La mia famiglia arcobalenga.

C’è la famiglia tradizionale, la famiglia monogenitoriale, la famiglia allargata, la famiglia arcobaleno. E poi c’è la famiglia arcobalenga (ndr ba-lén-go epiteto dialettale per persona strana, bizzarra). Io sono una madre balenga di famiglia arcobalenga.

Nella famiglia arcobalenga si fa casino anche con i nomi dei figli, li confondi. Io chiamo Lorenzo Marta e Marta Lorenzo. La vecchiaia vera arriva quando prima del nome corretto risali nella genealogia fino agli antenati australopitechi. Sono troppo giovane per soffrire di demenza senile, sono troppo vecchia per patire la svagatezza adolescenziale.

Nella famiglia arcobalenga non ci sono saggi che dicono saggezze. Sarebbe stato bello se i miei mi avessero insegnato qualcosa di definitivo sulla vita, i valori, precetti più spendibili di “nella minestra non scartare i fagioli che son pieni di proteine”. Ma alla fine le frasi definitive funzionano solo se prima incendi degli arbusti, se hai una tunica e delle tavole in mano o roba così. Però da loro ho imparato che nei bar se ti chiamano per nome o “professore” (questo solo nel caso in cui tu sia davvero professore), se sanno come prendi il caffè e te lo servono col sorriso, è facile che tu sia una persona che sa stare al mondo.

Nella famiglia arcobalenga in cui sono cresciuta l’insegnamento non era ribellatevi, ma siate libere, pensate con la vostra testa, istruitevi. Nessuno l’ha mai detto a voce alta. Una famiglia, come dice la parola stessa, non impartisce lezioni, ma trasmette una familiarità, una sensibilità. Mi sono familiari l’inclusione (che è comprensione della diversità), la perseveranza e il senso del grottesco per esempio. Ma anche un certo distacco e un lieve cinismo (si sviluppa la familiarità anche alle malattie). Poi ci sono le conquiste, le conquiste sono i territori sconosciuti che scegli di esplorare tu, senza che i genitori te li abbiano mai indicati. Tra le mie conquiste: l’allegria.

Nella famiglia arcobalenga succede che le cose più sensate le dicano i bambini. Ho chiesto a mia figlia quale fosse, tra tutti quelli visitati insieme, il suo posto preferito: Legoland, il mare in Sicilia, la casa della nonna, quella di papà a Dubai… e lei ha risposto “Io, io sono il posto che preferisco”. Lo vedo che si sente bellissima e perfetta, non sarà così per sempre. E anche per me il posto preferito è lei, insieme a suo fratello, è questo sì sarà per sempre.

Nella famiglia arcobalenga cantiamo una volta a settimana, di sabato sera, prima di dormire “disse la vacca al mulo quanto ti puzza il culo il mulo disse alla vacca è colpa della cacca”. Non si fanno eccezioni per gli altri giorni. Non siamo strambi come in un film di Wes Anderson, siamo reali e male impaginati, noiosi e stonati.

Nella mia balengaggine rabbrividisco di fronte a ogni esagerazione tipo “mia madre è la mia eroina”, “mio padre il mio mito”, “mio figlio l’uomo della mia vita”. In generale temo l’agiografia dei sentimenti: le persone sono capaci di cose meravigliose, ma non esistono persone meravigliose tout court, mi spaventano i santini perché non tengono conto delle contraddizioni del vivere. Non è un caso che i santi siano tutti morti.

La mia famiglia arcobalenga è un posto sicuro coi letti sfatti, una maionese del 92 in frigo, amici a tavola che sanno dove trovare posate e bicchieri (mobile cucina, anta bassa), bambini che hanno preoccupazioni da bambini, genitori che si sono amati, lasciati, mai persi. È un’allegria che ci è costata ed è per quello che vale di più.

Illustrazione quella balenga di Letizia Rubegni18554509_10213490204437972_753639937_n.jpg

 

 

 

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La sindrome premestruale spiegata semplice.

Odi più o meno tutti: quelli che ti danno torto e quelli che ti danno ragione. Quelli che ti danno torto sono cattivi, quelli che ti danno ragione sono stupidi, perché non si può dare ragione a una persona insopportabile come te in sindrome premestruale. Inoltre chi ti dà ragione è molto probabile che lo faccia in modo sbagliato e soprattutto per i motivi sbagliati, capra!

Della sindrome premestruale hai piena consapevolezza solo a posteriori, una donna tende a non dominare il proprio ciclo. L’ovaio è lontano dai pensieri si è suicidato ieri ma la testa non lo sa.

Ci sono cose da non fare in sindrome premestruale tipo andare dal parrucchiere. Non solo perché i capelli vengono di merda, ma soprattutto perché c’è quel momento terrificante in cui resti sola davanti allo specchio, con la testa bagnata e la riga in mezzo e hai voglia di chiedere scusa a tutti gli astanti perché sei veramente brutta, una bruttezza irredimibile. Possibile che io sia sempre stata un cesso senza tavoletta? ti chiedi. Hai voglia di picchiare i tuoi genitori per i loro geni scadenti, sei di quella bruttezza irredimibile lì.

Hai un cedimento strutturale interiore, ti si affloscia la spina dorsale e quindi sviluppi le spine fuori. Diventi un riccio pulcioso.

Sei tutta pori. La tua pelle improvvisamente prende coscienza di sé: i pori sono la cellulite della faccia, un pensiero spaventoso che può coglierti solo quando sei in sindrome premestruale.

Le tue ovaie sono deluse perché hai tradito la loro fecondità, ti tengono il muso: “non venirti a lamentare con noi quando avrai più gatti che pori”.

Hai la costante e terribile sensazione di quando cambiano il doppiaggio alle tue serie preferite. La serie è sempre quella, come la tua vita, ma fa schifo.

Non puoi provarti nulla. Perché specchiando il culo nel camerino non solo scopri chili di cellulite, scopri anche di avere i pori sulla cellulite. È facile che la commessa ti ritrovi sdraiata in posizione fetale in orario di chiusura. Per attirare la tua attenzione ti chiamerà Signora.

Nottetempo un crudele bastardo ti ha ristretto il guardaroba di una mezza taglia. Ma tu hai bisogno di comodità, quindi scegli il comfort e ti presenti in ufficio vestita con la tuta anticontaminazione di Breaking bad.

Come il post-sbornia il pre-mestruo può essere aggressivo o triste, se ti prende il pre-mestruo triste ti deprimi pensando a tutti quelli che non ti hanno voluta nella vita dal secondo anno del nido in avanti, ma è un pensiero pieno di tenerezza e di comprensione, tu pure ti lasceresti. Ma non puoi, sei indissolubilmente legata ai tuoi pori.

Il tuo seno è leggermente più grande del solito, ma nessuno ne può usufruire perché odi il mondo, quindi le tette servono solo a fermare le briciole che la gravità fa cadere dalla tua bocca, mentre mangiucchi porcate.

È l’attesa delle mestruazioni essa stessa le mestruazioni? No, è peggio. La sindrome premestruale dimostra che non sei incinta. Il problema è che ha gli stessi sintomi della gravidanza iniziale, quindi la SPM riesce a scontentare tutte: quelle che vogliono un figlio (che resteranno deluse) e quelle che non lo vogliono (che comunque entreranno in ansia perché “oh, c’ho le tette gonfie, sarò mica incinta”).
La sindrome premestruale inasprisce le tensioni tra i sessi: quando una donna con la sindrome premestruale incontra un uomo con la sindrome di Peter Pan per esempio, l’uomo con la sindrome di Peter Pan è un uomo morto. E forse è l’unico lato positivo che riesco a vedere nella faccenda.

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Illustrazione porosa di Letizia Rubegni.

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I (tele)film americani con cui sono cresciuta: Aspettative vs realtà.

Le vacanze.

Telefilm: Aspen d’inverno, Miami d’estate, vacanze studio a Parigi.

Realtà: C’era la famiglia di Giorgio della II B che aveva un bungalow nel camping Miramonti di Montoso, si beveva la vodka al melone, si cercava di togliere il vomito dal tappeto del bungalow nel camping Miramonti di Montoso. Si tornava a casa.

L’attacco del telefono a tradimento.

Telefilm: “Ci vediamo in centro tra mezz’ora” clic. Senza ciao, senza attacco io no attacca tu, senza indirizzo.

Realtà: Prima c’era tua madre che ti passava la chiamata ma restava dall’altra parte in attesa e quindi era tutto un “ma’!!! Attacca!!!”. Se poi la chiamata te la passava tua sorella era tutto un “mammaaaaaa! Silvia non attaccaaaaaa!”. Poi arrivava tuo padre che scopriva che la telefonata stava durando da un’ora e tre quarti e ti faceva attaccare dal cane della vicina con il duplex.

Il primo appuntamento.

Telefilm: Lei scende dalle scale ed è bellissima, Lei l’aspetta al fondo delle scale con un’orchidea da polso (un’orchidea da polso!), il padre dà una pacca sulla spalla a lui che suona come “vai ragazzo, trattala bene”, lui chiama il padre “signore”.

Realtà: Simone passava con la Uno Sting blu cobalto e faceva due volte bi-bip con il clacson, in ascensore mollavo due giri alla gonna in vita per farla più corta. A Simone pareva di pomiciare con un marsupiale.

Il quarterback.

Realtà: C’era uno che nell’ora di ginnastica sapeva fare il quadro svedese, ma non era svedese, i genitori erano di Alberobello.

Le ragazze pon-pon.

Realtà: C’era una in terza C che pare avesse fatto i provini per Non è la Rai ma non l’avevano presa.

Le riunioni di famiglia.

Telefilm: ci si riuniva molto, soprattutto nella famiglia di Seven Even e mai per discutere se far adottare l’unica figlia cessa che abbassava la media.

realtà: ragazzi è morta la prozia, non aveva una lira. La riunione è sciolta.

Il Discorso.

Telefilm: Papà fa il discorso al figlio maschio. Mamma fa il discorso alla figlia femmina. Quindici edizioni di Sedici anni incinta.

Da noi: Se fai sesso ti viene l’alone viola pulsante e muori.

I nomignoli dei genitori.

Telefilm: “Figliolo”, “principessa”, “ragazzo”.

Realtà: Mia madre mi chiamava Palle e non era il diminutivo di Pallina.

Il professore di lettere.

Telefilm o film: Comprensivo, amichevole, lungimirante. Tutto un Carpe diem, tutto un tieni in alto la mano sono il tuo capitano! A volte si faceva le allieve ok (Andrea Zuckerman nella quarta serie di Beverly Hills), ma c’è da dire che Andrea dimostrava quaranticinque anni.

Il prof da noi: “Alcuni di voi so già che lavoro faranno, degli altri avrò aggiornamenti leggendo la cronaca”.

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nella foto: un Bacon da braccio e un’orchidea da polso.

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Bambini fantastici e dove trovarli.

Molti sono i nemici di un genitore felice che affronta i luoghi pubblici. Spesso i propri figli, per dirne una. Ma anche il vicino di ristorante che ti guarda male quando schiaffi i bambini davanti all’iPad per mangiare almeno una portata senza causarti l’ulcera; ma anche il vicino di treno che ti guarda male perché non schiaffi i bambini davanti all’iPad e così lui non può viaggiare senza farsi venire l’ulcera.

La nonna che ti fa sapere che tua figlia è troppo poco vestita e poi c’è il ballismo tra mamme (anche cyberballismo nella forma social) l’abitudine di mentire sulle performance della prole per il solo gusto di farti montare l’ansia, che comunque i bambini delle balliste hanno parlato a tre mesi, hanno letto a un anno, hanno tradotto a due, perché i tuoi no? Ma non ti preoccupare eh, ogni piccolino ha i suoi tempi, ti tranquillizzano (stronze!).

C’è il tizio dei giardini che ti viene a sgridare perché Marta e Lorenzo hanno staccato delle preziosissime foglie di un cespuglio e tu vorresti dirgli “se Marta e Lorenzo mi mollano un po’ e giocano felici a fare la zuppa con i cespugli del parco per me possono anche disboscare la fottutissima Foresta Amazzonica e anche abbattere L’Albero Azzurro con Dodò sopra e lanciare il napalm sul Fantabosco con il Lupo Lucio protetto dentro” e invece sorridi, ti scusi e dici che sì, smettono subito.

Ci sono i vicini di ombrellone, quando vai in spiaggia, che non correre sulla sabbia e non schizzare nell’acqua e non parlare le parole e non sudare il sudore e tu bestemmi le bestemmie ma sempre col sorriso.

In tutto questo c’è anche un raggio di sole. La presenza di gente per bene, genitori che stanno crescendo quei piccoli uomini e donne anche chiamati bambini più grandi. Sono creature rare, preziose, che si prestano a giocare con i tuoi figli. In spiaggia, a volte nei ristoranti, ma soprattutto al parco si avvicinano e fanno il loro esorcismo a quelle bestie di satana che hanno generato i lombi caprini del tuo ex.

Si prendono Lorenzo in squadra e lo applaudono, lo toccano sulla testa, dicono cose tipo “è forte il piccoletto”, lo mettono in porta e non lo prendono a pallonate fortissimo per divertimento. Oppure intrattengono Marta, Marta la riconosci perché è quella che arriva col suo bel vestitino rosa Frozen (ha pianto imponendo di metterselo) e dopo trenta secondi si è trasformata nella Ciociara. Impolverata, con le calze rotte, con una scarpa sola.

La bambina più grande si prende la mia piccola Ciociara, la porta alla fontanella, la spinge sull’altalena, la spinge sulla giostra rotante, la spinge lei, capite, non io, io faccio una cosa incredibile: riposo il riposo. Io bacerei le madri e i padri di questi esseri angelici, genitori che hanno tanti meriti ma il più grande è quello di aver trombato con successo tre o quattro anni prima di me e il caprino. Proprio benedico quegli ovuli santi, quegli spermatozoi determinati.

Il problema è che le suddette creature deliziose fanno apparizioni rare, vivono sempre in altre zone della città, perché i tuoi vicini di casa sono i maledetti studenti ciellini iscritti a ingegneria da circa quindici anni, quelli che ti hanno mandato i carabinieri la domenica pomeriggio mentre folleggi ballando Rovazzi con i tuoi inquilini bassi di sei e quattro anni.

Le bambine più grandi sono in quel meraviglioso stato di grazia probabilmente un solo pomeriggio nella vita, un miraggio passeggero, una meteora luminosissima, prima di diventare preadolescenti o peggio prima di trasformarsi negli studenti ciellini che vivono sotto di te e ti mandano i carabinieri perché pensano che Rovazzi sia il diavolo. E forse non hanno nemmeno tutti i torti.

 

18190858_10213304298710445_371948323_n.jpgIllustrazione: Letizia Rubegni!

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Il SOCIALOPOLI. il gioco dell’oca di Facebook.

1. Come ogni mattina hai digitato il nome del tu* ex (che hai tolto dai contatti per dimostrare quanto sei fuori dalla storia e quanto sei matur*) per monitorarne gli aggiornamenti, peccato che tu l’abbia scritto in status e non in ricerca. Te ne accorgi, disattivi l’account, infili il computer-smartphone nel forno a microonde e lo posizioni su “fornace”. Game over.

2. Casella Neutra: Buongiornissimo Kaffè?!

3. Tua madre si è iscritta a facebook, non ha capito come funziona la questione bacheca pubblica, ti scrive lì i messaggi privati tipo “come va quel prurito intimo?”: Ti manda catene di Sant’Antonio così vecchie che risalgono a quando Sant’Antonio era ancora solo beato. Invia ai tuoi amici messaggi in chat con scritto “guarda cosa fa quest* ragazz* con il flauto” e non è un virus porno, è il video del tuo saggio di musica di terza media. Respira, sii gentile avanza di dieci alla casella Non si banna la mamma.

4. Scopri che in chat c’è la cartella filtri, la apri e si palesano Zuul il Guardia di Porta e Vinz Clortho il Mastro di Chiavi che ti traghettano in un’inquietante dimensione parallela. Ci trovi Serhat Gıyağan che ti scrive “Ángel beautiful”, Nanding Jaro che ci prova con “hello……..” e poi rilancia con “caio…….”, 15 ufficiali e militari in divisa che smaniano di fare la tua conoscenza probabilmente per arruolarti e conquistare San Marino, lo Spirito Santo che fa parlare tutti in lingue sconosciute e poi vabbè naturalmente Gesù Cristo e i suoi amici Padreterni. Gesù ti convince: vai alla casella 6 e scrivi Je suis Jesù.

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(schermata realmente tratta dalla mia cartella filtri di Facebook).

5. È il momento Je suis. Oggi ti senti qualcuno, rilancia il dado e decidi chi:

  1. Je suis Bond, James Bond.
  2. Je suis Deneuve, Catherine Deneuve.
  3. Jo le taxi.

6. Casella Neutra: La bufala. Una mandria di bufale.

7-8. Casella POST trappola a tema anti-vaccinista e/o pro-Adinolfi. “Guardami, sono qui per essere commentato” ti dice. Conta fino a dieci e usa un adesivo volpe ambigua per confondere le acque. Vai direttamente nella casella sicura “Gattini con bambini su letto di coniglietti”.

9. Un amic* posta una foto dell’ingresso di un ospedale. Aggiunge faccina triste. Seguono 67 commenti “cosa succede tesoro?” e alla fine tu a tesoro mandi un messaggio in privato “tutto bene?” e tesoro la sera dopo scrive uno status : “tutta questa pressione è insopportabile, lasciatemi stare tutti, non avete una vita?”. Fermati due giri per accertarti che tesoro sia lungamente costrett* in ospedale.

10. Casella Impasse… un amico sta scrivendo un commento, sta scrivendo, sta scrivendo. Stai fermo un giro. La vita è quella che succede mentre un amico sta scrivendo un commento.

11. Il coccodrillo per il morto celebre. A cui segue il lamento di chi è stanco dei piagnistei per i morti celebri. Il lamento di chi è stanco del cinismo di chi si lamenta dei piagnistei dei morti celebri.

12. Casella Neutra (ma fastidiosa): Richiesta di giocare a Farm Ville.

13. Hai una richiesta di amicizia di uno sconosciuto che però ti scrive in privato, è gentile, avete contatti in comune, ok, dai l’amicizia. Dopo tre ore sei iscritto a sette diversi gruppi merdosi “Mastro Lindo versus Predator: le fan delle pulizie domestiche”, “La sagra del pepe himalayano che si tiene in Himalaya”, “gli amanti dell’aoristo passivo”, “Sei Himalayano se”, “Agnellino pane e vino: il gruppo anti-veg”. Stai fermo due giri per uscire da tutti i gruppi, è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che tu esca dal gruppo degli amanti della sugna.

14. Selfie stagionali: mare monti mani piedi one-two-three.

15. Casella Neutra: Gattini con bambini su letto di coniglietti.

16-17. Casella Neutra. Occhiali che non ti costano nulla a parte la rottura di coglioni.

Illustrazione: Paola Patrizi.

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Sul senso dell’umorismo e altre forme d’amore.

Mi chiedo se il senso dell’umorismo sia genetico, tipo il gruppo sanguigno. Se dovessi analizzare la mia famiglia, direi che mio padre è ricettore, ma non donatore, non gli ho mai sentito fare una battuta di spirito vera e propria, però ride alle battute degli altri, se ne compiace. Non è competitivo durante le chiacchiere frizzanti, ascolta, un ricettore appunto. Di mia madre so che non capiva Fantozzi, anzi che le faceva venire l’ansia. “Togliete quella roba, vi prego, mi fa pena. Cosa vi piacerà mai di uno che soffre dall’inizio alla fine del film?”. Lo stesso valeva per Sordi e i suoi personaggi sordidi, che forse verrà da lì, meschini, stronzi. Anche a me Sordi e Fantozzi non fanno ridere, ne capisco il valore, ma no, non sono ricettiva a Fantozzi e a Sordi.

La volta che ridemmo di più insieme fu mentre leggevo, ad alta voce, alcune pagine di un libro di Dan Brown. A un certo punto mi pare ci fosse questo papa che si era riprodotto via provetta con una suora dando alla luce un camerlengo. A ogni riga ripetevamo “oddio oddio” e io sputazzavo anche senza riuscire a finire le frasi.

Rari sono i casi di soggetti esclusivamente donatori, ma esistono, sono quelli che tengono banco, che si prendono la responsabilità della conversazione, raccontano e tu ne godi ma poi, a fine serata, hai la triste sensazione che sia una sorta di auto-trasfusione. Divertimento sì, ma un po’ anemico.

Trovare qualcuno con il tuo stesso senso dell’umorismo, far parte di una coppia ricettore-donatore, è tanto raro quanto confortante.  Si dice che sai di essere innamorato quando davanti a uno spettacolo, a un film, a un tramonto, alla primavera ti senti giù perché non puoi girarti e dire a quella persona: “To’ guarda che bello e che bello che tu sia qua a condividerlo con me”.

E non parliamo della musica, c’è qualcosa di più triste di sentire una canzone struggente e non sapere a chi dedicarla? Credo di essermi innamorata soprattutto per avere qualcuno a cui pensare ascoltando there is a light that never goes out degli Smiths.

Il peggio comunque è non avere nessuno con cui ridere di una cosa che fa ridere solo te. È terribile. Così come è terribile dover puntualizzare “scherzavo” quando effettivamente scherzavi. La più grande dichiarazione d’affetto e d’amore, più di “ti amo”, più di “hai mangiato?” come sosteneva Elsa Morante, la più grande dichiarazione d’amore per me resta: “Lei (o lui) l’avrebbe capita”.

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Illustrazione di: Letizia Rubegni.

 

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Dove tutto ha inizio e tutto finisce.

Ce ne stiamo una di fronte all’altra, tra noi un piccolo tavolino dove appoggiamo i gomiti. A intervalli regolari mi prende il braccio, dice “sa’ un bacino”, io mi protendo per assecondarla mentre mi porta la mano alle labbra. Non risponde a quello che le chiedo, ma parla da un sogno, come se dormisse e qualcuno la punzecchiasse con domande inopportune. Dice di una signora che sa fare gli gnocchi buoni. Non riconosce i figli, i nipoti, ma pensa a una sconosciuta e ai suoi gnocchi, chissà chi è. Si interrompe, biascica, si azzittisce, parlare l’affatica, poi torna a baciarmi la mano. È serena, non va sempre così. “E’ birba la Luisa, qualche volta” mi dice l’inserviente. Anche lei sembra parlare da sola, succede alle donne con figli piccoli, a chi si occupa degli anziani, a chi si occupa di portatori di handicap: commentare tutto ad alta voce, ogni gesto, immagino serva a superare la solitudine.

Mia nonna ritorna nel suo limbo ma non si assopisce, si aggiusta continuamente sulla sedia a rotelle, per trovare una posizione che perde subito.

Non posso andare a trovarla spesso, l’istituto dove vive è a un’ora di macchina. Mi ci devono portare, i bambini vengono con noi, anche se Lorenzo preferisce restare fuori, in giardino, a giocare a palla. Una volta ci andai con mio padre, uscendo dal parcheggio, la sua auto non partiva. Con la classica prontezza d’animo che lo contraddistingue pari solo allo spiccato spirito pratico, il buon Giovanni mi guardò e mi disse serio: “bisogna spingere, vai a chiamare qualcuno dentro”. L’idea di questo gruppo di ottuagenari con il treppiede che spinge la Punto in un pomeriggio d’estate mi crea ancora degli eccessi di risa asmatica. Alla fine ce la spingemmo da soli fino alla pendenza, con Lorenzo e Marta che ci incitavano.

Appoggio la testa sull’incavo del mio braccio disteso, in modo che mi possa baciare quanto vuole. Ogni volta che la incontro, il suo corpo è diverso, solo gli occhi azzurri restano loro, il resto è una foglia che aspetta di staccarsi dal ramo. Un corpo che è stato fertile, ha partorito cinque figli, la primogenita morta alla nascita in mezzo alla guerra, Italia si chiamava. Erano tempi in cui i figlioli non erano un progetto, ma un fatto di natura, si nutrivano, lavavano, si tenevano in salute, non una cura in più, non una cura in meno. Le piante non crescono meglio se le fissi. Mangia, stai lontano dagli spifferi, obbedisci. Mia madre è arrivata dopo l’Italia e da mia madre Silvia ed io.

Da piccola mia madre non era semplicemente la mia mamma, ma “Le madri”, pensavo che tutte le donne agissero come lei. Che non mangiassero il gelato perché avevano la colite, che non sapessero nuotare e non guidassero, che riposassero il pomeriggio dopo il lavoro, che preferissero i film in bianco e nero, che venissero corteggiate dei macellai, che d’istinto rispondessero “no” alle richieste. Era il mio pezzo di mondo, né bello né brutto, unico, un dato di fatto. Fu strano rendermi conto che il gelato andava forte tra i genitori dei miei compagni, che alcune mamme addirittura nuotassero in piscina. C’è un mondo oltre mia madre, c’è un mondo oltre mia nonna, ma ogni tanto è bello ritornare dove tutto ha inizio, dove tutto finisce.

Marta arriva saltellando e mi scuote. “Sembra una tartaruga!” ride, la nonna si allunga fuori dal guscio a darle un bacio, il collo si tende e mentre si tende le si chiudono gli occhi. Poi bofonchia “Ora vengo, aspetta” e si ritrae nelle spalle.

“Con chi parla? Da chi va?” mi chiede Marta. “Non ne ho idea, va dai suoi fantasmi credo” le rispondo, ma non è convinta. “O forse l’ha chiamata la sua mamma” mi azzittisce.

E restiamo lì ancora un po’, dove tutta ha inizio e dove tutto finisce.

 

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Foto: Susanita

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