Luì e Sofì contro Kiss me Lì: la sfida.

Volevo ricordare a tutti i genitori che stanno vivendo con sdegno il dramma cinematografico di Luì e Sofì che noi siamo cresciuti guardando la sit com di Kiss me Licia a Milano 2. Ripercorriamone insieme la trama: un ragioniere pop con la fezza rossa e un’ex groupie costretta a vita ritirata da una frangetta indegna, abitano in via Paolo Sarpi con il piccolo mago Galbusera bauscia di otto anni e un gatto obeso che da solo ha il QI dell’intero condominio. Licia, grazie alla 104,  ha l’accompagnamento del padre con demenza senile. Il padre è Tomas Millian che, dopo un trattamento lisciante alla cheratina, si crede un samurai. Abbondano fiocchi, sopracciglia voluttuose, colletti sottofelpa, sorrisi vacui e beoti. Ne fecero tre stagioni, non una, non due, tre! Potrei ancora cantare l’intero testo di Baby I love you, vorrei vederti ma tu… un capolavoro. Non ricordo lamentele da parte dei miei, accettavano di buon grado il mio entusiasmo per Cristina D’Avena, il suo fazzoletto da mondina di riso amaro in testa e l’asservimento totale al maschio stile mi chiamo Licia e ti stiro la camicia.

Torniamo a Luì e Sofì. Anzi a Sofì. Io credo nel fascino soft porno alla Cristina Ricci prima maniera di questa giovane, basta aspettare e ci sorprenderà. Tipo che tra un paio di anni ce la troviamo paparazzata come Britnì (Spears), proprio l’ex fidanzatina di Justì (Timberlake) mentre si rapa a zero con la macchinetta. Lo vedi dallo sguardo che ha del potenziale. Su Luì dubito che si possa fare qualcosa, è vestito come un giovane Muciaccia e come Muciaccia indica e gesticola e scandisce guardando in camera, si muove come un pupazzo ad aria tarantolato. Tutto quello che fa Luì, lo fa a volume altissimo e la sua pelle gommosa ha la consistenza della testa di Capo di Art Attack. Ama molto schiaffeggiarsi la faccia a due mani in segno di sorpresa, nella classica espressione Urlo di Munch sotto MDMA. Sì perché i bambini pensano che producano slime, ma i due in realtà sintetizzano metanfetamine. Ho chiesto a mia figlia chiarimenti. Marta cosa fanno nei video? Delle ciallengggg, mi ha risposto seria. Che cosa sono le ciallengggg? boh. Alla fine le ciallenggg sono le sfide, io ho visto quella in cui Luì deve immergersi in una vasca di acqua gelida, ho trovato rassicurante che dopo il trattamento di criogenesi genitale il buon Luì abbia condannato i suoi spermatozoi all’estinzione. C’è poi un certo Signor S che è l’antagonista, la nemesi o forse solo Carmen Sandiego sotto mentite spoglie, l’unica certezza che resta allo spettatore è che Luì e Sofì prima o poi, durante i video, snifferanno slime. Che età hanno? Mi suggeriscono 27 il ragazzo e 23 la fanciulla, sono siciliani, potrebbero essere amici, anzi cugini, ma visto che non c’è cosa più divina che trombarsi la cugina, si spacciano per fidanzati. Lo dicono percuotendosi la faccia a due mani in segno di sorpresa, prima di andare a fare un nuovo slime con un rossetto, il liquido delle lenti, gatti di polvere, acqua della dentiera di nonna.

Se pensate agli slime come metafora di tempi caotici e oscuri, privi di valori, con una gioventù magmatica e allo sbando ricordo che negli anni Settanta acquistavamo le scimmie di mare in bustine e nei primi anni Novanta alimentavamo l’alga portafortuna abbeverandola con tè zuccherato, per non spezzare una catena di Sant’Antonio batteriologica. Detto questo io col cazzo che vado a vedere Luì e Sofì al cinema, giurai a me stessa “mai più” dopo Peppa Pig il film. Che poi erano dieci episodi di Peppa Pig ma sullo schermone one one. C’è da dire che in quel caso almeno mimetizzavi il russare con la risata da porco di Papà Pig.

 

Nella foto 1: la mia idea di famiglia a otto anni (e poi uno dice la vita…).

Nella foto 2: Luì nella sua classica espressione Urlo di Munch sotto MDMA.

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I compiti devono farli da soli.

Quelli che dicono: “i compiti devono farli da soli” sono genitori che hanno figli bravi a scuola. Ci tengo a puntualizzare che no, non sono bravi a scuola perché hanno genitori che sostengono che i figli i compiti debbano farli da soli. Sono bravi perché sono bravi. Sapete perché lo so? Perché il mio primogenito va bene a scuola. A dirla tutta va proprio benone, tipo che non mi sono mai dovuta preoccupare di chiedergli le tabelline, le ha imparate per i fatti suoi. Non devo sorbirmi le gesta di Assurbanipal e compagnia assira cantante e babilonese legiferante, non si parla di mezzelune fertili (io manco ce l’ho la mezzaluna, me l’ha fatto notare un’amica che voleva fare un trito per le polpette una sera a cena da me) ma so che lui sa che io so che lui sa e tanto fa. Ha la mente nei numeri, fa il cubo di rubick in tre minuti.

È un genio? No. È un bambino scolastico, uno di quelli col senso del dovere e il senso della curiosità ipersviluppati, si regola da sé. E io fin qui sono una madre con un discreto culo e nessun merito, ma molti “i compiti devono farli da soli” al mio attivo. In compenso compie gesti totalmente privi di logica, tipo chiedermi di aprirgli il dentifricio perché ha l’altra mano occupata da una cosa che proprio non può posare, per esempio il suo pisello mentre fa pipì. Getta le calze sull’armadio quando si spoglia per andare a dormire, ogni volta che lo becco lo guardo con l’aria del ma ti rendi conto di cosa hai appena fatto? No, non se ne rende conto, a lui pare normale gettare le calze sopra gli armadi prima di dormire. Però le operazioni a memoria, oh le operazioni a memoria come le fa Lorenzo nessuno mai, raggruppa, commuta, cumula, insiemizza, risolveggia.

Poi c’è lei, la mia secondogenita, che è venuta al mondo per smentire tutte le mie teorie montessorrata di ‘sta cippa, colei che “i compiti devono farli da so… LI-MORTACCI MIA-MARTA-PRENDI-QUEL DIARIO-E-IMPARIAMO-‘STE CQ!”. Intendiamoci, a scuola ci va volentieri, non si oppone nemmeno allo studio a casa, la mattina si alza, si mette la merenda nello zaino ed è pronta. Ma ha bisogno di essere seguita, tenuta per mano, redarguita. Non legge mai le consegne, così svolge l’esercizio a intuito, sembra me con le istruzioni di montaggio di Ikea: sono stata espulsa dalla Svezia per vilipendio al Billy.

Marta, come mamma, è fatta della stessa sostanza dell’approssimazione e io so che devo correggerla e sostenerla, anche se mi costa in urla e frustrazione, in dettati letti come se fossi un minatore del Sulcis per suggerirle le doppie, in affermazioni estreme come le tabelline ti serviranno sempre nella vita. E intanto ometto che serviranno a capire quanto i conti non tornino mai. Soprattutto con i figli e le proprie certezze educative che possiamo anche arrotolare e gettare sull’armadio a prendere polvere, insieme ai calzini di quel testone di Lorenzo.

Foto: susanita

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La sindrome dell’impostore applicata all’amore (qualche psicocazzata con finale benaugurale).

Negli ultimi anni si è parlato tanto della sindrome dell’impostore, circoscrivendola sempre all’ambito lavorativo. Le persone con la sindrome dell’impostore (prevalentemente donne, secondo gli studi) si convincono di non meritare il successo ottenuto, perché il loro riconoscimento dipende dalla fortuna, dal tempismo oppure dalla sopravvalutazione degli altri, mai da un’effettiva capacità personale. Quello che meditavo in questi giorni è quanto questo tipo di insicurezza emotiva riguardi sempre di più anche la sfera sentimentale, con effetti paradossali sulle relazioni. Provo a riassumere ciò che si muove nella mente di un’impostora emotiva, estremizzo, ma nemmeno troppo.

Lui ti ama e visto che ti ama è il caso di mettere in dubbio la sua intelligenza. Se fosse intelligente saprebbe chi sei e non ti amerebbe o forse ti amerebbe con riserva, controllando le vie d’uscita. Se ne deduce che, quelli che dicono di amarti e ti restano accanto appartengano a tre categorie: gli stupidi, i bugiardi e gli sprovveduti che presto si renderanno conto dell’errore commesso e rinsaviranno. I presunti stupidi verranno archiviati; i presunti bugiardi (di solito amanti, mariti di altre) non resisteranno alla pressione del tempo; i presunti sprovveduti saranno oggetto di sabotaggio, fino a quando ammetteranno che sì, non era amore o se lo era, lo era e ora non è più.

Poi c’è chi non ti ama. Chi non ti ama merita il tuo interesse a prescindere, non foss’altro perché è onesto, giusto, lucido, sano di mente. Sa la verità. Ti conosce ed è per questo che è costante e affidabile nel tenerti a debita distanza. Questa distanza talvolta si accorcia, è vero, il lui che non ti ama in realtà dimostra di trovarti interessante, è attratto (hai la sindrome dell’impostore non sei una mitomane masochista), ma non abbastanza da sceglierti. Non sei quella che esclude tutte le altre, perché questo fa l’amore quando arriva, chiede l’esclusiva. È chiaro che tu non sarai mai abbastanza, ma soprattutto è chiaro che tutta la fatica del mondo, l’energia, l’impegno, non servirà a conquistarlo, è oltremodo chiaro che farai tutta la fatica del mondo, investirai tutte le tue energie, ti impegnerai senza riserve, per arrivare a dimostrare di avere ragione. Per arrivare a dimostrare che alla fine fai bene a rimanere quella di sempre. Quella sola.

È che la coppia è un’entità che ti spaventa. Il perché l’hai capito una volta, parlando con un amico che ha la fobia dell’aereo. Ti ha detto: tutti pensano che io sia terrorizzato dall’eventualità di precipitare, ma io non ho paura di cadere, io ho paura di volare. Così tu. Tu non hai paura di stare in coppia perché temi finisca male, lo sai che può finire male, l’hai già visto accadere, ma non sei stata traumatizzata, non più di tutto il mondo, siamo stati tutti nel reparto piccoli e grandi traumatizzati, fratturati dalle relazioni umane. Tu non hai paura della caduta, hai paura del durante, del volo. Quello stare lì insieme, occupando due posti vicini, nelle perturbazioni e nel sereno, uno accanto all’altra, con intorno l’ignoto o peggio il notissimo, vulnerabili. Tu temi quello, il senza via d’uscita, perché dalla coppia non puoi dire scendo un secondo, apro il portellone e vado a fare due passi.

La grande truffa sta proprio qui, nel pensare che invece da sola tu sia libera e indipendente, mentre da sola, sei semplicemente sola: ami da sola, costruisci, distruggi, cementifichi le tue certezze da sola. Per il nuovo anno ti auguro di aprire il portellone e uscire da quella solitudine, anche solo per fare due passi.

Foto: Susanita

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L’amore non vive di rendita.

Sei appena arrivata in ufficio, ti chiamano dalla segreteria, piove, ripercorri la strada controcorrente. L’avevi visto che non stava bene ma avevi sperato fosse solo un po’ di stanchezza da fine anno, magari un piccolo capriccio. Ma a chi la racconti? Nessun bambino fa i capricci per andare a scuola i giorni della recita, dei film di Natale in aula audiovisivi, dei lavoretti da impacchettare. Semplicemente c’hai provato ed è andata male. L’androne è sempre lui, solo senza il traffico della campanella, la custode ti guata, ti guata come una che si è appena scaccolata e ha attaccato sotto il banco il contenuto della propria cavità nasale. Guata tutti così. Ti viene da alzare le mani al cielo per proclamare la tua innocenza e invece firmi il registro delle uscite anticipate e aspetti. Lei arriva, non ti vede, tu sì. Pensi a quanto sia struggente guardare, non visto, qualcuno che ami. Sono secondi, a volte minuti, in cui ti fai conquistare, è un’apparizione, una festa privata. L’hai salutata da meno di due ore, è sempre lei, ma diversa: porta una coda morbida, alta, e ha un’aureola di capelli ribelli che fuggono alla presa dell’elastico. Tutti gli strati dei vestiti sono nella posizione scorretta, si è verificato un effetto domino di mala vestizione a partire dalla maglietta che è fuori dai pantaloni e che si ripercuote sulla felpa il cui cappuccio è rimasto sotto il grembiule che è sicuramente abbottonato sghembo e su cui è stato buttato un giaccone aperto. Il tutto impigliato sotto i due spallacci dello zaino arrotolati su loro stessi. È grande. In due ore s’è fatta grande nel suo caos dettagliatissimo, in quella confusione elegante che muove al suo passaggio e nelle piccole follie quando ti costringe a disegnarle le lentiggini con la matita o chiede il mare sempre tiepido come regalo di Natale. Gira la testa e ti vede, gli occhi liquidi dell’influenza, ti corre incontro, cioè ti correrebbe incontro se avesse la forza di farlo invece ti si avvicina piano, ti apre il cappotto e immerge la faccia calda nel tuo maglione. È piccola. Torna piccola se sa che la stai guardando, forse lo fa per farti contenta, per farti indispensabile. Salutate la custode guatona mentre tua figlia si sta effettivamente scaccolando e andate a casa, ti sei presa un giorno di permesso, è Natale. Per Natale hai sempre chiesto quello che conta e non hai mai sentito i tuoi desideri completamente esauditi, così quest’anno riformuli bene e chiedi di riconoscerlo quello che conta, quello che hai.

La loro faccia calda nella tua maglia, guardare senza essere vista, essere guardata senza che veda tu, i giorni di permesso, un lavoro da cui assentarsi, la voglia di rilanciare. L’amore non vive di rendita.

Foto: Susanita

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I figli si crescono sbagliando.

Sei un po’ provata, vero? Ti chiede una mamma gentile davanti alla scuola e la prima cosa che ti viene in mente è il verso di quella canzone: conosci una ragazza la cui faccia ricorda il crollo di una diga? La conosci quella ragazza perché sei tu, le occhiaie devono essere franate sugli zigomi che devono essere rotolati sulle guance che, a valanga, devono essere sprofondate sulla bocca. Hai una faccia che è un disastro ingegneristico, è sotto gli occhi di tutti. E pensare che ti eri messa pure il fondotinta, avevi fatto il contouring, quello così naturale che non sembri truccata ed è proprio così, infatti hai un aspetto di merda quando non ti trucchi. Se un po’ provata vero? Ti domandi tu. No, sto bene, più che provata sei in prova. Un periodo di prova che dura da anni, con i figli soprattutto. Perché hai i titoli per essere genitore, quasi una decade di esperienza ormai, ma non ti senti titolare, sai qual è il tuo ruolo, ma non sei mai di ruolo fino in fondo. Forse l’unica cosa vera che puoi fare è registrare il record di presenze e concederti una piccola dose di indulgenze, perché la conclusione a cui sei giunta è che bisogna esserci e chi c’è sbaglia. I figli si crescono sbagliando e tu sbagliare lo sai fare, ne sei capace.

Capace. Più che capace sei capiente. Prima di arrivare all’orlo deve caderne di acqua. Prima di reagire conti fino a 10, 20, 30, 100 gocce, una volta non era così. Ecco, un’altra cosa che hai imparato dai bambini: la vastità della tua pazienza, ne hanno tracciato limiti e frontiere, sono avventurieri, sono anche coraggiosi, scorrazzano da qui a laggiù sui terreni della tua sopportazione, fino a quando devi proprio spiegare che no, di là non si scavalca. Sperimentano i tuoi limiti e tu con loro. Fin qui è un abbraccio, da lì in poi è una mossa di wrestling. Fin qui è una richiesta, da lì in avanti è una molestia inaccettabile. Fin qui puoi aiutarli da qui in poi dovranno aiutarsi da soli.

E vorresti aiutarli ad essere autonomi ma anche indipendenti. Perché l’autonomia è pratica, ha a che fare con il legarsi le scarpe, tagliare bene la carne, con lo svolgere i compiti da soli e poi in futuro con il trovare un lavoro per mantenersi. L’indipendenza invece è mentale e consiste nel legarsi le scarpe, tagliare la carne, svolgere i compiti, trovarsi un lavoro e tutto il resto senza cercare una costante approvazione, perché altrimenti tutti quei gesti non hanno valore. Ne è pieno il mondo di gente autonoma ma dipendente.

E vorresti aiutarli a capire che la paura è amica, bisogna coltivarla, è il panico che si deve tenere a distanza. Il panico acceca, la paura rende lucidi e realistici.

E vorresti aiutarli distinguere tra le cose da buttare e quelle da conservare. Ma per quello ci vorrebbe tua nonna che teneva l’avanzo del caffè della moka in un bicchierino da vino accanto ai fornelli per macchiare il latte per la merenda. E teneva le briciole di pane per i passerotti e le bucce dei mandarini per i termosifoni in inverno.

E vorresti aiutarli ad esprimersi, per quello che sono, perché siamo troppo concentrati sul realizzarsi e poco sull’esprimersi. Ci provi ad aiutarli e sai che è la strada giusta, perché per quanto tu sembri provata, tutto quello che provi, lo provi per loro.

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L’uomo dei tuoi giorni.

Non capita, ma se capita di trovarlo, l’uomo dei sogni dico, quello che ami riamata, sei pronta a smettere di capire le canzoni disperate, dove si soffre come animali e si sente rancore? Sei pronta a provare tenerezza per quella che eri, per le cose che dicevi? Per i sto bene solo da sola, è nella mia natura, mi conosco, ti do la mia parola. Vuoi davvero andare in giro come Claudia Koll dopo la conversione? Vuoi canticchiare siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri, che sono tristi, e intanto ignori che poi Celentano finì per perdere la testa per la Muti e tradire la Mori? Vuoi perdonare tutti gli amori finiti? Quelli che non ce l’hanno fatta mai, non era colpa di nessuno, non era lui, non eri tu, non eravate proprio voi.

Sei pronta a correre il rischio di allungare il braccio di notte e trovarci qualcuno, uno sconosciuto, che non hai messo al mondo, che non hai partorito? No, tranquilla, a te non capita l’uomo dei sogni, tu nemmeno ci credi, nemmeno lo vuoi. Tu aspettavi l’uomo dei giorni. Uno con muscoli lunghi, come quelli delle bestie selvatiche, uno che si dimentica di mangiare se c’è da fare, se c’è da guidare. Un disertore che non ha perso la dolcezza, che conosce le storie dei santi e se capita davanti a una chiesa entra a salutare, male non fa, ai morti piace chiacchierare.

Non ha bisogno di tenerti lontana per sapere che ti vuole vicina. È uno che prende un libro a caso dal tuo scaffale e non guarda il retro di copertina, lo inizia e lo finisce senza chiederti prima com’è, perché un libro è un libro, si legge. L’uomo dei tuoi giorni ha un rapporto semplice con le cose della vita: i soldi si spendono, le parole si dicono, i baci si danno, i figli si crescono e i parcheggi, anche i parcheggi si trovano o si inventano.

Uno che non sai dargli l’età ma gli daresti sempre del tu. Ha le rughe intorno agli occhi di chi ha cercava la terra all’orizzonte, i polsi forti di chi sa tenere, il cuore aperto di chi sa lasciare andare. E non si vergogna di niente, o forse di qualcosa sì, si vergogna di farsi servire e si vergogna di litigare. Sa le coste, i venti, le onde, le correnti. L’uomo dei tuoi giorni non si lamenta. Ma come è possibile che non si lamenti mai? Perché fa solo quello che gli piace e ti dice: se il vento è a favore non devi dare troppa vela, non devi per forza faticare. E tu, amore mio, non devi faticare a piacermi più del mare.

Non capita, ma se capita, l’uomo dei tuoi giorni arriva per restare.

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foto: Susanita

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Multitasking e multistankig.

È un periodo che non ce la faccio, poi forse sì, ma solo alla fine e sempre con l’affanno. Un periodo in cui appena esco da un momento di ansia ci rientro per vedere se ho lasciato acceso il gas. Un periodo in cui la gente ha l’aria di aver voglia di sgridarmi. Ha le sue ragioni, la gente, ci sono a intermittenza. Un periodo che davvero mi verrebbe da fermarmi e guardare le persone negli occhi e chiedere “come vi è venuto in mente di aspettarvi delle cose da me? Un lavoro fatto. Una scadenza rispettata. Una cena pronta. Un discorso di senso compiuto? Come è successo che vi abbia dato questa pessima abitudine? Come ho alimentato tutte queste aspettative?”. Ecco un periodo così.

Mi torna in mente la quarta ginnasio. Tutte quelle materie nuove o ogni giorno qualcuno che ti veniva a fare delle domande, talvolta pure in lingue morte te le faceva le domande, ti verificava in idiomi indisusi. Una mattina ebbi un giramento di testa e mi portarono in infermeria. L’infermeria era una panca in direzione. Me ne stavo sdraiata e c’era questa donna, forse una segretaria che chiamava la figlia a casa e poi scriveva e muoveva fogli, conosceva il suo lavoro di automatismi, nessuno la interrogava, la verificava, ogni tanto scambiava qualche battuta con la collega, ricette, film visti. Così, sdraiata, in silenzio, la ascoltavo muoversi nella sua vita accogliente e desideravo con tutto il cuore essere lei. Non sono mai stata lei.

È un periodo così, con gli occhi chiusi sulla panca a fantasticare su mondi semplici, dove non esistono le programmate, non esiste il multitasking che ci rende multistanking (sono leader nel settore multistanking), dove non esistono manco le fatine dei dentini. La fatina dei dentini è anche lei causa del mio affanno. La odio e più la odio più i miei figli si ostinano a crederci e più ci credono più perdono denti, quei due cuccioli di squali che ho per bambini. Cadono sempre la sera tardi, quando non trovi le monete in casa manco a morire, frughi nelle tasche di cappotti che non metti dall’96, svuoti tutte le borse, persino la tascapane con scritto Okkupazione e la a di anarchia e non è sostenibile una fatina del vecchio conio. Cedi e smolli dieci euro, un pezzo più piccolo non c’è, non pagavi una mora così alta per le tue mancanze dai tempi di Blockbuster, segui comunque il protocollo: canino di Marta sotto il cuscino, da sottrarre notte tempo, soldi sul comodino, lei felice la mattina, poi il disastro.

La tua secondogenita, mentre gioca, fruga in un cassetto e rinviene il dente incriminato, l’hai riposto male. La crisi, il pianto inconsolabile, tu che ti dici che ha capito tutto, piange i suoi sogni infranti, è il momento di fare il discorso sul crescere, sulla realtà che ha la meglio sulla fantasia. E lei invece, tra un singhiozzo e l’altro, ti spiega che la fatina non ha voluto il suo dente, che il suo dente non è abbastanza bianco. E tu fai uno sforzo immane per non cogliere la palla al balzo e dirle sì, è così, vedi a non passare il filo interdentale, è colpa tua, figlia, della tua idea di igiene orale che consiste nell’infilarti lo spazzolino in bocca come un chupa chups, lasciare la testina a gonfiare la guancia mentre ti aggiri per la casa e ti sbavi sulla maglia. E invece no, non lo fai, ringrazi che, nonostante la tua poca lungimiranza, la tua totale assenza di cura nei particolari, i tuoi figli si aggrappino con le unghie e con i denti da latte alla loro immaginazione, al lato magico dei giorni.

Ti rifai dare il canino, lo lavate insieme, lo lucidate bene bene e sai che al secondo tentativo andrà meglio, che la prossima notte la quella bottana industriale della fatina ripasserà, con sborso di sovrattassa per sbiancamento. E tu ti sdraierai sul divano duro come una panca e a occhi chiusi tirerai un sospiro di sollievo perché le tue mancanze, le tue intermittenze, fortunatamente non si attaccano al lavoro della tua fatina dei dentini. Ripenserai alla segretaria del liceo, ti dirai che forse anche lei chiamava la figlia per rassicurarle le fantasie e saprai che sì, sei diventata quella donna, e va benissimo così.

Foto: Susanita

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