Tra la vita e la merda.

Giocavo a partorire le bambole. Me le mettevo sotto la maglia insieme a un cuscino, giravo un po’ per la stanza tenendomi la schiena, poi mi sdraiavo sul letto e gemevo, a volte urlavo proprio. Spesso accorreva mia nonna per vedere che non mi fosse capitato nulla e allora la mia maglia partoriva un piccolo cicciobello. Avevo quattro, cinque anni e mi facevo ripetere continuamente da mia madre il travaglio per avere me ed era contenta di ridirlo all’infinito, senza saltare nessun particolare. Di volta in volta ne aggiungeva di nuovi, per far durare di più il piacere dell’ascolto.

Gli innamorati lo fanno di raccontarsi allo sfinimento il loro primo incontro e mia madre, ne sono sicura, era innamorata di me neonata ma soprattutto era orgogliosa del dolore, di averlo sopportato. Non le chiesi mai “come nascono i bambini?”, il punto non era come fossi entrata nella pancia, il punto era sempre e solo come ci fossi uscita una mattina di fine estate del 1978. Mi era mai venuto in mente di domandare dove cappuccetto Rosso avesse comprato il suo cappuccetto oppure perché Pollicino fosse nato così piccolo? No. Mai. I C’era una volta sono inizi che non prevedono premesse, il mio c’era una volta era il 30 agosto, in una camera da sei letti del Sant’Anna di Torino, sei letti occupati da donne con il loro dolore e la loro gioia, il corpo provato.

Alcune avevano già il bambino in braccio e sembravano più anziane, lontane, oltre il varco. Le altre aspettavano di essere portate in sala parto, dove la vita e la morte sono più vicine, quando le viscere sembrano non reggere e l’urlo della madre dà voce all’urlo del bambino. L’orologio sul muro bianco, segnava le 10 e 20 al momento del mio primo grido. La manina destra era blu, l’avevo incastrata tra il collo e il cordone ombelicale, merito del mio istinto di conservazione prenatale. Capra la rassicurò che sarebbe tornata rosa nel giro di qualche giorno.

Il nome del dottor Capra risuonava in me con un’eco mitica, una figura metà umana metà ovina, ma tutt’altro che demoniaca, era lui ad aver officiato il rito della mia nascita e prima quello di mia sorella. Capra era scrupoloso e così serio da raggiungere l’ospedale anche in un giorno di vacanza, fu il primo uomo che vide la mia testa e il primo uomo che mi visitò tra le gambe, anni dopo. Nel suo studio scoprii con sorpresa che era un anziano distinto, senza zoccoli e setole, senza corna, non gli dissi che pensavo a lui ogni volta che si parlava del terribile incendio allo Statuto di Torino, il cinema in via Cibrario dove nel 1984 morirono 64 persone. Ci pensavo perché il film che stavano trasmettendo in quel tremendo frangente era La capra. La mente dei bambini è un frullatore che mescola e confonde, la memoria è una pellicola di immagini che si liquefanno al calore.

Crescendo i racconti del parto delle zie, delle nonne, si fecero più oscuri, a volte sghignazzanti, camerateschi, indugiavano su aneddoti di sangue. Mia nonna, per il suo ultimo figlio, Claudio (cinque chili per lei, quattro secondo la questura) strinse così forte la mano della levatrice che le ruppe un dito. Una conoscente rivelò di essersela fatta sotto, proprio lì, nel momento sacro. Ne fui sconvolta.

Era, tra tutto, ciò che mi impressionava di più, non il sangue, non le urla, si può tollerare il dolore, ma la vergogna? Mentre quello che è dentro semplicemente va fuori, tutto, senza distinzioni. Non mi colpiva che un corpo grande due mele o poco più uscisse fuori da un foro minuscolo che io non ero nemmeno troppo certa di avere, non ero colpita dal fatto che si venisse alla luce tra la vita e la morte, ma mi lasciava basita e anche terrorizzata che si venisse alla luce tra la vita e la merda. Eppure, a pensarci oggi, ha davvero senso.

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foto: Officina Calze Lunghe

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Del perché i fidget spinner siano oggetti demoniaci e altre storie.

– PSSSSS Mamma guarda come gira.

PSSSSS mamma guarda come gira sul pollice.

PSSSSS mamma guarda come gira sul ginocchio.

PSSSSS mamma guarda come gira sul tavolo.

PSSSSS mamma guarda come gira sull’indice.

PSSSSS.

(Avanti così, tutto il giorno).

– PSSSS mamma domani me ne compri uno rosso?

– No, Lorenzo, ne hai già uno giallo.

– PSSSSSS ma quello rosso gira in senso contrario!

Ecco, questi sono i fidget spinner… aggeggi che riproducono il sibilo sinistro del demonio e che secondo il mio primogenito girano in senso antiorario a seconda del colore, come l’acqua del lavandino nell’emisfero australe. Io mi sono abituata a sentire in loop “Lezioni di Nirvana, c’è puzza in fila indiana”, mi sono abituata pure alla dab, ma al sibilare del demonio non mi abituo.

La cosa davvero fastidiosa non è il loro eterno ruotare insensato nelle mani dei bambini e dei ragazzi, ma che nei pressi troverai sempre un genitore pronto a raccontarti la storia della sfigatissima inventrice del medesimo. Tu stai lì al parco con tuo figlio che va di indice e pollice e arriva il pippone dell’adulto contrito: “eh loro si divertono… ma pensa quella poveretta che l’ha inventato e siccome non se l’è filata nessuno alla fine non ha rinnovato il brevetto e l’anno dopo: il boom!”. Ma io ci penso a quella poveretta, è logico che non se la fosse cagata nessuno, è come se brevettassi il far scattare in continuazione il meccanismo della penna. È un’idea di merda, dai.

La cosa davvero fastidiosa non è il loro eterno insensato ruotare nelle mani dei bambini e dei ragazzi, ma che nei pressi troverai sempre un adulto a ricordarti il suo originale utilizzo terapeutico per curare i problemi di disattenzione dei bambini autistici. E tu non puoi fare a meno di pensare: sì soprattutto quello con le lucette intermittenti che ok servirà ai bambini autistici in compenso gli epilettici sono fottuti.

C’è sempre qualcuno che ti dice “è un gioco di abilità fantastico, ho visto un video su YouTube di questo ragazzino che faceva mille evoluzioni”. Su YouTube c’è un ragazzino che fa trick praticamente con ogni cosa animata e inanimata sul globo terracqueo, con la penna, con una bottiglia di Vecchia Romagna, con le bacchette dei cinesi, con i cinesi, con le grucce degli abiti, con gli ombrelli. Mi comprai lo yo-yo perché avevo visto un video di un bambino che con il filo del medesimo ci tesseva un maglioncino, lo indossava, lo disfaceva nel giro di un su e giù, mentre io restavo lì come una minchiona e il mio pendolo di Foucault.

È evidentemente un oggetto del demonio. Nasconde i numeri di satana (666), poi datemi pure della lombrosiana ludica, ma per me la somiglianza con la maschera del mostro di Scream è evidente.

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Ho cominciato a usarlo per dare i tempi ai miei figli: lo faccio girare e loro si devono lavare i denti velocissimi prima che si fermi. Se non ce la fanno purtroppo viene invocato lo spirito del suddetto mostro.

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Sempre meglio delle eliche luminose dei pakistani in piazza. Te lo fanno sembrare facilissimo il lancio dell’elica luminosa, in realtà prima di uscire nelle strade delle nostre città i pakistani fanno un training di due anni in un campo militare durissimo. Se non sei nei corpi speciali delle eliche luminose, non ci son cazzi: è impossibile far alzare da terra quei velivoli impropri. Io per esempio c’ho provato e sono riuscita a usarli come fionda colpendo una signora sul lungomare di Alassio che in effetti ha visto la luce. Lo posso assicurare, l’unico modo per far funzionare le eliche luminose del pakistano in piazza è acquistare anche il pakistano.

Il fidget spinner fa schifo, ma mai quanto il going, quel gioco con la palla arancione ovale e i fili della nostra infanzia. In soffitta, credo di avere ancora un cugino incaprettato con quelle corde, è lì dal 1984.

 

Illustrazione satanica di Letizia Rubegni.

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La spada nella roccia.

Siamo nel 1986, terza elementare, la stanza del videoregistratore è buia, sono tempi in cui il videoregistratore si merita una sala sua con un nome altisonante: aula audiovisivi. L’unica luce viene dallo schermo, il film è Excalibur, tutto tranne che una pellicola per bambini. Ci sono le streghe con gli occhi bianchi, le magie e le malie, i cavalieri, le armi che tagliano davvero, gli eroi caduti e un clamoroso errore di valutazione delle maestre. “Facciamo qualcosa di nuovo per raccontare la saga di Re Artù” si saranno dette “sì, sì, ho un’idea geniale: portiamo la classe a vedere un film”. Solo che c’è il sangue, ci sono battaglie, c’è pure l’incesto e poi all’improvviso c’è un uomo riccio, presumibilmente Lancillotto che affonda la sua lancia in una splendida Ginevra. E gliela affonda proprio bene perché lei geme e si contorce dal di sotto e le maestre vorrebbero chiuderci gli occhi, ma siamo 22, per un totale di 44 occhi in fila per sei col resto di due e loro hanno solo quattro mani e allora si alzano e si parano davanti al televisore e dicono su su, guardate da un’altra parte. Mentre lo dicono e trafficano con i telecomandi la voce è coperta dai gemiti dell’esanime Ginevra, che non molla. Arriva anche il tecnico della sala audiovisivi che è il bidello con il camice, prende in mano la situazione e risolve con un avanti-veloce, così Lancillotto continua a trucidare Ginevra con il fast-forward come Benny Hill. Noi ridiamo per il trambusto ma una donna sta soffrendo, non si ride per una donna che soffre, siamo abbastanza grandi per saperlo. Poi finalmente tutto quel dar di lancia finisce, si passa alla scena successiva e con sollievo scopriamo che Ginevra se l’è vista brutta, ma è viva e vegeta. Ginevra ce l’ha fatta.

Il problema non è mai stato sopravvivere al sesso, il problema è sopravvivere all’amore. E quello me lo insegnò La spada nella roccia, il cartone animato della Disney a cui imputo la mia tendenza disfattista e sospettosa quando si parla di relazioni uomo-donna. Nel cartone, che resta nonostante tutto uno dei miei preferiti, c’è un passaggio in cui Semola e Merlino si trasformano in scoiattoli, esigenze di fuga da Maga Magò mi pare. Da roditori attirano l’attenzione di due femmine della stessa specie, la giovane corteggia Semola, l’anziana si getta letteralmente alla rincorsa di Merlino e del suo pelo fulvo. Le femmine sono determinate a catturare gli oggetti dei propri desideri, li afferrano, li carezzano, saltano nel vuoto e a ogni difesa corrisponde un attacco più potente. Il povero Semola è spaventato, Merlino invece si dimostra insofferente e alla fine dell’estenuante rincorsa fa la sua magia e restituisce a se stesso e al suo piccolo amico le sembianze umane. Qui arriva il momento struggente. La scoiattolina giovane si spaventa e poi si dispera, il suo amore è un bambinone, mentre la scoiattolona attempata si arrabbia e insulta Merlino in scoiattolese. “Mi hai presa in giro, pensavo fossi diverso” sembra dire “Ma se hai fatto tutto da sola!” pare rispondere Merlino.

Il pubblico a quel punto rideva e ride ancora, io invece mi sentivo triste, imbarazzata per i protagonisti o forse imbarazzata per la me del futuro.

Sarei stata la scoiattolina giovane e inesperta incapace di riconoscere tra fantasia e realtà, voglia di innamorarmi e amore. Sarei stata quella anziana, arrabbiata perché “Non sei più lo stesso” “Lo stesso chi?” “Lo stesso che mi ero immaginata!”. Sarei stata anche Semola, oggetto di un amore travolgente, ma irrazionale. Sarei stata Merlino, infastidita da corteggiatori pressanti che non potendo arrivare all’uva l’avrebbero maledetta.

Nessun adulto pensò di coprirmi gli occhi, eppure l’amore è davvero ridicolo e scabroso quando non riesce.

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Il peso specifico di Tata Lucia.

Un chien andalou è un film surrealista del 1929, firmato da Buñuel e Dalì. Chiunque abbia un’infarinatura di storia e critica del cinema o abbia visto i titoli di testa di Fuori orario ricorda il fotogramma della luna che sfuma nella pupilla ferita dalla lama. Per me la scena più inquietante del film resta quella dell’uomo che traina un fardello misterioso composto da due tavole (probabilmente quelle dei Dieci Comandamenti), due pianoforti, una carcassa d’asino e due preti distesi.

Ecco, io spesso da quando sono genitore penso a quella breve sequenza ogni volta che mi porto appresso i miei figli, ovvero un quasi settenne e una quasi cinquenne, più una chilata di sensi di colpa per non essere sempre pronta a stimolarli e pungolarli, una pendola a indicare il tempo che è meno di quello che serve, il senso del dovere e del dover fare e la carcassa di Tata Lucia. Sì perché io l’ansia da Tata Lucia non l’ho mai superata e, anche se si è estinta l’ultima replica di quella trasmissione nel palinsesto notturno de La7, lei con la sua elefantite gambale che mi redarguisce perché i bambini devono avere regole e orari, che bisogna farli dormire nel loro letto da subito, mi perseguiterà per sempre.

I miei figli da portare appresso sono pesanti, è tutto un dai andiamo vieni forza no non ti prendo sulle spalle ora scendi è tardi. Gli attracchi (il parco, le case degli amici, i cinema, i bar per le colazioni, i ristoranti) sono sempre transitori perché poi si riparte e metterci in movimento è dura, siamo oleati ma ci inceppiamo, costantemente. È faticoso. A volte loro due fanno con me quello che si fa con le antenne delle lumache, mi danno fastidio solo per il gusto di vedere la mia reazione, come mi ritraggo e poi torno a protendermi verso di loro, incessantemente, perché è nella mia natura. Da un po’ li invito a non rompermi i coglioni, se riesco li invito con più creanza, se non riesco me ne frego della creanza. Da un po’ mi son detta: perché? Almeno la carcassa di Tata Lucia lasciamola a casa, i miei figli sono parte della mia vita, del mio tempo libero, non sono un fardello, semmai sono un bagaglio.

Da un po’ mi son detta: se costa troppa fatica, se la fatica mi imbruttisce, molla. L’obiettivo non è solo la loro felicità, devo stare bene anche io e non quando dormono e posso tirare un respiro di sollievo. Loro sono parte del mio svago, della piacevolezza di tornare a casa dopo il lavoro. Penso di doverglielo. A me farebbe schifo l’idea di essere un peso, un fastidio, per chi amo.

Si dice che essere genitori è il lavoro più difficile al mondo, hanno calcolato che, per le mansioni che svolge, una madre dovrebbe guadagnare più di 3000 euro al mese, ma io continuo a pensare che sia una divertente e controproducente provocazione. La genitorialità non è un compito da portare a termine, non c’è modo di prepararsi, né di misurare la prestazione, non è un mestiere, non si fa carriera. Il fine è stare tutti bene, tutti, con buona pace di tata Lucia e tata Renata che comunque io ho sempre chiamato tata Arenata.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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Filastronza del pensiero comune.

Ai miei tempi la tata era il televisore

Son cresciuto negli anni al suo tenue bagliore

Il morbillo l’ho preso, è un virus banale

E guardami adesso non son così male.

 

La mamma fumava con me nel pancione

Se cadevo e piangevo rincarava un ceffone

Dolce forno all’appello è mancato a Natale

Ma guardami adesso non son così male.

 

Studiavo da solo in ginocchio sui ceci

Non c’erano aiuti né chi fa le veci

Il bullismo era allora un’usanza sociale

Ma guardami adesso non son così male.

 

Pane olio mangiavo all’asilo di suore

Non era di palma ma di carburatore

Mi facevo di gesso e di grasso animale

Ma guardami adesso non son così male.

 

Stavo meglio in quel tempo ancorché assai peggiore

Il passato è un conforto al presente torpore

Se avvitato a me stesso il vuoto mi assale

Il mio Ego mi assolve: non son così male.

 

Esperto di tutto, di tutto e di niente

Mi dicono scemo ma scemo sapiente

È analfabetismo però funzionale

Su guardami bene non son così male.

 

Se vale per me è misura del mondo

Sull’egocentrismo un partito ci fondo

Noi siamo una folla, non è così male

Siam pensiero comune, comune e immorale.

 

Illustrazione: Letizia Rubegni.

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La mia famiglia arcobalenga.

C’è la famiglia tradizionale, la famiglia monogenitoriale, la famiglia allargata, la famiglia arcobaleno. E poi c’è la famiglia arcobalenga (ndr ba-lén-go epiteto dialettale per persona strana, bizzarra). Io sono una madre balenga di famiglia arcobalenga.

Nella famiglia arcobalenga si fa casino anche con i nomi dei figli, li confondi. Io chiamo Lorenzo Marta e Marta Lorenzo. La vecchiaia vera arriva quando prima del nome corretto risali nella genealogia fino agli antenati australopitechi. Sono troppo giovane per soffrire di demenza senile, sono troppo vecchia per patire la svagatezza adolescenziale.

Nella famiglia arcobalenga non ci sono saggi che dicono saggezze. Sarebbe stato bello se i miei mi avessero insegnato qualcosa di definitivo sulla vita, i valori, precetti più spendibili di “nella minestra non scartare i fagioli che son pieni di proteine”. Ma alla fine le frasi definitive funzionano solo se prima incendi degli arbusti, se hai una tunica e delle tavole in mano o roba così. Però da loro ho imparato che nei bar se ti chiamano per nome o “professore” (questo solo nel caso in cui tu sia davvero professore), se sanno come prendi il caffè e te lo servono col sorriso, è facile che tu sia una persona che sa stare al mondo.

Nella famiglia arcobalenga in cui sono cresciuta l’insegnamento non era ribellatevi, ma siate libere, pensate con la vostra testa, istruitevi. Nessuno l’ha mai detto a voce alta. Una famiglia, come dice la parola stessa, non impartisce lezioni, ma trasmette una familiarità, una sensibilità. Mi sono familiari l’inclusione (che è comprensione della diversità), la perseveranza e il senso del grottesco per esempio. Ma anche un certo distacco e un lieve cinismo (si sviluppa la familiarità anche alle malattie). Poi ci sono le conquiste, le conquiste sono i territori sconosciuti che scegli di esplorare tu, senza che i genitori te li abbiano mai indicati. Tra le mie conquiste: l’allegria.

Nella famiglia arcobalenga succede che le cose più sensate le dicano i bambini. Ho chiesto a mia figlia quale fosse, tra tutti quelli visitati insieme, il suo posto preferito: Legoland, il mare in Sicilia, la casa della nonna, quella di papà a Dubai… e lei ha risposto “Io, io sono il posto che preferisco”. Lo vedo che si sente bellissima e perfetta, non sarà così per sempre. E anche per me il posto preferito è lei, insieme a suo fratello, è questo sì sarà per sempre.

Nella famiglia arcobalenga cantiamo una volta a settimana, di sabato sera, prima di dormire “disse la vacca al mulo quanto ti puzza il culo il mulo disse alla vacca è colpa della cacca”. Non si fanno eccezioni per gli altri giorni. Non siamo strambi come in un film di Wes Anderson, siamo reali e male impaginati, noiosi e stonati.

Nella mia balengaggine rabbrividisco di fronte a ogni esagerazione tipo “mia madre è la mia eroina”, “mio padre il mio mito”, “mio figlio l’uomo della mia vita”. In generale temo l’agiografia dei sentimenti: le persone sono capaci di cose meravigliose, ma non esistono persone meravigliose tout court, mi spaventano i santini perché non tengono conto delle contraddizioni del vivere. Non è un caso che i santi siano tutti morti.

La mia famiglia arcobalenga è un posto sicuro coi letti sfatti, una maionese del 92 in frigo, amici a tavola che sanno dove trovare posate e bicchieri (mobile cucina, anta bassa), bambini che hanno preoccupazioni da bambini, genitori che si sono amati, lasciati, mai persi. È un’allegria che ci è costata ed è per quello che vale di più.

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La sindrome premestruale spiegata semplice.

Odi più o meno tutti: quelli che ti danno torto e quelli che ti danno ragione. Quelli che ti danno torto sono cattivi, quelli che ti danno ragione sono stupidi, perché non si può dare ragione a una persona insopportabile come te in sindrome premestruale. Inoltre chi ti dà ragione è molto probabile che lo faccia in modo sbagliato e soprattutto per i motivi sbagliati, capra!

Della sindrome premestruale hai piena consapevolezza solo a posteriori, una donna tende a non dominare il proprio ciclo. L’ovaio è lontano dai pensieri si è suicidato ieri ma la testa non lo sa.

Ci sono cose da non fare in sindrome premestruale tipo andare dal parrucchiere. Non solo perché i capelli vengono di merda, ma soprattutto perché c’è quel momento terrificante in cui resti sola davanti allo specchio, con la testa bagnata e la riga in mezzo e hai voglia di chiedere scusa a tutti gli astanti perché sei veramente brutta, una bruttezza irredimibile. Possibile che io sia sempre stata un cesso senza tavoletta? ti chiedi. Hai voglia di picchiare i tuoi genitori per i loro geni scadenti, sei di quella bruttezza irredimibile lì.

Hai un cedimento strutturale interiore, ti si affloscia la spina dorsale e quindi sviluppi le spine fuori. Diventi un riccio pulcioso.

Sei tutta pori. La tua pelle improvvisamente prende coscienza di sé: i pori sono la cellulite della faccia, un pensiero spaventoso che può coglierti solo quando sei in sindrome premestruale.

Le tue ovaie sono deluse perché hai tradito la loro fecondità, ti tengono il muso: “non venirti a lamentare con noi quando avrai più gatti che pori”.

Hai la costante e terribile sensazione di quando cambiano il doppiaggio alle tue serie preferite. La serie è sempre quella, come la tua vita, ma fa schifo.

Non puoi provarti nulla. Perché specchiando il culo nel camerino non solo scopri chili di cellulite, scopri anche di avere i pori sulla cellulite. È facile che la commessa ti ritrovi sdraiata in posizione fetale in orario di chiusura. Per attirare la tua attenzione ti chiamerà Signora.

Nottetempo un crudele bastardo ti ha ristretto il guardaroba di una mezza taglia. Ma tu hai bisogno di comodità, quindi scegli il comfort e ti presenti in ufficio vestita con la tuta anticontaminazione di Breaking bad.

Come il post-sbornia il pre-mestruo può essere aggressivo o triste, se ti prende il pre-mestruo triste ti deprimi pensando a tutti quelli che non ti hanno voluta nella vita dal secondo anno del nido in avanti, ma è un pensiero pieno di tenerezza e di comprensione, tu pure ti lasceresti. Ma non puoi, sei indissolubilmente legata ai tuoi pori.

Il tuo seno è leggermente più grande del solito, ma nessuno ne può usufruire perché odi il mondo, quindi le tette servono solo a fermare le briciole che la gravità fa cadere dalla tua bocca, mentre mangiucchi porcate.

È l’attesa delle mestruazioni essa stessa le mestruazioni? No, è peggio. La sindrome premestruale dimostra che non sei incinta. Il problema è che ha gli stessi sintomi della gravidanza iniziale, quindi la SPM riesce a scontentare tutte: quelle che vogliono un figlio (che resteranno deluse) e quelle che non lo vogliono (che comunque entreranno in ansia perché “oh, c’ho le tette gonfie, sarò mica incinta”).
La sindrome premestruale inasprisce le tensioni tra i sessi: quando una donna con la sindrome premestruale incontra un uomo con la sindrome di Peter Pan per esempio, l’uomo con la sindrome di Peter Pan è un uomo morto. E forse è l’unico lato positivo che riesco a vedere nella faccenda.

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Illustrazione porosa di Letizia Rubegni.

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