Chi mi credo d’essere?

“Ma che ti credevi?” (come ce lo dicevamo da piccoli, col credersi riflessivo). Che mi credevo? Mi credevo che se avessi fatto i compiti, avessi detto le preghiere, sarebbe andato tutto per il meglio. Babbo Natale ti accontenta se ti comporti come si conviene. Chi mi credevo d’essere? Mi credevo d’essere una brava bambina. Una di quelle a cui dicevano “metti la testa sul banco e dormi”, io appoggiavo e dormivo. E nemmeno nel sogno mi ribellavo. Ero una che la maggior parte delle parole le teneva sotto il banco. Poi mi credevo d’essere una bambina grassa, perché così mi avevano spiegato, me lo avevano dovuto spiegare perché io mica mi ci credevo, non si sente il peso fino a quando non salta fuori una bilancia. Bisogna scegliere con accortezza bilance e specchi in cui riflettersi. Chi mi credo d’essere? Una donna che non si pesa e sceglie specchi gentili.

Chi ci crediamo d’essere? Con tutte queste pretese. Ci crediamo d’essere promesse di felicità in cerca di qualcuno che ce le mantenga, che ci tenga, coviamo rancori, coviamo pietre credendole uova. C’era questo bambino alle giostre degli aeroplanini che restava a terra girando in tondo e mai si alzava in volo. E noi piangiamo perché giriamo e non decolliamo, ma è spesso solo perché il cursore è nascosto nei nostri pugni e lo ignoriamo, pur avendolo in mano. Che mi credevo? Che avrei trovato lui, l’unico, quello che esclude tutti gli altri e poi sarebbe sceso il responsabile qualità dell’amore, portandoci una coppa che sancisse: il vostro sì è un sentimento all’altezza, siete rari, unici, mai banali. E invece l’amore è una cosa alla portata di tutti, è per quello che la complichiamo, perché vogliamo l’esclusiva e l’unicità, vogliamo la rarità. Ci sposiamo perché abbiamo bisogno del riconoscimento, della testimonianza, della prova d’amore. La prova d’amore è spesso solo restare.

Che mi credevo? Mi credevo che l’amore fosse commisurato alla qualità della persona, ma no. Quanta gente meravigliosa non ho amato, non ci sono riuscita, ho ferito, provandoci. Mi sono fatta ferire da chi ci provava. Nessuno vuole essere un tentativo. Mi credevo che lo scopo della vita fosse la felicità, ma no, lo scopo della vita è stare in vita, per sopravvivere bisogna avere sufficiente ottimismo per perpetrare la specie e l’ottimismo te lo dà la cattiva memoria e la buona compagnia. Chi mi credo d’essere? Una donna che sa scegliere ottime pessime adorabili compagnie per dimenticare ciò che va dimenticato.

Non vogliamo qualcuno con cui vivere, vogliamo qualcuno su cui morire e la questione è metaforica: lasciarci andare, non essere sempre gli ultimi a spegnere la luce la sera. E non so come mai la misura dell’amore raramente è quanto facciamo star bene l’altro, ma quanto soffre senza di noi. Perché la sofferenza ha una densità, è più quantificabile, la sofferenza la gestiamo meglio della pazza serenità. Chi mi credo d’essere? Una che vuole imparare a gestire la sofferenza e a farsi prendere sempre più spesso dalla pazza serenità. Una che non batte i pugni dalla frustrazione, perché dentro i pugni, c’è il cursore.

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Potrebbe sembrare un piccolo trattato di pedagogia e invece è una delle mie solite minchiate.

Si dice che ci voglia un villaggio per crescere un bambino, ma è altrettanto vero che ci vuole un villaggio di bambini per crescere un genitore. Per crescere, ma soprattutto per tenerlo in buona salute mentale, almeno nel mio caso, magari non proprio un villaggio, più un manipolo non troppo organizzato di infanti. Sembra un paradosso ma ospitare a casa gli amichetti dei miei figli, soprattutto quando sono più stanca e nervosa, è terapeutico e mi sorprende non ci siano volumi e termini specifici inglesi sul tema. E dire che la pedagogia moderna inglese ha una parola per tutto, dal cosleeping all’homeschooling, ma non parla del kidsharing, nonostante sia una pratica da me consigliata come strategia di sopravvivenza genitoriale, quindi ne teorizzerò i benefici in 13 punti.

  1. I bambini non si moltiplicano, si neutralizzano. Perché se è vero che tutti insieme mormorano in coro i tulli tulli tilipan, e altrettanto vero che giocano tra loro i tulli tulli tullipan e non rompono i coglion i tulli tulli tuli pan. Si intrattengono. Su questo devo fare una rivelazione scomoda: giocare con i miei figli mi fa cagare. L’ho fatto per anni, ho costruito orrendi castelli di pongo, mi sono nutrita di plastilina, impersonato tutti i ruoli più assurdi usciti dalla fantasia di un infante, compresa la sirena zombi che trasforma le bagnanti in sirene, mordendole. Mi sono nascosta, ho contato, ho stanato, ho finto meraviglia, mi sono complimentata. Ma dire che mi sono divertita sarebbe una bugia. Io poi perdo a tutto, perdo anche ai Lego. Ho giocato a merda, solo per urlare merda a un certo punto e liberare la mia frustrazione. Amo stare in compagnia di Marta e Lorenzo, parlare, cantare, scoprire posti nuovi, leggere, andare al cinema, cazzeggiare. Ma giocare è un altro paio di maniche. È stato un problema, anche perché i due non sono mai stati autonomi nell’organizzazione dei loro tempi vuoti, finché ho trovato questo intrattenimento meraviglioso, inesauribile, stimolante, il migliore che puoi offrire a un figlio: un coetaneo.
  2. La madre ospitale è una madre al suo meglio. Perché ha dei piccoli occhi estranei con cui confrontarsi, io per esempio per non sfigurare metto addirittura la tovaglia per cena.
  3. I piccoli ospiti sono a basso mantenimento e massimo risultato. Amano la tua cucina, la ritengono incredibilmente esotica. La tua pasta bianca è la più bianca che ci sia, il tuo pollo al forno è il più al forno mai mangiato prima. Il menu dell’ospite si ripete uguale a se stesso da generazioni e il pesto la fa da padrone. Cosa ci mettono nel pesto per renderlo così appetibile ai loro palati solitamente refrattari al verde? Non mi è chiaro. Noto anche che prediligono le cose confezionate rispetto a quelle fresche, il sintetico al naturale, i bambini sono dei cyborg liguri.
  4. Solitamente alla domanda “cosa hai fatto oggi a scuola?” i tuoi figli rispondono niente, si sa. Unica eccezione quando sono in compagnia dei compagni. Insieme sono invogliati a raccontare, in un gioco al rilancio in cui uno chiude il resoconto dell’altro, lo sostanzia, aggiunge particolari.
  5. I piccoli ospiti non mentono a differenza delle madri che raccontano un sacco di fregnacce sulla gestione della propria vita familiare, si abbassano l’ora della nanna come si abbassano l’età: ah mio figlio? Va a dormire alle otto, da solo, dopo aver lavato i denti a se stesso e a tutti i peluches. Ma mentono anche in senso peggiorativo, dipingendo la propria progenie come una combriccola di bestie di satana.
  6. I piccoli ospiti evidenziano le dinamiche assurde che ci capita di adottare. Una volta ho detto a Lorenzo che se avesse fatto i compiti gli avrei dato tre euro per comprare le carte Pokémon. “Ma tu paghi tuo figlio perché ti ascolti?” mi ha chiesto il suo compagno. La mia prima reazione è stata: esci da questa casa voce della coscienza in foggia di nano, però aveva ragione.
  7. I piccoli ospiti ti rispettano. Sono più ubbidienti perché sono fuori dalla loro giurisdizione. Se dici una cosa a un piccolo ospite lui la farà, anche velocemente, con effetto emulazione sul tuo bambino.
  8. Orecchiare i loro discorsi è educativo. Non è che siano i miei figli ad avere il senso dell’umorismo di Martufello, sono tutti così.
  9. I bambini ospiti mi fanno molte domande sul fatto che io sia da sola, una cosa che in generale mi diverte. Parlo molto con loro dell’amore, di cosa si aspettano, una volta un’amica di Marta mi ha chiesto: “ma con chi te la prendi quando finiscono le cose nel frigo?”. Amore è poter prendersela con qualcuno perché ti saccheggia la spesa.
  10. I figli degli altri ti dicono molto sui tuoi. Che a volte i tuoi sono stronzi e non te ne accorgi e invece è il caso di intervenire.
  11. I bambini ospiti ti fanno capire che i tuoi figli non sono speciali o, meglio, sono speciali come tutti.
  12. Prima di dormire i bimbi si assomigliano nelle loro diversità, ci sono quelli più spavaldi e quelli più indipendenti, quelli più sbruffoni e quelli più bisognosi. Amo il momento della buonanotte, dare un bacio in fronte, avere cura dei loro sogni. Mi sento più madre quando ho a che fare con i figli degli altri, non saprei dirlo meglio.
  13. I figli degli altri hanno questa capacità pazzesca, questo super potere incredibile: a un certo punto tornano da dove sono venuti.0.jpg
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Io non voglio amarmi da sola che poi mi tradisco (lettera aperta ai life coach).

Io lo so che dobbiamo stare bene con noi stessi, lo so che è importante lavorare sull’autostima, sul non farsi influenzare troppo dal giudizio degli altri. So tutto. Nonostante questo a me i life coach fanno paura. A partire dal nome. Cosa fai? Il maestro di vita, diplomato all’istituto tecnico esistenziale, laureato all’università del quotidiano con master in giorni straordinari. Ah bello. Altro? Ho un dottorato in capodanni soddisfacenti. Ti assumo.

Dove sono i guru di un tempo? Dov’è finita l’umiltà del buon vecchio Miyagi che faceva il maestro di vita per arrotondare, perché di primo lavoro potava le piante, aggiustava tubi come un addetto alla manutenzione degli appartamenti. Per me non puoi fare i life coach se non sei un immigrato di Okinawa, non mi riesco a far spiegare la vita da un impiegato di tecnocasa con le scarpe con le cuciture a raviolo.

Poi c’è il problema del pubblico, perché i life coach motivano a strascico, non c’è selezione, pretenderei una motivazione mirata. Fate dei test d’ingresso, amici mastri viveur. È pieno di stronzi là fuori e uno stronzo motivato non diventa profumato, lo dice anche il proverbio inventato or ora da me. O peggio, metti che motivate un Leopardi? Che quello vi crede, si prende bene e non scrive più tutti quei capolavori di struggente meraviglia depressiva? Ma che orrendo danno sarebbe? Metti che lui faccia quella cosa impossibile di amare prima se stesso, riscopre la dimensione della cura, beve vino rosso mentre fa il bagno di schiuma come Alexis di Dinasty e che così Silvia alla fine gliela dà? State attenti a motivare così a cazzo, per cortesia.

Non mi convince nemmeno la questione delle correnti interne, perché i life coach si dividono in SPACCACULISTI e INCOLLACOCCISTI. La filosofia del saper vincere contro la filosofia del saper perdere. Vincenza contro Perdenza. I primi sono per il: il mondo è tuo! Osa, vai Conan tutto deve ricominciare! Salta i pericoli, vola tra gli alberi, corri insieme a noi… i secondi sono i traumatizzati, gente mezza acciaccata che si tiene insieme come può e infatti ha bisogno del life scotch. Non potete mettervi d’accordo e trovare una via di mezzo? Meno spaccate e meno resiliate e comunque potreste andare a battagliare un po’ più là che altrimenti mi rompete i vasi e io non sono giapponese e la cosa della colla d’oro non mi riesce e con il bostik mi ci impiastriccio le dita e poi devo scrostarmi i polpastrelli come il cattivo di Seven. Fate una tregua. Che anche gli incollacoccisti dovrebbero cambiare le metafore, avete rotto le palle con l’arte dei vasi giapponesi come allegoria delle cicatrici che ci fanno belli e ricchi, ci avete fatto il kintsugi scrotale, basta davvero.

Mi sono infine stancata di dirmi che sono figa da sola. Pare che ci dobbiamo mettere allo specchio e poi parte tutto un uh che fighe che siamo, siamo le più fighe, uh che bone da paura. Ma che è tutta questa responsabilità, amiche, tutti questi bilanci mattutini, tutti questi: che bella la vita, viva viva come sono risolta oggi. Ma quale figa? Io sono una persona orribile, io quando vi fate i complimenti sui social l’un l’altra poi capisco che mentite anche a me e ci soffro tantissimo. Però continuate eh, già mi sono fatta lo scrubs ai fiori di ibisco per dimostrare che mi voglio bene, adesso tocca a voi dirmi che sono PAZZESCA. E comunque io non voglio un life coach, io voglio Malgioglio, maestro di vita, sempre.

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Foto: https://www.facebook.com/susanita.valentinafontanella/

 

 

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L’ultima lettera d’amore.

L’ultima lettera è la lettera impossibile. Ci dovrebbe stare dentro tutto. La passione, il rimpianto, le frasi ad effetto, le recriminazioni, i detti e i non detti. Ci deve stare un’ultima parola che non sia fine, che fine l’abbiamo usata, urlata, dichiarata, ci abbiamo armeggiato e duellato, l’abbiamo promessa e spergiurata, fino a svuotarla di significato. Forse ci sta “scusa”, ecco scusa può essere un’ottima chiusa. Ci dovrebbe stare la topografia dei corpi, l’isola che sono, mi hai esplorata dalla testa ai piedi, risalendo per la linea delle vene e saltellando da un neo all’altro, hai circumnavigato gli spigoli e ti sei riposato sulle morbidezze, mi hai popolata, vissuta, coltivata, sono stata il tuo punto di partenza e il tuo ritorno, prima di esserti inospitale. Ci sta dentro il tempo. Ti ho dato i miei anni migliori, dicono gli amanti arrabbiati, l’accusa più frequente. Ma non ci sono anni migliori o peggiori, se stai insieme ti dai tempo, difficile, facile, veloce, centrale. Dai così tanto tempo che quel tempo diventa vita e la vita non è né bella né brutta, né migliore né peggiore, è alternanza. Chi si ama si dà la vita.

Ci dovrebbe stare un nuovo modo per dire ex, fa davvero schifo ex. Un ex è un ossimoro, è la persona che conosci di più e di meno, più intima e più straniera, perché lasciarsi è come guardarsi negli occhi la prima volta, sono due momenti in cui dell’altro non sai quasi nulla. E allora ci dovrebbero stare gli occhi che mi sono più familiari, i tuoi occhi un momento prima di ridere, che poi ridevi per farmi compagnia, iniziavo sempre io e tu mi seguivi.  Ci dovrebbe stare il mondo che ci sopravviverà, perché tutto andrà avanti anche senza di noi insieme, i miei gatti continueranno a miagolare, i film continueranno a finire anche senza essere visti, continuerò a pagare il mio mutuo, la mia storia più lunga al momento ce l’ho con lui.  Ci sta la verità e la verità è che prendiamo l’amore troppo sul personale, come se dipendesse da noi farlo durare, ce lo diciamo per dare a tutto un senso e chissà perché quel senso è sempre di colpa. Ci diciamo “sei cambiato”, oppure “non cambi mai”, ma il vero problema è che siamo troppa poca gente, amore mio, l’uno per l’altra, non abbiamo bisogno di una persona per stare bene, avremmo bisogno di una comunità, di recupero magari. In questa ultima lettera ci dovrebbero stare la nostra profonda arguzia e la nostra totale ottusità, tutti gli errori commessi che purtroppo o per fortuna forse ci hanno reso la brutta copia di una grande storia d’amore futura.

Ci dovrebbero stare le promesse non onorate e la banalità. L’ultima lettera dovrebbe stare in un cassetto, per rispuntare fuori tra qualche tempo, quando non farà male. L’ultima lettera ha l’unica funzione di ricordare che noi due, nel letto o sotto il sole, per quanto adesso lo vogliamo ignorare, noi due eravamo un grande amore.

P.S. Grazie di tutto. Scusa per tutto.

49368816_10157041595871392_8452865572651139072_o.jpgFoto: Susanita

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SETTEMBRE, CHE T’HO FATTO?

Settembre io lo prendo sul personale, settembre che t’ho fatto a te che sei fatto della stessa sostanza dell’ansia, tu che mi togli uno strato di pelle, mi squami la coscienza. Luglio è una promessa, agosto è una bugia, settembre pretende energia. Entusiasmo. Ma io non sono entusiasta, sono un’allegra pessimista. Mi sembra più saggio, mi sembra più realista. Anche perché persevero nella mia demenza matriarcale, le vacanze non sono servite, non scorgo miglioramenti di sorta.

Qualche giorno fa ho messo i bambini a guardare un film in streaming. Non si fa. Non si fa perché è un reato, lo so vostro onore, ma ho risposto alla necessità di neutralizzarli per non commettere un reato più grave. I due passano le loro giornate a rompersi le palle a vicenda come sport estivo, è tutto un giochiamo a racchettoni sui coglioni. Quindi dicevamo… streaming. Metto “Aladdin” e io ho tre desideri: nessuno che mi chiami, il mio culo su una sedia, la mia testa tra le pagine di un libro. Li piazzo sul soppalco e scendo. La vita mi sorride, anzi no, meglio, la vita mi ignora, un delizioso silenzio mi avvolge per ben venti minuti. Venti minuti in cui riconsideri il futuro con più ottimismo, hai voglia di organizzare un viaggio in una capitale europea, ritieni che la tua progenie sia abbastanza grande per venire con te a Parigi o a Londra magari. Ti senti pronta a recitare quelle serratissime battute sagaci tra madre e figli stile Gilmore girls. Vi aspetta un radioso futuro di adolescenza lieta, d’altronde, come sostiene una mia amica, l’adolescenza è un virus e mica tutti lo pigliano nello stesso modo, magari i tuoi la fanno leggera, l’adolescenza. Poi il futuro prossimo ti si presenta nella sua cruda realtà. “Mamma, è successo qualcosa”, ti dice Lorenzo. Quando i bambini sono vaghi c’è da preoccuparsi, quando non usano un tono capriccioso c’è da preoccuparsi, quando semplicemente ti chiamano e non ti pretendono c’è da preoccuparsi. Ma non chiudo il libro, attendo con il fiato sospeso.

“Abbiamo toccato qualcosa e ora c’è una signorina che mangia un pisello”. UNA-SIGNORINA-MANGIA-UN-PISELLO. E tu vagli i possibili scenari. Il genio della lampada ha risposto a un improvviso desiderio di verdure di Jasmine? Difficile. Era la principessa un’appassionata di leguminose? Non ti pare. Realizzi. Ti scapicolli per le scale, chiudi il portatile al volo come una cozza, giusto il tempo per sbirciare la nostra amica vegana alle prese con l’assunzione per via orale di questa preziosa fonte di proteine, anche se diciamo così, ella, essendo una signorina per bene, non mangia… al massimo degusta. Mantengo un contegno, balbetto qualcosa per tagliare corto, prometto di donare un unicorno a lei e a lui un Ronaldo vero, anzi esageriamo: un Ronaldo a cavallo di un unicorno, tutto questo per mandarli a dormire senza tante storie. Si addormentano. Ricostruisco l’accaduto e vengo colta da uno di quegli eccessi furibondi di risa, non riesco a trattenermi. E mi coglie un assurdo buonumore perché in tutta questa torbida vicenda di pop-up porno in link piratati e figli maleducati (nel senso di educati male) non vedo l’ora che cresciamo tutti e tre per rivangare l’episodio dell’Assaggiatrice di piselli e riderne insieme. Per ora di Parigi e Londra non se ne parla e comunque secondo me Rory Gilmore degustava, oh se degustava.

p.s. il fatto che Marta ogni mattina di vacanza si sia svegliata cantando ai quattro venti la sua versione personale di ahhhh zubegna, l’inno iniziale del Re Leone, storpiandolo in HAAAAA LA FREGNAAAA, ecco io non ritengo sia collegato con la questione assaggiatrici e non costituisce aggravante, vostro onore.

 

Foto: Officina calze lunghe di Elisa e Susanita

che sanno fotografare così bene la maternità.

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PURTROPPO PER FORTUNA

Purtroppo-per-fortuna siamo alla ricerca di persone che ci riparino, che ci aggiustino, che ci mettano a posto le cose storte. Io ho il naso rotto, setto nasale deviato, va per i cazzi suoi, a sinistra, lo sguardo di chi mi ama lo raddrizza, lo sguardo di chi invece no me lo rompe a ogni occhiata. È una metafora, funziona anche con le cose che non si vedono. Ci sono incontri capaci di riparare in ogni modo possibile, riparare come sistemare, ma anche come accogliere e proteggere (purtroppo-per-fortuna non sono buona a riparare ma sono un buon riparo). È quasi settembre, il mese delle riparazioni. Devo aggiustare la lavatrice, un paio di vestiti che amo e non metto per pigrizia, vorrei riparare qualche errore commesso, una rottura, mi dico che ci proverò, non è poi così male rompersi ogni tanto, ti fa capire come sei fatto dentro.

Sempre di più credo nel valore dell’incontro. Purtroppo-per-fortuna la persona da sola è relativa, l’incontro no. Scegliere chi tenerci vicino e chi tenere a distanza di sicurezza ci definisce. Purtroppo per fortuna dipendiamo dal giudizio degli altri ma riferiamo a noi stessi, che sia un bilancio pari è il segreto di una vita degna.

Purtroppo-per-fortuna non sono una vincente. Mi sembra sempre più un imperativo condiviso quello di fare, spingere, spaccare i culi. Ma la favola “vissero tutti felici e vincenti” non riesco a raccontarla nemmeno ai miei figli: la scuola giusta, i giusti sport, il futuro come progetto, l’investimento su se stessi, la multilingua dai sei mesi. Mi piacerebbe che più che vincenti fossero valorosi, che sapessero riconoscere le proprie battaglie, quelle che è importante combattere. Io con loro cedo spesso e volentieri, soprattutto sulle regole da seguire, ogni nucleo familiare ha le proprie. Cedo sullo stare a tavola fino alla fine del pasto con gli adulti, cedo anche sull’iPad*, cedo su qualche lavaggio dei denti. Cedo sul rispetto delle regole, ma non transigo sul rispetto della persona: siate gentili, sempre, fino a prova contraria.

*A tal proposito vorrei aprire un’inutile parentesi. Leggo tanti che si indignano scrivendo status su quel tal genitore che in spiaggia ha risposto al capriccio di un bambino smollandogli un video o un cartone. O tempora a mores! Ecco, io mi immagino sempre che quello stesso indignato, per scrivere il post indignato sul genitore svogliato che il figlio con lo smartphone ha tacitato, non abbia visto il proprio ragazzino che si lanciava in acqua urlando “guarda come mi tuffo bene!”. Solo che alle spalle dell’indignato genitore del tuffatore ignorato ci sarà sicuramente una mamma che scriverà uno status su questi uomini assorbiti dallo schermo che al mercato mio padre comprò. Tutti educatori con il dispositivo elettronico degli altri, insomma. Due coglioni. Chiusa la parentesi.

Purtroppo-per-fortuna ci sono quelli che fanno la storia e quelli che fanno la filosofia, la sento sempre più profonda la scissione tra i due piani, tra il mondo dell’azione e il mondo della riflessione. L’adolescenza per me è stata un lungo periodo della vita in cui ho osservato l’adolescenza degli altri. Ho avuto i miei baci, i miei battiti e i sospiri, ho avuto i vetri delle auto appannati, ma mi sembravano incidentali rispetto a quegli anni immobili trascorsi soprattutto sull’autobus, tra casa e il liceo, 45 minuti all’andata, un’ora al ritorno, ogni giorno. Un tempo infinito di pensieri a cui è difficile dare forma, anche oggi. E mi chiedevo quando le cose sarebbero successe anche a me, come a tutti, con una frequenza sufficiente da chiamarla vita. Il francese dalle orecchie a sventola durante le vacanze, la separazione dei miei genitori e una volta che fui ricoverata per una ciste ovarica erano tutti accadimenti casuali, significativi ma conchiusi, anelli singoli, incapaci di unirsi in una catena. Purtroppo-per-fortuna continua ad essere così, per me: la vita, più di quella che vivi, è quella che pensi. Nei ricordi più densi.

Purtroppo-per-fortuna penso all’amore, sempre. Penso ai miei figli e mi viene un tono insopportabile, melòmammatico, ma mi offrono risposte assolute a domande impossibili. Penso a chi c’è e chi no, al fatto che confidiamo nel tempo, crediamo di aver tempo da perdere e invece nel tempo ci perdiamo. Ma soprattutto penso che purtroppo per fortuna tra le persone non esistono premi di consolazione: o l’amore è abbastanza o non è amore.

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Breve catalogo delle piccole solitudini estive.

Le città, in estate, sono popolate da matti, badanti, gente di passaggio in una pausa fortuita tra una destinazione e l’altra, e donne al limite dell’esplosione. Sono future madri a termine, ottavo o nono mese, che non si fidano a mettersi in viaggio, perché solo la Vergine Maria e Angelina Jolie partoriscono all’estero. Quando vedo una donna incinta d’estate provo una solitudine tutta mia, che non ha a che fare con l’invidia, è più un ricordo di una malinconia. È l’unica attesa che si è tradotta in una realtà al di sopra delle mie aspettative, nel bene e nel male. Quelle donne letteralmente (ri)piene di promesse mi fanno sentire che no, quell’attesa non è più alla mia portata. Ce ne saranno altre, ma quella è passata.

L’altalena vuota e nessuno a fare la coda. Non hanno voglia di andarci nemmeno i miei figli. Niente fa sentire solo un bambino come l’assenza di un turno da forzare.

La mia piccola solitudine estiva la ritrovo in ogni strada che è libera dall’incontro accidentale, la città senza la smania della ricerca, perché io cerco sempre qualcuno quando cammino. È un’abitudine silenziosa. Ma so che non siete qui, siete al mare, ad amare, siete con chi vi pare. La mia piccola solitudine estiva è un sollievo e nelle vetrine finisco per cercare solo me stessa o un bar con un cameriere che non mi conosca.

La mia piccola solitudine estiva mi ha colto l’altra notte, quando ho ucciso due scarafaggi che stavano accoppiandosi. Mi fa sentire molto sola occuparmi degli scarafaggi che di tanto in tanto mi scorrazzano per casa, figurarsi quando quelli stanno pure scopando. Loro.

Le piccole solitudini estive sono tutte nei selfie. Che in un selfie sei tu che sorridi a te stesso, magari sei solo, magari sei solo con qualcuno a cui non hai più voglia di chiedere una foto. A pensarci anche chiedere una foto è una piccola solitudine estiva. Non c’è persona nei dintorni che ti immortali senza motivo, che brutto non essere il più bel paesaggio per qualcuno.

Penso a chi manca con una forma di nostalgia buona. Mi pare sia solo andato in vacanza chi non c’è e che a settembre tornerà. Le mie solitudini estive me le coltivo sul balcone, ascoltando il silenzio dalle altre finestre. Si sono tacitati anche i porconi delle madri che mandano i figli a dormire, sono rimasta solo io a fare la guardia ai lavaggi dentali, quelli serali.

Le mie piccole solitudini estive hanno a che vedere con rabbie silenziose. Con certa gente che leggo o che incontro. Teste così di cazzo che mi imbarazzo. E finisco per ringraziare che l’uomo usi solo il 10% delle proprie facoltà mentali, perché questi, a pieno regime, non oso nemmeno immaginare.

La mia piccola solitudine sono io che torno dalla montagna con felpe sporche di fango e terra e mi si rompe la lavatrice, allora mi prendo il carico di panni sporchi, vado al lava-asciuga automatico, è sabato. E prendo i gettoni, 7 per un carico da 12 chili. Portata massima. Ma no, non lo è. Perché la portata massima della mia solitudine io la ricordo. Vivevo nella mia prima casa, soffrivo d’amore e soffrivo di rancore, non avevo la macchina e per dimostrare a me stessa che ero indipendente andai in un negozio di stampe e mi comprai un manifesto di “Jules e Jim” enorme da mettere in camera. Me lo trascinai per quattro chilometri, abbracciata al vetro come in un tango, guancia a guancia con Jeanne Moreau. Mi fermavo ogni tanto per prendere fiato, fui tentata di gettarlo nel fiume, ma non lo feci. Arrivai a casa e lo misi in un angolo, maledicendo Truffaut.

La mia piccola solitudine estiva è che ci metto del tempo ad abituarmi alla vacanza. Quando ho preso il giro, ho le coordinate di un posto nuovo è già tempo di ripartire. Mi sa che è una specie di metafora della vita intera, che partire è un po’ morire.

E poi c’è il corpo più esposto d’estate. Se un corpo è esposto a una passione forte, si scalda. Dopo un grande innamoramento, come dopo una scottatura, tende a tornare freddo e la sera arrivano i brividi. Dobbiamo avere più cura dei nostri raffreddamenti e delle nostre piccole solitudini.

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(Nella foto io che torno dalla montagna e scopro che la lavatrice è rotta e che l’unico vestito pulito però fa pendant con la lavasciuga a gettoni. Le mie piccole solitudini estive sono chic).

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