita eh?

Questa settimana ci sono state diverse notti da quiz nazisti, perché Andrea Ines ha avuto un febbrone che non passava (ora sta bene, le hanno fatto anche il tampone ed era negativo, ma così la sua prima parola è stata una bestemmia) e io l’ho studiata tutta e poi dopo averla studiata ho ripassato, ancora e ancora. Perché al terzo figlio, l’unica lezione che ho imparato dalla maternità è che la paura non si divide ma si moltiplica. Esattamente come l’amore.

foto: Susanita https://www.facebook.com/susanita.valentinafontanella

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