Cosa ci faranno mai i nostri figli di tutte queste parole d’amore?

Quando avrai figli capirai meglio i tuoi genitori. Me lo sono sentita dire spesso, anche mia madre ne era convinta: partorire mi avrebbe fatto spostare dalla sua stessa parte della barricata, da ragazza a donna. Non è andata esattamente così. Ho figli, ma i miei genitori, alcune loro dinamiche con noi sorelle, certe paure e certi slanci o assenze di slanci le capisco ancor meno. A parte una piccola illuminazione, che è una sciocchezza a raccontarla, ma ha aperto una frattura nella mia corazza di certezze. Pochi giorni fa una persona a cui tengo molto è finita in ospedale. Mentre le ero accanto, mi ha confessato “Sai, non volevo nemmeno chiamare i miei, per non farli preoccupare”.

È una frase che ho detto anch’io, nei momenti difficili, alcuni molto difficili, ma questa volta mi è apparsa in tutta la sua crudeltà. La funzione di un genitore, finché ne ha le forze, è esserci e preoccuparsi. Aver tenuto lontano, all’oscuro, chi mi ha messo al mondo non è stata una dimostrazione di maturità e nemmeno di altruismo, ma un modo puerile per sentirmi superiore e indipendente. È infantile non accettare il supporto di chi ti vuole bene incondizionatamente, anche se quel supporto non arriverà come lo desideri tu, tracimerà, andrà oltre i bisogni. Da quando ci sono Marta e Lorenzo, sì, ho capito che “Non te l’ho detto per non farti preoccupare” è togliere a un genitore il suo ruolo più importante.

Per il resto credo di essere una madre molto diversa dalla mia. Non parlo delle piccole grandi cose che passano nel DNA, gesti come patrimonio immutabile. Io che faccio la croce con l’unghia sulla puntura di zanzara per non far più grattare Marta, una x che taglia il ponfo e spezza il prurito. Noi che pieghiamo le lenzuola, i miei figli da un lato, io dall’altro, “tira, piega”, Lorenzo tira troppo e io lascio andare la presa. Ridiamo. Quelle sono il corredo familiare, non cambiano.

Parlo di quanto il modello genitoriale sia mutato nel giro di poche generazioni e che Noi, per esempio, siamo ossessionati dalla felicità. Alla bambina che sono stata nessuno ha chiesto mai come si sentisse, se quella bambina piangeva, era per un capriccio, non certo per tristezza. Io invece mi ritrovo spesso a incalzare i miei figli: “sei felice?”. E ogni volta mi guardano spaesati esattamente come quando domando “vi piace il film?” al cinema, vorrebbero rispondere “Ma che ne sappiamo? Siamo qui in mezzo, presi a sentire, vedere, non a farci un’idea di cosa sentiamo e vediamo”. Per noi non era contemplata la tristezza, nemmeno il mal di testa, al massimo avevamo l’acetone. Eppure, col senno di poi, ero spesso triste e forse la tristezza mi ha fatto sviluppare gli anticorpi dell’allegria. Chissà…

Un altro fatto nuovo (che non ho idea di quali conseguenze avrà) è il narrarsi genitori, una sorta di meta-genitorialità ormai endemica. Non mi riferisco solo a quelli come me che si raccontano pubblicamente, con un certo seguito. Parlo anche dell’abitudine a fotografare, postare, descrivere il proprio modo di essere madri e padri. Ci diciamo molto di più di quanto abbiano mai fatto in passato, in un continuo family-telling che è una maniera per tenersi vigili, discutere, confrontarsi, ma è insieme una costruzione, un filtro che fa perdere di naturalezza. Una volta erano i genitori a leggere di nascosto i diari personali dei figli, mi domando cosa accadrà quando presto avverrà il contrario.

È che ci indaghiamo pubblicamente, ci condanniamo e ci scagioniamo. Non che i miei non si interrogassero, probabilmente si facevano le mie stesse domande, ma avevano paura a dirle ad alta voce, il dubbio è un demone che non va invocato, altrimenti si materializza. Noi chiamiamo i nostri demoni per nome, ci facciamo amicizia, gli scriviamo continuamente.

Ecco: cosa ci faranno mai i nostri figli di tutte queste parole, di tutte le dichiarazioni d’amore, di tutte le lettere aperte per ogni compleanno, onomastico, dente caduto, dente cresciuto. Le ignoreranno? Se ne vergogneranno? Cosa ci faranno di tutta questa nostra moderna ironia e autoironia? Io ho definito il mio senso dell’umorismo prendendo per il culo i miei. Se si fossero presi per il culo da soli chi sarei oggi, mi chiedo? Abbiamo la fissazione per la ribellione senza ricordarci che, da che mondo e mondo, i primi a cui ribellarsi sono proprio i genitori.

E adesso, scusate, ma devo andare a scrivere una lettera aperta a Marta e Lorenzo cercando di convincerli a non pronunciare mai la frase “Non te l’ho detto per non farti preoccupare”.

 

Illustrazione di Letizia Rubegni.

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La surreale esperienza di parlare al telefono con i miei figli.

Madre:           Ciao, amore!

Figlio:             Ciao.

Madre:           Eh ma che voce, sei triste?

Figlio:             Eh?

Madre:           Non è che sei triste perché ti manca la mamma?

Figlio:             Eh? Quale mamma?

Madre:           Di madre ce n’è una, tutte le altre son nessuna. Tua madre, io, me medesima.

Figlio:             Ah sì, sì. Mamma tu.

Madre:           Che cosa stai facendo?

Figlio:             Niente.

Madre:           Stai guardando la tv? È per quello che non capisci quello che ti chiedo?

Figlio:             Eh? No Masha, no mamma, volevo dire.

Madre:           Vabbè. Ti piace lì?

Figlio:             Sì.

Madre:           Dai raccontami qualcosa.

(rumori di suggerimenti dalla sorella, chiede l’aiuto da casa, tergiversa).

Figlio:             Ti volevo dire che… sai che… ti volevo dire, no… oggi…

Madre:           Ce la puoi fare, Lorenzo, concentrati, la sapevi questa!

(rumori di fondo di un telefono che viene inghiottito da un narvalo che viene inghiottito da un capodoglio).

Madre:           Pronto? Pronto? Lori?

Figlio:             Ti passo Marta.

Madre:           Ti voglio bene.

Figlio:             Grazie.

***

Figlia:             Mamma perché tu sei lì e io sono qui?

(Mi soffia nella cornetta).

Madre:           Amore stai facendo Darth Vader, tieni bene il telefono.

(Parte il vivavoce, poi il muto, poi la conference call con la Cina, poi segnali dal futuro).

Madre:           Perché sei qualche giorno al mare mentre lavoro.

(Schiaccia tasti a caso con la guancia producendo una sequenza di cinque note).

Madre:           Cos’è, Marta, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”? Vuoi comunicare con me così?

Figlia:             Non ho capito.

Madre:           Niente, niente.

Figlia:             Mamma…

Madre:           Eh?

Figlia:             Cos’ho qui?

Madre:           Non lo so.

Figlia:             Ma qui non vedi? C’ho qualcosa che crude. MI CRUDE!

(Rumori di tasti che suonano il bolero di Ravel mentre si sta strusciando il cellulare contro la gamba per farmi vedere la puntura di zanzara).

Madre:           Prude non crude. Però non vedo, no. Comunque mi manchi tanto.

Figlia:             Anche io mi manco. Ti passo papà.

***

È la prima volta che resto da sola a casa senza i miei figli. Ci siamo allontanati solo quando sono stata in Sierra Leone e lo scorso settembre, nei giorni difficili di mia madre in ospedale. Quindi è la prima volta che resto da sola a casa, serena. È bello e silenzioso, la casa è pulita, i gatti non vomitano da un po’ (ho il sospetto che abbiano una bulimiao da stress), la mattina vado al lavoro a piedi, la sera ceno fuori con chi mi vuol bene. Ho pianto su sette puntate in tirata di Big Little Lies. Ho cercato la ragazza che ero, prima di loro, l’ho cercata nei dehors all’ora dell’aperitivo e nella voglia di spingersi in là nella notte. Ma non l’ho trovata, non mi manca, non farei a cambio con lei. Si è presa gli anni più difficili, io quelli più belli e faticosi. Si è presa la solitudine, io la moltitudine, il fracasso. Si è presa la semina, io l’infinito raccolto. E raccolgo piccoli giochi da terra, qualche paillettes, una pinzetta rosa per i capelli di Marta sotto il mobile di cucina. Le metto da parte per domenica che le faccio i codini. Aspetto che ritornino e mi godo il silenzio e le assurde telefonate della sera.

Illustrazione: Letizia Rubegni.20030894_10214097327015657_760042921_n.jpg

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È l’estate, ragazzi! Ovvero come sopravvivere alla fine della scuola.

Ho avuto un giugno difficile. Giugno è quando tutte le certezze vacillano: le scuole chiudono e lasciano i genitori come me in uno sconforto di ansie senza fine. Tu dove lo mandi? È la frase più ricorrente fuori dalle scuole già da aprile, ma tu ad aprile eri intenta a trovare scuse per evitare le ottanta feste di fine anno di maggio. Tra l’altro con tutte queste feste di fine anno pensavi funzionasse come “l’al lupo, al lupo!” che poi la scuola non finisse veramente. Tipo esercitazioni. Invece finisce, finisce e finiscono anche i posti nei centri estivi, più precisamente finiscono ad aprile. Allora a giugno fermi per strada qualsiasi adulto in compagnia di un essere sotto il metro e mezzo (fosse anche un alano) e chiedi come si sono regolati loro per la stagione estiva. Le risposte più frequenti.

  • Li porto al mare io… sai ho ancora un po’ di maternità.

Ma che cazzo sei un elefante? Sei iscritta all’INPS dei pachidermi? Tuo figlio avrebbe l’età per trascorrere l’estate al Cocoricò di Riccione… dopo i sei anni mi risulta che da smaltire della maternità non ci siano manco più i chili di troppo.

  • Ci sono i nonni che ci tengono i bambini in montagna tre mesi. Si sono offerti loro.

Vi picchiavano da piccoli? Cosa devono espiare esattamente? Oppure minacciate di lasciarli in un ospizio nazista quando saranno molto anziani?

  • Ho trovato una favolosa fattoria didattica, sai per noi è molto importante l’aria buona!

Ma dai? Per me è molto importante l’aerosol con i gas di scarico di una Panda quattro per quattro immatricolata 1983. Comunque no, io la fattoria didattica la eviterei che poi quando tornano a casa a settembre si sentono tristi come Heidi a Francoforte.

  • Gli faccio fare la scuola di circo, costa solo 300 euro a settimana.

Però sai io cerco una soluzione per lasciare i figli ma non un rene. Comunque, a proposito di circo, penso che li affiderò alla mamma di Dumbo, che c’ha un bell’istinto materno e giustamente anche l’INPS pachidermico, li riprendo poi, quando la carovana torna in città.

Poi ci sono loro: i genitori stampella. Quelli a cui ti appoggi per tutto l’anno, che ti ricordano le date degli incontri con le maestre, quelli che ti scrivono “sabato c’è il compleanno di Emma ti vuoi unire a noi per il regalo” (leggi: sappiamo benissimo che non ti ricorderai del compleanno di Emma, non sai esattamente neanche chi sia Emma, figurati se sei in grado di comprarle un regalo). I miei personali genitori stampella hanno quattro figli, quattro e si preoccupano dell’estate ragazzi dei miei due. Mi indicano una soluzione praticamente sotto casa che costa come una depilazione completa. Si può fare, mi inventerò qualcosa sulle donne libere e pelose postando le mie gambe sul blog. Vado a chiedere informazioni.
Il centro estivo è una meravigliosa struttura in puro sacro vecchio intramontabile cemento. Come credenziali mi dicono: “Signora, non siamo meglio degli altri, ma siamo di sicuro i più sporchi”. Mi sento come quelle madri americane che trovano nella buca delle lettere la risposta positiva di Harvard per il primogenito. Ora sono due settimane che Lorenzo va nel centro estivo cementifero sotto casa e in effetti torna a casa felice come una Pasqua e sporco come una merda.

Illustrazione <3: Letizia Rubegni.

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L’elogio del presente.

Presente non è un tempo, è un’affermazione, la risposta all’appello della vita. Sembra facile, tocca a te, sei sui banchi di scuola, ti chiami Tesio, “T”, hai avuto iniziali a sufficienza per prepararti al tuo turno. Tesio, appena prima di Tota e Venturi, devi solo alzare la mano. E invece resti sovrappensiero nei posti di ieri con quel ragazzo che ti porta fuori fino a notte fonda, quando i semafori lampeggiano sul giallo e tutto è possibile, anche essere felice.

Tocca a te, è facile, e invece resti sovrappensiero nei posti di domani dove credi si nascondano tutte le risposte, dove i vuoti magicamente si riempiranno, dove troverai l’amore che non passa e che tutto fa passare, anche il male.

Non è vero che la vecchiaia guarda al passato e la giovinezza al futuro, io barcollo da sempre tra l’uno e l’altro. Sono vittima della nostalgia che seleziona per me i migliori ricordi e me li trasmette in una splendida versione restaurata. Sono vittima dell’attesa: il futuro è semplice perché è un facile riparo, colpa di quell’accento finale che è un volo, una fuga.

A lungo ho mancato il presente, per paura credo, il presente non mente. Ai posteri l’ardua sentenza non mi ha mai convinto, la sentenza dei posteri prevede che tu non ci sia più, una bella fregatura. Il passato è photoshoppato dai filtri della memoria, il futuro è un miraggio. Per affrontare il presente ci vuole indole o un po’ di maturità.

Oggi mi sono ritrovata a pensare che quando Lorenzo e Marta mi chiamano io rispondo “presente!”. Mamma? Presente! Mille volte al giorno, anche sbuffando, cristonando. Mi sembra una bella dichiarazione d’amore, a loro e anche a me stessa, è il nostro tempo, ma soprattutto il nostro modo. Non foss’altro che per smentire quelli che ti dicono “goditeli ora che poi rimpiangerai questi momenti!” (Goditeli ora che poi rimpiangerai questi momenti sale nella mia personale top 3 delle frasi odiose. Dopo “te l’avevo detto” e prima di “io non sono razzista, ma…”).

Forse crescere è questo: non fare l’appello alle cose che mancano, ma contare su quelle che ci sono, essere presenti soprattutto a noi stessi. Nel lavoro, nell’amore, nelle amicizie. Forse alla fine il futuro è arrivato, o forse non arriverà mai come ce lo immaginavamo, ma è così bello aspettarlo insieme.

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Illustrazione di Letizia Rubegni.

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Tra la vita e la merda.

Giocavo a partorire le bambole. Me le mettevo sotto la maglia insieme a un cuscino, giravo un po’ per la stanza tenendomi la schiena, poi mi sdraiavo sul letto e gemevo, a volte urlavo proprio. Spesso accorreva mia nonna per vedere che non mi fosse capitato nulla e allora la mia maglia partoriva un piccolo cicciobello. Avevo quattro, cinque anni e mi facevo ripetere continuamente da mia madre il travaglio per avere me ed era contenta di ridirlo all’infinito, senza saltare nessun particolare. Di volta in volta ne aggiungeva di nuovi, per far durare di più il piacere dell’ascolto.

Gli innamorati lo fanno di raccontarsi allo sfinimento il loro primo incontro e mia madre, ne sono sicura, era innamorata di me neonata ma soprattutto era orgogliosa del dolore, di averlo sopportato. Non le chiesi mai “come nascono i bambini?”, il punto non era come fossi entrata nella pancia, il punto era sempre e solo come ci fossi uscita una mattina di fine estate del 1978. Mi era mai venuto in mente di domandare dove cappuccetto Rosso avesse comprato il suo cappuccetto oppure perché Pollicino fosse nato così piccolo? No. Mai. I C’era una volta sono inizi che non prevedono premesse, il mio c’era una volta era il 30 agosto, in una camera da sei letti del Sant’Anna di Torino, sei letti occupati da donne con il loro dolore e la loro gioia, il corpo provato.

Alcune avevano già il bambino in braccio e sembravano più anziane, lontane, oltre il varco. Le altre aspettavano di essere portate in sala parto, dove la vita e la morte sono più vicine, quando le viscere sembrano non reggere e l’urlo della madre dà voce all’urlo del bambino. L’orologio sul muro bianco, segnava le 10 e 20 al momento del mio primo grido. La manina destra era blu, l’avevo incastrata tra il collo e il cordone ombelicale, merito del mio istinto di conservazione prenatale. Capra la rassicurò che sarebbe tornata rosa nel giro di qualche giorno.

Il nome del dottor Capra risuonava in me con un’eco mitica, una figura metà umana metà ovina, ma tutt’altro che demoniaca, era lui ad aver officiato il rito della mia nascita e prima quello di mia sorella. Capra era scrupoloso e così serio da raggiungere l’ospedale anche in un giorno di vacanza, fu il primo uomo che vide la mia testa e il primo uomo che mi visitò tra le gambe, anni dopo. Nel suo studio scoprii con sorpresa che era un anziano distinto, senza zoccoli e setole, senza corna, non gli dissi che pensavo a lui ogni volta che si parlava del terribile incendio allo Statuto di Torino, il cinema in via Cibrario dove nel 1984 morirono 64 persone. Ci pensavo perché il film che stavano trasmettendo in quel tremendo frangente era La capra. La mente dei bambini è un frullatore che mescola e confonde, la memoria è una pellicola di immagini che si liquefanno al calore.

Crescendo i racconti del parto delle zie, delle nonne, si fecero più oscuri, a volte sghignazzanti, camerateschi, indugiavano su aneddoti di sangue. Mia nonna, per il suo ultimo figlio, Claudio (cinque chili per lei, quattro secondo la questura) strinse così forte la mano della levatrice che le ruppe un dito. Una conoscente rivelò di essersela fatta sotto, proprio lì, nel momento sacro. Ne fui sconvolta.

Era, tra tutto, ciò che mi impressionava di più, non il sangue, non le urla, si può tollerare il dolore, ma la vergogna? Mentre quello che è dentro semplicemente va fuori, tutto, senza distinzioni. Non mi colpiva che un corpo grande due mele o poco più uscisse fuori da un foro minuscolo che io non ero nemmeno troppo certa di avere, non ero colpita dal fatto che si venisse alla luce tra la vita e la morte, ma mi lasciava basita e anche terrorizzata che si venisse alla luce tra la vita e la merda. Eppure, a pensarci oggi, ha davvero senso.

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foto: Officina Calze Lunghe

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Del perché i fidget spinner siano oggetti demoniaci e altre storie.

– PSSSSS Mamma guarda come gira.

PSSSSS mamma guarda come gira sul pollice.

PSSSSS mamma guarda come gira sul ginocchio.

PSSSSS mamma guarda come gira sul tavolo.

PSSSSS mamma guarda come gira sull’indice.

PSSSSS.

(Avanti così, tutto il giorno).

– PSSSS mamma domani me ne compri uno rosso?

– No, Lorenzo, ne hai già uno giallo.

– PSSSSSS ma quello rosso gira in senso contrario!

Ecco, questi sono i fidget spinner… aggeggi che riproducono il sibilo sinistro del demonio e che secondo il mio primogenito girano in senso antiorario a seconda del colore, come l’acqua del lavandino nell’emisfero australe. Io mi sono abituata a sentire in loop “Lezioni di Nirvana, c’è puzza in fila indiana”, mi sono abituata pure alla dab, ma al sibilare del demonio non mi abituo.

La cosa davvero fastidiosa non è il loro eterno ruotare insensato nelle mani dei bambini e dei ragazzi, ma che nei pressi troverai sempre un genitore pronto a raccontarti la storia della sfigatissima inventrice del medesimo. Tu stai lì al parco con tuo figlio che va di indice e pollice e arriva il pippone dell’adulto contrito: “eh loro si divertono… ma pensa quella poveretta che l’ha inventato e siccome non se l’è filata nessuno alla fine non ha rinnovato il brevetto e l’anno dopo: il boom!”. Ma io ci penso a quella poveretta, è logico che non se la fosse cagata nessuno, è come se brevettassi il far scattare in continuazione il meccanismo della penna. È un’idea di merda, dai.

La cosa davvero fastidiosa non è il loro eterno insensato ruotare nelle mani dei bambini e dei ragazzi, ma che nei pressi troverai sempre un adulto a ricordarti il suo originale utilizzo terapeutico per curare i problemi di disattenzione dei bambini autistici. E tu non puoi fare a meno di pensare: sì soprattutto quello con le lucette intermittenti che ok servirà ai bambini autistici in compenso gli epilettici sono fottuti.

C’è sempre qualcuno che ti dice “è un gioco di abilità fantastico, ho visto un video su YouTube di questo ragazzino che faceva mille evoluzioni”. Su YouTube c’è un ragazzino che fa trick praticamente con ogni cosa animata e inanimata sul globo terracqueo, con la penna, con una bottiglia di Vecchia Romagna, con le bacchette dei cinesi, con i cinesi, con le grucce degli abiti, con gli ombrelli. Mi comprai lo yo-yo perché avevo visto un video di un bambino che con il filo del medesimo ci tesseva un maglioncino, lo indossava, lo disfaceva nel giro di un su e giù, mentre io restavo lì come una minchiona e il mio pendolo di Foucault.

È evidentemente un oggetto del demonio. Nasconde i numeri di satana (666), poi datemi pure della lombrosiana ludica, ma per me la somiglianza con la maschera del mostro di Scream è evidente.

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Ho cominciato a usarlo per dare i tempi ai miei figli: lo faccio girare e loro si devono lavare i denti velocissimi prima che si fermi. Se non ce la fanno purtroppo viene invocato lo spirito del suddetto mostro.

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Sempre meglio delle eliche luminose dei pakistani in piazza. Te lo fanno sembrare facilissimo il lancio dell’elica luminosa, in realtà prima di uscire nelle strade delle nostre città i pakistani fanno un training di due anni in un campo militare durissimo. Se non sei nei corpi speciali delle eliche luminose, non ci son cazzi: è impossibile far alzare da terra quei velivoli impropri. Io per esempio c’ho provato e sono riuscita a usarli come fionda colpendo una signora sul lungomare di Alassio che in effetti ha visto la luce. Lo posso assicurare, l’unico modo per far funzionare le eliche luminose del pakistano in piazza è acquistare anche il pakistano.

Il fidget spinner fa schifo, ma mai quanto il going, quel gioco con la palla arancione ovale e i fili della nostra infanzia. In soffitta, credo di avere ancora un cugino incaprettato con quelle corde, è lì dal 1984.

 

Illustrazione satanica di Letizia Rubegni.

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La spada nella roccia.

Siamo nel 1986, terza elementare, la stanza del videoregistratore è buia, sono tempi in cui il videoregistratore si merita una sala sua con un nome altisonante: aula audiovisivi. L’unica luce viene dallo schermo, il film è Excalibur, tutto tranne che una pellicola per bambini. Ci sono le streghe con gli occhi bianchi, le magie e le malie, i cavalieri, le armi che tagliano davvero, gli eroi caduti e un clamoroso errore di valutazione delle maestre. “Facciamo qualcosa di nuovo per raccontare la saga di Re Artù” si saranno dette “sì, sì, ho un’idea geniale: portiamo la classe a vedere un film”. Solo che c’è il sangue, ci sono battaglie, c’è pure l’incesto e poi all’improvviso c’è un uomo riccio, presumibilmente Lancillotto che affonda la sua lancia in una splendida Ginevra. E gliela affonda proprio bene perché lei geme e si contorce dal di sotto e le maestre vorrebbero chiuderci gli occhi, ma siamo 22, per un totale di 44 occhi in fila per sei col resto di due e loro hanno solo quattro mani e allora si alzano e si parano davanti al televisore e dicono su su, guardate da un’altra parte. Mentre lo dicono e trafficano con i telecomandi la voce è coperta dai gemiti dell’esanime Ginevra, che non molla. Arriva anche il tecnico della sala audiovisivi che è il bidello con il camice, prende in mano la situazione e risolve con un avanti-veloce, così Lancillotto continua a trucidare Ginevra con il fast-forward come Benny Hill. Noi ridiamo per il trambusto ma una donna sta soffrendo, non si ride per una donna che soffre, siamo abbastanza grandi per saperlo. Poi finalmente tutto quel dar di lancia finisce, si passa alla scena successiva e con sollievo scopriamo che Ginevra se l’è vista brutta, ma è viva e vegeta. Ginevra ce l’ha fatta.

Il problema non è mai stato sopravvivere al sesso, il problema è sopravvivere all’amore. E quello me lo insegnò La spada nella roccia, il cartone animato della Disney a cui imputo la mia tendenza disfattista e sospettosa quando si parla di relazioni uomo-donna. Nel cartone, che resta nonostante tutto uno dei miei preferiti, c’è un passaggio in cui Semola e Merlino si trasformano in scoiattoli, esigenze di fuga da Maga Magò mi pare. Da roditori attirano l’attenzione di due femmine della stessa specie, la giovane corteggia Semola, l’anziana si getta letteralmente alla rincorsa di Merlino e del suo pelo fulvo. Le femmine sono determinate a catturare gli oggetti dei propri desideri, li afferrano, li carezzano, saltano nel vuoto e a ogni difesa corrisponde un attacco più potente. Il povero Semola è spaventato, Merlino invece si dimostra insofferente e alla fine dell’estenuante rincorsa fa la sua magia e restituisce a se stesso e al suo piccolo amico le sembianze umane. Qui arriva il momento struggente. La scoiattolina giovane si spaventa e poi si dispera, il suo amore è un bambinone, mentre la scoiattolona attempata si arrabbia e insulta Merlino in scoiattolese. “Mi hai presa in giro, pensavo fossi diverso” sembra dire “Ma se hai fatto tutto da sola!” pare rispondere Merlino.

Il pubblico a quel punto rideva e ride ancora, io invece mi sentivo triste, imbarazzata per i protagonisti o forse imbarazzata per la me del futuro.

Sarei stata la scoiattolina giovane e inesperta incapace di riconoscere tra fantasia e realtà, voglia di innamorarmi e amore. Sarei stata quella anziana, arrabbiata perché “Non sei più lo stesso” “Lo stesso chi?” “Lo stesso che mi ero immaginata!”. Sarei stata anche Semola, oggetto di un amore travolgente, ma irrazionale. Sarei stata Merlino, infastidita da corteggiatori pressanti che non potendo arrivare all’uva l’avrebbero maledetta.

Nessun adulto pensò di coprirmi gli occhi, eppure l’amore è davvero ridicolo e scabroso quando non riesce.

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