I barattoli della memoria.

Si coglie un istante, dal tempo staccato

Si guarda sia intero, per nulla ammaccato

Si prende un barattolo e la giusta emozione

Che serva da liquido di conservazione.

 

Un ricordo d’infanzia ha bisogno di miele

Che ha il gusto più dolce tra le miscele.

Per quelli più aspri dell’adolescenza

Aceto di vino a lunga scadenza.

 

Per gli “odi e poi t’amo” della giovinezza

Ci vuole il liquore che ha un po’ d’amarezza

Un figlio sognato che diventa reale

Ha il gusto pulito dell’olio e del sale.

 

E per la vecchiaia un leggero sciroppo

Che avvolge il momento, non lo copre troppo

È così che alla fine si fanno i ricordi

Conserve di istanti per nostalgici ingordi.

 

Nel primo barattolo c’è un fresco lenzuolo

È appeso e non riesco a riporlo da solo

Mia madre mi insegna, lo tende e lo piega

La vela si gonfia, nel ricordo s’annega.

 

Ci son briciole strette in un palmo di mano

Mia nonna le bacia in un rito profano

È sacro quel pane per chi ha fatto la guerra

Bisbiglia un saluto, lo lancia alla terra.

 

La bimba e il suo telo dopo il bagno nel mare

Lei, piccola sposa, si lascia asciugare

In bocca il sapore di sale e focaccia

Poi scappa a riprendere le onde di faccia.

 

Le maglie per terra al posto dei pali

Al piede la palla, a spalle le ali

L’amico che applaude, il sole tramonta

Nessuno che guarda, è il gol che più conta.

 

La vita è dispensa di mille frammenti

Alcuni appannati, alcuni cocenti

Ma attenta a nutrirti di solo passato

Confonde la mente, rovina il palato.

 

Lo so, io son vecchio e il tempo mi stringe

finisco le scorte a cui l’anima attinge

E combatto le ingiurie della mia malattia

Che mangia i ricordi e li porta via.

 

Questa filastrocca è un extra al mio nuovo romanzo Dodici Ricordi e un segreto che potete acquistare in libreria o qui. 

 

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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Dodici ricordi e un segreto.

Se domani tutto dovesse finire, che ricordi porteresti in salvo? È un piccolo gioco come “obbligo-verità”, una di quelle domande tra amanti o tra amici, da fare dopo cena o dopo l’amore. Che ricordi salverei, se domani la memoria dovesse finire?
A casaccio.
Quando ho visto mio figlio per la prima volta, neonato, l’ostetrica che me lo passa e io che lo aggancio per sbaglio con l’indice nella bocca, all’amo, e lui smette di piangere, mentre io rido forte. Stava in acqua un attimo prima e io l’ho pescato dentro di me, come si pescano i desideri più profondi e si danno alla luce.
Lo schiaffo ingiusto di mia madre che ha paura di avermi persa e mi ritrova in spiaggia, un metro da lei.
Mio padre davanti alla tomba dei suoi genitori, una tomba chiusa da più di vent’anni, io piccola, lui che si asciuga gli occhi, mi guarda e dice: “non ci si abitua mai”, “a cosa?” chiedo, “a essere orfani”.
Il ragazzo che mi aspetta in fondo al binario e so che sono davvero arrivata per la prima volta, che lui è in quel momento il punto e io la linea che lo raggiunge. Poi mi regala un cassetto per lasciare cose mie quando dormo da lui, un cassetto e non c’è nemmeno il comodino o il mobile intorno, chissà dove l’ha preso.
Porto in salvo anche il dolore che non ti fa piangere, perché le lacrime sono per le piccole cose capricciose.
Ne mancano molti all’appello.
Le risate di ogni foggia, dimensione, altezza e intensità, quella di mia figlia tra tutte.
E poi io che prendo la rincorsa, ho una gonnellina a balze rosse, faccio un salto e mi alzo in volo, sospesa di appena qualche centimetro scivolo nell’aria parallela al pavimento. So di averlo solo sognato, ma a tanti anni di distanza, trentacinque per l’esattezza, so anche che quella bambina sapeva volare.
Infine, i miei genitori, mano nella mano, seduti in un prato in campagna, io li guardo, mia nonna mi dice di non disturbarli e io penso “che strano, mai visti così vicini, chissà cosa fanno”. Lo capii anni dopo, si stavano lasciando.
Cosa sarei io senza quelle risate? Senza quel cassetto? Senza sapere che i genitori sono figli? Che c’è bisogno di stare vicini anche per lasciarsi? Senza il volo e senza la caduta? Senza la maternità come pesca miracolosa? Sarei ben poca cosa.
Scriviamo le nostre memorie su vetri appannati, ci passiamo la mano sopra per goderci il paesaggio, a volte sono le stagioni a farlo per noi. Poi improvvisamente, mentre guardiamo fuori dalla finestra, in controluce, ecco che la storia ricompare nella condensa dei nuovi respiri.

Di questo parla il mio nuovo romanzo Dodici ricordi e un segreto: del respiro del presente, della memoria, dei suoi misteri e dei suoi sospiri. Io non ci sono, non c’è la mia storia dentro, ma quella di Attilio, Aura, Isabella, Tomaso e Guglielmo. Eppure è così mio. Esce domani in libreria, ma oggi potete scaricare da qui l’estratto gratuito insieme a una mia poesia inedita.

E se domani tutto dovesse finire, voi che ricordi portereste in salvo?

#DodiciRicordieunSegreto.

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Le cose che ho fatto per farti restare.

Mi dicesti:

“È bello”.

“Che cosa?”.

“I capelli, son vivi, non te li tagliare”.

Ruppi allora le forbici, li lasciai allungare, arrivarono al collo e alle spalle e dalla spalle alla vita, dalla vita ai polpacci, ai talloni, alla terra, dalla terra ai torrenti, ai fiumi in cascata fin verso la foce, dove l’acqua da dolce si tuffa nel sale e lì, che onda nell’onda, i ricci divennero ricci di mare. E questo l’ho fatto per farti restare.

Mi dicesti:

“È bello”.

“Che cosa?”.

“Le mani, son farfalle allo sbando, svolazzano al ritmo con cui stai parlando”.

Fu quel giorno che imparai il linguaggio dei sogni, traducevo in diretta per i non dormienti. Entrai in un’air band e accordai i miei strumenti. Mi misi a dirigere orchestre inventate e poi il traffico urbano in punta di dita. Formai code ed ingorghi, non si poteva più uscire né entrare. E questo l’ho fatto per farti restare.

Mi dicesti.

“È bello”.

“Che cosa?”.

“I posti in cui viaggi quando dormi, la notte. Mi piace ascoltarti di ritorno, al mattino”.

Cominciai a dormire con grande attenzione, per segnarmi i dettagli e variare il copione. Cambiavo scenari, volevo stupirti con effetti speciali. Con trame intricate e personaggi da amare. E anche questo l’ho fatto per farti restare.

Mi dicesti:

“È bello”.

“Che cosa?”.

“Il tuo sguardo, ogni tanto si perde e quando si perde mi viene a cercare”.

Lo allenai a guardare di notte come le civette, come le mie gatte. Si fece più forte, sbattendo le ciglia sbattevo le porte, con gli occhi spostavo gli oggetti, una piuma, una foglia, poi una bottiglia. Vedevo attraverso i vestiti, i muri, le case, ti spogliavo con gli occhi, imparai a distanza ad ipnotizzare. E anche questo l’ho fatto per farti restare.

Mi dicesti:

“È bello”.

“Che cosa?”.

“Dal bagno, sentirti cantare”.

Imparai ninne nanne da ogni parte del mondo. Conoscevo canzoni per ogni tipo di fame, che toglievano l’ansia, che saziavano il cuore, che ti veniva anche voglia di fare l’amore. Ebbi grandi maestre, le sirene del mare. E anche questo lo feci per farti restare.

Mi dicesti:

“È bello”.

“Che cosa?”.

“Le spalle, il sedere, quando vai, ti allontani”.

Un piede e poi un altro, impettita, mi misi in cammino, divenni un miraggio, un’ombra, un puntino. E alla fine più niente, una stella cadente. Poi persi la strada per ritornare. E anche questo lo feci per farti restare.

 

22119116_10214809495379421_1466894006_n.jpgIllustrazione: Letizia Rubegni.

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Mammine pancine: meglio colpiti da un meteorite che da una campana di vetro.

Al bambino che per natura nasce piangendo vorrei dire: sfogati bene ma impara a ridere, al più presto. Ora che sei al mondo sviluppa il senso della vista, del tatto, del gusto, dell’udito, dell’olfatto e quando saranno tutti a posto, quello dell’umorismo. Sarà anche l’ultimo ad abbandonarti. L’unico modo affinché la vita non si prenda gioco di te è anticiparla sul tempo. Ridere ti permetterà di alzare le barriere più profonde con le persone che proprio non fanno al caso tuo, ridere abbatterà i muri. Ridere di te stesso ti creerà gli anticorpi e ti renderà meno vulnerabile: una persona che non riesce a ridere di sé è una tentazione troppo grande per gli altri. Non c’è niente di più ridicolo che un uomo incapace di ridere.

Al bambino che nasce piangendo mi verrebbe da dire: è possibile che tu sia figlio di una mammina-pancina e allora, sì, piangi, disperati, strazia i tuoi polmoncini. E per mamma pancina intendo pancinismo generico, conosco nonne e nonni pancini e babbi-pancini. Ma le mamme sono le peggiori. Le riconosci perché col tiralatte si son fatte la liposuzione alle sinapsi. Si sono munte il cervello. Il caso Buondì del meteorite schiaccione lo dimostra. Quando ho visto il primo soggetto dello spot ho pensato che fosse un peccato, che i creativi si fossero tenuti troppo lievi, all’estero la figlia non l’avrebbero risparmiata. Il giorno dopo è uscito il caso, il livore pancino si è scatenato sui social, “non si uccide una madre in quel modo brutale, blocca la crescita ai poveri cuccioli”. E da mamma e da pubblicitaria, l’ho trovato davvero indigeribile, come un Buondì mangiato a secco, senza latte. Perdio! Ma mille volte meglio essere colpiti da un meteorite che dalle vostre campane di vetro.

Il senso dell’umorismo l’avete barattato con questa minchiata dell’indignazione. Vi indignate ogni tre per due, siete così indignati che rinunciata a una risata leggera per una reprimenda odiosa. Siete indignati compulsivi, contate le parole invece di capirne il significato. Vi indignate. E danno i compiti ai bambini e v’indignate. E ai bambini non danno abbastanza compiti e v’indignate. E la tv fa schifo e vi indignate ma comunque guardate tutta la tv schifosa perché vi dovete indignare. E i social sono il male aveva ragione Eco a indignarsi, ma intanto non v’accorgete che Eco parlava di voi che vi state indignando sui social. Guardate i selfie e v’indignate e per indignarvi meglio vi fate un selfie con la faccia indignata.

Ridere è meglio di indignarsi, serve a niente in egual misura per le sorti del mondo, però se ridete la pelle ne trae giovamento, anche l’ossigenazione dei tessuti migliora, se v’indignate vi viene la bocca a culo, siete brutti da vedere. Vogliono indignarsi? Che lo facciano silenziosamente, aiutiamoli a indignarsi a casa loro.

L’altro giorno una maestra-pancina ha commentato un mio post intitolato “i peggiori lavoretti di merda dei bambini” dicendo che ero cinica e cattiva, ma soprattutto che secondo lei era più appropriato usare “pupù” o al limite “cacchina” visto che si parlava dei nostri piccoli angeli. Era seria. Ma giuro che mi faccio estrarre le unghie una a una prima di scrivere di mio pugno la parola “pupù”.

Ora. È possibile che io sia una madre cinica e cattiva e che Lorenzo e Marta cresceranno come spostati. Ho però una presunzione, perché presumo molto, lo ammetto: verrà il giorno in cui i nostri figli cadranno (mammine pancine questa è una metafora). Allora immagino che i vostri, come reazione, prenderanno a picchiare il marciapiede, urlando “cattivo marciapiede, brutto marciapiede, cattivo mondo così scivoloso e così crudele”. Mentre i miei figli controlleranno di avere ancora tutti i denti e, capito che sì all’appello non ne mancano, si faranno una risata a piena bocca, alla faccia vostra.

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Illustrazione di Letizia Rubegni.

 

 

 

 

 

 

 

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La vita sociale dei genitori con figli: no neutralizzazione no party.

Se sei un genitore e vuoi mantenere in vita uno straccio di attività sociale è molto facile che uscirai con altri genitori, con loro organizzerai cene, vacanze, gite fuori porta, grigliate. Gli adulti con figli si accompagnano ad adulti con altri figli, uniti verso un unico grande obiettivo condiviso: la neutralizzazione della prole.

A questo scopo le cene in casa tra amici con figli si consumano in due tempi. Il primo tempo prevede l’alimentazione rapida e indolore dei più piccoli secondo il menu Isola dei famosi (ovvero pasta in bianco, alla meglio riso in bianco anch’esso). I bambini mangiano velocemente, mentre gli adulti pregustano con euforia il momento in cui verrà decretato il “Liberi tutti, rompete le righe, fatevi una vita” che è il primo segnale della neutralizzazione. Capita che un padre proponga timidamente “ma non sarebbe più educativo farli stare a tavola con noi, fino alla fine della cena?”, ma passa di lì un trenino di genitori che lo ingloba cantando “meo amico Charlie Brown” e se lo porta, consentendo che la neutralizzazione abbia seguito.

La seconda parte della serata riguarda gli adulti che mangiano e bevono in pace e soprattutto increduli. Di tanto in tanto i bambini arrivano al tavolo per mostrare qualcosa ai loro genitori, allora è fondamentale dimostrare un interesse intenso ma repentino al quale far seguire una piccola carezza sulla nuca e un gentile ma determinato “ora va’ amore”. Non bisogna sembrare scocciati né frettolosi, tutto deve avvenire con naturalezza, tipo carezza di Giovanni XXIII, una carezza che congeda.

A fine cena c’è sempre una madre che urla “ragazzi, volete il gelato?”. E qui faccio un inciso sull’uso del termine “ragazzi”. Non so perché ma dopo i sei anni i figli quando sono con figli d’altri diventano magicamente un’entità chiamata “i ragazzi”. Quindi la mamma urla “ragazzi, volete il gelato?”. Ecco è un errore madornale. Tutto andava per il meglio, ci si ignorava amorevolmente, era bellissimo, ora tu gli dai il gelato e loro si prendono i giochi del cellulare, sei tablet e tutta la programmazione di Sky to go. Quindi no gelato, glielo date dopo in macchina tornando a casa. C’è la kids bag apposta.

Un’altra insidia per la neutralizzazione è rappresentata dal padre giocherellone, un fuoco amico insomma. Ogni tanto egli decide di voler dar sfogo alla sua stupidera e si butta in mezzo ai bambini, li insegue, ci fa la lotta. Padre giocherellone, ma che idea è? Un padre giocherellone è un drappo rosso per i tori, aizza i bambini a livelli incontrollabili, tra tre minuti ti rompi le palle di inseguire e farti menare e loro invece no, loro sono attivati e inferociti, tra l’altro affamati visto che si sono nutriti del menu dell’Isola dei famosi.

Dopo una certa ora i bambini sono così stanchi che l’unico modo per tenerli a bada è sfruttare un supporto audio-video qualsiasi, dalla fase neutralizzazione si passa alla fase zomba. La fase zomba è concessa per un massimo di mezz’ora, perché c’è un limite anche alla genitorialità gaudente, anche se gli amici con figli sono bravissimi nell’auto-indulgenza che si manifesta attraverso frasi standard tipo: “ai nostri tempi i bambini stavano tra di loro, gli adulti ci tiravano bucce di patate sotto il tavolo e se proprio accendevano la tv per intrattenerci davano Marcellino pane e vino”.

Nella mezz’ora zomba è bene non fare troppo rumore a tavola, né sembrare troppo felici o divertiti, i bambini anche in stato di semi-coscienza (che manco io davanti alle televendite miracle blade dopo una serata in discoteca ai tempi belli) non accettano che i genitori si divertano più di loro. Si riattivano istantaneamente e un bambino stanco ma riattivato vi manda in vacca gli effetti di una serata gaudente in pochi secondi.

Poi, visto che siamo a fine estate, aggiungo una piccola postilla che riguarda gli amici con figli in spiaggia. Verso le sette la pressione migratoria dalla battigia verso le case si fa indomabile: è allora che gli amici con figli si immalinconiscono e sospirano “è l’ora più bella, peccato non potersela godere”. Lo fanno tutti, fateci caso. Ora io vorrei rassicurarvi che invece potete, se lavate e nutrite i vostri figli dopo il tramonto non succede nulla, non avete partorito dei Gremlins, non si trasformano in mostriciattoli di merda. Quindi godetevi questa benedetta ora più bella, per cortesia, che poi viene umido e arrivano i reumatismi.

Illustrazione dell’amata Letizia Rubegni.

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Singolarità.

Ascolti la musica con le cuffie mentre vai in bici o cammino o corri, le pedalate a ritmo, i passi sostenuti, la falcata energica, le labbra si muovono, non puoi fare a meno di sorridere, ridere e cantare. La bellezza della musica fa bella la tua voce, almeno è come ti sembra tanto ti piace quella canzone che non è più solo nelle orecchie, è dentro, intorno, sopra e sotto. Ti senti così quando l’amore inizia. Ma da fuori è tutta un’altra cosa. Da fuori i passanti vedono questa persona matta, buffa, che canta, sbraita e stona, sorridendo a cazzo. Il mistero dell’amore è che lo capiscono solo quelli che ascoltano la musica, che è poi anche il motivo per cui è difficile raccontarlo l’amore, quando ci sei in mezzo.

Adesso è per me un momento d’ascolto dei rumori della strada. Single è una parola che mi ha fatto sempre schifo, la pronuncia soprattutto, /ˈsɪŋɡəl/, sembra che ti ci strozzi mentre lo dici, tipo un singulto. Brutto sentirsi addosso una definizione che suona come un sibilo seguito da un rutto. Preferirei Singular se dobbiamo proprio restare sull’inglese. “Sei in coppia? No sono /ˈsɪŋɡjʊlə/”, non male ma alla fine ti dai della stramba, una cosa singolare è anche difficile da capire, incasellare. Singolare sa di eccentrica. “Siete in due? No, sono unica”. Suona meglio, certo un po’ presuntuoso, però toglie quella patina di sfiga, perché essere single non è essere soli.

Io /ˈsɪŋɡəl/  mi ci sentivo anche in due, anche al massimo dell’amore, ho convissuto in due occasioni, lungamente, eppure ogni volta che mi ritrovavo a tavola con il mio fidanzato una vocina stupita dentro di me diceva “to’ che strano, anche lui qui”. Mi sono fatta l’idea che la maggior parte delle persone affronti i momenti di singolarità amorosa come una pausa d’attesa tra una relazione e l’altra. Considerando poi che nella pausa ci devi mettere anche lo spurgo della storia precedente, con il dolore e tutto, insomma dei momenti in cui ci sei tu e la tua serena unicità resta ben poco. Io non funziono così, ci ho messo tempo e fatica per capirlo, per me le relazioni sono una specie di incidentale accadimento felice (diciamo pure miracoloso) tra una solitudine e l’altra. Non parliamo poi del momento contingente, dopo l’arrivo dei miei figli, sono una singola che “costa” come una tripla… Nel livello dello spaiamento sentimentale raggiungo tranquillamente un nove su dieci e mi do margini di miglioramento.

Eppure sono /ˈsɪŋɡəl/, senza rutti e singhiozzi, è una condizione che mi appartiene, resto in ascolto, mi appassiono alle persone, alle loro storie, mi infiammo (la cosa dei calzini spaiati non è poi così rilevante visto che l’amore preferibilmente si fa scalzi). Credo c’entri con il mio rapporto speciale con la solitudine, la solitudine mi ha salvata, saperla gestire, saperla riempire. Credo c’entri, ma non so esattamente come, con la bambina che ero: non salivo sugli alberi, per vedere dall’alto chi arrivava, ma mi rintanavo sotto ai tavoli ad ascoltare senza essere vista. La solitudine è uno spazio che mi rende curiosa del mondo, una specie di affettuosa lucidità, puoi fare entrare chi vuoi nella tua solitudine se la tieni bene illuminata e areata. È singolare? Lo è, anche perché di rimando la gente tende a tranquillizzarti “quando meno te lo aspetti arriverà quello giusto”.

Ma no, non ha a che fare con gli uomini, non è vero che non ci sono più quelli di una volta o quelli del “c’era una volta”, a me sembrano sempre loro, almeno gli uomini interessanti, giusti o sbagliati nella misura in cui lo sono io (in passato sarei stata capace di intagliare una zucca fino a convincermi che fosse la mia altra metà della mela). C’è la forte possibilità che sia io quella sbagliata, quella singolare, quella bizzarra, quella aggrappata a se stessa, quella stronza. “Stai con qualcuno? No, sono /’strontsa/”. Forse dovrei rispondere così.

Eppure, in questa estate così calda, vedo le persone matte e stonate che cantano con le cuffie nelle orecchie e mi scappa da sorridere, perché da qui, non so come mai, ma la musica la sento.

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Illustrazione di Letizia Rubegni (che ormai mi conosce bene).

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L’armadio dei sorrisi.

Una donna da sola davanti allo specchio

che prova i sorrisi, dal nuovo al più vecchio

ne ha cinque diversi, non può fare errori

ha un appuntamento, l’aspetta là fuori.

 

Il primo sorriso le calza un po’ stretto

le stava a pennello, ma le fa difetto

è ingenuo e, a guardarlo, male si abbina

se sai che l’amore è trionfo e rovina.

 

C’è poi l’eleganza di un sorriso un po’ altero

ma invecchia, è pesante, sintetico e nero

tener le distanze non le è mai piaciuto

le manca uno stylist che le corra in aiuto.

 

Il terzo è di sfida, sfacciato, ammiccante

e dice: “Mi prendi? Sto in forma sbagliante…

hai coraggio di amarmi? son pericolosa!”.

e dice sciocchezze perché è solo una posa.

 

Il quarto lo indossa un po’ sbottonato

Ma ripensa alla nonna, un consiglio le ha dato:

“Attenta bambina, stai composta in amore,

se sorridi sguaiata ti si vede anche il cuore”.

 

E mentre si cambia, realizza pian piano

“non voglio un sorriso di seconda mano”

pensa all’uomo là fuori, non sa se è l’amore

ed è come prendesse una buca col cuore.

 

Quel vuoto nell’aria la fa sobbalzare

il viso distende ed è pronta ad andare

il giusto sorriso non si prova, si sente

negli occhi dell’altro il riflesso non mente.

 

Le assaggia la bocca, le dice “perfetto”

e le spoglia le labbra da ogni rossetto.

 

Illustrazione: Letizia Rubegni.

 

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