I miei figli hanno più vita sociale di me. Le feste di compleanno.

Lorenzo e Marta, 6 e 4 anni, hanno una vita sociale più intensa della mia. È un dato di fatto, ogni giorno tornano a casa con un invito, ogni settimana hanno un party di compleanno. Quando i genitori si uniranno in mega rave cumulativi stagionali per festeggiare i propri figli una volta per tutte sarà sempre troppo tardi.

Parlare di generiche feste di compleanno non è comunque corretto, sono più deliri partoriti dalla mente di John Landis, genere Animal House antiscivolo version. Pare che le antiscivolo siano fondamentali, no antiscivolo no party. È una parola d’ordine. Fidelio? No, Antiscivolo.

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(Qui la scena in cui il buttafuori della festa mi cazzia perché ho dimenticato le antiscivolo).

Ho scoperto che coadiuvano l’effetto calcio saponato quando i bambini pattinano nel loro medesimo sudore, perché da quando entrano nei gonfiabili/salterelli/castelli plasticoni non fanno altro che sudare. Il sudore tra l’altro è un grande argomento di conversazione tra le mamme astanti. Gli eschimesi hanno novantanove modi per dire neve, noi rintracciamo le stesse sfumature nella traspirazione dei nostri figli.

A sudar freddo invece sono i padri, in rigorosa minoranza. Per incentivarne la partecipazione suggerisco di fare come ai miei tempi in discoteca con le ragazze: ingresso papà gratis + consumazione omaggio. Il padre arriva spaesato e tiene la giacca, fingendo di essere impegnato al telefono in una conference call con i compratori dalla Corea. Peccato che faccia il ferroviere. Le madri invece conoscono la procedura e la applicano con puntiglio.

Fase uno: avvicinamento saluti.

Fase due: generici commenti sulla scuola: “non hanno ancora fatto il corsivo, ai nostri tempi però, boh ormai cosa serve il corsivo faranno tutto al computer”.

Fase tre: sudore. Madonna come sudano, hai visto come sudano? Sudano davvero tantissimo. Ma lo sai che il 75% del corpo umano è composto da acqua sudorosa? Hanno più sudore che anima.

Fase quattro: a forza di tutto sto sudore mi sento disidratata, secondo voi un po’ di birra, pare brutto?

Fase cinque: Io non fumo da quando sono rimasta incinta sette anni fa, però casualmente ho qui un pacchetto…

Fase sei: breve fuga in esterna.

Poi scatta puntuale il “Vabbè, visto che i bambini sono tranquilli, ne approfitterei e andrei a fare una commissione”. E tu che speravi di dirlo per prima, ma hai perso il momento propizio, vorresti urlare: “Eh no, son tre feste di seguito che devi andare a fare una commissione, siamo nel mezzo nel nulla, dove sorgono tutti gli Eden dei salterelli che si rispettino, parlaci di questa minchia di commissione, avanti!”. E invece rispondi: “Uh vai pure, lasciami i tuoi due gemellini adorati Diletta e Costanzo, li guardo io”. I due piccolini, i cui veri nomi sono Delitto e Castigo, intanto prendono tuo figlio da gambe e braccia e tentano di disarticolarlo secondo l’antica tortura romana della trazione. Va detto che lui ride, è sportivo in quanto a supplizi medievali. Tu che non vuoi screditare la tua fama di mamma aperta e libera, di madre che non interviene mai (e mai in difesa del suo pargolo) perché se la possono cavare da soli, sorridi: “Lori dai, vieni qui, che c’è la torta, finirai di farti torturare dopo che a stomaco pieno magari riesci anche a vomitare”.

Le torte si distinguono in: le belle senz’anima (dai colori lisergici fuori in compensato dentro); le brutte ma buone (crostate alla frutta stortignaccole ma commestibili, vintage); il terzo tipo. Le terzo tipo vengono da vegan, il pianeta dove ogni crema ha l’aspetto e anche il gusto della Somatoline Cosmetic Lift. Se mi chiedete perché conosca il gusto della Somatoline sappiate che una volta per sbaglio l’ho usata come dentifricio.

Dopo le candeline e la canzone, rigorosamente cantata anche in inglese perché in questa modernità è importante stonare in diversi idiomi, si passa alle grandi manovre del “s’è fatto tardi”. E qui si comprende perché la pace e la concordia siano un’utopia. Tutti d’accordo sulle meraviglie del sudore e nessuno a cui venga l’idea di coordinarsi e andare via all’unisono. Inizia la prima mamma: “cinque minuti e andiamo eh, AntonGiulio”. E AntonGiulio risponde sempre “no, dai, ancora uno”. Ancora uno è l’unità di misura del procrastinare infantile (che poi ancora uno di che? Ancora un litro di sudore? Ancora un giro del mondo sull’asse terrestre? Uno di cosa?).

Si passa  all’effetto cordata. “AntoGiulio andiamo! Ultima chiamata”. E AntonGiulio risponde “quando va via GianMaria”. Ed è allora che tutte le speranze vengono riposte nella mamma di GianMaria. Sei il Messia, mamma di GianMaria, conducici fuori da tutto questo saltare, apri le acque del sudore. Ella si fa forza e prende GianMaria, GianMaria si assicura ad AntoGiulio, AntonGiulio a Diletta e Costanzo, Diletta e Costanzo si assicurano mani e piedi a mio figlio, mio figlio a Marta e così via, verso la salvezza.

17555424_10212969498620652_487806129_n.jpgIllustrazione di Letizia Rubegni (che mi vede come una splendida mamma Tim Burton).

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Dialoghi immaginari su Storie della Buonanotte per bambine ribelli (e madri bipolari).

Dialogo 1.

  • Hai comprato Storie della buonanotte per le Bambine Ribelli?
  • Non ancora, no.
  • Beh non ti lamentare poi se a Marta piace il rosa.
  • Sì, devo ammetterlo, a mia figlia piace il rosa, ma non me ne lamento.
  • … Insomma oggi le piace il rosa domani è corteggiatrice a Uomini e Donne.
  • Mi sembra un’estremizzazione assurda.
  • No guarda, io sono per la proibizione del rosa.
  • Ma cosa dici? Le piace il rosa, le piacciono le gonne, ok, ma non credo sia un problema. Anzi penso si sia ribellata ai primi tre anni in cui la costringevo a indossare i vestiti smessi del fratello.
  • Ma quale ribellione?! Non ci si ribella così. Se tu le leggessi le storie della buonanotte per bambine ribelli sono certa che allora sì, si ribellerebbe come si deve.
  • Non ho nulla contro questo libro che immagino meraviglioso, però al momento abbiamo sul comodino Frozen.
  • Frozen… La regina è potenzialmente lesbica, non sembra interessata agli uomini, va via nella solitudine. Frozen è ok.
  • Veramente a Marta piacciono molto i vestiti e i capelli di Elsa, per ora è interessata a quello. E anche al mostrone che sembra fatto di mashmallow.
  • Mashmellow cioè cibo spazzatura dell’America capitalista. Sessista e pure filo-Trump. Io veramente ti invito a fare un passo indietro e comprare Storie della buonanotte…
  • Ho cresciuto i miei figli coi cartoni Gender e le Hologram e Ti voglio bene Gender. Quando voglio fargli paura dico che arriva Adinolfi e li porta via. Veramente non credo di aver forzato in nessun modo i miei figli…
  • E infatti Lorenzo gioca a calcio e Marta ha quell’ossessione per il rosa.
  • Ma non è ossessionata, le piace.
  • Qual è la favola preferita di Marta?
  • Biancaneve!
  • Una che pulisce casa e si fa esuscitare da un principe a forza di limoni.
  • Biancaneve le piace per i nanetti, non le frega niente del principe, il finale non le importa… i cazzo di nanetti fischiettanti, ama quelli. Non vuole sposare un principe azzurro, Marta vuole sposare la sua gatta!
  • Enrica hai usato il termine nanetti, si dice persona piccola. E comunque l’altro giorno ti ho visto per strada hai detto a quella bambina “che bella che sei!”, non si dice alle bambine che bella che sei.
  • Ah no, e cosa si dice?
  • Che intelligente che sei.
  • Si stava infilando un dito nel naso e mangiava le sue stesse caccole… Prima di dire intelligente a qualcuno dovrei verificare la veridicità dell’affermazione.
  • Allora potevi dire “guarda che futura esploratrice, donna coraggiosa e dall’alto potenziale che ho di fronte”.
  • Senti no, mi rifiuto.
  • Sei sessista Tesio. È che non hai letto Storie della buonanotte per bambine ribelli, non hai modelli solidi da trasferire a tua figlia.
  • Beh modelli solidi… sai Margaret Thatcher è quantomeno discussa come figura femminile positiva.
  • Ecco la solita radical chic che sta a trovare il pelo nell’uovo.
  • No, è un problema dei modelli sai… sono sempre stilizzazioni della realtà. È per quello che preferisco le buone vecchie fiabe.
  • Tipo?
  • Tipo Pinocchio.
  • Vuoi dire la storia della buonanotte per bambini bugiardi?
  • Ma veramente il titolo è proprio Pinocchio.
  • Sessista anche quello, alla fine la donna è relegata al ruolo di una fata.
  • Ok, allora Alice?
  • Vuoi dire storia della buonanotte per bambine sotto LSD?
  • Alice nel paese delle Meraviglie.
  • Troppo bionda per essere ribelle.
  • Pippicalzelunghe?
  • Vuoi dire storia della buonanotte per bambine con disturbi oppositivi provocatori.
  • Ok, COMPRO STORIE DELLA BUONANOTTE PER BAMBINE RIBELLI!
  • Brava! Ribellati, però ribellati come tutti.

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Dialogo 2.

  • Ho comprato le Storie della buona notte per bambine ribelli.
  • Sei diventata fascista?
  • Madonna Santissima…
  • Non hai sentito cos’ha detto la Murgia?
  • Sì, ho sentito, in parte sono anche d’accordo ma…
  • Basta il titolo: “bambine ribelli” e i bambini maschi?
  • Sai magari è un titolo un po’ furbetto, ma conosco molti genitori che lo leggono anche ai figli maschi. Storie della buonanotte per infanti ribelli, sarebbe suonato male.
  • Tu sei una pubblicitaria, siete sessisti tutti.
  • Comunque poi c’è questo invito a dormire, bella ribellione! Prima grandi discorsi poi zitti e a nanna.
  • Beh immagino che dormire sia basilare per la sopravvivenza.
  • Sì sì, ma nessuno fa le rivoluzioni dormendo.
  • Questa discussione ha preso una strana piega.
  • Chi sono i modelli raccontati nel libro?
  • Modelli femminili forti.
  • Eccoci di nuovo: piccole femmine che devono essere come altre femmine. Bisogna insegnare alle bambine a essere ciò che vogliono.
  • Tipo?
  • Ma che ne so, prima correggiamo il problema del titolo.
  • Io propongo Storie del buongiorno per bambine, bambini, gatti, topi elefanti, non manca più nessuno ah sì anche case, libri, auto, viaggi, fogli di giornali… ribelli.
  • Bello il riferimento gayfriendly a Tizianone.
  • È per amor di completezza.
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I motivi per scegliere una fidanzata del NORD-SUD-OVEST-EST: IL SONDAGGIONE.

Su RAIUNO sabato è uscito questo sondaggio.

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Io lo trovo sconvolgente e soprattutto razzista nei confronti delle ragazze del vecchio West, del freddo Nord e del caldo Sud. Perché questa ghettizzazione delle femmine degli altri punti cardinali, mi domando? Con Andrea Bozzo lanciamo un nuovo sondaggio, questa volta esaustivo, per orientarsi nella scelta della propria partner.

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I motivi per scegliere una fidanzata del West.

  • Sa come far felice il suo cowboy.
  • Sa mungere una giovenca.
  • Per farla partorire basta solo bollire l’acqua e portare degli stracci puliti… nemmeno i costi dell’epidurale.
  • Non invecchia male perché spesso muore di parto.
  • Non mette pigiamoni, ma solo sexy-bustini strizza tette.
  • Non subisce il fascino dell’extracomunitario indiano.
  • Come dice lei “vuoi abbeverarti alla mia fonte, straniero?” nessuna mai.

I motivi per scegliere una fidanzata del Nord.

  • Le pelli di foca sono anallergiche.
  • Sa fare dei giochini erotici con il grasso di balena che levati.
  • Piedi freddi cuore caldo.
  • Dopo naso-naso sa ballare tutto il tuka-tuka.
  • Guida la slitta coi cani e non la parcheggia in doppia fila quando porta i bambini a scuola.
  • Sa come si manda avanti un igloo.

I motivi per scegliere una fidanzata del Sud.

  • Come recita il detto: donna che fa la melanzana è tutta tana.
  • I suoi baffi alla Magnum P.I. fanno un bell’effetto revival anni Ottanta.
  • Addormenta i figli al suono del suo romantico mandolino.
  • Non tromba perché “Anto’ fa cardo” ma poi basta un tè e passa la paura.
  • Ha la frittura nel sangue.
  • Se mette il broncio basta un pavimento da ramazzare e torna il sorriso.

 

Votate Votate Votate!

Illustrazioni: Andrea Bozzo

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Sono una a cui la gente toglie i pelucchi dalle maglie.

Siamo sul bus, il 61 per la precisione, lo stesso che mi portava tutti i giorni a scuola ai tempi del liceo. Marta mi si è addormentata in braccio, Lorenzo conta le figurine. Mi guardo intorno, mi è familiare la signora seduta in prima fila, con le buste della spesa straripanti di verdure, la permanente e le calze contenitive. Che uno davvero non si spiega come mai abbiano aperto supermercati a ogni metro, ma le signore con la permanente e le calze contenitive debbano andare a fare la spesa in un altro comune. È una specie di lotta silenziosa al chilometro zero, probabilmente.

Ci sono tre sedicenni, due maschi con cappellino e tibie in vista, una lei molto truccata e molto profumata, ha un po’ di jeans attaccati a degli strappi enormi, questa moda dei buchi con i jeans intorno mi lascia perplessa, sto invecchiando. Ascoltano musica rap ad alto volume da uno stereo portatile. Scendono all’ultimo minuto, scapicollandosi e ridendo.

Quando andavo a scuola i miei coetanei l’autista lo chiamavano “Guido”. “Minchia oh Guido, apri le porte”. Alcuni di loro avevano scoperto che a porte aperte potevano suonare il campanello della chiamata a richiesta all’infinito. C’era sempre qualche pirla che, a tram fermo, si attaccava al pulsante e strombazzava. I Guido meno pazienti a volte si incazzavano come bisce e facevano scendere i ragazzini. Non pensavo più a questa storia dal 1997.

Oggi sale una ragazza. Vent’anni, i capelli raccolti in una coda morbida, qualche ricciolo sul volto. Un viso alla Vanessa Paradis ma senza denti a sciabola e un raro caso di adorabile broncio. Si aggancia a un palo, in piedi, le cuffie nelle orecchie e un libro nella mano sinistra. Legge Lo straniero in una vecchia edizione ingiallita e non è un accessorio, lo legge davvero. Indossa un paio di pantaloni larghi, una camicia bianca da uomo e un impermeabile aperto. Chiunque con quel trittico infame sembrerebbe Christopher Lambert in Highlander e invece è bellissima, elegante, una a cui non hai voglia di spostare nemmeno la ciocca di capelli dal viso. Una di quelle ragazze con l’attitudine: “ora guardo distrattamente in una direzione a caso perché un fotografo colga questo mio broncio e lo metta in una copertina di un romanzo intitolato Il profumo dei limoni quando sta per piovere”. Non so se rendo l’idea. Io non sono mai stata capace di fare quello sguardo.

Sono una a cui la gente ha voglia di togliere i peli dalle maglie. Ecco, da sempre, la gente mi spulcia, mi toglie capelli dai vestiti, ciglia dalle guance, mi invita a pulirmi perché “hai una cosa qui”. Le persone spesso mi vogliono aggiustare. Penso sia colpa del naso, insomma io ho il naso con una notevole gobba, ma è anche rotto e quindi fuori asse, sterza a sinistra. A giugno, quando ho rifatto il passaporto ho dovuto ripetere la foto tre volte, perché gli scatti non erano abbastanza frontali. Alla fine ho spiegato al poliziotto: “decida se fanno fede gli occhi o il naso, la mia frontalità è relativa, che naso e occhi guardino nella stessa direzione è impossibile”. Ho scoperto che è più facile rifarsi il naso che il passaporto.

Quando un quadro è storto c’è chi non resiste a dare una raddrizzata, se la bellezza è armonia, simmetria, io sono fottuta. Com’ero fottuta ai tempi, sul bus, con i pantaloni militari di due taglie più grandi, la borsa tascapane e i capelli lunghi ricci alla Slash. E invece fortunatamente si cresce e si può ricostruire la bellezza sull’asimmetria, intorno a una frattura, compensando. Si chiama fascino o maturità o fascino della maturità.

La ragazza scende. È onestamente, definitivamente, profondamente bellissima e desiderabile. Ma penso che lo sarebbe ancora di più se oltre al broncio, di Vanessa Paradis avesse anche i denti a sciabola.

Mia figlia apre gli occhi, mi prende tra le dita la torre di Pisa che ho al centro della faccia e dice “nasino”. Scendiamo di corsa e, a porte aperte, faccio suonare il campanello della richiesta tre volte. Cedere alla stupidera mi raddrizza l’umore, dal 1997.

 

Foto: Susanita

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Lettera all’analista dei miei figli, se mai ne avranno uno, prima o poi.

Non ho avuto un gran rapporto con l’analisi, ci sono andata eh, ma mi succedeva come in confessione. Mi inginocchiavo nel gabbiotto e inventavo i peccati, non che non ne facessi di reali, ma insomma nel momento buono non mi veniva di dirne. Per l’analisi era lo stesso, mi preparavo durante la settimana poi, arrivata a sedermi sulla poltrona, mi bloccavo. Credo fosse ansia da prestazione di peccati e ansia da prestazioni di disagio. Comunque, venendo a noi, sono anni che contribuisco a creare buon materiale da seduta per i miei figli, quindi in qualche modo lei Dottor A. mi è debitore.

Pare che la madre sia l’asso pigliatutto degli scompensi psicologici di praticamente chiunque e sì, nel mio piccolo, ammetto di essere una madre. Ne ho tutte le caratteristiche base, anche il fatto che mi stia giustificando per sedute che forse non avverranno mai con un terapeuta immaginario.

Prima che ci arrivino loro, scavando scavando, lo scrivo qui: a volte sfotto mio figlio cantilenando “Lorenzo, quando cago ti penso”, ma è per spiegargli la differenza tra rima e assonanza, lui spesso ride, non sempre. Li ospito tutti e due volentieri nel lettone, così di frequente che non si sa più chi è ospitante e chi ospitato. Li ho portati a vedere Lo chiamarono Jeeg Robot, fingendo che fosse un film di supereroi, ma sapevo perfettamente che non era adatto a loro, nella sala quando si sono accese le luci mi sono vergognata per gli sguardi di disappunto degli altri spettatori, a mia discolpa Marta ha dormito tutto il tempo. Per un compito di italiano, tra le parole che iniziano con la A, ho suggerito a Lorenzo di scrivere Anacoluto, Abiurare e Abbacinare. Ammetto di usare i miei bambini come fonte di divertimento, a loro insaputa, un divertimento tra l’altro relativo, mi rendo conto.

La sera, una volta ogni tanto, hanno il permesso di sussurrarmi all’orecchio una parolaccia, Marta predilige quella che inizia con c e finisce con culo, Lorenzo quella che inizia con c e finisce con cazzo.

Non sono riuscita a garantir loro un modello unico d’amore, il modello unico a casa nostra manco per la dichiarazione dei redditi. Hanno nonni che stanno insieme, nonni che insieme non sono mai stati veramente, un padre e una madre che vivono in due diversi continenti, zii separati, zii che si amano. Marta pensa sia plausibile sposare la sua gatta, quando le ho detto che proprio no, purtroppo no, mi ha chiesto se è perché è complicato infilarle un vestito.

Due giorni fa, stremata dall’eterno rito della buonanotte, del “dai, bambini, denti, pigiama e a letto” ripetuto duecento volte, ho cominciato a urlare: “Stanno arrivando! Scappiamo!”. “Ma chi? Chi? Mamma?”. “Ma come chi? LORO!”. Presi alla sprovvista mi hanno seguita, li ho infilati nel letto, con la coperta sulla testa. “Mi raccomando eh! Dovete stare zitti o ci trovano!”. Ridevano. Poi si sono addormentati. Non funzionerà mai più, avrò creato danni permanenti, ma Dottor A. Ne è valsa la pena.

Mia madre una cosa così non l’avrebbe fatta, lei la sera mi diceva di andare a letto e io facevo questa cosa che ha dell’incredibile: ci andavo. Ero una bambina ubbidiente, ma non particolarmente felice. Sono più felice adesso che non ubbidisco più. Anche se non posso negarle, Dottor A, che ho paure di ogni tipo.

Dietro al terrore che i nostri figli siano minacciati da questo mondo, che a tratti ci pare cattivo, insensato e pazzo, ce n’è uno più sordo e difficile da pronunciare per una madre, ovvero che i figli, gli amati, adorati figli, possano a loro volta fare del male.

Su quella linea sottile tra non ferire e non farsi abbattere bisognerebbe muoversi, è una questione di portamento lo stare al mondo. Speriamo che Marta e Lorenzo vengano da lei, Dottor A., non perché sono stati abbattuti né perché hanno fatto del male, ma perché vogliono guardarsi dentro più a fondo, migliorare il loro portamento.

Già che c’è, se mai ci sarà, abbia cura di non massacrarmi e perdoni queste madri perché non sanno quello che fanno. Ma fanno quello che possono.

Foto: Susanita

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La borsa delle donne.

Ogni donna ha una borsa di pelle un po’ lisa

l’agguanta di corsa quando esce decisa

ci tuffa la mano, ci trova di tutto:

il sacro, il profano, il bello ed il brutto.

 

Ci trova la spazzola ed il cellulare

per sciogliere i nodi e i pensieri domare

tra chiamate sospese e risposte mai giunte

non c’è balsamo adatto alle sue doppie spunte.

 

C’è un paio di occhiali, neri, da sole

se fuori è la luce ed è dentro che duole.

se fuori fa caldo e dentro è già inverno

le si appannano gli occhi, la condensa è all’interno.

 

Ci son carte che attestano la sua identità

ma a un esame più attento non c’è verità

e così nonostante i suoi dati sian chiari

ha più sogni che segni tra i particolari.

 

Ha comprato un’agenda al posto di un diario

che agire le piace, col vento contrario

lei che spesso in amore è stata avventata

scegliendo d’istinto la gente sbagliata.

 

Ci ha messo più cura con le angurie al mercato

battendo le nocche contro il primo strato

quel tizio al contrario l’ha solo annusato

la testa era vuota, il gusto annacquato.

 

Tra i trucchi scaduti c’è un buon correttore

cancella le occhiaie, migliora l’umore

nasconde le notti “mi pensa, ti penso”

si sveglia, è mattina: “m’illudo d’immenso”.

 

Ci sono castagne dell’autunno passato

e un pugno di sabbia la stoffa ha incrostato

una sciarpa che indossa d’inverno e la sera

una viola in un libro che fa primavera.

 

Preferisce le piante ai fiori recisi

e di tutte le specie detesta i Narcisi

se ne trova qualcuno lungo la via

non si fa più ammaliare, ha l’allergia.

 

In fondo alla fodera, la stoffa è bucata

è lì che una chiave si è rintanata

la cerca da tempo, la credeva smarrita

la guarda, la osserva, ce l’ha tra le dita.

 

In fondo alla borsa un segreto ha scoperto,

è una chiave che apre un cuore già aperto:

amare davvero è tra i doni, i più rari

non perdi alla fine, o vinci od impari.

 

Illustrazione: Ilaria Urbinati

 

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L’ansia da prova costume di Carnevale (e almeno si sono estinti i Pierrot).

Per quanto tu ti sbatta per il costume di Carnevale, tuo figlio desidera fondamentalmente vestirsi in un solo modo: da accozzaglia di polimeri ottenuti per polimerizzazione a stadi via condensazione che contengono il gruppo funzionale degli esteri lungo la catena carboniosa principale. Ovvero con un abito 100% poliestere di quelli che si sfilacciano ai bordi appena li guardi, che scintillano quando li infili, i costumi arruffagatti e drizzacapelli. Li riconoscete perché stanno in confezioni quadrate in plastica, con una gruccia dentro, un quadrato di cartone e un’immagine esplicativa che non mente sul contenuto, è brutta anche quella. In queste foto ci sono bambini e bambine in fase prepuberale con un filo di baffi sul labbro superiore, tristi, abbigliati/e da Piccola Principessa, Piccola Anna di Frozen, Piccolo Thor, Piccolo Spiderman, Piccola Rapunzel, Piccola Cenerentola. No, Piccola Fiammiferaia no, che altrimenti con tutto quell’acrilico si trasformerebbe nella Piccola Giovanna d’Arco alla prima scintilla.

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I bambini delle foto dei costumi confezionati fanno quell’effetto improbabile di Orlando Bloom nei panni di Legolas biondo nel Signore degli anelli.

Il ministro dei poliesteri a quanto pare ha ottimi rapporti con l’Oriente perché i travestimenti sono assemblati tutti là, a Taiwan. Con addosso uno di quelli tuo figlio non può stare seduto su nessuna superficie, scivola, si siede su una sedia e zac è spalmato a terra, è fatto di un tessuto che azzera l’attrito. Non si capisce come mai i piccoli li amino così disperatamente, ma sono una salvezza per il genitore medio capitalista che affronta la difficoltà con l’acquisto (e come biasimarlo).

Che Carnevale e Halloween siano due feste di merda lo attesta comunque il fatto che cadano in mesi freddi. Questo significa che i bambini non vedono l’ora di vestirsi per poi coprire gli abiti col giaccone. Così alla sfilata dei carri trovi la Spagnola delle nevi, lo Zorro aka Don Diego dell’Himalaya, il pirata dei Caraibi mi sono perduto in Antartide.

Alcuni genitori particolarmente apprensivi sostengono la versione tuta da sci sotto il vestito stile Spagnola di Botero e l’Iron Man Michelin.

Mia madre, per semplificare, mi avrebbe convinto che questo fosse un vestito di Iron man.

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Sulla questione sfilata dei carri mi astengo dal commentare, dico solo che alcuni attori per piangere in scena pensano al Carnevale del paese dove sono cresciuta. Sfilate così tristi che sospetto fossero le prove generali della via crucis del mese successivo.

Quanto ad ansia da prestazione per la prova costume dei miei figli mi sento tranquilla, fortunatamente sguazzo in classi di genitori inetti quanto me, le maestre lo sanno. Basta pensare che quando Lori aveva quattro anni decisero di far vestire ogni bambino da colore. Per la prima volta mi sono sentita leggermente sottovalutata nelle mie capacità creative, ma tanta stima ai bambini pantone.

Non va sempre così bene. In ogni classe c’è puntualmente chi ha:

Una nonna sarta e non ha paura di usarla. Che è un po’ come partecipare alla gara dopati. La nonna sarta è come minimo Vivianne Westwood e i risultati sono Dame Ottocentesche con boccoli biondi di bambine povere, sirenette con meravigliose code all’uncinetto che si muovono saltellando qua e là in un’estenuante corsa coi sacchi.

Un padre architetto e/o falegname. Che veste il proprio figlio da baita, così il problema freddo è risolto. Nei costumi architettonici rientrano anche i travestimenti ingombranti di gommapiuma. Aerei di Planes 3d, trenini Thomas… ogni bambino ha la capacità di movimento di Adinolfi, ma l’impatto è potente.

Una zia Muciaccia. Quella creativa, quella che ha visto troppi attacchi d’arte di Neil Buchanan. Alla fine da cosa è vestito il bambino lo scopri solo con la vista aerea.

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Una madre di merda (e un padre connivente). Che è poi quella un gradino sotto di me. Che ficca un nastrino in testa alla figlia e le dice che è vestita da Charleston (che poi è come mettere una parrucca bionda e dire al figlio t’ho vestito da Tuka Tuka) oppure le fa il monociglio con la bic e le dice che è Frida Kahlo.

In questi carnevali moderni una nota positiva c’è: si sono estinte le maschere regionali e i Pierrot (lo odiavo con quell’affare intorno al collo, sembrava il cono dei cani appena castrati che non si devono leccare le palle). Non ho più visto Arlecchini, Pantaloni and company che in me hanno sortito sempre l’effetto del pagliaccio di IT.

 

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Ditemi se non sembra Sow l’enigmista, ogni volta che si avvicina un Arlecchino ho paura che mi costringa a tagliarmi un piede.

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