“Ti penso ma non ti cerco” di Bukowski e il bat segnale della suca amorosa.

Caro Charles,

certo non sapevi, quando hai scritto Ti penso ma non ti cerco, che la tua poesia sarebbe diventata in un punto preciso del futuro, dopo la tua dipartita, un bat-segnale della sfiga amorosa. Immagino che, ubriaco come una zampogna scozzese, ti fossi messo davanti al tuo taccuino per scrivere due righe a una donna amata. E invece a volte i posteri se ne escono con delle sentenze davvero paradossali. In pratica accade che le donne in sofferenza sentimentale a un certo punto postino sui social questa tua poesia, in una variante piana di sottintesi che posso parafrasare con “ti penso ma non ci cerco e allora posto ti penso ma non ti cerco così che lui sappia che lo sto pensando ma non lo sto cercando, anche se mando le mie amiche sentinelle a fare una ricognizione quotidiana sulle sue stories di instagram, per vedere se anche lui mi pensa ma non mi cerca”. Non è molto poetico lo ammetto, ma così è.

“Ti penso ma non ti cerco” è il messaggio in codice per eccellenza, sei in buona compagnia eh, te ne stai vicino vicino ai versi di Mari e di Arminio, voi non siete poeti, siete collaborazionisti dei cuori infranti, siete partecipi di drammi silenti e di messaggi in codice che cadono nel vuoto, per quanto vi sentiate assolti siete per sempre coinvolti. Perché lui, il lui pensato e non cercato, no, non capisce, non lo coglie il bat-segnale della sfiga amorosa, in compenso io sì, io lo colgo, io sono il Gordon dei social delle mie amiche, sono il cavaliere oscuro della suca tra amanti e vorrei abbracciarle tutte quelle amiche, anche quelle che non conosco bene. Detto questo caro Charles, analizziamo il tuo Ti penso e non ti cerco, mi viene da dire che suonasse bene anche ti cerco senza pensarci. E invece no.

“Ti penso ma non ti cerco” vince su “non sei tu, sono io”, su “ti amo a modo mio”, sul tizio che mi disse “se mi innamoro non te lo dirò mai” creando quello che è passato alla storia come il paradosso del coglione. Non me lo dice che mi ama perché è innamorato? O non me lo dice perché non è innamorato? Mi pensa! E da cosa lo deduci? Dal fatto che non mi cerca. Ah beh, certo, potresti anche girare il picciolo della mela e vedere se si spezza all’iniziale del suo nome, è un metodo scientifico sai?

Non potevi scrivere qualcosa come: Le persone che si sognano di notte bisognerebbe chiamarle la mattina, la vita sarebbe più facile (non è la tua amica Aldona Merini, è una citazione dagli amanti del Pont Neuf). Non potevi lanciare un trend si telefonate romantiche con l’alzabandiera? no eh? No, perché siamo gente che non investe nell’amore, siamo gente che investe nel rimpianto, è più sicuro. L’amore finisce, il rimpianto è per sempre.

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Voglio una vita Hygge.

Hygge in danese. Kose in norvegese (“che fai nella vita? Faccio Kose non vedo gente”). Lo stile di vita più fotogenico di sempre. Quel certo modo di godersi la casa, soli o con pochi amici, intimo e accogliente, un’intimità nei bei toni del beige e del carta da zucchero, con il giusto colpo di luce a esaltare la romantica posa della giovane donna che legge rannicchiata sul divano sotto la copertina. Tu vuoi essere Hygge, non lo sai pronunciare è vero, ma lo puoi essere, se ti ci impegni, fai stretching, anche tu ti sai rannicchiare da Dio e, come è vero che ti chiami Enrica, possiedi anche un libro. Ma forse non basta. Per l’hygge sono fondamentali le candele aromatiche. No candele no hygge, i danesi sono dei cazzo di satanisti, accendono candele che manco in un sabba, ma invece di sacrificare capretti immolano avocado. Candele e avocado, ce le hai. Quindi torni a casa, ti mangi il tuo pokè*, accendi una candela e dici buona serie. Guardare le serie è molto hygge, allora ci provi. Ti piazzi sul divano, con il Mac sulla pancia, le gambe stese con i piedi su una sedia (non hai il poggiapiedi in piedipull hygge ma ti stai organizzando) e cerchi su Netflix, e cerchi su Netflix, cerchi su Netflix, per circa tre ore, una maratona di ricerca su Netflix. Non sai deciderti, hai la sindrome post traumatica da Lost, ogni volta che ti appropinqui al play una vocina nella tua testa ti dice “no, non lo fare, ti sedurrà e ti lascerà con un pretesto da tema delle medie tipo e poi mi sono svegliato ed era tutto un sogno”. Intanto accade l’irreparabile: l’aria ha raggiunto un grado di saturazione del 98% per aroma di zenzero e cannella del Madagascar, non c’è ossigeno, perdi i sensi, rischiando la morte per asfissia. Ti risvegli alle tre di notte, con la bocca impastata dalla soia del pokè e realizzi che la serata non è finita. Rivesti il tuo ruolo di buon sagrestano zoppo (perché le ginocchia, dopo quattro ore di sospensione coi piedi sulla sedia, ti si piegano al contrario come quelle dei cammelli) e spegni le candele una a una. Finalmente puoi andare a dormire, ma realizzi che devi togliere gli ottocentosessanta cuscini ornamentali che hai tatticamente posizionato sul letto, perché i cuscini sono molto hygge, i danesi hanno evidentemente un esubero di teste, discendenti dell’Idra di Lerna, adorabili multicefali che non sono altro.

Ti sdrai, ma ti ricordi di non avere ancora immortalato nulla della tua serata hygge e se non si fotografa l’hygge non esiste, è il Loch Ness degli stili di vita, quindi accendi il barattolo Bormioli Rocco con lucine sberluccichine che tieni accanto al letto come abat-jour, cerchi una posa per dare la buonanotte agli amici on line che diversamente incontreresti ma ora no, perché sono hygge pure loro e quindi ognuno a cazzi suoi. Manca qualcosa… la tisana! La tisana è hygge, sono idratatissimi i danesi e anche i norvegesi, che fin qui ho trascurato, ma con tutte quelle tisane rilassanti, drenanti, sgonfianti che si puppano in diretta instagram, sono in grado di assorbire i gas dei loro fiordi, figuriamoci dei loro ventri. Fai la foto, ma non sei soddisfatta, ci vogliono più piedi, più calzettoni, più lucine, forse un libro, più gatti morbidosi che fungano anche da poggiatesta, candele, datele una candela, piove piove acqua di limone, se non c’è l’acqua di limone va bene anche un tè o almeno un maglione in lana di vetro con brutte fantasie natalizie… A te un avocado subito! Quando il letto si trasforma in un set di accumulatori seriali di robe danesi, sei pronta a scattare, ma arriva tuo figlio di otto anni a cui scappa la cacca. E ti innervosisci perché i tuoi figli non collaborano, a otto anni mica li puoi più fotografare in pianta, dall’alto, mentre fanno facce buffe tra una zucca e un mucchietto di castagne. E poi prova a fargli mangiare un pezzo di avocado a quei due e il pokè te lo mettono per cappello. Tuo figlio deve fare la cacca, alle quattro di notte, la tua realtà è questa e corre al cesso, la tua vita è troppo movimentata per essere fotogenica, viene tutto mosso. Perché sai, alla fine lo sai, che, in questo mondo hygge, sarai sempre più pop.

*una merdosissima insalata di riso che però viene arata come un giardino zen e rifinita con l’avocado precedentemente sgozzato e sezionato e quindi è hygge e si chiama pokè e non merdosissima insalata di riso.

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Spesso più che il male di vivere, ho incontrato il vivere male (e mi perdoni Montale).

Spesso più che il male di vivere, ho incontrato il vivere male (e mi perdoni Montale). Con il giorno che dà un calcio a quello dopo per mandare avanti il tempo. Con la voglia di cambiare, ma non sapere da dove iniziare. Quel vivere male da dimissionari, quando il “fuori” non è più lo spazio dove tutto è possibile, il fuori è solo una minaccia, la fonte infinita di nuovi livori.

 Spesso la paura di vivere ho incontrato. Perché vivere se ci rifletti è un’esperienza terrorizzante: abbiamo corpi (e peggio ancora mettiamo al mondo corpi) a cui può succedere ogni genere di sventura, siamo bombe a orologeria biologiche. Siamo delicati, sottili, con la pelle che ci fa sentire tutto e ci ostiniamo a correre con le forbici in mano. Fa paura vivere perché dura tantissimo se sei infelice e se stai bene dura niente.

Spesso (e per nulla volentieri) chi ti insegna a vivere ho incontrato. Ed immancabilmente mi ha infastidito, turbato. Per quanta esperienza tu abbia, è troppo poco tempo che sei su questa terra per venirmi a raccontare cosa è bene cosa è male. I saggi lo sanno e infatti non ti insegnano a vivere, al massimo rimpiangono di non avere più tempo per fare nuovi errori. Segui il cuore, ti dice uno, segui la mente, ti dice l’altro, ma per me vale sempre e solo l’agire a sentimento, che non vuol dire a istinto, vuol dire “a bontà tua”, “a umanità”, con tutta l’empatia che puoi, anche quando ti trovi di fronte a gente impossibile. È facile che dopo aver empatizzato l’altro continui ad essere detestabile, accade, ma almeno, una volta calato nei suoi panni, dovrebbe essere più facile dargli dei gran calcioni nel culo con le sue stesse scarpe.

 Spesso la solitudine di vivere ho incontrato. Teneva a braccetto tutte le persone male accompagnate, anche da loro stesse. Chi è solo viene rassicurato: da qualche parte c’è la tua anima gemella.  Ma io non faccio il paio nemmeno con me, figurarsi se ho voglia di trovarmi una gemella in cui specchiarmi e sputarmi. Io non voglio l’anima gemella, voglio l’anima sentinella, quella che ti gira attorno, vicinissima anche a distanza e ti guarda le spalle, si prende cura. Le anime sentinelle non si allontanano mai troppo, ascoltano se ti va di parlare, perlustrano il campo, ti danno il via libera o il resta, se è il caso di restare.

Poi c’è l’isolamento, che è diverso dalla solitudine, e raggela il sangue. Un corpo medio ha cute da accarezzare per circa due metri quadri, spanna più spanna meno, la dimensione di uno sgabuzzino che è sempre il posto più freddo di un appartamento. Quando non si è felici, nessuno accarezza il nostro corpo, non si è amati, ci si sente chiusi in uno sgabuzzino, dimenticati. È transitorio, bisogna ricordarselo, anche i regali di Natale se ne stanno chiusi per un sacco di tempo negli sgabuzzini o negli armadi, almeno finché arriva il loro momento.

E il momento arriva, perché spesso la sorpresa del vivere ho incontrato. La leggerezza improvvisa, lo sguardo che t’aggancia e che ti porta l’anima in salvo, l’allegria inattesa, la fatica che allenta la sua presa. E finalmente tutte le paure, le solitudini, i mali e i dolori che hai vissuto sembrano passanti distratti a cui non devi nemmeno un saluto.

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Foto: Susanita

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L’immotivato romanticismo di un’allegra pessimista (la teoria del decollo).

Ma sei proprio sicuro che io ti piaccia così tanto? Guarda che mi sveglio di buon umore, con me non funzionano tutte quelle gustose battute che vanno tanto sulla dipendenza da caffè, sui referendum per decidere se dividere il corpo dal letto, dove vince il no. Io mi sveglio, mi alzo e addirittura parlo, a volte comincio a chiacchierare ancora tra le coperte. Ma non racconto i sogni. E resto interdetta quando qualcuno mi dice “sai, ti ho sognato stanotte” senza specificare come, dove e perché. Ecco lì io mi immagino sempre di essere stata protagonista onirica di uno snuff movie. E poi comunque raccontare i sogni non rende.

Sono così démodé, non mi dà fastidio chi applaude in aereo, all’atterraggio. Lo so, va forte odiare gli applauditori aeroportuali, per me è da cinici. Il cinismo è l’esperienza senza empatia. Ti sale quando hai dimenticato quanto è difficile essere l’ultimo arrivato, quanto è complicato fare qualcosa per la prima volta. La prima volta che voli da solo, per esempio, ti guardi intorno con circospezione, controlli tutto mille volte, arrivi prima, chiedi, ti fai aiutare, dimentichi l’acqua al metal detector, la butti via all’ultimo, ti metti in coda all’imbarco, sali sulla navetta, aspetti, sali, ti siedi, ti guardi intorno, stringi il bracciolo quando decolli e all’atterraggio ti viene da applaudire. Dalla seconda volta prendi confidenza, sai cosa ti aspetta, dalla terza sei pronto a guardare dall’alto in basso gli sprovveduti intorno a te. Non applaudi all’atterraggio, che sciocchi quelli che applaudono, che sciocchi quelli che aspettano in piedi all’imbarco che tanto i posti sono assegnati, cosa aspettano? Che furbo tu che sai, che hai appreso le mosse. Che furbo e che scemo, io ho talmente fatto il giro del cinismo che guardo dall’alto in basso chi guarda dall’alto in basso la claque da atterraggio. Ci sarà sicuramente qualcuno che guarda dall’alto in basso me che guardo dall’alto in basso il cane che morse il gatto che mangiò il topo che al mercato l’aereo atterrò. Vivo nella consapevolezza che siamo tutti lo screenshot beffardo di qualcuno, bisogna farci i conti.

Non ho la patente. La verità è che questa notizia, in una prima fase di conoscenza, è colta sempre con slancio, quasi entusiasmo: “ma dai! Neanche tu la patente? Anche un mio zio cieco non l’aveva, pensa che meravigliosa coincidenza”. Poi il malcapitato finisce per tentare di convincermi a iscrivermi a scuola guida facendomi vedere tutta la maratona di film apocalittici dove si salva solo lo stronzo che guida il camioncino polveroso. Se non prendi la patente condanni l’umanità all’estinzione.

Ma sei sicuro di trovarmi interessante? Sono strana, piena di paure. Dei messaggi vocali, per esempio. Non tutti tutti, mi fanno paura i primi vocali ricevuti da un conoscente, ho sempre la sensazione che sia Samara, la bambina di The ring. Interferenze varie e poi… ti mando un vocale di dieci minuti soltanto per dirti: sette giorni e decedi!

Lo sai vero che verrà il momento in cui la mia risata ti infastidirà.  È che io mi do fastidio da me, non ho bisogno di qualcuno che si infastidisca ulteriormente, uno a cui un tempo piacevo, tra l’altro. Bello, bello l’inizio in cui ci si dicono le meraviglie, ma guarda che caso tu tra mille. Ma poi c’è il poi, in cui tutte le cose un tempo buffe ti fanno sbuffare. Prima: la tua risata, ah la tua risata che assurda follia, spariscono gli occhi, arricci il naso, tiri indietro la testa, un ictus, ma un ictus da cui sopravvivi, ogni risata è un preludio a una buona notizia, non sei morta nemmeno stavolta. E poi: la tua risata, la tua risata rumorosa, copre tutto, non puoi ridere più piano? È una risata esibizionista, non potresti andare a ridere in bagno? Ma più del come è il cosa. Cosa ridi? Cosa avrai tanto da ridere?

C’è la possibilità concreta che un giorno la mia risata ti renderà triste, l’ho già visto accadere.

Però ti piaccio. Si vede, mi sembra, per ora. E quindi, per una volta, uno potrebbe anche smettere di pensare a dove tutto va sempre a finire, a dove tutti i piacersi si vanno a schiantare e fare qualcosa di nuovo, di sovversivo, qualcosa da far schiattare i cinici, tipo un atto di fede immotivata, tipo applaudire al decollo.

Illustrazione: Letizia Rubegni.

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Centometristi della felicità (riassunto approssimativo di due settimane di vacanza con prole).

Non avevo due settimane consecutive di vacanza da quando le ho trascorse nel liquido amniotico materno. Quindici giorni senza lavorare sono quindici giorni di figli, nel mio caso due, maschio e femmina, vicini ma non gemelli. “Che bello! Due figli così vicini si faranno compagnia” dicevano. Sì, ma intesa come compagnia = unità militare terrestre composta da personale con specializzazione ed equipaggiamento omogenei che raggruppa più plotoni e bla bla (continua su wikipedia). A dividerli sono 23 mesi e più o meno 1257 motivi per menarsi. Li avete mai visti i cani da slitta? Ecco, i cani da slitta corrono verso una direzione se dai loro una direzione, se per caso ti fermi, ti distrai a guardare il paesaggio, ti stanchi e prendi respiro iniziano a scannarsi tra loro, si saltano addosso, si mozzicano, abbaiano. Così Marta e Lorenzo quando usciamo. Noi dobbiamo correre costantemente, precisi, spostamenti circostanziati e obiettivi definiti perché se ci fermiamo si azzuffano. Lei urla soprattutto, lui le dà dei piccoli colpetti sulla pancia con il dorso della mano, uno scatto secco, non credo che lo faccia apposta, immagino sia più un riflesso condizionato di fratellanza. Ti ho a portata di mano, ti devo menare.

In casa le cose non vanno meglio, si aggirano per le stanze in un unico bolo di gambe, braccia, capelli tirati, bava, caccole, vestiti stropicciati, pulviscolo, lapilli, può contenere tracce di noci, arachidi e frutta a guscio che fa comunque Natale. I momenti più lirici arrivano quando ci mettiamo al tavolo a fare i compiti. Il fatto che lui sia due classi avanti è fonte di interminabili discussioni perché ogni occasione è buona per ribadire la sua supremazia intellettuale. Marta parte leggendo (lentamente, lo stampatello minuscolo lo ha metabolizzato da poco) e lui le finisce la frase. Cosa che la fa incazzare come una bestia, le sale la Cipollari, Maria io esco, si nasconde in camera col broncio. È capace di rancori eterni, irredimibili, questa seienne è l’adolescente più giovane che conosco, però sa che imparare a leggere deve, è terrorizzata dall’idea che le maestre la riprendano, di far brutta figura. Quindi la minaccio di darle note da portare a scuola, “se non stai brava vado a parlare con le maestre”, siamo arrivate a questo livello di schizofrenia di ruoli.

Mi faccio ripetere la lezione da Lorenzo. Verifico che la pastorizia stia ancora lì dove stava ai tempi miei, così pure la transumanza i muschi e i licheni. Nessun colpo di testa tra gli australopitechi che continuano a fare cose da australopiteco. Di tanto in tanto lui mi diletta con indovinelli di sua invenzione: il colmo per un vestito? Mettersi nei panni degli altri. Poi ride fino al vomito, nel frattempo Marta gli ruba la cancelleria, ma tanto lui non se ne accorge perché ha un senso del possesso che fu prealessandrino (a proposito qualcuno mi spiega cosa significa questo verso di Battiato, mi interrogo da anni e vorrei aprire un dibattito). Alla fine è un tripudio di penne cancellabili senza proprietario. Le penne cancellabili hanno di bello che sono davvero cancellabili, di brutto che se per caso lasci il quaderno sul termosifone lo ritrovi fresco di cartolaio, in pratica il calore e l’umidità cancellano tutto. Inchiostro sei simpatico, ma anche meno. Conclusasi la sessione di studio pazzo, si passa all’occupazione preferita dei miei figli in vacanza ovvero implorarmi di mettere l’altro in castigo, il castigo che sognano per la carne della loro carne è in realtà la trama del Conte di Montecristo: mamma, potresti chiuderlo in una torre per vent’anni, però senza simpatici vicini di cella, solo. Se è possibile potrebbe anche mangiare i suoi escrementi. L’altro rilancia: sarebbe bello attaccare gli arti di Marta a quattro cavalli diversi e lanciarli in direzione opposte, giusto per vedere l’effetto che fa.

Eppure non ho voglia di tornare in ufficio. Mi piace stare qui, anche perché ho trovato un modo perfetto per neutralizzare i miei figli. Bambini, amici, coetanei, ospitati in modalità b&b, volendo anche pensione completa. L’unica accortezza è che siano in formazione pari e dotati di specializzazione ed equipaggiamento omogenei rispetto alla prole residente. In questo senso la bambina/o bambina che si accompagnerà a Lorenzo dovrà avere una buona resistenza agli indovinelli o una fornitura completa di bustine adrenalin; la bambina/o che si accompagna a Marta dovrà avere una passione per il cinema di Almodovar e per le seienni sull’orlo di una crisi di nervi. Per dire che amo davvero avere la casa piena di coinquilini bassi, non c’è un filo di ironia in questo, nessuna battuta, è il momento in cui mi fermo e mi prendo il gusto di verificare che siano ancora tutti lì i bambini (piccoli australopitechi che non sono altro), a fare cose da bambini, a dirsi i segreti all’orecchio con quel sussurro urlato che il segreto lo sanno pure a Campobasso. A correre subito velocissimo, senza pensare di tenere le energie per dopo, sono centometristi della felicità. E soprattutto verifico il bolo che diventa la casa, un unico magma primordiale, fatto di giochi bustine muschi licheni penne cancellabili pastorizia brillantini montecristi (monti di montecristi invocati da me) peli di cane da slitta può contenere tracce di noci arachidi e frutta a guscio che fa comunque Befana.

Illustrazione: Letizia Rubegni.49582293_133296264279237_5188556334517190656_n-1.jpg

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365 volte m’amo non m’amo. M’amo.

E faccio m’amo non m’amo con i giorni passati, 365, dispari, così finisce sempre, grazie al cielo, che m’amo. Nonostante tutto, nonostante quello che non sono riuscita a fare, nonostante quello che mi è mancato, nonostante dove sono mancata io. Continuo ad avere questa vita col doppiofondo, forse tutte le vite ne hanno uno, fatto di quello che non diciamo nemmeno a noi stessi, di quelle cose piccole e insidiose, che teniamo ben chiuse. Continuo ad andare in ufficio, tornare a casa dai miei figli, prenderci il meglio, metterli a letto, raccontarci storie e poi altre storie le racconto solo a me quando scrivo fino a tardi, le parole sono il mio premio di consolazione per quanto mi sento di aver perso.

Mi distraggo e perdo spesso: persone, occasioni, innocenza, amori. Sono quella luce che si spegne per ultima nel cortile, do la buonanotte a un intero condominio, non me lo ha chiesto nessuno e nessuno lo sa, lo faccio per me. Se mi guardo da qui, da sopra questa montagna di giorni, vedo tutto, le chiacchiere, i viaggi, le liti, le incomprensioni, le brutte notizie, le bellissime novità, le corse, l’intimità, gli incontri (che incontrollabile magia sono gli incontri fortunati) e vedo la fatica e la sofferenza per un amore finito, che a pensarci ora mi vien da ridere: possibile che non avessi di meglio da fare che soffrire? Da qui mi vengono in mente altre mille alternative. Tipo sbrinare il frigo, per dirne una.

E vedo la fatica che mi è costata mettermi il cuore in pace, la vedo ma non la sento più, la fatica. Quando ci si lascia, anzi quando si supera la soglia del lasciate ogni speranza voi che uscite (leggi speranza di recuperare il passato, di tornare con la persona amata, di recuperare il rapporto), si percorre una via irreversibile, dolorosa, ma anche salvifica verso l’altrove, il futuro.

Mettermi il cuore in pace non è stata la parte più difficile. La parte difficile è mettersi il corpo in pace. L’amore è possessione, non è un caso che la vita si faccia spazio nel corpo per poi uscire alla luce. La mancanza è fisica più che emotiva e passa attraverso gli oggetti, è un’assenza tangibile e dolorosa. Le cose che hanno riguardato Il Grande Assente hanno terminazioni nervose e ti fanno male. Ti fanno male i vestiti. Uno in particolare, lo ritrovi nell’armadio tempo dopo, lo indossi e ti brucia la pelle. È morbido, cade lungo, non ha tasche, se le avesse avresti trovato un lancinante scontrino. Sanno essere così bastardi gli scontrini, quelli con scritta la data, il luogo e anche la consumazione.

I neonati hanno i doudou, il pupazzetto che si mette nella culla per rassicurare il piccolo con l’odore dei genitori, in loro assenza. Oggetto transizionale si dice in gergo da pedagoghi, giusto per sottolineare quanto sia materiale il distacco. Ogni volta che vedi il modello della sua auto senti una fitta, tu che non riconosceresti una Cinquecento da una Maserati, hai imparato a distinguere i tuoi doudou. Ti fa male il letto. Dopo esserci stati insieme lo ritrovavi spostato verso la finestra di qualche centimetro, era l’unità che misurava quanto vi foste spinti più in là nei vostri desideri. Da quando vi siete lasciati quel letto è fermo, immobile, senza vita. Ti fanno male i capelli, che hai tagliato come forma di privazione, per dimostrare che sei un po’ meno tu. Ti fa male il gatto con cui lui faceva grandi discorsi quando stavi in bagno, ti piaceva pensare che parlassero di te. Questo è.

Poi un giorno dispari succede che tutti quegli oggetti non ti fanno più male, al massimo ti fa male il frigo da sbrinare. E ti prende una strana euforia, una strana allegria da giorno dispari, da giorno buono, da giorno che m’amo.

Illustrazione di Letizia Rubegni.49346005_2137494596315286_8577307757516947456_n.jpg

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Il tuo nido sono le tue ali.

Il tuo nido sono le tue ali, le tue braccia chiuse al petto e nel petto il cuore si sente comodo, nel petto il cuore si sente stretto. Cullati prima di dormire, cantati una ninna nanna a bocca chiusa. Suona con le dita le ossa del costato, concediti di essere la tua musa, conta i tasti al metronomo del respiro, senti dove la pelle è sottile e dove si fa più spessa e per l’amor di dio non andare a letto arrabbiata, fai pace con te stessa.

Il tuo nido sono le tue ali, le tue braccia chiuse al petto e nel petto il cuore si sente comodo, nel petto il cuore si sente stretto. Datti ascolto, mentre parli e poi a luci soffuse, proietta un bel film sulle tue palpebre chiuse. Uno dove si ride si piange si urla di paura e per ogni virus letale si trova sempre una cura. Fai il tuo puzzle dei pensieri, all’esterno quegli lievi all’interno quelli seri e guardati bene da concludere il gioco, che un puzzle finito è un inutile oggetto, un quadro da poco.

Abbraccia il tuo lato illogico, il contro natura e dell’irrazionale che devi aver cura: è che sei nata piangendo, come l’umanità, ma ti senti tagliata per la felicità.  Lascia al domani l’ultima parola ma preparati al lusso di bastarti da sola. Perché il tuo nido sono le tue ali, le tue braccia chiuse al petto e nel petto il cuore si sente comodo, nel petto il cuore si sente stretto. E la sola certezza in questi tempi inquieti, di sorrisi tristi e di pianti lieti, di arrivi, di incontri, di amori e viavai, è che dal tuo abbraccio spicchi il volo e al tuo abbraccio tornerai.

foto: Susanita48373240_523517914801836_3633841962219470848_n.jpg

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