La fatica della paura.

Lorenzo mi dorme accanto in un lettino di vimini che è stato già di suo papà. È il 2013, ho poco più di trent’anni e quando qualcuno dice che il bambino assomiglia a me faccio pace con la mia faccia. I genitori si combattono la somiglianza dei figli, non lo dicono esplicitamente, ma è come se ci fosse un dominio genetico da difendere, la supremazia di una famiglia o dell’altra. Montecchi e Capuleti avrebbero continuato a litigare sui lineamenti del figlio di Giulietta e Romeo. Il mio DNA e quello di Matteo si sono spartiti Lorenzo senza troppa fantasia: dal collo in su me lo sono preso io, dal collo in giù lui. Sorride, guarda, spalanca gli occhi come me. Cammina, corre, si muove nel mondo come Matteo.

Mi sveglio, ho un pensiero che non riesco ad allontanare, più che un pensiero è un dubbio. Se fossi obbligata a riconoscere Lorenzo dalle sue mani, forse mi sbaglierei. Non ho guardato con sufficiente attenzione le sue dieci dita, i palmi, le linee della vita. Il perché dovrei essere obbligata a riconoscere mio figlio dalle sue mani lo ignoro, ma la fantasia angosciosa che mi ha svegliata ha i tratti confusi di un gioco drammatico e sadico da campo nazista e insieme da quiz televisivo anni Novanta. Tanti neonati completamente coperti, madri a cui vengono mostrate solo gli arti superiori e da quelli devono dire “è lui, è il mio”. Mi alzo sudata, prendo Lorenzo in braccio e lo porto nel letto, gli perlustro tutto il corpo millimetro per millimetro, lo studio e dopo averlo studiato lo ripasso, poi compio la stessa operazione a occhi chiusi, tastandolo e accarezzandolo per impararne la consistenza. Alla fine lo annuso, anche se dell’olfatto sono più sicura. Mi fermo solo quando sono certa di saperlo a memoria, poi lo bacio e gli auguro la buonanotte, a lui che non ha mai smesso di dormire.

Quiz nazisti che esistono solo nella mia testa, anche di questo sono fatte le notti da madre. Di preoccupazioni più o meno fondate, per quanto ci sia da discutere sulla fondatezza dell’idea stessa di preoccupazione. A rigor di logica occuparsi in anticipo di qualcosa che non si è ancora verificato è fatica inutile, energia mal riposta. Eppure mi dico: se immagino e mi preparo mentalmente a tutte le evenienze sarò in grado di scongiurarle o, quanto meno, di parare il colpo. Parallelamente concepire il peggio, visualizzarlo, mi fa orrore perché mi pare di evocarlo. Sarà per questo che mi è insopportabile leggere fatti di cronaca se c’è l’infanzia di mezzo, per un’ipersensibilità certamente, ma anche per una forma vergognosa di scaramanzia, perché ogni bambino è il tuo bambino e quello che può succedere a ogni bambino può succedere al tuo.

La fatica della paura, i genitori la conoscono bene ma ne parlano poco, è loro compagna, più del carico mentale, più del dolore lombare. Se non hai figli temere il peggio significa temere un orrendo accidente senza nome che può capitare a te e ai tuoi cari. Un padre e una madre se temono il peggio temono un orrendo accidente senza nome che può capitare al loro bambino. Che il peggio accada ai tuoi figli è il peggio che possa accadere. Tutte le minchiate che ci diciamo, tutti i consigli non richiesti, tutte le chiacchiere prive di senso sono certa che si taciterebbero se, incontrandoci per strada, ci dicessimo: Come stai tu? Mah io al solito ho una paura fottuta, però bene dai. Anche tu hai passato la notte a contare dita e seguire linee della vita eh?

Questa settimana ci sono state diverse notti da quiz nazisti, perché Andrea Ines ha avuto un febbrone che non passava (ora sta bene, le hanno fatto anche il tampone ed era negativo, ma così la sua prima parola è stata una bestemmia) e io l’ho studiata tutta e poi dopo averla studiata ho ripassato, ancora e ancora. Perché al terzo figlio, l’unica lezione che ho imparato dalla maternità è che la paura non si divide ma si moltiplica. Esattamente come l’amore.

foto: Susanita https://www.facebook.com/susanita.valentinafontanella

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Ci ameremo in silenzio come si amano i pesci.

Nell’educazione sentimentale che ho ricevuto c’è un capitolo che si intitola “non fare questo o quello perché altrimenti si spaventerà”. In amore bisognava andare per gradi, mai forzare troppo, usare una manovra a tenaglia, lenta e inesorabile piuttosto. Fa sorridere, oggi, l’idea di un amore che, di fronte a una richiesta, a un movimento brusco, scappa come un gattino randagio maltrattato. Fa sorridere, oggi, come tante teorie che evaporano al contatto con la realtà.

Nascere (e far nascere), morire e innamorarsi sono cose difficilissime, impossibili da immaginare quasi, finché non accadono. Ma quando accadono te ne accorgi proprio perché non c’è più spazio per la teoria. A me l’amore ha cambiato totalmente la percezione del tempo. Ho scoperto che ti àncora al presente. Ti ricordi com’era quando non stavamo insieme? Gli chiedo ogni tanto. No. Tu? Ma pure io sai, poco, mi pare una vita fa, che è una cosa strana da dirsi quando la vita in questione è la tua.

Penso a lei, alla me di un tempo, con un distacco tenero. Forse è così che ci perdoniamo gli errori, come se li avesse commessi qualcun’altra, un’amica che ti è stata tanto vicina, ma che hai perso di vista, con cui hai condiviso guai e leggerezze, troppe per volerla frequentare ancora. A quella amica racconterei di lui.

Che fa la settimana enigmistica dall’inizio alla fine, che conosce la data di scadenza delle cose e non le butta via, ma non rischia mai di avvelenarsi di nostalgia. Che non solo c’è, ma sta, radicato come un albero, a volte silenzioso come un albero. Che tiene le graffette per chiudere il pane, metti che debba legare un gelsomino alla ringhiera, e non lo dice da fissato con il riciclo, lo dice da nonno, da uno che ha fatto la guerra.

È così fuori moda, fuori dalle logiche del momento, a volte il mondo lo imbarazza: togli quel canale, non voglio sentire mi vergogno per loro, una volta perdere la faccia era la cosa peggiore che ti potesse capitare, ora la faccia la mettiamo per tutto, abbiamo perso il pudore. è marinaio e capitano e noi gli stiamo intorno, un po’ lo aiutiamo, un po’ prendiamo il sole, un po’ lo perculiamo e ammutiniamo.

Lui che è fuori contesto, un uomo d’azione in un periodo in cui non si agisce, al massimo si reagisce, si puntualizza, ci si oppone, ci si indigna, ma non ci si muove. Le racconterei di lui, di come prende in giro la mia voglia di parlare di noi, su di noi non c’è niente da dire, solo da fare, parliamo di Sciascia piuttosto, della Rivoluzione Russa, di Federer e Nadal, ma niente teorie su di noi, tanto non ci riesci, noi ci amiamo in silenzio come si amano i pesci.

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Io lo faccio cuscì!

Avere tre ragazzini in dad e una neonata a casa significa che la cucina è aperta 24 ore su 24, come in crociera, c’è sempre un buffet attivo con gente che mangia e altra che spadella. Tra i buoni propositi c’è quello di non sprecare roba, che è peccato. Così abbiamo dato una possibilità alla cucina degli avanzi. Lo schema è questo: abbiamo avanzato del pane raffermo, che spreco buttare questo tozzo da tre centesimi, cerchiamo orsù una ricetta per dimostrare a noi stessi quanto siamo furbi, accorti e responsabili, ecco qui (leggo ad alta voce): Avete del pane raffermo? Bene, mettetelo in una ciotola e unite del caviale di lumaca, dei pistilli di zafferano, della bottarga e del sale dell’Imalaya. Ma io lo immagino che voi, voi che fate le ricette facili facili con gli avanzi, c’avete la mamma imaialana.

Mi fanno molto ridere anche i tutorial di chef club, che è un canale a metà stada tra la culinaria e la carpenteria avanzata. Un esempio di tutuorial: oggi faremo le “Arterie glassate”. Prendete una confezione di panna da cucina da mezzo chilo, svuotatela e usate il contenitore come stampo, riempitelo di Nutella e panna riscaldata al microonde, Baiocchi immersi nel Bounty sciolto e mascarpone per sgrassare, lasciate riposare in freezer per due ore. Quando sarà congelato, tiratelo fuori, panate il tutto nella granella di cocco e Ferrero Rocher e friggete in abbondante burro. La confezione di panna darà un bell’effetto croccantino al tutto, perché si sa variare le consistenze è fondamentale.

Optiamo per una semplice crostata con crema pasticcera. Figo. Per la crema ci vogliono sei tuorli. Ok, quindi avanzano sei albumi. Cerca una ricetta per usare i sei albumi che qui siamo accorti e responsabili. Trovata! Le crespelle pallide. Bello leggi. Per dare le crespelle pallide ci vogliono dieci albumi. Bene. Ora cerca una ricetta per usare i quattro tuorli avanzati. Alla quindicesima ricetta salva rossi-albumi spaiati, afferri una gallina che passa di là, le tiri il collo e vaffanculo, perché altrimenti non se ne esce.

Tra le foodblogger italiane Benedetta Rossi è la mia preferita, me ne sono innamorata nelle notti di allattamento e sono andata a leggere i commenti alla sua pagina. Ha degli haters. Per me il detto non si può piacere a tutti, con lei non vale, lei dovrebbe piacere a tutti. Come si fa a essere haters di quella donna? Io ogni volta che alza la teglia di lasagne da ottocento chili con la destra tremante e con la sinistra fa l’ok col pollicione mi riempio di tenerezza. Io, quanto tutto questo sarà finito, andrò a vivere lì, in terra marghigiana, con il suo Marco, zia Giulietta e nonna Blandina, con Benedetta che mi parla della sua gugina e non si capisce se intenda il suo ricettario o una sua parente, magari la figlia di zia Giulietta.

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Quando la conoscenza esce dalla Scuola (un post lungo e confuso in attesa di sapere cosa ne sarà di noi).

Le mie maestre erano NellaeIrene, pronunciato così con la liaison alla francese, un binomio indissolubile come orgoglioepregiudizio, delittoecastigo, poltronesofà. Se stai leggendo e sei della mia generazione, sono certa che avrai una coppia di NellaeIrene che duetta nei tuoi ricordi di bambino. In prima elementare, Nella si prese a carico un compagno che subì un lutto impronunciabile, si prese a carico vuol dire che il bimbo visse da lei, con la sua famiglia, per un’estate intera e per alcuni mesi dell’anno successivo. Sempre Nella qualche tempo fa, scrisse alla redazione di Donna Moderna per cui tenevo una rubrica, chiedendo un mio contatto, mi chiamò, fu una telefonata piena di emozione in cui rivangammo il passato e ci raccontammo il futuro (ormai remoto), ricordava tutti i nomi dei bambini della mia classe. QUESTO ERA.

Continuità didattica si direbbe oggi, liaison imprescindibile direi io alla francese, un legame costruito con la frequentazione, con la conoscenza, con le fatiche che sono crescita reciproca. I miei figli non avranno una NellaeIrene e io ne sono addolorata. QUESTO E’. E non sono addolorata perché sono vecchia e idealizzo quello che accadeva “ai miei tempi”, ho un bel curriculum di flagellatrice ironica di usi e costumi passati, sono addolorata perché non riesco a essere più allibita, stranita, persino divertita dal nostro “Questo è”. E ora spiego che cosa intendo con questo è:

Lorenzo è in quinta, ha cambiato sette maestre, senza contare le supplenze. Marta è in terza, ha cambiato cinque maestre, senza contare le supplenze. La “sporca” dozzina di docenti si è avvicendata su classi che risultavano sempre nuove, sempre da conoscere e subito dimenticare. So il nome dei sette re di Roma, me li insegnarono NellaeIrene, ma non delle sette maestre di Lorenzo. D’altronde le sette maestre di Lorenzo non sanno chi è Lorenzo, non per mancanza di attenzione o per incapacità, ma perché fisicamente, con un turnover del genere, è impossibile creare un rapporto che non sia superficiale e superficiale nella scuola è sinonimo di fallimentare. È l’effetto di quell’aforisma ottuso di cui parlavo un paio di post fa “tutti sono utili, nessuno è indispensabile” e quindi tutti sono sostituibili. No, gli insegnanti per esempio non dovrebbero essere sostituibili, né precari, la maestra non è un ruolo, è una persona.

Conoscenza ha due valenze non per altro, si approfondisce la conoscenza di una materia, si approfondisce la conoscenza di un individuo e anche di se stessi. La conoscenza è uscita dalla scuola e il Covid ha fatto il resto. Lo scorso marzo mi sono detta: prendiamola con spirito, con il mio ex compagno abbiamo anche molto riso. Quando ascoltavamo le interrogazioni in dad che sembravano la famosa telefonata della Clerici “fa schiuma ma non si consuma, cos’è?”. Faceva ridere? Sì, faceva ridere. Anche Marta che urla (su suggerimento del fratello) La Pianura Fagiana, alla domanda di come si chiamasse la pianura del Po. Faceva ridere? Sì, faceva ridere. Quando ci hanno dato da fare a casa il lavoretto a sorpresa per la festa della mamma e ho dovuto farmi il lavoretto a sorpresa io e poi pure sorprendermi. Faceva ridere? Sì, faceva ridere. Quando le insegnanti di Lorenzo non sono riuscite a fare in un anno una lezione on line che non fosse registrata. Faceva ridere? No, non faceva ridere. Non fa ridere che la Scuola venga lasciata sulle spalle di pochi (che ci sono e sono i buoni, buone giovani precarie piene di entusiasmo, buone professioniste di lungo corso che cercano di adeguarsi e imparare a usare i nuovi strumenti…), mentre la struttura crolla vergognosamente. E crollo anche io, come genitore, perché non so cosa fare, alla vigilia di una nuova chiusura, mi sento grata nei confronti di alcune insegnanti che però mi restano figure lontane, ma sono anche addolorata perché non sono in grado di dare ai miei figli quella conoscenza dal doppio significato che per me resta tutta lì, in NellaeIrene.

*parlo al femminile, sempre di maestre, per comodità e perché non ho avuto modo di confrontarmi con insegnanti elementari uomini.

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Tre “aforismi” minchioni su cui si è basata la mia crescita professional-sentimentale.

Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile. Di solito te lo dice qualcuno che si sente indispensabile. Io, come tanti della mia generazione, sono cresciuta con questa spada di Damocle, il precariato fatto massima di buon senso. A pensarci, è il concetto stesso di utilità ad essere strumentale e cinico. Nelle scorse maternità ricordo un mix di ansia e gioia, la bolla con i bambini mentre il mondo va avanti, nella speranza che vada avanti non troppo bene senza di me. È solo un esempio, ma vale per spiegare l’insinuante e persistente senso di colpa di chi resta indietro, mi correggo, di chi potrebbe restare indietro. Io non so se sia la vecchiaia, ma oggi il pensiero di non essere indispensabile mi sembra un privilegio, una liberazione: dimenticatemi, sostituitemi, al mio posto metteteci un gorilla che comunica con i segni, una bambola gonfiabile, uno spaventapasseri, fate un po’ come vi pare, avrete i vostri motivi. Se hai un posto che pensi costantemente di poter perdere, che sia un posto di lavoro o un posto nel mondo, allora non è il tuo.Gli esami non finiscono mai. questa mi ha creato la sindrome di Irene Cara o anche detta dello What i feeling. Ogni volta che faccio qualcosa di impegnativo mi parte la colonna sonora di Flashdance e mi si materializza l’ingessatissima commissione del balletto finale: con il tipo che fuma il sigaro, il nerd col covid, la segretaria secca con la scopa in culo… sono tutti lì a guardarmi dall’alto in basso, un poco annoiati, un poco schifati. Ma perché mai non dovrebbero finire mai gli esami? Io imparo anche senza esami, lo giuro, leggo un libro anche senza interrogazione per dirne una, non ce la faccio a pensare alla vita come a una performance continua con le palette dei voti. Non ce la faccio più a tenere ‘sti minchia di scaldamuscoli. Una coppia finisce quando ci si dà per scontati. Quando ci si “siede”. Forse questa l’ho fraintesa, l’ho presa talmente alla lettera da autoinfliggermi il terrore dell’amore alla stagione dei saldi e l’ho pagata cara. Io non stavo, mai, rilanciavo stupidamente sempre, forzando le richieste, in un crescendo che non prevedeva pace e riposo. In coppia non ci si siede, in coppia ci sono solo posti in piedi, pensavo, che minchiona, ragazzi. L’amore, quando funziona, ha molto col darsi per scontati, nell’accezione dell’esserci l’uno per l’altra senza dubbi, se io allungo il mio braccio nel letto è scontato che ti trovi, come è scontato che domani sorgerà il sole, che il caffè quando sale nella moka gorgoglia, che l’ultimo mandarino è quello che fa schifo e quindi devi mangiartene un altro per pulirti la bocca. Scontate come le abitudini che non ti vengono a noia. Come i tuoi figli, che anche con una casa enorme a disposizione, staranno sempre nel metro quadro intorno a te. Scontato come un dato di fatto, un principio della fisica, quei principi della fisica che regolano il mondo.

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Una che si è prestata molto, ma si è data poco.

Se dovessi sintetizzare in una frase il mio curriculum vitae sentimentale direi “una che si è prestata molto, ma si è data poco”. Mi sono prestata a rapporti e avventure, mi sono prestata a compromessi, mi sono prestata più o meno generosamente a relazioni che mi hanno divertita, arricchita, anche ferita naturalmente, come tutti. Mi sono prestata a giochi d’amore un po’ ridicoli, alle strategie, mi avvicino piano piano perché a un mio movimento brusco potrebbe scappare, mi sono prestata a trattare l’altro come una bestia da domare o peggio da ammaestrare. Una single prestata alla coppia, ecco qualcosa del genere. Però darsi, non come una concessione, darsi per convinzione, è un altro paio di maniche. Darsi senza cedere alla tentazione del dubbio, senza controllare le vie di uscita laterali o quelle di emergenza, per darsi sì, ma alla fuga.

È che l’amore di coppia ha a che fare con la fede, c’è chi ci nasce e Dio è con lui sempre, lo sente, allo stesso modo si nasce con la capacità di stare in coppia, senza troppe domande, Dio esiste, non è una possibilità, è la realtà. Poi c’è chi pur avendo una spiritualità, un senso del trascendente, vive tutta la vita sperando di trovare la fede, di poter credere finalmente, di potersi dare, senza farsi troppe domande, senza mettere tutto in discussione. Io il senso del trascendente ce l’ho, forte e chiaro, da sempre, la fede assoluta no. Ne sono attratta e respinta insieme, anche perché la famiglia è l’istituzione dell’amore, come la Chiesa lo è per la fede e si fanno cose orribili in nome della famiglia, come in nome della Chiesa. Però ora è per me il tempo del darsi e del fidarsi. Di crederci. Non senza difficoltà profonde. Prima ero sola, una e trina con Marta e Lorenzo, faticoso ma per assurdo più facile, tu fai le regole, ti confessi e ti assolvi se va bene, amen. Ora siamo tanti, il confronto è inevitabile come è inevitabile che mi faccia più domande sugli errori che commetto e ho commesso come madre.

Questa esperienza mi sta insegnando molto, per esempio che i figli non bisogna “toccarli” troppo, come la pasta frolla che non si deve stare sempre lì a maneggiarla. Sgrido Lorenzo, poi dopo poco cerco un secondo confronto per assicurarmi che abbia capito, poi ancora gli domando, chiarisco. Ha fatto più danni il chiarimento imposto, che l’olio di palma. Insomma non lo mollo e questo riprendere in mano il discorso, ancora e ancora, è controproducente. Sto imparando la pazienza, che non è sopportazione ma è la pazienza dei giardinieri. Quella per cui fai un gesto e poi non sai bene quando uscirà un fiore, un germoglio, di che colore sarà, ma sai che prima o poi qualcosa accadrà, bisogna aspettare.
Mi è chiaro anche qualcosa di estremamente banale cioè che non devo sempre piacere ai miei figli, tra l’altro loro non devono piacere sempre a me, è molto riposante pensare che il mio amore per loro non sia mai in forse. C’è una bella differenza tra essere un genitore buono o un buon genitore, il genitore buono è quello che piace, perché si muove per il bene, temendo il giudizio, il buon genitore è quello che si muove per il meglio, a rischio di tensioni e frustrazioni.

Tutta questa saggezza comunque non mi ha cambiata nei fatti, continuo ad essere la solita cretina, quella che ogni volta che parte la pubblicità della Mulino Bianco, ne riscrive il testo ad alta voce in una versione sadomaso di quello che piace a Giulio. La più edulcorata è A Giulio piace firmare la neve fresca pisciandoci sopra a elica e scrivere le bestemmie con le stelline bianche sulla superficie della torta Pan di stelle. Perché sotto sotto sono sempre una ragazzina demente prestata all’età adulta.

foto di Giorgio Violino insieme alla mia bambina che è fatta di profumatissima e burrosa pasta frolla

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Confessioni di una madre nabba.

Ti banno! killami! Non Killarmi! Sei un nabbo! Tappami Levante tappami! La colonna sonora della mia vita in questo periodo è questa, Lorenzo ha scoperto i videogiochi e per un’ora al giorno ulula con le cuffie in testa e i suoi amici dall’altra parte, amici a cui dà ordini che sembrano safeword sadomaso in lingue sconosciute, con l’enfasi di buonanima Roberto “baffo” da Crema quando faceva le televendite. È l’inizio della fine? Da qui in avanti litigheremo solo per questo? Certo che sì, è evidente, non si torna indietro.

Io ho deciso di parlare come loro per essere più comprensibile: Sittati composto a tavola, sittati sittati! Vuoi listennarmi! Non mi breakkare le palle! Ogni tanto Dario cerca di dare un modello alternativo e parte con i racconti edificanti dall’altro secolo che propone a suo figlio e anche al mio: “quando eravamo ragazzini noi passavamo i pomeriggi a smontare e rimontare oggetti elettrici per capirne il funzionamento, a leggere la Treccani nel salotto dei nostri genitori, a studiare anche le pagine facoltative sulla Scapigliatura, vero che facevamo così?”. E io annuisco, dico “sì, avoja, sempre lì a leggere Arrigo Boito eravamo”, ma col cazzo, io passavo i pomeriggi a guardare Fuego e dire Nudami Walter Nudami! (o forse non era Fuego, era Colpo di fulmine?). Però guarda, non sono venuta su così mahahahahlaha, manco riesco a finirla la frase che poco poco mi strozzo con le risate.

Quando Lorenzo spegne il computer inizia la richiesta di acquisti di skins, le skins sono le varianti grafiche del gioco, la beauty routine del gaming insomma. Eh no caro, io non mi tingo i capelli da otto mesi non parliamo della ceretta, per quanto mi riguarda tu puoi anche andare sciatto e con le ciavatte su Fortnite. Quando ha finito il pressing acquisti, passa alla richiesta di guardare ancora-un-video-solo-uno. Ancora-un-video-solo-uno è una tipologia particolare di video, mostra un ragazzo che gioca a sua volta alla Play emettendo gridolini da visita alla prostata che non si capisce bene sia gradita o meno.

Finiamo per concordare giusto dieci minuti, mentre va in bagno. E dieci minuti non sono mai, basta dire che ormai si è impresso Pozzi e Ginori su una chiappa, per via di quanto sta seduto sulla tazza. Avremo bisogno della dolce euclessidra per non perdere il senso del tempo al cesso. Io i gamer li detesto tutti soprattutto perché con le loro vocette stronze mi svegliano la bambina, il mio odio più profondo va a Lyon, che secondo me la visita alla prostata deve farla davvero perché c’ha ‘na certa età. In tutto questo anche Marta chiede di vedere dei tutorial, idee geniali fai da te di una serie che si chiama “5 minuti creativi” dove una ragazza che assomiglia alla Kelly Taylor bulgara taglia pantaloni brutti per renderli maglie e top orribili, in pratica la costumista di Beverly Lidl 90210. E Arrigo Boito muto.

Nella foto: Lyon durante la visita dall’andrologo.

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Io che blasto me stessa.

C’è una gran confusione dentro, molti dei miei pensieri sono cianfrusaglie, solo che non so da dove iniziare a sistemare. Lo faccio di notte, che tanto non dormo. Ne prendo uno, più che un pensiero compiuto è un fastidio che provo, un’incomprensione con un uomo, roba passata, posso trasformarla in qualcosa di diverso? Restituirla no, perché sicuro lui ne ha una uguale. Riciclarla? La do ai poveri di spirito.

Ho una piccola pila di ragioni che mi sono presa, mi sembrava di averne un gran bisogno per bilanciare le debolezze in fondo all’armadio. Ma della ragione, alla lunga, non te ne fai davvero niente, anche perché è sempre un modello double face, la rigiri e diventa un torto. Potrei usare quello spazio per metterci i lanzichenecchi, non ne so un cazzo dei lanzichenecchi, è l’ora di approfondire. Mi ritrovo spesso a fare queste considerazioni, a blastare me stessa e la mia superficialità. Perché la verità è che sto lasciando posto a un sacco di ciarpame mentale, ho tanti ninnoli quando scarseggiano i mobili. Credo sia anche un effetto dei tempi, il mio livello di approfondimento è calato, sono purtroppo sempre più la copia di mille riassunti, che è poi il verso più crudele e realistico che cuore infranto di cantautore abbia prodotto per ferire un’ex stronza. Domandarsi continuamente a cosa stai pensando e come ti senti di fatto è una richiesta costante di piccole arguzie e poche idee. Le indignazioni, per esempio, tutti fronzoli accessori.

Anche le notizie che appoggio lì e non butto… che me ne faccio di un Emiliano Zappalà? Perché ho perso tempo per verificare che fosse un fake questo rider ex commercialista che guadagna 4000 euro netti al mese, perché? Che poi manco Emiliano si chiama (si chiama Emanuele) e manco in bici andava (andava in moto) e manco commercialista era (era stagista) e manco 2000-4000 euro nette al mese guadagnava (al massimo 1200). La carpa che canta sul trofeo da muro è più utile di Zappalà, perché non ho usato quel tempo per, chessò, delle pagine di Musil, mi manca Musil, non l’ho mai letto. Di nozioni, date, com’è fatto un circuito elettrico, dove sta esattamente Benevento sulla cartina, la tavola periodica, il numero preciso di deputati e senatori… è rimasto pochino, sepolto, si parla sempre della difficoltà di delegare sul lavoro, ma nella vita abbiamo imparato a delegare benissimo i pensieri, basta verificare sul cellulare, oppure approssimare un’opinione di chi ci sembra il meno peggio. Uso il noi per non sentirmi sola, ma sto parlando di me. Se vado avanti così diventerò un’accumulatrice seriale di minchiatine emotive, un discount mentale di Tiger.

Qua c’è un’invidia, là un’insoddisfazione. Ma cosa le tieni a fare? Mi chiedo. Eh, ma non ne posso fare a meno. Rispondo. Ma certo che puoi farne a meno. Ma poi invidia di cosa? Di una foto che hai visto? Di un successo? Di una bella faccia? Ma occupati dei lanzichenecchi, va’, scema che non sei altro. Scema a me? Scema a te sì, pensi sia scemo chi non riesce a farsi entrare le cose in testa, quando è evidente che è scemo chi non riesce a farle uscire certe cose dalla testa. Fai pulizia, da brava, sposta le scatole di giustificazioni e di autoassoluzioni e datti da fare che c’è una mente da razionalizzare.

Foto: Valentina Fontanella.

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Specchio riflesso se ti muovi sei un cesso.

E Dio disse: Donna partorirai con dolore e, come se non fosse sufficiente, ti specchierai con orrore, così inventò la fotocamera frontale. Avere la camera frontale nel telefono (ovvero l’app specchio riflesso se ti muovi sei un cesso) è come avere il ritratto di Dorian Gray che invecchia in soffitta, è il memento mostro, perché sai che anche con ottocento selfie-tutti-filtri-e-luci-strategiche in cui sei venuta carina, ci sarà sempre lei ad azionarsi all’improvviso per metterti di fronte alla brutale verità. E la brutale verità è che sei un rabatto. Quando capita io vado dal mio fidanzato e lo bacio, mi inginocchio proprio, grata: “ma io sono così e tu stai con me ugualmente? Sei una persona meravigliosa, di una generosità eccezionale. Dovrebbe esserci un posto in paradiso apposta per gente come voi, gente che sceglie di svegliarsi e andare a dormire ogni giorno e ogni sera con un cesso a pedali di siffatta caratura. Sette modelle dalla pelle elastica, una masnada di figa come contrappasso al basset hound con il rossetto che hai scelto come compagna di vita”. Da quando mi sono vista tutta seria nella camera frontale mi sono anche ripromessa di non tenere mai più il muso e io sono una campionessa olimpica di musi rancorosi. Ma ho capito che mentre io mi percepisco con un’espressione da attrice francese, quasi sexy per intenderci, lui mi vede la faccia come un orologio sciolto di Dalì. Allora sorrido, non per allegria, ma per tirarmi su le guance. Però metto le cose in chiaro: guarda che questo non è un sorriso, è solo un complicato sistema di tiraggio guanciale, tu fai finta che sia un broncio sexy alla Bardot, insomma sorrido ma tu non ti rilassare che sono sempre incazzata, ok?

C’è da dire che più sorrido più si vedono le rughe in un rassicurante giro giro tondo dove casca il mondo casca la Terra, ma anche le chiappe, le palpebre, il sotto braccia, le tette… tutto giù per terra. Non che sia nuova a vedermi male, ho quarantadue anni e mi sembra di aver avuto con i miei difetti la relazione più lunga e duratura della vita. Da che mi ricordo, siamo state io e il mio naso, il primo bacio l’abbiamo dato io e il mio naso, al cinema con gli amici ci andavamo io e il mio naso, in macchina con qualcuno che mi piaceva eravamo sempre il tipo, io e il mio naso, di profilo. Quando ero giovane ogni cosa veniva fatta da me pensando a lui, a come renderlo sopportabile, addirittura simpatico, come un cugino mezzo scemo che porti a una festa e che ti fa stare tutto il tempo in allarme. Forse anche Achille andava in giro così con il suo tallone, stava seduto come certi vj degli anni Novanta con il piede sotto il culo, fingendo fascino spensierato. Comunque nel 2020 sono invecchiata di cinque anni in una botta sola, tra gravidanza e videochattate impietose, e adesso siamo io, il mio naso e pure le mie pieghe e le mie rughe, insomma abbiamo allargato la famiglia di cugini svantaggiati. E non ho neppure mai pensato di rifarmi, è una rara forma di “nasochismo” la mia, mi piace soffrire, lo trovo carino pure assurdo e impresentabile così com’è. Che alla fine, ok il broncio, ma una mica può vivere una vita facendo il muso anche allo specchio.

nella foto io e un po’ di bellezza.

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Lettera di presentazione.

Sono sempre io, quella che invece di avere la testa tra le nuvole, ha le nuvole nella testa. Questi pensieri perturbati che passano dallo stato liquido al solido al gassoso e sono instabili in ogni forma, fanno acqua, nebbia, fanno pantano, ghiaccio, fanno idee scivolose. Sono sempre quella che continua a restarci male. Anche se col tempo ha imparato a non restare dove la terra è inospitale.

Sono sempre quella che si imbambola a guardare il paesaggio dal finestrino, che crede che il migliore tempo trascorso sia a osservare il fuoco in un camino e se è triste corre a procurarsi lo sguardo di un bambino.

Sono io, la somma dei miei Ho sempre fatto così. E spesso ho fatto male. Sono sempre io, quella che infila a forza il dado quadrato nel buco a stella, che non legge le istruzioni, che apre male le confezioni, che odia i manuali, che da bambina montava i lego senza guardare le figure, che non capisce i rebus, che coi rompicapo nemmeno ci si mette, non parliamo di giocare a carte, quella che a perdere nessuna la batte.

Sono sempre io, quella che alcune cose in testa proprio non mi ci entrano, devo ricontrollare, e altre proprio non mi ci escono e continuano a farmi sanguinare. Sono sempre io quella che ama le mezze stagioni ma non le mezze emozioni. che patisce questa democrazia basata sulla solitudine in cui ci siamo abituati a vivere, una solitudine con pubblico in piedi, che applaude o bisbiglia, ma non lo vedi.

Sono sempre io, quella che mangia dalla pentola, che ha crackers e caffè alla base della sua piramide alimentare, quella che poi si offende, quella che però ti dirà “non fa niente”, quella permalosa, quella che si sente in colpa se si riposa, quella che si nasconde se sta male, quella che ha il terrore di vomitare. Sono sempre io, quella che comunque e sempre resta curiosa della gente, curiosa dell’amore, e accetta il rischio, accetta i cookies pur di continuare, perché la paura più grande è di annoiarsi, ma ancora di più di annoiare.

Sono sempre io, mi conosci, quella che, come neve di aprile, chiede semplicemente di caderti addosso e, al caldo, scomparire.

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