Gli adulti non esistono.

E ogni volta che ci troviamo insieme fuori dalla classe aspettando di parlare con le maestre. Ogni volta che ci sediamo sulle seggioline ine ine della materna per l’assemblea, con le ginocchia in bocca. Ogni volta che ci stringiamo nel cerchio infernale delle feste o dei saggi di fine anno. Ogni volta che aspettiamo fuori dalle discoteche i nostri ragazzi adolescenti (no questo io no, mi sembra meraviglioso non aver mai preso la patente). Ogni volta, ogni singola volta, mi verrebbe da avvicinarmi all’orecchio di un mio simile, un altro genitore, e bisbigliare con aria circospetta:

“Ma a te, t’hanno già sgamato?”.

“In che senso?”.

“I tuoi figli, dico, t’hanno beccato? Cioè lo sanno già che gli adulti non esistono? Lo sanno che non hai la più pallida idea di che cosa stai facendo con la loro vita?”.

“Ah no, no, ancora sembra di no”.

“Neanche i miei, ma è anche vero che Lorenzo crede che la sua fatina dei denti sia araba perché all’ultimo incisivo caduto non avevo monete in casa e gli ho smollato una manciata di dirham del viaggio a Dubai”.

“Dici che hanno bisogno di credere in noi come credono a Babbo Natale?”.

“Tipo, solo più a lungo”.

“Eh ma lui è bravo, non è che la notte del 24 si faccia trovare a piangere in bagno perché è sconfortato dall’ansia di non farcela. Babbo Natale non si incazza e non urla contro gli elfi se non lo ascoltano o se non fanno bene i loro compiti da elfi. Non perde la pazienza Babbo Natale, è rassicurante, gentile, sa cosa è bene e cosa è male”.

“Che poi un giorno solo all’anno eh, sai che fatica…”.

“Infatti, quel gran culo di Babbo Natale, un solo giorno, non tutto l’anno weekend con il cagotto inclusi, questa cosa di essere un adulto credibile per 365 giorni 24 ore su 24 mi pare una pretesa assurda. Io ora vado dai miei figli e glielo dico: gli adulti non esistono”.

“Aspetta, sei sicuro di volerlo fare?”

“Dici che non è il caso, sono troppo piccoli?”

“Tu quando hai scoperto che gli adulti, sì insomma, erano solo i tuoi genitori, gli zii, i grandi… travestiti?”.

“Tardi, ma è perché i miei erano molto bravi, determinati, erano altre generazioni, meno dubbi di adesso, meno domande, seguivano il programma”.

“Sì. Ora è diverso. L’altro giorno, ero molto stanca, Marta mi ha guardato e mi ha abbracciato, poi con la mano mi ha fatto una specie di pat pat sulla schiena, sembrava un incoraggiamento, mi è parsa così grande…”.

“Temo che il problema sia questo, sai?”.

“Quale?”.

“Che il momento in cui smettono di credere in noi, quello è il loro turno di fare gli adulti”.

“Possiamo darci ancora qualche anno, allora. Io comunque quella cosa di aspettarli fuori dalle discoteche non la farò mai”.

“Se vuoi prendo io anche i tuoi ragazzi, quando sarà il momento”.

“Sei gentile, ora però scatta qualche foto della recita o ci beccano”.
“E tu commuoviti un poco, mimetizzati con gli altri”.

“…”.

“Buon Natale eh”.

“A te e famiglia”.

Illustrazione: Letizia Rubegni. 25324082_10215445694403999_727436361_n.jpg

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Rime tempestose (gli amanti non sanno fermarsi).

Ti ho tolto le scarpe, pesanti di passi e d’inciampi, di tanghi che pestano i piedi, di soste e di salti. Mi hai tolto i vestiti, di sopra di sotto, mi hai sfilato le calze, ti ho tolto i programmi, il ti faccio mi fai, il mi piace così, così proprio no, mi hai tolto quello che so.

Mi hai tolto la rabbia, il sapore cattivo che lasciano in gola le frasi non dette. Mi hai tolto la taglia che misura le tette. Ti ho tolto i tuoi anni peggiori, mi hai tolto le impronte di mani sbagliate, le feste indigeste se son comandate. Mi hai tolto i sarò poi all’altezza? Ti ho tolto dal pugno la migliore carezza. Ti ho tolto i baci di bocca, mi hai tolto il respiro, ti ho tolto corazza, elmo, cintura, mi hai tolto dall’arma anche la sua sicura. Ti ho tolto ogni freno, mi hai tolto dal sangue l’oscuro veleno. Ci siam tolti la voglia, dei corpi sui corpi, degli occhi negli occhi, dei vuoti nei pieni, dei forti nei piani, dei miei ricci tessuti tra le tue mani. Nudi alla meta e l’amore era meta e cammino, eravamo la vetta e il sentiero, eravamo il viandante, lo sguardo smarrito dello straniero, eravamo il paesaggio, eravamo un bel viaggio.

E lì dovevamo fermarci, eravamo arrivati. Dovevamo lasciarci qualcosa, per dopo, per sempre, e invece ci siamo lasciati.

Perché poi ti ho tolto i pensieri leggeri, mi hai tolto il piacere di chiedere prima di avere. Ti ho tolto l’attesa per ciò che si conosce, mi hai tolto la mano distratta che sfiora le cosce. Ti ho tolto la fame, mi hai tolto la sete, mi hai tolto il gusto del volo se non c’è la rete. Ti ho tolto il sorriso nel sentirmi stonare, mi hai tolto l’intima gioia del tuo lento russare. Mi hai tolto la luce del tuo riflettore, ti ho tolto la smania di fare l’amore. Ti ho tolto la mia comprensione, mi hai tolto il tuo corpo come colazione, mi hai tolto la quiete e io la tempesta, ti ho tolto domenica come giorno di festa. Ti ho tolto l’istinto, mi hai tolto l’aiuto del filo nel tuo labirinto, ti ho tolto l’applauso dopo la battuta, mi hai tolto la sedia e sono caduta. Mi hai tolto il biglietto dal regalo a Natale, ti ho tolto il bacio d’estate al sapore di sale. Ti ho tolto dal vaso la vana speranza di bastarci noi due, due cuori e una stanza.

Di spalle sul letto, gli occhi arrossati, i corpi dei nostri corpi svuotati. Ti sei messo le scarpe, ti ho messo il cappotto, mi hai aiutato col mio, ci si veste veloci prima di dirsi addio. Ci siamo guardati, ci siamo scordati. Di quando nudi alla meta, l’amore era meta e cammino, eravamo la vetta e il sentiero, eravamo il viandante, lo sguardo smarrito dello straniero, eravamo il paesaggio, eravamo un bel viaggio.

Illustrazione: Letizia Rubegni. 24726748_10215376258228138_354417197_n.jpg

 

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Le rughe (come Anna Magnani).

C’è intorno ai miei occhi un gran calpestare

galline bislacche che sanno volare

creature di piuma con zampe ruspanti

son simili a me: leggere, pesanti.

 

In fronte ho due rette che sembran binari

Ci corron pensieri che variano orari

Li carico d’ansia, di attese e d’amore

Ma ho chiuso il passaggio ai treni a rancore.

 

Intorno alla bocca due parentesi tonde

Più passano gli anni più sono profonde

Le apro e le chiudo, scontorno l’umore

Proteggo il sorriso, lo scudo del cuore.

 

Poi faccio la conta dei miei capillari

Li ho rotti nei parti e non li ripari

che “dare alla luce”, è una strana espressione

ma rende l’idea della deflagrazione.

 

Il volto è un lenzuolo al sole asciugato

Ci dorme la vita, l’ha un po’ stropicciato

Ma è bello così, nessuno lo nega

Noiosa è l’età che non fa più una piega.

 

Diffido dei visi stirati a vapore

È gente che ride col silenziatore

La vita t’intaglia, tu lasciala fare

Il mare in tempesta si lascia increspare

 

Cancelli le rughe dai bei lineamenti

Ma il lifting che cerchi è ai tuoi sentimenti

Lo so che a guardarle ti sembrano brutte

Ci ho messo una vita e le rifarei tutte.

 

Illustrazione: Letizia Rubegni24020082_10215305790226482_97917787_n.jpg

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Il giorno in cui Madre toccò il fondo della propria solitudine serale.

Madre ha messo i bambini a letto e traffica. Le madri non preparano in modo meticoloso il giorno dopo, non sistemano la cucina, non rassettano, le madri, la sera, trafficano. Un po’ perché c’è sempre troppo da fare e non sanno da dove cominciare, un po’ perché la stanchezza manda in cortocircuito la connessione mente-gesto. Questa madre traffica con il cellulare. Non è un telefono qualsiasi, è un iPhone 4, QUATTRO, non come i punti cardinali, non come i venti principali, non come le stagioni e le fasi lunari, QUATTRO come Four, il pupazzo sfigato compare di Uan, quello inutile che non si cacava nessuno. FOUR è già caduto un numero ragguardevole di volte, l’ultimo volo ha creato una ragnatela di schegge sullo schermo tale per cui Madre non ha più le impronte digitali come il serial killer di Seven, se l’è raschiate via scrivendo messaggi. Ora potrebbe fare una rapina senza lasciare tracce e prendere i soldi che le servono per acquistare un telefono degno di questo nome, ma al momento deve risolvere problemi ben più grandi.

Il caricabatterie non funziona, non funziona perché i gatti se lo sono sgranocchiato. E qui scatta l’allarme vero: se la famiglia di Madre la mattina si rovescia sulle strade verso scuola e lavoro è grazie alla sveglia di FOUR che ora è chiusa nel suo buio interiore, muta. Alle 22 e 38 la madre impreca ad alta voce. Poi respira profondamente e pensa di chiamare il proprio padre e farsi fare uno squillo l’indomani. Nello stesso momento in cui lo pensa la madre tocca con mano la consistenza della sua infinita stupidità. Come cazzo lo chiama e si fa squillare senza Four? Alle 22 e 45 Madre tenta di tagliarsi le vene con lo schermo scheggiato di Quattro, si procura solo delle microferite dolorosissime.

Non si lascia abbattere, si guarda intorno e punta la tv. Nella televisione c’è sicuramente un timer per programmare l’accensione, mal che vada dormirà sul divano e si sveglierà con il tg del mattino. Alle 23 e 10 Madre scandisce la sua seconda bestemmia: ha solo il telecomando di Sky funzionante, quello del televisore ha le pile scariche da un paio d’anni. Certe pile non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano lì, nel telecomando del televisore, completamente spompe. Queste pile hanno visto il mondo, queste pile si sono imbarcate in un cargo battente bandiera liberiana, sono state in tutti i giochi di Natale sforniti di batterie alle aperture, hanno fatto parlare Elsa e Ultron. La sfiora l’idea di aprire il cassetto della cucina e cercare le batterie di ricambio, lo apre, una tessera elettorale smarrita dal 1999 le dice con aria sinistra “vieni a galleggiare con noi”, la Madre richiude il cassetto, afferra il portatile e scappa nel bagno.

Il Mac di Madre fa anche il caffè decaffeinato, non è possibile che non abbia un’applicazione sveglia. Dopo aver digitato sette diverse chiavi di ricerca ed essersi infognata in un sito di nerd che racconta come trasformare il proprio computer in un macchinario per misurare la pressione a nonna, Madre comprende l’incomprensibile: anche Aranzulla l’ha abbandonata, tu quoque, Aranzulla, non esiste un tutorial sull’argomento.

Dove la macchina non arriva forse può arrivare l’uomo, ma no, Madre non può suonare ai vicini e chiedere un servizio di sveglia per la mattina dopo, c’è un limite anche alla pena che può fare al prossimo suo. La dignità prima di tutto. Alle 2, stremata, rinviene in un ripiano sui fornelli un timer da cucina a forma di gattonero stronzo, uno di quelli che giri e che per un massimo di sessanta minuti ticchettano per poi avvisarti quando la pietanza è pronta. Ed è così che Madre aspetta l’alba, ripuntando ogni ora il metronomo della sua solitaria, buia e minchionissima solitudine, stringendo tra le dita un gattonero stronzo ricoperto di una patina di unto spessa due dita. Metafora di vita.

Illustrazione: Letizia Rubegni.23634962_10215216183306365_1776834353_n.jpg

 

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La censura dell’imprevisto e il fotoromanzo della nostra vita.

C’è questa foto. Mia madre e mia zia sono sedute sulle rive di un fiume, hanno venti forse ventitrè anni, mia zia guarda verso l’orizzonte con in testa una coppola da uomo, mia madre è chinata e si tocca un piede. Porta un foulard da contadina e degli occhiali da sole. È una foto bellissima, loro sono serie, giovani, imbronciate come bambine. Non esisterebbe quella foto oggi, l’avrebbero cancellata. “Non mi taggare” avrebbe detto mia zia, “non vedi che sembro un maschio?”, anche mia madre si sarebbe lamentata “mi sto pulendo un’unghia, che schifo”. E sarebbe stato un tale peccato.

Le foto erano attimi rubati, anche quando non lo erano, anche quando ci si metteva in posa. Le madri avevano il ventre rilassato e strizzavano gli occhi, i bambini infilavano le dita nel naso, si grattavano il sedere da sotto le gonne della festa. I gruppi erano i miei preferiti, tutti gli amici in gita, tutti a guardare in direzioni diverse, scoordinati. Al mare le ragazzine in costume sulle spalle dei ragazzi mentre giocano a buttarsi in acqua a vicenda.

Erano tempi di foto dove sorridevi e non guardavi. E non guardavi davvero, non perché fingevi fantomatico mistero e nobile distrazione. Una settimana era il tempo che ci voleva tra lo scatto e lo sviluppo, da qualche parte sapevi che c’era una versione di te imprevista, uno sguardo, un sorriso, una sorpresa. La realtà non era mai nemmeno lontanamente corrispondente alla fantasia del momento, le foto erano belle perché fuori controllo e perché ti raccontavano senza riguardo la verità. A un certo punto c’è stato un ribaltamento, ora sei tu a dover dire delle cose di te agli altri attraverso le foto. Le foto non sono più ricordo ma rappresentazione di sé costante, un presente in cui bandiamo l’imprevisto e censuriamo ciò che riteniamo antiestetico.

Perché quando tocca la tua persona la bellezza è un concetto fallace. Fai la prova. Se hai dei bambini per casa, nipoti, figli. Tra diversi scatti, loro sceglieranno probabilmente uno in cui ti vedi orribile. È molto probabile che sia lo scatto in cui sorridi. Tu, invece, sceglierai quella in cui la pancia è piatta, il viso è più scarno, i capelli a posto. La fotografia è un’arma di seduzione, di piccoli ammiccamenti, per questo incipriamo le foto, il risultato è “carino”. Siamo carini. È così che dice Marta quando le mostro un mio post su instagram: “qui sei carina”. Quando mi guarda invece mentre mi cambio la mattina o mi preparo dice “sei bella”. Perché? Le chiedo. “Perché hai un buon odore, sei calda, hai una bella voce”. Lorenzo aggiunge “Perché giochi con me a volano”. Solo cose che si vedono a occhi chiusi.

Mi interrogo spesso sul concetto di bellezza. Una volta pensavo che gli occhi belli fossero solo quelli azzurri, mia sorella mia nonna, mia zia li hanno azzurri. C’ho messo un po’ a capire che gli occhi belli non sono occhi di un bel colore, ma con uno sguardo e un’intensità. La bellezza sta al fascino come il colore allo sguardo. È un errore pensare che siamo attratti dall’azzurro, siamo attratti dalle profondità, dalle onde leggere che lo muovono e lo increspano. Le foto di oggi hanno bei colori e poche increspature. Sono occhi azzurri che tendono al vuoto.

Dubito che resterà molta traccia di questo fotoromanzo che è diventata la nostra vita e mi chiedo come cambierà il senso del ricordo. Quando guardo gli album della mia famiglia provo affetto e tenerezza per quelle persone imperfette, a volte grottesche. Guardando gli album in fieri sulle nostre bacheche non posso non provare un’uguale tenerezza per me e per i miei simili, per questa umana e ridicola ricerca di un’indolore, prevedibile e graziosa perfezione.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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Scusami, caro Vicino.

Scusami caro Vicino per le sere d’autunno in cui torno distrutta e i miei figli mi saltano addosso, ancora ho la giacca, le borse, la spesa e sentiamo la musica alta. Scusami per le canzoni cantate mentre preparo la cena, che magari hai avuto una giornata merdosa e Rovazzi di certo non te la migliora. Ma pensa pure a Rovazzi e ai suoi sogni di gloria, finiti in cucina, con Marta che salta in tutù e Lorenzo che non becca una rima, la sua versione è migliorativa. Scusami caro vicino se urlo Seduti! Quando i piatti son pieni. Se urlo Mangiate! Quando in effetti si mangia, se urlo Finite! Quando il pasto è alla fine. Ma sono una madre, io urlo ovvietà. Ti giuro vicino, che a volte mi stanco di me, un po’ mi vergogno. Soprattutto quando intorno alle nove mi trasformo in un tenores di Bitti, io non so se ti intendi di musica sarda, ma i tenores son tre e so anche perché. L’ho letto in un libro, a uno tocca rifare la mucca, a uno la pecora e all’ultimo il vento. A casa mia faccio tutto da sola, eseguo la nenia, intono a tre voci: Lavatevi i denti – Mettete il pigiama – Andata a dormire. Così, all’infinito. Non ha mai funzionato, si sono assuefatti, fa rumore di fondo, li rilassa persino e a me vien voglia di Mirto, facciamo tutto più piano. A quel punto, Vicino, lo strazio dovrebbe scemare, la luna è nel cielo e gliela prometto, pago il loro silenzio, caro Vicino, lo ammetto, in bustine di calcio l’indomani mattina. Lorenzo è socio onorario del giornalaio.

Scusami, caro Vicino, ma non giudicarci per il chiasso infernale, siamo molto di più, non si sa cosa accade in un cuore soltanto appoggiando l’orecchio sul petto. Se potessi sentire dalle dieci in avanti, quando cala la notte, il respiro pesante dei sogni dei bimbi che sfiatano piano come delle balene, sono belli e sereni, un braccio di qua, una gamba a casaccio, il sonno li ha colti scomposti. Se potessi sentire il mio frigo. Sai il ronzio costante della nave di Alien? Così, senza sosta. Si ferma un secondo se prendo dell’acqua, ma lì scatta il tonfo: è la gatta che cerca del cibo, la portiera è connessa alle chiappe di Lea, ne sono sicura, perché apro e quella si schioda da ovunque si trovi, tonfa ed accorre. In bagno tintinna qualcosa nella lavatrice, negli anni ho centrifugato: chiavi, monete, una penna ad inchiostro, accendini, un panino imbottito (ma non tintinnava), smaltini di Marta in gran quantità, una carta (scaduta) d’identità, soldatini, un calendario universale, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale.

Se sentissi Vicino tutto quello che faccio, raccolgo i vestiti, raccolgo i pensieri, ricerco il senso del giorno. Sapessi Vicino, quante lettere di dimissioni mi invento se sono scontenta, mi dimetto dal ruolo di adulta, di madre, di figlia, di saggia zitella, mi dimetto da amante e sorella, mi dimetto da ex fidanzata, da musa, compagna, amica fidata, rassegno le mie dimissioni ai rompicoglioni, all’incubo delle passioni, a chi mi vuole più calda e più bella, più bassa e formosa, più alta e più snella. Ma poi ci ripenso e nel giro di un’ora mi candido ancora per il giorno a venire. Se sentissi, Vicino, le cose che scrivo e i baci che poi mi rimangio, i sogni che faccio prima di addormentarmi, c’è sempre quell’uomo, che un uomo c’è sempre.  Se sapessi, Vicino, che urlo potente l’amore che parla e nessuno lo sente.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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I barattoli della memoria.

Si coglie un istante, dal tempo staccato

Si guarda sia intero, per nulla ammaccato

Si prende un barattolo e la giusta emozione

Che serva da liquido di conservazione.

 

Un ricordo d’infanzia ha bisogno di miele

Che ha il gusto più dolce tra le miscele.

Per quelli più aspri dell’adolescenza

Aceto di vino a lunga scadenza.

 

Per gli “odi e poi t’amo” della giovinezza

Ci vuole il liquore che ha un po’ d’amarezza

Un figlio sognato che diventa reale

Ha il gusto pulito dell’olio e del sale.

 

E per la vecchiaia un leggero sciroppo

Che avvolge il momento, non lo copre troppo

È così che alla fine si fanno i ricordi

Conserve di istanti per nostalgici ingordi.

 

Nel primo barattolo c’è un fresco lenzuolo

È appeso e non riesco a riporlo da solo

Mia madre mi insegna, lo tende e lo piega

La vela si gonfia, nel ricordo s’annega.

 

Ci son briciole strette in un palmo di mano

Mia nonna le bacia in un rito profano

È sacro quel pane per chi ha fatto la guerra

Bisbiglia un saluto, lo lancia alla terra.

 

La bimba e il suo telo dopo il bagno nel mare

Lei, piccola sposa, si lascia asciugare

In bocca il sapore di sale e focaccia

Poi scappa a riprendere le onde di faccia.

 

Le maglie per terra al posto dei pali

Al piede la palla, a spalle le ali

L’amico che applaude, il sole tramonta

Nessuno che guarda, è il gol che più conta.

 

La vita è dispensa di mille frammenti

Alcuni appannati, alcuni cocenti

Ma attenta a nutrirti di solo passato

Confonde la mente, rovina il palato.

 

Lo so, io son vecchio e il tempo mi stringe

finisco le scorte a cui l’anima attinge

E combatto le ingiurie della mia malattia

Che mangia i ricordi e li porta via.

 

Questa filastrocca è un extra al mio nuovo romanzo Dodici Ricordi e un segreto che potete acquistare in libreria o qui. 

 

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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