Qualsiasi cosa significhi amore.

Prima del loro fallimentare matrimonio, Diana chiese a Carlo “mi ami?” e il principe di Inghilterra rispose con la fatidica frase: “qualsiasi cosa significhi la parola amore”. I posteri l’hanno letta come una resa glaciale al corso degli eventi, una totale mancanza di trasporto e sentimento. Così è. Ma io che sono una dietrologa sentimentale, una revisionista amorosa, ho sempre pensato che “whatever love means” sia tra le più belle dichiarazioni mai pronunciate, per questo la voglio salvare, spolverare, spiegare e riabilitare.

Ti amo, qualsiasi significato tu dia alla parola amore. Così voglio amarti. Amore è nome comune, ma di cosa? Sostantivo da sostanziare. Allora prendile e accartocciale quelle tre sillabe, giocaci a fare canestro in ufficio. Ti amerò di quell’amore transitorio e divertente, che spezza la monotonia e non serve a niente. Se vuoi che la parola amore significhi ombrello, va bene uguale, si apre al bisogno, protegge dall’acqua, dal temporale. C’è il rischio di dimenticarlo, dici? Preferisci che significhi porticato? Allora che porticato sia, in muratura, col calcestruzzo tra una lettera e l’altra.

Se vuoi che sia cosa minima, quotidiana, significherà dentifricio strizzato nel modo che più di aggrada, dal basso, arrotolando il tubetto perché nulla vada sprecato, chiudendolo ogni volta. E mai si creerà in punta quel piccolo tappo di pasta rappresa, che poi ti resta in bocca e ti guasta il risveglio. Dici che le piccole cose hanno rotto i coglioni? Allora amore si prenderà dieci pagine di dizionario, per fargli spazio verranno eliminati: “A modo”, “Amorale”, “amovibile” (che tanto è filologicamente lì per farsi spodestare), anche “Amorfo”, vogliamo esagerare. Avrà un significato spropositato, che la mente non lo immagina e la lingua non lo pronuncia, tipo un cane alle prese con il mare, un bambino alle prese col paradiso o un vecchio alle prese con Dio.

Le parole ti hanno stancato? Cadrà l’AM iniziale per elisione e resteranno solo le ORE (antimeridiane) i numeri, rassicuranti, scanditi da minuti e secondi. L’amore si farà calcolare e calcolatore. Sarà ticchettio di una bomba prima di un’esplosione, di una discussione, che le bombe sono al mondo soltanto per farsi brillare, sarà i venti minuti al mattino tra la sveglia di avviso e quella definitiva, il quarto d’ora più bello dell’intera giornata se mi abbracci più forte finché scompariamo oppure, alla peggio, fin quando ci alziamo. E tu mi dici ti amo, qualsiasi cosa significhi amore, che l’amore poi arriva e non sai che vuol dire, ma sai che c’è un prima e c’è un dopo, un senza ed un con, e che “con” tutto quanto (persino gli ombrelli, la carta, i denti lavati e la sveglia) ha più significato.

foto: Susanita

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Le 7 meraviglie del mio mondo.

1. Come mi tiene mia figlia quando camminiamo. Che non le basta la mano. Mette il suo gomito nel mio palmo a conca e stiamo avambraccio contro avambraccio, allacciate, carne della mia carne, radio del mio radio, ulna della mia ulna. I corpi che si amano trovano infiniti modi per dirselo. La guardo ancora dall’alto se ride e ride forte, con la testa all’indietro e la bocca così aperta che le si vede anche il cuore.

2. Lorenzo con le mani in tasca, lo fa quando si intimidisce e vuole farsi grande. Lo intimidiscono gli adulti che si baciano, le domande troppo dirette, il sarcasmo che non comprende, i complimenti, io che gli dico che è un bravo bambino. Si aggiusta i capelli a modo suo, se li appiattisce tutti davanti, ha preso ad avere una visione estetica di sé, una novità.

3. I momenti di sospensione. Da bambina mi piacevano i palloncini riempiti ad elio, ma non appena gonfiati, no, mi piacevano i giorni dopo la festa. Quando li riportavi a casa e galleggiavano incerti su quale richiamo seguire, se quello del soffitto e quello del pavimento. Nati per salire, invece restavano così, a mezz’asta, a mezz’aria. Sono attratta dagli stati intermedi. I viaggi in macchina, con lo sguardo fuori dal finestrino, zitta. Quell’impero delle cicale che è il pomeriggio d’estate al mare. Il mondo che invece di aspettarsi cose da me, per pochi attimi ha deciso di aspettarmi e di aspettare.

4. Il lavoro che faccio e che mi piace, anzi i lavori al plurale. Il lavoro che è una ricostruzione continua di sé, dimostrazione che ce la puoi fare. Il lavoro che ti permette di guadagnarti chi sei ogni giorno è una benedizione che continuamente sei tentato di mandare a farsi benedire.

5. Le tregue. Mi concedo più tregue di un tempo, perché ho tanti amici che mi vogliono bene. Cercate degli amici, amici miei, amici nuovi, perché gli amici nuovi sono davvero grandi occasioni. L’amore è il futuro, l’amicizia è sempre il presente e abbiamo bisogno di presente e di presenza. Io almeno ne ho bisogno. Di gente che parli bene di te quando non ci sei, per esempio. Anche se fai finta che non sia importante, perché da sempre hai così paura del giudizio della gente, che ti autosomministri una dose di autoperfidia immunizzante.

6. La resistenza ad addormentarti perché è troppo bello stare insieme, nudi nel letto. Troppo bello parlarsi. Gli occhi che si chiudono, l’alba che chiama e tu che, per una volta, ti abbandoni al sonno e vai per prima.

7. Gli abbracci. La voglia di abbracciare le persone che potevi essere e che non sei, a modo tuo, strizzando troppo a volte con un piccolo spintone. La certezza che se abbracci la tua umanità, abbracci l’Umanità intera.

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foto: Estéban Pozzuoli

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Il mio rito di bellezza e altre eresie.

Alla tenera età di quarant’anni ho cominciato a mettere il rossetto. Ci ho provato diverse volte in precedenza, ma faceva subito teatro kabuki. Mi sembrava di avere la moquette sulle labbra e con la moquette sulle labbra parli male. E poi c’è il problema dei baci, esci con un uomo, ti fai bella e metti il rossetto seducente, brillantante, rimpolpante, poi limoni con passione e il risultato è Hannibal Lecter che si è accoppiato con il Pagliaccio Baraldi. Una cosa per amatori. Al momento però sono entrata nel tunnel e non posso uscirne, se non lo metto mi sento Neo senza bocca nella scena di Matrix, le labbra sono state risucchiate dall’esofago.

Poi accadono cose. Tipo che le amiche mi chiedono, che rossetto sia. “Rosso” rispondo. Come per le auto, anche lì per me esistono solo le auto blu, grigie… al massimo arrivo a dire che sono metallizzate, grandi e piccole. Finite le categorie. Invece i rossetti hanno nome di battesimo, secondo nome senza virgola, cognome di mamma, cognome di papà, ragione sociale e codice fiscale. Le donne interessate a quel particolare rossetto che indosso provano a indovinare: “Secondo me è un Dior Pompineuse Mat con effetto escargot che t’è passé sur les lèvres”. O almeno il mio cervello è questo che registra. Non ce la posso fare.

Nei miei incubi fuggo da orde di splendide commesse Sephora che mi incalzano:

“Sei sicura di fare abbastanza per la tua pelle?”.

“Ma guarda la porto sempre con me, non me ne separo mai, non basta?”.

“Ma parlami del tuo rito di bellezza, hai un rito di bellezza vero?”.

“Ah sì, certo, questa la so. Da sei anni faccio una preghierina: “Santa Pellagra protettrice della senilità salva il mio culo dalla gravità”.

“Ma no, parlavo del rito di bellezza, i gesti serali per la détente!”

“Uh scusa, che sciocca, potevi dirmelo subito: mi tolgo le scarpe, mi butto sul divano e dico “oppete!”.

Sono grossolana. Però metto il rossetto rosso, esco con uomini che mi portano in bei ristoranti, dove uno chef mi spiega cosa sto per mangiare. Perché il cibo pure è un rito. E infatti prego “Sant’honoré protettore della costata fammela mangiare prima che si sia raffreddata”. Ma lo chef mi deve dire da dove arrivano gli ingredienti, uno a uno. Il brodo per infusione di erbe aromatiche è molto importante per lui, ci tiene a spiegarmi la provenienza delle erbe, filo per filo.

“Il brodo è fatto con aglio nero Pdor, figlio di Kmer…”.

“… Fratello di Knor!”

“Non osare nominare il nome di un dado in questo luogo di sacra ritualità culinaria”.

Il grande nemico degli chef è il dado, il dado e la sintesi, devo ricordarmelo la prossima volta. Vengo allontanata dal luogo della ritualità culinaria come infedele. Dalla fame mi sono mangiata il rossetto e le labbra sono state risucchiate dall’esofago. Ma un modo per limonare anche senza Dior Pompineuse Mat con effetto escargot che t’è passé sur les lèvres giuro che lo trovo.

foto: Susanita

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L’amore che vi porto.

L’amore che vi porto non ricordo dove l’ho preso, l’amore che vi porto è un anello antico trovato in una bancarella di cianfrusaglie, una cornice preziosa finita su quadro dozzinale.  L’amore che vi porto è pesante e servono due mani, una schiena forte, muscoli e determinazione. L’amore che vi porto sega le dita e di tanto in tanto ti devi fermare e respirare. L’amore che vi porto è la bottiglia buona per una cena importante, che può restare chiusa e ti dispiace, che passi inosservata. Con quel che ti è costata.

L’amore che vi porto ve lo porto ogni giorno con tutta me stessa, ve lo servo per pranzo e cena, ve lo lascio acceso accanto al comodino, la sera, ve lo impacchetto a Natale, lo metto in valigia, ve lo leggo in treno durante il viaggio, ve lo canto in strada saltellando. L’amore che vi porto l’ho intrecciato lungo il sentiero in campagna quando ero bambina, l’ho raccolto dall’albero di frutti maturi, l’ho vinto alla pesca miracolosa del luna park, l’ho preso al lazzo in un rodeo, l’ho salvato appena caduto dal nido, l’ho barattato con rughe e occhiaie al mercato. L’amore che vi porto lo tengo io in borsa, lo mettete sulle spalle quando avete freddo, lo bevete quando avete sete, ci giocate quando siete annoiati.

L’amore che vi porto non posso dimenticarlo in un bar mentre prendo il caffè, scordarlo su un bus accanto all’ombrello, lasciarlo in custodia al primo venuto, l’amore che vi porto non lo posso prestare, condividere, moltiplicare, l’amore che vi porto è solo vostro, ve lo porto sempre diverso e sempre uguale. L’amore che vi porto non è da custodire, rigatelo pure, è da stropicciare, macchiare, bucare, l’amore che vi porto vi deve fare ridere e divertire. L’amore che vi porto è solo la preghiera laica, di una madre, prima di dormire.

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foto: Susanita

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la mia vita a tinte forti.

Ho avuto i miei primi capelli grigi a venticinque anni, sono affetta da imbiancata precoce, in più sono riccia, la scelta era tra entrare nel cast di Shaun vita da pecora o tingermi. Ho scelto la seconda opzione. Compio i miei primi quindici anni di discussioni con i parrucchieri, non scherzo, più sono giovani e più ci polemizzo. Tutto inizia con una semplice richiesta: “Mi faresti la tinta?”. Ma non ha nessuna intenzione di farmi la tinta, il giovane parrucchiere è determinato a farmi il fottutissimo color storytelling.

– Noi non tingiamo i capelli, noi ti aiutiamo a tirare fuori il tuo colore interiore. A tal proposito c’è la linea vegan color che è una vera yoga experience. Possiamo fare dei colpi di saluto al sole per rilassare il cuoio capelluto, ma siccome il cuoio è di origine animale suggerirei un processo di scalpo a freddo per sostituirlo con una corteccia di sequoia.

– No, purtroppo conosco i miei tremendi capelli bianchi, i colori naturali su di me fanno l’effetto inchiostro simpatico.

– Ma guarda fatti consigliare, io proverei un riflessante.

– No, fidati, non sei tu, sono loro. Il riflessante con questo grado di grigio mi fa “specchio riflesso, se non ti tingi sei un fesso, nessuno è grigio come me, chi lo dice lo è”.

– Secondo me ti sbagli.

– Vorrei sbagliarmi, mio giovane amico storyteller delle teste canute, ma hai ancora la lanugine neonatale e la fontanella aperta. Sono anni di ricrescita che ti stanno parlando. Devastami ‘sti cazzo di capelli, ma smettila di accanirti sui miei coglioni. Prendi l’ossigeno, il petrolio, l’ammoniaca, l’idraulico liquido, il napalm. I miei bulbi non temono nulla, sono stati sottoposti a diciotto shampoo antipediculosi in tre mesi, secondo te hanno paura? I miei capelli sono dei sopravvissuti, hanno passato la Chernobyl della tricologia e sono ancora lì in piedi, non mollano.

– Mi dispiace che tu non voglia entrare in contatto con il tuo colore interiore.

Ancora una volta l’ermeneutica dello shatush mi ha stroncato. Decido così di farmi la tinta da sola e mi dirigo al supermercato. Qui le descrizioni delle nuance si suddividono in due categorie: i francesismi e il vegan food porn. La prima comprende le sfumature che vanno dal marrone Cucciolone al rosso cardinale che ha squartato un maiale, ma il tutto scritto in francese che fa più chic.

La seconda riguarda le confezioni scritte da un titolista de Le ore che si è dato all’agricoltura bio. Mirtillo peccaminoso, ciliegia conturbante, ribes ammiccante, albicocca lussuoriosa, l’ossimorica camomilla eccitante. Se sei un uomo, stai facendo la spesa e capiti per caso nel reparto cosmesi, alla prossima macedonia non potrai trattenere un’erezione. I pubblicitari che si occupano del pack delle tinte attribuiscono a un prodotto ortofrutticolo una chiave di ricerca youporn e via. Un lavoro facile facile.

La promessa sulla scatola urla al miracolo, la tinta esce diretta dai Laboratoires de Lourdes. È repulpant, éclairant, volumizzant, nourissant, vous deviendrez figues à l’instant. Solo che una volta a casa apri la confezione e il messaggio delle istruzioni è di fatto un memento mori scritto in caratteri gotici: chi tocca muore. Ma non muore normalmente, tra le braccia dei propri cari, no, muore dopo atroci sofferenze, per reazioni allergiche multiple. Segue l’invito a testare un po’ di prodotto su un quadratino di cute, se dopo una quarantena trascorsa in camera iperbarica sei ancora viva, puoi passare al resto della testa e pregare. L’operazione richiede un paio di mesi.

Sto per dare una possibilità a Shaun. Ma mi faccio coraggio, vado di spallucce, perdoname mama por mi vida a tinte forti, infilo i guanti tattici monouso e in men che non si dica mi ridisegno l’attaccatura dei capelli di Topolino, tingendomi di nero anche le orecchie naturalmente, mi impollok tutta, marmorizzo lavandini e maioliche varie. Nei venti minuti di posa rispondo ripetutamente al telefono. Sciacquo. La doccia è in condizioni agghiaccianti che manco l’avesse usata un minatore del Sulcis dopo dieci ore di lavoro. Asciugo. Non sono morta, sono la solita minchiona dai capelli corvini, in compenso il mio cesso e il mio cellulare hanno tirato fuori il loro colore interiore, sono entrambi splendidamente dalmata, un dalmata seducente.

Foto: susanita

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Cose con cui sono scesa a patti (i monologhi della cretina).

Sono scesa a patti con il fatto che i miei figli non siano miei. Ma degli amici, della scuola, del loro padre, dei nonni, degli avi, delle scelte passate e future. Ho avuto una madre malata di orgoglio, mi voleva per sé, probabilmente per dimostrare che riusciva a fare tutto da sola, che non doveva niente a nessuno. Non ero mai lasciata ai nonni, per esempio, mai una colonia, i tre mesi estivi stavo con lei perché era maestra elementare e aveva tempo a disposizione. Invidiavo i cugini in montagna, raggiunti dai genitori solo il sabato e la domenica.
Sono venuta a patti col fatto che farcela da sole, se non è una conquista di libertà, non serve a nessuno, non serve a noi, tanto meno a loro. Farcela da sole significa solo una cosa: che siamo sole.

Sono scesa a patti con la giusta distanza. Sono una donna separata e per i primi anni ho avuto la completa gestione di Marta e Lorenzo, perché il padre viveva in un altro Paese. Il suo ritorno è stato molto più traumatico della sua partenza. Ripensare la mia vita senza avere il controllo totale sui bambini mi ha affaticata. Sono venuta a patti con la sensazione di perdermi dei pezzi solo quando mi sono accorta che i pezzi che perdevo io forse li guadagnavano loro, in varietà di punti di vista, nel rapporto con l’altro genitore, in un mondo fuori da me. Escono fuori dal tuo corpo (mi sembra davvero ieri che tenevo i piccoletti camminanti tra le gambe e stavo chinata sempre, sviluppando la famigerata gobba di notre-mamme), escono fuori dalla tua giurisdizione (le regole ben impartite esistono a prescindere che ci sia tu a farle rispettare), escono fuori dal tuo sguardo (anche se tu continui ad amarli a perdita d’occhio), ma è l’unico modo perché tornino più consapevoli al tuo abbraccio. E se non torneranno basterà seguire la semina di mutande e calze che lasciano da una casa all’altra, di vestiti che ho comprato e che non trovo più, di penne in triplice copia, di compiti fatti a metà perché papà pensava che li facessi con mamma, mamma con papà. Hai più tempo per te mi dicono le altre madri, è che io questo più tempo non lo volevo, è stata una conquista scoprire di averne bisogno.

Sono scesa a patti con il mio corpo, che oggi mi sembra appartenermi in ogni fibra. Con gli anni perderò in tonicità, indubbiamente, ma guadagnerò in comicità. E non c’è niente che liberi di più la carne di una risata.

Sono scesa a patti con la felicità degli altri che è diversa dalla mia e va rispettata esattamente come il dolore.

Non riesco a scendere a patti con l’ombra, il retropensiero che spezza la gioia. È che anche quando brindo con il migliore champagne mi pare che il cristallo del bicchiere sia incrinato. Non ce la farò mai a non trovare l’incrinatura del bicchiere. Ma ci sto lavorando.

Sono scesa a patti con il fatto che, per qualcuno, lo stronzo, l’insensibile, quello che ha sbagliato per pigrizia, il traditore, il superficiale, l’egoista, il narcisista… sia io.

Sono scesa a patti con le cose che finiscono, l’amore che finisce. Quando ero più giovane il mio sogno era una chiusura come tra Butch e Marsellus in Pulp Fiction, avete presente l’episodio con Bruce Willis? Ecco. I due sono appena sopravvissuti alla vicenda più sconvolgente della loro vita. Sono grati e distrutti. Butch chiede: “Adesso che sarà tra me e te?”. E Marsellus risponde: “Adesso ti dico che sarà tra me e te. Non c’è niente tra me e te. Non c’è più niente”. “Pace, allora” fa Butch. Ma Marcellus dà le sue regole: “Due cose: uno, non raccontare questa storia. Questa cosa resta tra me e te. Non riguarda nessun altro. Due: lascia la città stasera, all’istante, e una volta fuori, resta fuori o ti faccio fuori. In questa città hai perso i tuoi privilegi”.  Tra due amanti pensavo dovesse andare così, dopo tutti i casini, il dolore, io dovevo essere Marcellus e lui Butch. Soprattutto adoravo la battuta dell’hai perso i tuoi privilegi. Ma non va mai così. Il finale è molto più lento, sfilacciato, ci si cerca ancora, nessuno fa fuori nessuno, si resta in prossimità, ma a un certo punto, il punto si mette da solo. Senza dichiarazioni e colpi di scena.

Sono scesa a patti con la consapevolezza che mi venga più facile amare un uomo in assenza che in presenza, ho cercato spesso il sospiro più che il respiro. Sto cambiando. Ho voglia di scendere a patti con la carne e le ossa dell’altro, con l’invadenza e con la condivisione degli spazi, è meno poetico, ma magari dopo tanta poesia è tempo di darsi al saggio.

Scendere a patti è faticoso ma necessario, sempre e solo se si scende per poi salire un gradino più in alto verso la nostra idea di felicità.

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foto: Susanita

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5 tenere minchiate che ci diciamo tra donne quando soffriamo per amore.

Voglio un uomo forte che mi protegga. Ma manco vivessimo in una favela di Rio de Janeiro, cos’è questa fissazione dell’uomo bodyguard? Da cosa ci dovrebbe proteggere poi? Dai radicali liberi? Dai raggi UV? Dalle paure e dalle ipocondrie? L’ho detto anche io, una delle tante assurdità da chiacchiera da fine rapporto. Ma è oggettivamente improbabile che arrivi dal 2029 un cyborg per ucciderci, perché diventeremo madre del futuro capo della resistenza umana in un mondo governato da robot. Liberiamoci dalla sindrome da Sarah Connor, gli uomini non sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le donne, ovvero fragilità, ansie, slanci, dubbi e qualche certezza.

Gli uomini sono tutti uguali. Adesso, onestamente, se così fosse, se fossero davvero tutti uguali, sarei un’ottusa eterna ripetente della stessa materia. Non so chi ci faccia più bella figura. Sono stata con uomini così diversi da avere in comune giusto il pollice opponibile. Le dinamiche, quelle si assomigliano. Simile è la potenzialità del sentimento nuevo che ti tiene alta la vita, tutti vogliamo il riflettore dell’amore, ce lo litighiamo.

La conosci bene la fatidica volta in cui sei in coppia, camminate uno accanto all’altra, e incrociate questi due che si stanno baciando, con slancio, profondamente, un bacio che è un richiamo. C’è un cono di luce sulle persone innamorate, hanno lo sguardo da protagonisti, sono al centro di un mondo nuovo. Sarà per questo che gli innamorati piacciono solo agli innamorati. L’amore felice è insopportabile da spettatori. Anche al cinema lo accetti solo perché sai che arriverà qualcuno a distruggerlo e a metterlo in pericolo. Che noia i dialoghi tra amanti: raccontami di me che amo te e io di te che ami me. Questo è. Eppure puntiamo tutti a quel protagonismo. Chi volevi essere da grande, Enrica? Quella che viene alzata da terra e baciata alla stazione.

Ecco, la fine di una storia arriva quando quei due li osservi e non ti strappano un sorriso, ma una ruga di dispiacere e il confronto tra voi e loro è impietoso. E vi domandate dove avete perso i baci profondi ed esibizionisti? Ti sembra di meritarli ancora e allora vai a cercarli. Ci siamo passati tutti, uomini e donne, dall’inizio della fine e poi dalla fine che non sembra essere preludio di nessun inizio.

Le coincidenze. I fatti dicono lascia perdere, le parole dicono lascia perdere, le foto dicono lascia perdere, la sua faccia dice lascia perdere, tutto dice di lasciare perdere, il tempo, la distanza, il malumore e le promesse disattese. Il silenzio dice di lasciare perdere, il silenzio amiche è ottimo consigliere. Epperò ascoltiamo i fatti, i pensieri, le parole, le opere e le omissioni? No, noi ascoltiamo l’universo che comunica con noi attraverso coincidenze, canzoni, incontri casuali, numerologie e congiunture astrali. Solo che siamo pessime ventriloque dell’universo e gli facciamo dire un po’ il cazzo che ci pare. Che fondamentalmente si può riassumere in “Non mollare!”. Su questo cadono anche le migliori. E io me lo immagino questo Universo con il defibrillatore che urla “libera!” mentre tu sei chinata sulla tua defunta relazione o sui tuoi sogni mal riposti. E invece forse vuole solo dire “(sei) libera, vai, il meglio deve ancora arrivare”. Comunque, non c’entra molto, ma ho capito che i desideri hanno a che fare con la caduta. Cadono le stelle, cadi anche tu per realizzarti, almeno a me è sempre capitato così. Non bisogna affezionarsi troppo ai propri desideri e non trovare troppo divertente cadere.

Io lo conosco, gliel’ho letto negli occhi. Ricordatemelo la prossima volta che lo dico, che non sono un’iridologa. Usate queste parole precise: ma, amica mia, gli hai anche trovato il fegato ingrossato? L’intestino affaticato? Ecco. Fatemi sentire scema qualche volta, quando sparo certe minchiate, è un segno di affetto.

Mai più. Che uno ci crede pure dopo aver sofferto, che mai più. L’amore è così: sembra impossibile finché non succede, finché qualcuno non ti alza da terra e ti bacia alla stazione.

Foto: Susanita 57238765_10157274357346392_7371607100616605696_o.jpg

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