La sindrome di Stoccomoda.

Torneranno i ritardatari e i perennemente in anticipo. Tornerà l’andare e l’arrivare, dopo questo eterno stare, nelle proprie emozioni, nei propri pensieri.

Torneranno le risate al lavoro, i tormentoni coi colleghi, i bagni condivisi, che noi smart lo eravamo più prima. E di questo smart working l’unica cosa che mi piace è che se sei fortunato puoi fare sesso estemporaneo in ufficio invece del coffee break.

Torneranno anche quelli che non ci mancavano per niente, quelli che non sono mai andati via veramente. Le guardie, gli arrabbiati, gli annoiati, i complottisti. Ma soprattutto i moralisti. I moralisti non sono mai protagonisti, hanno un ruolo di contorno, sono gente da coro greco, laterale, raramente un moralista è originale. Il moralista ha pure ragione, ma che palle chi pensa di insegnare a nuotare senza lasciarsi schizzare.

Torneremo a fare la spesa insieme, in un vecchio magazzino una volta al mese, e tu all’ultimo scapperai a fare il giro di ricognizione in extremis tra gli scaffali e la commessa mi guarderà ancora come dire “tornerà”?. E tornerai, perché torni sempre, di solito con un pacco famiglia di Bucaneve o di qualche altro biscotto da anziani.

Torneranno le cose che odiavo, le feste per i bambini, i parchi pieni e i polveroni, le mamme che urleranno ai figli di uscire dal mare e le mamme saranno più culone, ma del culone per un po’ non ci vorremo preoccupare.

Tornerà l’odio per il lunedì, tornerà il fastidio per la routine. Quante volte dopo un dolore grande ci siamo detti: le cose importanti sono altre e invece alla fine abbiamo ripreso a litigare per le beghe di lavoro, per una risposta data male… è che quel che in tempi di guerra ci ripromettiamo, in pace ce lo dimentichiamo.

Torneremo a scrivere “ci meritiamo l’estinzione” sotto un post di denuncia sociale e a scordare che questi sono momenti in cui è necessario stare attenti anche a scherzare, anche a desiderare, perché la vita sta lì a prendere appunti e a origliare.

Torneranno le passeggiate e ricorderemo il 2020 come l’anno in cui fu inverno e poi estate. Torneranno le prime volte, il primo concerto del dopo, la prima vacanza del dopo, la prima mano stretta, la prima partenza. E l’attività dell’autunno, la scuola, gli impegni ci sembreranno la vera vacanza.

Torneranno le coppie che si baciano ai semafori e torneranno pure le scuse per non uscire. E poi arriveranno cose nuove, sorprendenti, cose che ci diremo “ma che davvero siamo arrivati a questo? È da deficienti!”. Arriverà, perché io la sento già arrivare, la nostalgia per il carceriere. La Sindrome di Stoccovid o di Stoccomoda la chiameranno, perché la sospensione ci dava la possibilità di non scegliere, di non muoverci. E cosa c’è di più semplice, quando non sai dove andare (cosa fare della tua vita, che lavoro trovare, se avere dei figli, se rimandare, se continuare una relazione o se lasciare), che l’essere obbligato a stare e stare a guardare. Nessuna aspettativa sull’essere rampante, performante, arrembante, sfidante, arrapante, brillante ma nemmeno seducente, dirompente, coerente, dissidente, vincente, presente, sorprendente ma nemmeno produttivo, volitivo, intuitivo, sportivo, propositivo. La nostalgia per non dover essere niente, quando ti si chiede di essere solo obbediente.

Foto:

89568548_10158180595066392_9116664441969049600_o.jpg

Susanita

Standard

La speranza è una lunga pazienza.

Prima fase: la negazione (in due tempi). Arriva la minaccia, ma noi siamo più forti: Milano va avanti, Torino va avanti, l’Italia va avanti… beviamoci su, facciamo l’aperipandemia, scatta il trenino. E te la pongo e te la pongo e te la pongo te la pongo là, Eh meo amico Covid e via così. Il primo tempo della negazione dura poco. poi si passa alla leggera euforia di fronte alla novità delle restrizioni, chiamata anche #andràtuttobene. Andrà tutto bene è il nuovo #staisereno, se qualcuno ti dice stai sereno come minimo fai scorte di beni primari e rispolvera il bunker antiatomico indisuso dalla Guerra Fredda. Andrà tutto bene, nei film lo dicono i genitori che nascondono i figlioletti nelle dispense prima di andare a combattere con (alieni, serial killer, nazisti, forze del male) e i figlioletti in dispensa di lì a pochi minuti diventano sempre orfani. Nella fase #andràtuttobene ci si affaccia al balcone, si canta Azzurro, ci si riscopre comunità.

Seconda fase: la rabbia. Ci si rende conto che no, tutto andrà a stento, tutto andrà a rilento, ci si rende conto che “tutto” si è fatto lutto. Arriva la doccia fredda: è vero, madonna se è vero, sono dieci giorni che sto a casa, la gente muore. Sono arrabbiato perché mi sento anche scemo, per aver sciato quando si poteva (ma si poteva anche sospettare che fosse una minchiata), mi sento scemo per non essermi lavato le mani cantando una canzoncina per un minuto come ho spiegato ai miei figli, per non aver comprato le mascherine quando c’erano e dato degli ipocondriaci ai lungimiranti. Sono arrabbiato con me stesso, ma per pulirmi la coscienza contrattacco facendo la morale a tutti, quindi scrivo ovunque, per mille e una volta “QUALE PARTE DI STATE A CASA NON AVETE CAPITO??”, sputo ai runner che passano sotto al mio balcone e insulto i padroni dei cani perché si allontanano troppo da casa, ci vuole un guinzaglio per i padroni dei cani al guinzaglio. È una guerra senza nemico e nelle guerre senza nemico vale il tutti contro tutti.

Terza fase: la contrattazione. Scende il silenzio. Nella teoria del lutto la terza fase è quella dove la persona inizia a prendere atto dell’irreversibilità della perdita e a ipotizzare, nell’alternanza di sconforto e speranza, modi e strategie per riprendere il controllo. È il momento in cui ci si guarda allo specchio e ci si dice “abbiamo spaccato la uallera per anni con la resilienza, eh? Abbiamo voluto la resilienza? E mo andiamo a resiliare”. Ecco io credo che stiamo più o meno qui: tra la rabbia e la contrattazione. Il problema è che se tutto procede secondo questo schema arriverà il passaggio peggiore: la depressione. E poi l’accettazione in cui si darà un senso a ciò che è successo e finalmente si ricomincerà.

Ci siamo ammalati tutti, anche quelli rimasti negativi, si è ammalato il sistema, viviamo un lutto diretto o indiretto e stiamo imparando un’idea di coraggio nuova, che non ci ha insegnato nessuno in tv, al cinema, nei libri e nella storia, che non è eroica e non è facile nemmeno da imbellettare. Il coraggio della pazienza. La speranza è una lunga pazienza, mi ha detto un giorno (in tempi non sospetti e non infetti) mio padre. Aveva ragione. La speranza è una lunga pazienza, l’unica che ci è concessa al momento.

Foto: Susanita52987271_10157174272106392_3048002560414711808_o.jpg

 

Standard

SMART WORKER TEXAS RANGER.

Hai scoperto lo smart working per necessità, ogni tanto provi a ironizzare sui social, le classiche cose, tipo bambini urlanti che si puliscono il naso sullo schermo mentre sei su skype con il tuo amministratore delegato. Robe così, semplici. Ma non hai fatto i conti con i freelancer d’antan. Essi nutrono del disprezzo, guardano dall’alto in basso te, neofita della materia e ti sbeffeggiano: “Pivello, io pisciavo con il muto in call conference quando ancora tu fottevi i rotoli di carta igienica in ufficio se uscivi troppo tardi dal lavoro e non avevi fatto la spesa. Io ero campione di abbigliamento bipolare (dalla vita in su la Gruber dalla vita in giù il Grande Lebowski), quando ancora ti mettevi le mutande per andare a lavorare”.

Non comprendi le ragioni di tutto questo nonnismo e ti difendi come puoi: “ti giuro freelance della prima ora io non voglio toglierti nessun primato di suca della freelansaggine, ti riconosco in qualità di jedi del lavoro da casa, mi genufletto al tuo cospetto sul mio pavimento cosparso di briciole perché da quando c’è il corona virus non faccio che sbriciolare e mangiare, mangiare e sbriciolare, ma ti prego insegnami i trucchi del mestiere e soprattutto spiegami perché in tutte le conference call e le dirette web dei nostri politici le case fanno così tanto cagare”.

Che poi quanto guadagneranno? Tanto, cazzo, tanto. Eppure alle loro spalle di quarantenati si intravedono librerie sconnesse e quadri di Teomondo Scrofalo. Ti senti di fare un appello ai freelancer influencer della prima ora affinché tengano dei corsi di arredamento angoli per sfondi da epidemia. Anche la libreria del Vaticano sembra la pizzeria da Piero’s con l’edera finta. Ma inserite due suppellettili di Tiger o Ikea come si deve no? Non ci vuole molto, un po’ di decoro.

Comunque ti dai allo smart working, non hai alternative. Su otto ore di lavoro, sei sono spese in “non ti sento, è caduta la connessione, riprovo, vi chiamo al telefono e vi metto in vivavoce, ok intanto io vado a prendere due bicchieri di plastica e una cordina e proviamo nel vecchio modo…”. Quando siete tutti pronti, tutti caldi, parte il flash mob di inni di Mameli dalle finestre e non si capisce più una minchia. E’ tutto perduto, Fratelli d’Italia, l’Italia è sconnessa.

Ti restano due ore di spuntini. Vai in cucina e rifai la scena di Pulp Fiction, quella in cui Bruce Willis sceglie l’arma con cui attaccare gli stupratori e soppesa prima una spranga, poi una sega elettrica… avete presente no? Ecco, tu così ma con il cibo. Prima vedi una mela e mangi quella, poi un pacchetto di cracker, poi ti avventi sui cetriolini, sullo yogurt, sui cereali nello yogurt, fino a che vedi la catana delle porcate: la Nutella. Ti ha fatto sempre schifo la Nutella, ti sale il senso di colpa, la sciogli nel microonde e la bevi come fosse un delicato consommé, per sciacquarti la bocca.

Nel frattempo il vicino riceve qualche foto porno dall’amante, si fa un paio di foto pure lui, poi legge il sessantesimo appello che lo invita ad aprire le finestre alle 19 e applaudire agli italiani, si confonde, esce alle 19 sul balcone e fa l’elica con l’uccello. Nella finestra accanto un piccolo bambino appende il suo striscione “Andrà tutto bene”, pensi che se suo nonno muore sarà tua premura spiegare alla prossima riunione di condominio che è stata colpa sua, piccolo porta-iazza. Sei lo smart worker texas ranger e là fuori è il Far West, ma pure qua dentro, amici, pure qua dentro.

foto: Susanita

13923660_10154515989931392_7990217206226684385_o.jpg

Standard

La febbre della crescita (piccolo delirio senza capo né coda con morale generazionale).

Da ragazza, qualunque cosa mi accingessi a fare, qualsiasi scelta scolastica, lavorativa, personale mi trovassi a compiere, sentivo usare la parola crisi. A vent’anni ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della pubblicità, presto i colleghi più anziani si sono premurati di dirmi che no, l’età dell’oro era finita con gli anni Novanta, a Torino stava nascendo la facoltà di Scienze della Comunicazione probabilmente per formare laureati da caricare sul Titanic. Mi è andata bene. Ho avuto (e ho ancora) un lavoro, l’ho cambiato quando volevo io, ho continuato di agenzia in agenzia, ho fatto la mia piccola carriera viaggiando in prima classe, quella delle mille lire, mettiamola così. Questo non significa che non abbia sentito ogni singolo scossone e la mancanza di scialuppe di salvataggio per finte partite IVA o fasulli contratti a progetto. Anche la famiglia era in crisi. Che vuoi che non lo sappia? Fatevi un giro nella mia casa d’origine, siamo laureati ad honorem in family crisis management. Ci ho provato anche io con la coppia, ho fallito, anche se considero il termine fallimento profondamente scorretto quando si tratta di rapporti umani. Io so di avere avuto grandissime fortune, la prima di tutte è di non essermi fidata della parola progetto, non avere progetti su me stessa ha fatto in modo che non vivessi le fini come delle sconfitte. Mi è stata chiara presto l’assurdità della società degli obiettivi, mi è stato chiaro fin da subito che si trattava di andare avanti e non di arrivare da qualche parte. Molti miei coetanei non hanno avuto la stessa salvifica epifania e vivono indecisi tra l’eccitazione del “se vuoi, puoi” all’immobilismo del “mi merito l’estinzione”. Uno stato di calamità esistenziale imminente (come ho scritto in un piccolo post su facebook) che sentivo endemico ma che ora è ufficialmente pandemico.

È come se i demoni della mia generazione avessero preso forza. La cosa strana è che anche i nostri desideri, le certezze che abbiamo cercato di costruirci, le mitologie che abbiamo alimentato negli anni, le formule magiche motivazionali, ci si fossero rivoltate contro.

  • Il mito della giovinezza, del non sono una signora. Per la prima volta nella storia siamo i primi adulti della fila, quelli di sana e robusta costituzione. Come genitori non possiamo appoggiarci ai nonni, perché gli anziani rischiano più di tutti, dobbiamo essere meno figli o, meglio, dobbiamo essere quei tipi di figli che si occupano dei propri vecchi, come natura vorrebbe.
  • Il mito del tempo. Il tempo che manca per curare i propri interessi, il tempo che manca per curare i propri cari, il tempo che manca per curare i rapporti. Ora il tempo c’è. Dilatato. Abbiamo pontificato sulla necessità dei nostri bambini di sperimentare la noia e ora la noia ci assale, senza possibilità di fuga. Abbiamo pontificato sulla necessità di fermarci e pensare e ora ci restano solo i pensieri che si prendono tutto.
  • Il mito della casa. Imperversa il rassicurante quanto fotogenico immaginario dell’intimità domestica, ne abbiamo fatto una filosofia instagram importata dalla Danimarca: l’hygge. Ci siamo o non ci siamo fotografate, patinate donne che guardano fuori dalla finestra sorseggiando la propria tazza di tè con un gatto acciambellato sulle gambe nude e un libro sul gatto acciambellato sulle gambe nude? Eccoci accontentate. Proviamo a stare in posa così per quindici giorni adesso. Ci piacevano i mobili svedesi? E allora becchiamoci i domiciliari tra le pagine di un catalogo Ikea.
  • Il mito del fai della passione il tuo lavoro. Che è stato il grande imperativo della mia generazione. Non trovi un impiego? Inventalo. In tanti abbiamo investito nella creatività, con fantasia e coraggio, nella musica, nell’editoria, nella cultura in generale. La prima a saltare. Meglio folli che infelici ci siamo detti, ma da #stayfoolish a #stayacasa è stato un attimo.
  • Il mito del siamo solo per pochi. Dell’outsider. Il piacere del sentirsi incompresi, a volte taglienti e furbetti, a volte malinconici e svuotati, ma comunque speciali. Il mito del siamo solo noi e invece siamo così tanti che siamo proprio tutti. L’emergenza ci chiede di non essere speciali per nulla, di muoverci nello stesso modo, comportarci tutti nello stesso modo. Ci chiede di non distinguerci, oltre che di non estinguerci.

E ancora potrei continuare. Il mito dell’educazione dei figli, il nostro grande patrimonio, così grande che nessuna scuola sembra adeguata ad accrescerlo? Per un po’ ce ne dobbiamo occupare da soli. Il mito della rete, dei social, della connessione? Diventa l’unico mezzo per sentirsi, così claustrofobico che ti viene voglia di prendere qualsiasi schermo e fargli fare un giro nel microonde. Il mito delle serie televisive, del meglio Netflix che sbattersi in giro per locali? Ti faccio vivere in un brutto episodio di una fiction distopica e poi vediamo se non ti torna la voglia di andare a ballare.

Forse ci voleva una crisi vera, comune, a rete unificate per fare i conti con le nostre contraddizioni. I conti torneranno, ci spero e ci credo, come tornerà la primavera. Mia nonna quando ero bambina, dopo una brutta influenza, diceva che mi trovava più alta, più grande. Le chiamava febbri della crescita. Magari è la volta buona che diventiamo adulti.

Foto: Susanita47389863_10156979655156392_5916598512899850240_o.jpg

Standard

Non conosco posto migliore dove mettere una vita.

L’unico esame, quello che davvero non dovrebbe finire mai è l’esame di coscienza, l’esame scrupoloso del soggetto verso il quale nutriamo dalla nascita maggiore desiderio di comprensione (anche perché lo abbiamo sempre sotto il naso, negli occhi, a portata di mano): noi stessi. La lezione che si impara dagli esami di coscienza è che non siano innocenti, i nostri impulsi non sono guidati da una virtù infallibile. La scoperta di essere semplicemente umani dovrebbe far capire che lo stesso vale per tutti. Tutto quello che abbiamo, che ci differenzia, sono le nostre domande, il problema è che ci affezioniamo più alle risposte che alle domande, soprattutto oggi, soprattutto di questi tempi di libere opinioni in statiche posizioni.

Eppure gli ultimi anni ci hanno portato a pensare di essere in moto anche da fermi. L’illusione dei due treni in partenza. Un’illusione di movimento emotivo e fisico, ma anche di movimento relazionale. I rapporti appesi al suono di una chat, con gente che non c’è, uomini e donne di altre e di altri o forse proprio di nessuno, forse nemmeno uomini e donne, a ben pensarci. Sono tempi di amore tra ombre, di ipertrofia della fantasia. “Mondo! Sono qui, capiscimi”. Urliamo. “Mondo! Sono qui, vienimi a prendere”. Ma no. Siamo al servizio del mondo, non è il mondo ad essere al nostro servizio. Vai a vedere, tocca tutto e da tutto fatti toccare, con allegria. E invece rispondiamo a palline sparate da una macchina, siamo bravissimi a rispondere allo sparapalle, ma le partite con le persone le giochiamo sempre meno, soprattutto su terreni che non conosciamo.

A non fare esperienza, a non toccare e a non farsi toccare dalla vita, ci si intristisce. Si diventa teorici di tutto, anche dell’amore, che invece si alimenta di pratica, quello vero dico, è quello infelice che ha bisogno di parole. L’amore nel mentre non è una cosa su cui scrivere o poetare, le parole nel mentre non servono a niente, sono buone e utili a riempire i silenzi vuoti, a giustificare, a convincere a restare, a sedurre o riscrivere il finale. L’amore nel mentre invece non ha bisogno di fantasia, è più una cosa da iperrealisti, da fischiettare mentre stendi la biancheria, una cosa da impastare o da infarinare, per l’amore nel mentre ci sono i muri da tinteggiare o i quadri da appendere, sicuramente non una penna, una tastiera o una macchina da scrivere. Che tanto l’amore nel mentre saprebbe buttare giù solo la vecchia nenia del felici e contenti, che a leggerlo ti fa pensare solo beati loro, beati deficienti.

Io me lo immaginavo proprio così il mondo, diviso in due file: una per i felici e contenti, l’altra per quelli come me. Anche nei periodi in cui avanzavo spavalda nella fila degli innamorati sapevo di essere un’imbucata, che non era il mio posto. Poi è successo l’imprevedibile, mi è stato chiaro che di fila ce n’è sempre stata una, solo che alcuni di noi sono più avanti e altri più indietro, altri purtroppo non arrivano in tempo. Ho avuto fortuna a quarantun anni suonati è giunto il mio turno, dell’amore nel mentre, dell’amore da impastare e da tinteggiare. L’amore che non vuoi dire ma vuoi vedere e allora gli darai braccia e gambe e un piccolo pugno in cui stringere il mignolo, il mignolo del mondo. Un amore che si vuole far guardare e allora gli darai occhi e pure una bocca per strillare.

E così a quarantun anni mi ritrovo ad aspettare, di nuovo, te, una bambina. E a farmi l’esame di coscienza e in te ritrovare l’umanità, ma anche l’unica possibile innocenza. Andrà bene? Ho chiesto a un’amica, per dirle che la mia pancia era di nuovo abitata. Ha sorriso e al sorriso ha aggiunto “non conosco un posto migliore dove mettere una vita”.

65856290_10157481601716392_5420593690735280128_o.jpg

Foto: Susanita con la collaborazione di Estéban Pozzuoli

Standard

Questa cosa che senti e che sento.

Cos’è questa cosa che senti e che sento, che anche quando fuori tutto è giusto e preciso, l’errore ti risuona dentro? Che al riparo nel nido dispieghi le ali e se allungano il braccio d’istinto tu ti ripari?

Le hai dato nomi diversi. A volte una faccia, un codice fiscale. È stato il tuo corpo a cui volevi male. Era il bambino che poi non nasceva, il successo sperato che mai succedeva, la nostalgia di chi non si è manco incontrato, la stanchezza che non basta dormire e che dormire peggiora il tuo stato, la guerra intestina anche in tempi di pace, la bestemmia in testa quando in chiesa si tace, l’attesa che mai si fa turno, il desiderio di fuga quando arriva il gran giorno.

Imbucata alla festa anche se sei nella lista, la battuta che cade nel vuoto, nessuno la sente, poi a ripeterla è quel deficiente e ne nasce un boato. Non sei moglie, non sei damigella, non sei testimone, non sei certo il prete che l’amore suggella, non sei l’amica che prende il bouquet, ecco: sei più la tizia che serve i mignon sui bei cabaret.

Cos’è questa cosa che senti e che sento? Questo credere vero l’insulto e falso l’apprezzamento? Questa goccia sull’orlo di un vaso mai pieno, che sola non va ma in coppia nemmeno.

Forse è che il motore del volo è la paura di volare. È che chi balbetta sa cantare e chi fa gli incubi è chi è ancora capace di sognare. È che non ti basta qualcuno che dica “andrà bene”, ma che ammetta “andrà come andrà, ma ci andremo noi, insieme”.

81836181_10221458534995742_3728656620863881216_n.jpg

foto: Estéban Puzzuoli

Standard

Le raccomandazioni. Cose che dico ai miei figli quando non mi sentono.

Abbiate fiducia in noi quando non riuscite ad avere fede. Da bambini i genitori sembrano maghi. Hanno tutte le risposte, dominano gli elementi, possiedono questi bancomat da cui tirano fuori i soldi, anche quando sostengono di non averne. Mettono insieme il pranzo con la cena, guidano, se qualcosa si rompe la sanno aggiustare, creano la vita, altri bambini, fratelli e sorelle. La semplicità con cui lo fanno li rende dei maghi. Poi c’è un momento in cui si intuisce il trucco. Con i trucchi è così, basta sospettarne uno e ogni incanto si rompe, basta vedere una lacrima, un indugiare, una promessa non mantenuta e si insinua il dubbio e dopo il dubbio la certezza che no, i genitori non sono maghi, sono solo prestigiatori. È una scoperta che cambia il modo di intendere il mondo, ci si può sentire presi in giro, truffati, c’è così bisogno di credere alle magie. Ma poi, a pensarci bene, i genitori sono persone che imparano a far sembrare possibile l’impossibile, lo fanno per necessità, ma soprattutto per amore. E la fede si trasforma in fiducia che è una cosa tutta terrena, umana, fragile e resistente insieme, una cosa da persone perbene.

Copritevi bene e uscite, di casa, uscite all’aria aperta, uscite da voi stessi. Sono tempi strani questi, dove la fantasia ha vinto sulla realtà, l’immaginare quello che dovrebbe essere su quello che è, l’aspettativa sul risultato. Tempi dove si sta davanti allo specchio (schermo) a prepararsi (inventarsi), a cercare di piacersi. È diventato imperativo piacersi. “Piaciti!” Che brutto che è tra l’altro piaciti! Come suona surreale. C’ho pensato a quello che è fondamentale. Fondamentale è che la gente che incontri per strada abbia voglia di salutarti senza cambiare marciapiede. Eh sì, non c’è dubbio, se tu l’altro l’hai visto, l’altro ti vede, non siete distratti, non avete il sole negli occhi, preferite evitarvi. Avrà le sue ragioni, come d’altronde le hai tu. Però che triste trovare più appagante specchiarsi nelle vetrine che nei sorrisi dei passanti. Le relazioni sono tutto, fuori a tratti è un mondo bellissimo, di persone che sono viaggi e altre che sono compagne di viaggio.

Diffidate dai proclama e dai programmi. Non siamo mai così deboli come quando affermiamo la nostra forza, mai così incerti come quando ci diciamo determinati, mai così confusi come quando elenchiamo le nostre motivazioni, mai così aggressivi come quando sosteniamo di essere in pace. “È l’ora di tagliare i rami secchi” ci ripromettiamo e parliamo di persone, di relazioni, ci spendiamo energie a meditare e tempo a pensare a come potare, quando i rami secchi cadono semplicemente al primo grosso temporale.

Tra le cose che vi racconto mentre non ci siete o, ancora meglio, mentre dormite, c’è che se avrete la fortuna di innamorarvi, ripassate, è l’unica lezione che mi pare di aver compreso davvero sulla coppia e le relazioni. Poi vi faccio le raccomandazioni. Lavate la frutta e lavate i denti dall’alto in basso, non solo da sinistra a destra, le mani alzatele solo per fare domande. Ricordate che avete imparato prima ad ascoltare e poi a parlare: quella è la sequenza naturale.

foto: Officina calze lunghe di Elisa e Susanita82812614_2703564646403381_1243720854160801792_o.jpg

“Pensieri appesi a un filo”.

Standard