PROMESSE.

Metti che un giorno io ti volessi sposare… no, nulla di troppo elegante, ma sceglierei con cura il prete officiante, non uno che dica “vuoi tu prendere” come l’ha detto mille volte prima, come i controllori ti chiedono di alzare la mascherina, come le cose a memoria che non capisci più, come il “ma con gran pena le reca giù”. Io vorrei che officiasse un bambino, uno che fermo non ci sa stare, vorrei che dal pubblico saltellasse fino all’altare. Ci guardasse e dicesse: adesso conto fino a tre poi tu prendi lei e lei prende te. Allora ci metteremmo a correre tra i banchi e le risate si alzerebbero come canti.

O forse vorrei un vecchio, vecchissimo, di quelli che sbadigliano senza pudore, quelli a cui gli anni hanno ridato innocenza e candore, un vecchio bianco di neve, curvo fino a sfiorare la terra per implorarla all’orecchio che gli sia lieve. Il vecchio ingobbito come il mito di Atlante, davanti alla folla in un silenzio assordante, scorderà perché è lì e si metterà a blaterare, stupito nel vedersi da vivo al suo funerale. Farà un lungo discorso tra i più commoventi, rarità assoluta tra i mortiviventi, dirà: è sciocco smarrirsi nel non amare, siamo al mondo da ieri ed è già l’ora di andare.

O forse vorrei quel tizio che entra a rito iniziato e urla, spalancando la porta, che è tutto sbagliato, un Dustin Hoffman nel laureato. La sposa è un accrocco di mille difetti, arrogante, rissosa, non infila il piumone nei copriletti, lui crede ogni volta di avere ragione, confonde la legge con la sua opinione. L’avvocato del diavolo parlerebbe per ore, che è proprio ad amarsi si rovina l’amore, una scelta di istinto si prende all’istante ma non tiene presente ogni nonostante. Poi toccherà a me e dirò che so tutto, che si abbraccia col bello anche tanto del brutto, ma è proprio nel moto di rabbia e di orgoglio che se ami sai dire eppure lo voglio. E con queste parole finirei per sposarti, che bello che esisti e non ho dovuto inventarti, oggi domani qui ma anche ovunque, sempre e per sempre, tu sei il mio comunque.

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Vivo di magoni.

Vivo di magoni. Mia figlia piccola la fa nel vasino e io mi dispero al pensiero dell’ultimo pannolino che cambierò e che mi avvicina di un passo a quelli che cambierà a me. La mia vita è troppo piena di ultime volte per prendermi anche le malinconie planetarie del tg quando parte con quelle notizie tipo La prossima settimana passa vicino alla terra la cometa Salcazzi, la rivedremo tra ottocentosettantamilioni di anni (la rivedremo chi tra l’altro? Non è una formula eccessivamente ottimistica?). E io divento tutto un oh noooo ho solo questa occasione per individuarla in cielo, oddio la caducità della vita.

E se non sono comete sono assurde ricorrenze: Oggi è l’ultima volta che avremo una data palindroma, la prossima data palindroma arriverà che sarai già cibo per vermi. Ma che notizia è? E perché la prendo così male? Che poi non è vero, la prossima data palindroma sarà il 3 febbraio 2030, io avrò 52 anni e i miei ovuli si saranno spenti tutti come le lucine di Natale dei cinesi, cosa che mi fa tristezza ugualmente.

Il cosmo concorre alla mia incurabile malinconia. Capita di guardare il cielo notturno, di indicare un lumino e c’è sempre uno stronzo accanto che si prende la briga di ricordarti che le stelle che vedi potrebbero essere morte. Quella lì a destra? Morta. Quella là così sberluccichina? Defunta, schiattata male proprio, esplosa. Quella, quella là, fievole all’orizzonte? Non ne parliamo, una strage, atroci sofferenze e non c’è stato nulla da fare, manco la rianimazione hanno tentato. Anche Focus Junior mi deprime: “Se il sole esplodesse lo sapremmo dopo otto minuti, otto minuti è il tempo con cui la luce del sole raggiunge la terra”. Da quando è girata questa notizia la gente ha attacchi di panico, un caso? Non credo. Viviamo tutti come il gatto di Schrödinger, chi ci dice non siano gli ultimi otto minuti della nostra vita, che siamo morti e non lo sappiamo?

Sono in ansia e allora leggo qualche frase su Instagram per tirarmi su. Sei perfetta esattamente come sei, mi dice il meme, quindi sono gli altri ad essere sbagliati quando mi muovono le critiche, mi tranquillizzo. Ma anche gli altri leggono la stessa frase motivazionale e pensano di essere esattamente perfetti come sono. Vuoi vedere che l’unica stronza sbagliata so’ io? Sono sbagliata e difettosa e l’usura non aiuta.

I difetti sono comportamenti sconsiderati. Nel senso che non hai mai preso in considerazione di far diversamente, non sapevi che ci fosse alternativa. C’è l’alternativa. Guarda, Enrica, che puoi anche non offenderti per tutto. Ah, davvero? Sì sì puoi anche considerare la possibilità di non prendere tutto sul personale. Ah grazie, ne farò tesoro. E in effetti prendiamo tutto troppo sul personale. Tipo l’amore. Un uomo una volta mi ha detto che avevo evidenti e gravi problemi emotivi. Il mio evidente problema emotivo, la mia malattia psichiatrica, era che non lo amavo. Per quanto mi sforzassi io non lo amavo, mi divertiva, mi piaceva anche, ma non lo amavo. Anzi, forse mi è piaciuto di più di molta gente che ho amato, ma questo non bastava. Solo che non potevo dirgli: nulla di personale, amico, è che non ti amo. Meglio glassarsi di psicocazzate per qualche annetto.

Ritornando alla sconsideratezza dei difetti mi viene da dire quindi che, con le dovute cautele, dei difetti si deve parlare. Ha senso parlare di quasi tutto, nel modo giusto, con una sola eccezione. Una. Il russare. Non bisogna dire a una persona che russa che russa. Negherà, perché lui o lei non c’è quando russa, è da un’altra parte, nel mondo dei sogni, non è testimone del suo rumoreggiare, non è spettatore del suo stesso concerto. Inoltra al russare non c’è un vero e proprio rimedio, è tipo la cellulite, puoi metterti i cerotti ma alla fine continuerai a tranfiare come un facocero con un cerotto sul naso. Dire a un russatore che russa è mortificarlo inutilmente, se il russatore dorme con te è facile che ti voglia anche bene e nessuno gode all’idea di tenere sveglio un congiunto smaialando a piene narici.

Fatta questa eccezione, parlare è una buona approssimazione del comunicare, aprire la bocca e dire quello che ci viene per la testa. Non piacerà a tutti quello che ci viene per la testa, ci sarà sempre qualcuno che odia quello che ti viene per la testa, ma è la testa, non un mazzolino di violette. Avete presente quanto faccia schifo il cervello? È grigio, molliccio, c’è tutto un genere cinematografico che riesce a fare orrore mostrando i cervelli esposti. Dentro è una merda, altrimenti gireremo con la pelle di plexiglass. Invece giriamo con il nostro involucro di pelle e di parole. Il mio modo preferito di comunicare comunque è il silenzio, non quello di Pulp Fiction, di due eroinomani e cocainomani davanti a un hamburger, ma quello degli animali o dei bambini. Il silenzio pulito che non fa paura.

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Accaventiquattro

Mi interrogo sul Franchi affair in ritardo di h24 per 4 per un totale di 96 ore, perdonatemi ho avuto di meglio da fare. Considerando che l’unica cosa a cui un essere umano dovrebbe rispondere accaventiquattro non è la casella di posta ma è il proprio sistema circolatorio, respiratorio, endocrino e via discorrendo, quello che più mi ha colpito di questa storia è un articolo ripostato in seguito alla polemica, un’intervista in cui la Franchi racconta la sua infanzia difficile, la sua adolescenza difficile, la sua maternità difficile.
In pratica il sottotesto è: questa affezione al lavoro, questa ossessione che mi conduce in azienda con i punti del parto sanguinanti, è frutto di rabbia, di voglia di riscatto, di “mondo tu mi hai provocato e io ti mangio”. Non entro nel merito dell’uscita sulle donne, è stata abbondantemente asfaltata nei giorni scorsi (quando vabbè poi a necessitare di una bella passata di cemento sarebbe l’intero sistema del lavoro italiano) ma io credo che il modello di macchina con motore a rabbia e frustrazione sia davvero superato e se non è superato, minchia superiamolo perdio che ci inquina i giorni e ci soffoca le notti.

Lavorare accaventiquattro non è figo (come non è figo usare l’espressione accaventiquattro) è proprio il contrario di figo, è da poverini, accettare di lavorare accaventiquattro è da persone che sentono di non avere alternativa e quindi da schiavi. Dare la propria disponibilità così a lungo vuol dire solo tre cose: o che stai facendo anche il lavoro di un altro o che stai facendo male il tuo o che sei Renatino della pubblicità della Grana Padano, quindi un personaggio di fantasia perculato in mondovisione.

La Franchi sceglie donne che hanno già fatto i loro giri di boa, oltre i quarant’anni, dice. Donne come me. Donne a cui i giri di boa dovrebbero aver insegnato quanto surreale sia questa idea di successo, donne consce, tra l’altro, che i giri di boa non finiscono mai e che dopo aver schivato la cura dei figli e i matrimoni ti aspetterà quella boa gigante della cura dei genitori malati o della cura della tua salute. Insomma ti aspetterà sempre la vicenda del vivere, di cui il lavoro non può rappresentarne che una parte, non l’intero. Ho la sensazione e forse la speranza che la Franchi scelga donne quarantenni come me, perché sono le uniche a cui poter propinare la storia del “mondo tu mi hai provocato e io ti mangio”. E dove sta la speranza? La speranza sta nel futuro, nelle ragazze e nei ragazzi che dalla Franchi non lavoreranno mai e non perché non vengano presi, ma perché la Franchi proprio non se la filano, perché accaventiquattro hanno meglio da fare, tipo vivere.

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Maledetti Tuareg.

Mia madre l’estate la prendeva male: era legata alla stagione più lieta, di vacanze e spensieratezza, da un rapporto contraddittorio, di amore e odio. Per quanto adorasse il sole, il mare, l’abbronzatura, temeva tutte le insidie che quel momento idilliaco nascondeva e non poteva fare a meno di riversare sulla figlia minore (io) le sue accaldate ansie.

L’estate tramava contro la mia salute, in primo luogo per via dell’escursione termica dentro-fuori. Se giocavo al sole in cortile, per esempio, non potevo entrare in casa prima di essere stata mezz’ora in un’area di decompressione ad abbassare lentamente la temperatura corporea. Ma devo fare la pipì, mi lamentavo, meglio cistite che morte da raffreddamento, rispondeva lei.

Venendo alle questioni più pratiche non mancava di darmi consigli precisi su come affrontare il caldo. Hai sete? Bevi tè bollente. Ma non posso bere un’aranciata come qualunque altro bambino? Sei pazza? Una bevanda fredda? Non sai che i Tuareg del deserto bevono tè bollente? E allora giù di broda ad agosto con i baristi tentati di chiamare i servizi sociali. Hai caldo? Mettiti la canottiera. Ma perché devo mettermi la canottiera se ho caldo? Non hai mai visto i tuareg del deserto? Sono tutti vestiti da capo a piedi.

Per mia madre il più accreditato modello educativo era una popolazione di pastori nomadi. Perché non gli antichi greci? Valorosi guerrieri che nel torrido campo di battaglia combatteva a petto nudo. Perché non gli egizi? Che si fregiavano di gran gonnelloni e via? Oppure perché non guardare alle popolazioni dei deserti arabi? Quelli che tendono a costruire megalopoli futuristiche tipo Dubai e a pompare aria condizionata folle a 18 gradi tutto l’anno. No, i tuareg. A quel punto perché non ispirarci agli amici Mokondo del Mozambico e piazzarci un disco labiale grande come una padella Tognana? Sono domande che andranno perdute nel tempo come gocce di sudore nella canottiera lana sulla pelle.

Altra ossessione estiva di mia madre era il viaggio in macchina verso la meta di villeggiatura. Guardate la strada era il mantra ripetuto mille volte. Se non guardavi la strada vomitavi. Ma tu eri dietro e dovevi spostarti come uno struzzo per raggiungere una prospettiva consona tra le teste dei tuoi genitori, quindi si vomitava a turno o tu o tua sorella e in più arrivavi a destinazione col torcicollo.

Tra l’altro noi avevamo l’unica centoventisette verde pisello dai vetri oscurati, non i vetri oscurati chic delle auto dei vip, i vetri li oscurava mia madre dall’interno prima della partenza, appendendo asciugamani e coperte, perché il sole da dietro i finestrini secondo lei faceva malissimo, così finivamo per restare serrati in questo fornetto a quattro ruote, privo naturalmente di aria condizionata, perché hai mai visto l’aria condizionata in una tenda tuareg? Eppure l’estate resta la mia stagione preferita, mia madre non c’è più, bevo bibite gassate a garganella e quando sono in viaggio guardo fuori dal finestrino, perché sono sopravvissuta all’escursione termica, all’aria condizionata e all’abolizione della canottiera… a me quello che ammazza davvero resta sempre e solo la nostalgia.

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Macché.

Lavoro al computer o sto presentando il libro nuovo o gioco con i bambini e mi prende alle spalle l’angoscia, il dubbio di averla dimenticata da qualche parte, forse è il giorno della dialisi ed è lì ad aspettarmi sulla sedia a rotelle, in ospedale. L’opposto di ciò che racconta Jovanotti in quella canzone delle tasche piene di sassi, in cui lui è il bambino davanti alla scuola in attesa della mamma che non arriva. Sono pochi secondi che lasciano uno strascico di ore inquiete quando capisco che no, non mi sono dimenticata di andare a prenderla, ho solo dimenticato di pensarla.

È che devo ancora occuparmi di lei, della sua casa da svuotare, della sua roba per i rifugiati, delle bollette. Mi aspettano i suoi oggetti che tocco e sposto con i guanti ma sul cuore, perché è materiale incandescente e serve una tuta antiradiazioni per maneggiarlo. Ritardo il momento delle scatole come si ritarda la sveglia, finché sarà troppo tardi e bisognerà poi correre per fare. Non sono pratica, non sono pratica della vita, figurarsi degli spiriti, delle preghiere, degli addii. Dopo una crisi più grave delle altre, ho scherzato una volta: ma almeno l’hai vista la luce, il tunnel e tutto il resto? Macché, mi ha risposto con mezzo sorriso e un’alzata di spalle. Macché! Macché come filosofia di vita e di morte, la disillusione preventiva di chi, per istinto, ci spererebbe troppo.

Appunto cose su file senza titolo: il culto del sole, l’abbronzatura, preferiva la sdraio al lettino. La passione per i buffet dove poteva comporsi lei il piatto che tanto lasciava sempre mezzo pieno, l’energia che metteva nel far ridere i bambini, le canzoni travisate che mi ha insegnato già sbagliate. I bambini sempre troppo scoperti e mai adeguatamente vestiti, il lenzuolo nel letto mai abbastanza tirato, il piacere del sonno. Sole e sonno. Il sospetto con cui guardava all’attività fisica, la paura del sudore, ci voleva asciutte, capelli asciutti, schiena asciutta sotto la canotta, fronte asciutta. Occhi asciutti. Il modo di camminare, da passante di Brassens. Passerà mamma? Un sorriso in un macché.

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Considerazioni sulla (mia) vecchiaia.

Tutto quello che è secco cade, cosa che riguarda le piante ma ancora di più il culo delle secche, per l’appunto.

L’altezza non mi è servita mai a niente. Ok, a parte a prendere la confezione di sgrassante sull’ultimo ripiano del supermercato per la vecchietta “signora lei che è ben piazzata potrebbe…” che poi mortacci tua vecchia tappa una volta mi dicevi almeno signorina. Tolta questa parentesi, il mio 1 e 75 oggi serve esclusivamente a potenziare l’effetto gravità, la faccia mi cade da più in alto e quindi più rovinosamente.

La scienza non aiuta. Ogni tanto scovo qualche notizia sorprendente sul corpo umano tipo che gli occhi non crescono durante la vita, gli occhi che ho adesso sono grandi come il primo giorno, diversamente il resto del corpo tende a rimpicciolire, con un’unica eccezione. Continuo a leggere l’articolo con avidità e, tra me e me, ripeto: di’ le tette, di’ che crescono le tette. Ma no. “La parte del corpo che continua a crescere è il NASO”. Naso, avevamo fatto un patto, nonostante la tua importabilità ti avrei ignorato e invece tu te stai ad allargà. Ora mi guardo allo specchio e penso: potrebbe andare peggio, potrebbe crescere.

Voglio provare a non tingermi più e lasciarmi i capelli grigi. Mi sono informata, si chiama gray transition. In assenza di colpi di sole (che non voglio fare) o decolorazioni (manco) ci vuole circa un anno e mezzo per concludere la transizione. Ci metto meno a diventare uomo, che gli uomini invecchiano meglio e magari non gli si allunga solo il naso.

Rispetto a quanto preventivava mia madre, lanciatrice acrobatica di anatemi, per me invecchiare è comunque un ottimo risultato, soprattutto invecchiare in salute. Non mettere quegli affari nelle orecchie (il walkman), diventerai sorda. Abbassa il volume della tv, diventerai sorda (e due). Non guardare la televisione così vicino, diventerai cieca (ma mamma mi avvicino perché non sento un cazzo visto che mi hai fatto abbassare). Stai dritta con la schiena, diventerai gobba. Le menomazioni acustico-visive-scheletriche proiettate nel futuro si aggiungevano alle nefaste previsioni nella contingenza: non bere l’acqua dopo il gelato o muori, non togliere la canottiera o muori, non bere roba fredda o muori (ubriacati pure ma a temperatura ambiente) non fare il bagno dopo mangiato o muori, non salire in piedi sull’altalena o muori, asciugati i capelli o muori e muori anche ad agosto. Però poi andavamo in montagna con la A-112 di zia Marianna e tre cugini li infilavano nel bagagliaio, che manco fossimo stati cuccioli di bulldog francesi importati illegalmente dalla Romania. Ma tanto dentro l’auto si fumava pure, a vetri chiusi perché poi entra la corrente e muori.

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Cose che non sapevo sulla morte.

Non sapevo che la morte fosse questione di burocrazia. Tu vorresti piangere e invece devi firmare, devi decidere sulle ceneri, dove vuoi che vadano le ceneri? Allora dici piango domani, quando ho sistemato le ceneri, quando ho ritirato il certificato, quando ho svuotato la lavatrice o il frigo. E alla fine non piangi più. O piangi male, a tradimento.

Mia madre da quando è morta è morta circa ottantasette volte. Ogni volta che mi è tornata alla mente senza evocarla. La memoria tiene le persone in vita ti hanno insegnato, ma non ti hanno detto che quando ricordi muori un po’ tu. Inevitabile, pare che migliori con il tempo. Si ripete che la vita sia troppo breve, ma in realtà è la morte a essere troppo lunga.

La morte è imbarazzante, le persone si scusano di non avere parole, non ci sono parole. L’unica cosa da non fare è non dire proprio niente, per paura di dire la cosa sbagliata. A me è successo in passato di non farmi sentire, che cosa da bambina stronza tacere il dispiacere per l’altro.

Non ci sono rivelazioni sul letto di morte, la persona che se ne va raramente ha tempo di dare consigli, elargire verità assolute. È tutta impegnata a morire, che è naturale e innaturale insieme, come il parto. Mia madre si è rintanata ed è morta nello stesso modo in cui è venuta al mondo, in posizione fetale. Sono l’ultima persona che ha riconosciuto, chi sono mamma? Il mio amore. La prendevo in giro: rispondendo così non avrebbe mai scontentato nessun parente al suo capezzale.

Per nascere e morire si dovrebbe essere almeno in due, il contrario è disumano e infatti viviamo tempi disumani, di travagli in solitudine, qualsiasi sia la direzione del travaglio, dal buio alla luce, dalla luce al buio.

È che la solitudine si è insinuata nelle nostre vite e nelle nostre case, l’abbiamo abbracciata, onorata, glorificata, l’abbiamo indorata come tutte le pillole da ingoiare a forza, meglio soli che male accompagnati e a forza di ripeterlo siamo diventati noi la cattiva compagnia.

Riflettevo di quanto sia figlia di questa cultura della forza individuale, di quante volte ho scelto di essere forte, coraggiosa, “figa”. Sola. Di quanto sentirmi apprezzata abbia sovrastato il sentirmi amata. Di quanto mi sia divertita a definire la mia identità sull’opposizione, sulla distanza dagli altri e sull’unicità. La morte se la guardi negli occhi ti dice, come scrisse battiato, che il giorno della fine non ti servirà l’inglese, né di aver avuto ragione negli scontri tra tifoserie, né di saper correggere i qual è del vicino, il giorno della fine ti servirà solo poterti dire amato, sentirti amato sulla terra. E per questo non serve a niente essere fighi, serve solo essere buoni.

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La forma dell’amore.

Considera che per essere amore deve stare nel palmo di una mano, così da soppesarlo anche quando stai facendo altro, tipo cucinando. Oppure mentre scrivi o lavori perché l’amore non può essere d’impiccio e nemmeno una distrazione, anzi serve per rassicurarti, un amuleto a un’interrogazione.

Quindi va da sé che sia più o meno grande così, da tenerlo nel pugno ma senza stringere troppo.Poi non è auspicabile sia perfettamente sferico altrimenti rotola via, la superficie meglio se liscia e compatta, color dell’onice nera. Se rimani a fissarlo sembra pulsare come il cuore di un passero. Non si deve scheggiare, né surriscaldare, non si scioglie al sole e non fa nessun rumore, non scricchiola, al massimo tintinna di una breve vibrazione.

Non venendo da un altro pianeta è un amore di questo mondo, terreno, serve a curare il raffreddore se lo tieni nella tasca d’inverno, ad ammaestrare gli animali, a fermare il proiettile che ti colpisce al cuore, a portartelo al naso quando c’è cattivo odore, a far fare le fusa ai gatti, ad allontanare gli incubi delle notti.

L’amore non te lo rubano perché non ha mercato e non si sa mai quanto vale, però è facile smarrirlo, per dimenticanza e distrazione. Lo appoggi mentre ti strucchi, mentre ti fai la barba e non lo ritrovi. Una volta perduto non c’è negozio o boutique per prenderne uno uguale, non esiste un amore di cortesia, una soluzione di passaggio, te lo giri per le mani per convincerti che sia lo stesso, anzi meglio, ma la verità è che una sostituzione non ha mai la giusta dimensione.

L’amore ha la forma di un nocciolo, è il nocciolo duro di ogni cosa. È qualcosa che resta quando è estinta la fame, che pensi sia la fine del frutto e invece lo metti nella terra o nel cotone ed è l’inizio di tutto.

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Il campo ti vede.

Lorenzo è diventato totalmente dipendente dal tennis, parla solo di quello, l’altro giorno ha piantato un ceffone volante a una povera passante perché fingeva di giocare per strada con una racchetta immaginaria. Di rinculo ha beccato la donna che si è giustamente incazzata. Sarebbe andato peggio fosse stato un saltatore con un’asta immaginaria signora mia, ho provato a sdrammatizzare, ma non ha funzionato.

Questa fissazione per la terra rossa gliel’ha passata il mio fidanzato, che parla del tennis come di una religione. Il dio del tennis è il Campo, il Campo non mente, tira fuori il tuo meglio ma anche il tuo peggio, il Campo sa chi sei, il Campo non vuole pensieri. Stare con un amante dello sport è una iattura, perché qualsiasi sia l’attività scelta sarà fonte di frustrazione più che di gioia.

La vita con uno sportivo si divide in:

Pre-partita che è un periodo lungo anche giorni, in cui lo sportivo si preoccupa per la sua forma fisica scadente, per il male al malleolo, per il ginocchio della lavandaia. Il pre-partita è costellato di nefasti presagi e terribili presentimenti. Nel pre-partita lo sportivo si affida a qualsiasi ritrovato cremoso per ridurre gli acciacchi e i fastidi muscolari. Storica è stata la volta in cui Dario tornò a casa con un unguento acquistato in un negozio di ippica, una roba puzzolente per cavalli a base di arnica e artiglio del diavolo. Rido ancora perché da allora ha il pelo morbido e liscio.

Post-partita che è un periodo lungo dalle 24 alle 48 ore, durante il quale lo sportivo è un’ammasso informe di muscoli inutilizzabili. Si lamenta perché le preoccupazioni si sono rivelate fondate: l’avevo detto io, potevo fare di più, gioco troppo poco, la vita è brutta e il mondo è cattivo. La fidanzata dello sportivo a quel punto interviene. Ma chi l’ha detto che il mondo è cattivo, scusa? Me l’ha detto il Campo. Te possino costruire sopra una scuola di ballo latino-americano, campo dei miei coglioni sei tentata di bestemmiare, ma ti trattieni.

In tutto questo aggiungo solo una parola: Berrettini. Da qualche mese il mondo ha scoperto Berrettini, le donne hanno scoperto Berrettini. Eh no, care, Berrettini io me lo sono meritato, voi arrivate belle belle, senza esservi mai sucate un torneo, senza aver mai strigliato una criniera, voi pensate che la Svitolina sia una marca di lubrificanti. Eppure siete tutte un Matteo qui, Matteo lì. Povero Matteo che si è strappato un addominale… che ne sapete voi degli addominali di Berrettini? Io ho dato un nomignolo a ognuno di loro, a tutti e otto, gli canto La bella tartaruga che cosa mangerà. Siamo in confidenza. Quindi mettetevi in fila neofite sgallettate, non siete degne, il Campo vi vede.

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Armocrominchia. Una filosofia di vita.

Nei primi del 2000 andavano le scarpe a punta, ottime per spegnere le sigarette negli angoli delle strade, ma pessime esteticamente. Le mie erano di pelle nera, siccome le punte restavano vuote (non essendo io dotata di trillici estendibili), finivano per avere delle micro erezioni con l’effetto di piegarsi leggermente su loro stesse. In pratica avevi i piedi uncinati e potevi agganciarti alle travi come un pipistrello. Perché ho comprato quelle scarpe? Perché ce l’avevano tutti e dopo un po’ il tuo occhio si abitua alla bruttezza, si assuefà e trova il brutto appetibile.

Credo di avere buon gusto, ma tutti credono di avere buon gusto, credevo di avere buon gusto anche quando indossavo quelle scarpe che mi permettevano di fare gli addominali a testa in giù appesa come Richard Gere in American Gigolo. I tempi delle scarpe da Aladino erano quelli in cui i vestiti dovevano essere “sdrammatizzati”. Compra questo cilicio francescano e lo sdrammatizzi con un paio di anfibi. Gli anfibi erano le scarpe per eccellenza che la buttavano più sul ridere, erano la soluzione a tutto o quasi, dico quasi perché ho indossato tragedie di look che manco se le avesse portate Gino Bramieri raccontando una barzelletta…

Detto questo ci sono delle mode legate all’abbigliamento che mi angosciano. Qualche tempo fa entravi in un negozio per comprare un capospalla one two three (sognavo di usare la parola capospalla pur non avendo la minima idea di cosa sia un capospalla) e la commessa sentenziava: tu sei pera, mi raccomando metti le ruches e jeans a palazzo con i cropped. Ma che minchia stai dicendooo? Andava così, era il periodo dei consigli fruttariani. Rimpiango quella fase.

Ora siamo al meteo style, ti guardano e ti dicono: quel colore ti sta malissimo, perché tu sei inverno! E non ha niente a che vedere con Frozen, c’entra con l’armocromia e benedico di essere inverno perché alle autunno va peggio, loro sono destinate a vestirsi tutto l’anno come un ufficiale della Stasi, con quel tipico armadio maron, con la palette Bernadette, perché nemmeno se vai a Lourdes ti senti figa. Ecco tu autunno partorirai con dolore e ti vestirai come un caco, anzi come un caco cacato, altro che mela pera banana.

La cosa positiva di questo periodo è che gli orrori del tuo guardaroba non te li tieni per te, adesso è tutto un ti vendo mi nonna se mi dai tu zia. Insomma ora c’è Vinted. Va molto la seconda mano tra le giovani donne che da comparse di Derrick sono passate ad essere comparse di Bayside school. Ho chiesto delucidazioni alla mia figliastra (amo essere la matrigna di una ventiduenne). Eravamo davanti a una bancarella e lei combatteva con un gruppo di tarme per appropriarsi di un giubbotto che negli anni Ottanta era stato di Mauro di Francesco. È lì che le ho domanadto: perché tu che sei bona come il pane desideri indossare uno straccio del genere? Perché c’è del potenziale. Mi ha risposto, c’è la sfida. Il capo è brutto ma io posso valorizzarlo, renderlo stiloso. Come dire lui è brutto ma sono figa io per tutti e due.

E io trasecolo di ammirazione per questa fanciulla che mi renderà appetibile un vestito di merda, mentre io ho sempre pensato che fosse il vestito a rendere appetibile me. Vestito di merda tu mi hai provocato e io me te indosso! Questo è il giusto approccio, questo è lo stile. Questa è personalità. E comunque io sono inverno e Let it go, da oggi il futuro appartiene a me! (pestata di tacco e vaffanculo).

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