I motivi per scegliere una fidanzata del NORD-SUD-OVEST-EST: IL SONDAGGIONE.

Su RAIUNO sabato è uscito questo sondaggio.

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Io lo trovo sconvolgente e soprattutto razzista nei confronti delle ragazze del vecchio West, del freddo Nord e del caldo Sud. Perché questa ghettizzazione delle femmine degli altri punti cardinali, mi domando? Con Andrea Bozzo lanciamo un nuovo sondaggio, questa volta esaustivo, per orientarsi nella scelta della propria partner.

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I motivi per scegliere una fidanzata del West.

  • Sa come far felice il suo cowboy.
  • Sa mungere una giovenca.
  • Per farla partorire basta solo bollire l’acqua e portare degli stracci puliti… nemmeno i costi dell’epidurale.
  • Non invecchia male perché spesso muore di parto.
  • Non mette pigiamoni, ma solo sexy-bustini strizza tette.
  • Non subisce il fascino dell’extracomunitario indiano.
  • Come dice lei “vuoi abbeverarti alla mia fonte, straniero?” nessuna mai.

I motivi per scegliere una fidanzata del Nord.

  • Le pelli di foca sono anallergiche.
  • Sa fare dei giochini erotici con il grasso di balena che levati.
  • Piedi freddi cuore caldo.
  • Dopo naso-naso sa ballare tutto il tuka-tuka.
  • Guida la slitta coi cani e non la parcheggia in doppia fila quando porta i bambini a scuola.
  • Sa come si manda avanti un igloo.

I motivi per scegliere una fidanzata del Sud.

  • Come recita il detto: donna che fa la melanzana è tutta tana.
  • I suoi baffi alla Magnum P.I. fanno un bell’effetto revival anni Ottanta.
  • Addormenta i figli al suono del suo romantico mandolino.
  • Non tromba perché “Anto’ fa cardo” ma poi basta un tè e passa la paura.
  • Ha la frittura nel sangue.
  • Se mette il broncio basta un pavimento da ramazzare e torna il sorriso.

 

Votate Votate Votate!

Illustrazioni: Andrea Bozzo

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Sono una a cui la gente toglie i pelucchi dalle maglie.

Siamo sul bus, il 61 per la precisione, lo stesso che mi portava tutti i giorni a scuola ai tempi del liceo. Marta mi si è addormentata in braccio, Lorenzo conta le figurine. Mi guardo intorno, mi è familiare la signora seduta in prima fila, con le buste della spesa straripanti di verdure, la permanente e le calze contenitive. Che uno davvero non si spiega come mai abbiano aperto supermercati a ogni metro, ma le signore con la permanente e le calze contenitive debbano andare a fare la spesa in un altro comune. È una specie di lotta silenziosa al chilometro zero, probabilmente.

Ci sono tre sedicenni, due maschi con cappellino e tibie in vista, una lei molto truccata e molto profumata, ha un po’ di jeans attaccati a degli strappi enormi, questa moda dei buchi con i jeans intorno mi lascia perplessa, sto invecchiando. Ascoltano musica rap ad alto volume da uno stereo portatile. Scendono all’ultimo minuto, scapicollandosi e ridendo.

Quando andavo a scuola i miei coetanei l’autista lo chiamavano “Guido”. “Minchia oh Guido, apri le porte”. Alcuni di loro avevano scoperto che a porte aperte potevano suonare il campanello della chiamata a richiesta all’infinito. C’era sempre qualche pirla che, a tram fermo, si attaccava al pulsante e strombazzava. I Guido meno pazienti a volte si incazzavano come bisce e facevano scendere i ragazzini. Non pensavo più a questa storia dal 1997.

Oggi sale una ragazza. Vent’anni, i capelli raccolti in una coda morbida, qualche ricciolo sul volto. Un viso alla Vanessa Paradis ma senza denti a sciabola e un raro caso di adorabile broncio. Si aggancia a un palo, in piedi, le cuffie nelle orecchie e un libro nella mano sinistra. Legge Lo straniero in una vecchia edizione ingiallita e non è un accessorio, lo legge davvero. Indossa un paio di pantaloni larghi, una camicia bianca da uomo e un impermeabile aperto. Chiunque con quel trittico infame sembrerebbe Christopher Lambert in Highlander e invece è bellissima, elegante, una a cui non hai voglia di spostare nemmeno la ciocca di capelli dal viso. Una di quelle ragazze con l’attitudine: “ora guardo distrattamente in una direzione a caso perché un fotografo colga questo mio broncio e lo metta in una copertina di un romanzo intitolato Il profumo dei limoni quando sta per piovere”. Non so se rendo l’idea. Io non sono mai stata capace di fare quello sguardo.

Sono una a cui la gente ha voglia di togliere i peli dalle maglie. Ecco, da sempre, la gente mi spulcia, mi toglie capelli dai vestiti, ciglia dalle guance, mi invita a pulirmi perché “hai una cosa qui”. Le persone spesso mi vogliono aggiustare. Penso sia colpa del naso, insomma io ho il naso con una notevole gobba, ma è anche rotto e quindi fuori asse, sterza a sinistra. A giugno, quando ho rifatto il passaporto ho dovuto ripetere la foto tre volte, perché gli scatti non erano abbastanza frontali. Alla fine ho spiegato al poliziotto: “decida se fanno fede gli occhi o il naso, la mia frontalità è relativa, che naso e occhi guardino nella stessa direzione è impossibile”. Ho scoperto che è più facile rifarsi il naso che il passaporto.

Quando un quadro è storto c’è chi non resiste a dare una raddrizzata, se la bellezza è armonia, simmetria, io sono fottuta. Com’ero fottuta ai tempi, sul bus, con i pantaloni militari di due taglie più grandi, la borsa tascapane e i capelli lunghi ricci alla Slash. E invece fortunatamente si cresce e si può ricostruire la bellezza sull’asimmetria, intorno a una frattura, compensando. Si chiama fascino o maturità o fascino della maturità.

La ragazza scende. È onestamente, definitivamente, profondamente bellissima e desiderabile. Ma penso che lo sarebbe ancora di più se oltre al broncio, di Vanessa Paradis avesse anche i denti a sciabola.

Mia figlia apre gli occhi, mi prende tra le dita la torre di Pisa che ho al centro della faccia e dice “nasino”. Scendiamo di corsa e, a porte aperte, faccio suonare il campanello della richiesta tre volte. Cedere alla stupidera mi raddrizza l’umore, dal 1997.

 

Foto: Susanita

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Lettera all’analista dei miei figli, se mai ne avranno uno, prima o poi.

Non ho avuto un gran rapporto con l’analisi, ci sono andata eh, ma mi succedeva come in confessione. Mi inginocchiavo nel gabbiotto e inventavo i peccati, non che non ne facessi di reali, ma insomma nel momento buono non mi veniva di dirne. Per l’analisi era lo stesso, mi preparavo durante la settimana poi, arrivata a sedermi sulla poltrona, mi bloccavo. Credo fosse ansia da prestazione di peccati e ansia da prestazioni di disagio. Comunque, venendo a noi, sono anni che contribuisco a creare buon materiale da seduta per i miei figli, quindi in qualche modo lei Dottor A. mi è debitore.

Pare che la madre sia l’asso pigliatutto degli scompensi psicologici di praticamente chiunque e sì, nel mio piccolo, ammetto di essere una madre. Ne ho tutte le caratteristiche base, anche il fatto che mi stia giustificando per sedute che forse non avverranno mai con un terapeuta immaginario.

Prima che ci arrivino loro, scavando scavando, lo scrivo qui: a volte sfotto mio figlio cantilenando “Lorenzo, quando cago ti penso”, ma è per spiegargli la differenza tra rima e assonanza, lui spesso ride, non sempre. Li ospito tutti e due volentieri nel lettone, così di frequente che non si sa più chi è ospitante e chi ospitato. Li ho portati a vedere Lo chiamarono Jeeg Robot, fingendo che fosse un film di supereroi, ma sapevo perfettamente che non era adatto a loro, nella sala quando si sono accese le luci mi sono vergognata per gli sguardi di disappunto degli altri spettatori, a mia discolpa Marta ha dormito tutto il tempo. Per un compito di italiano, tra le parole che iniziano con la A, ho suggerito a Lorenzo di scrivere Anacoluto, Abiurare e Abbacinare. Ammetto di usare i miei bambini come fonte di divertimento, a loro insaputa, un divertimento tra l’altro relativo, mi rendo conto.

La sera, una volta ogni tanto, hanno il permesso di sussurrarmi all’orecchio una parolaccia, Marta predilige quella che inizia con c e finisce con culo, Lorenzo quella che inizia con c e finisce con cazzo.

Non sono riuscita a garantir loro un modello unico d’amore, il modello unico a casa nostra manco per la dichiarazione dei redditi. Hanno nonni che stanno insieme, nonni che insieme non sono mai stati veramente, un padre e una madre che vivono in due diversi continenti, zii separati, zii che si amano. Marta pensa sia plausibile sposare la sua gatta, quando le ho detto che proprio no, purtroppo no, mi ha chiesto se è perché è complicato infilarle un vestito.

Due giorni fa, stremata dall’eterno rito della buonanotte, del “dai, bambini, denti, pigiama e a letto” ripetuto duecento volte, ho cominciato a urlare: “Stanno arrivando! Scappiamo!”. “Ma chi? Chi? Mamma?”. “Ma come chi? LORO!”. Presi alla sprovvista mi hanno seguita, li ho infilati nel letto, con la coperta sulla testa. “Mi raccomando eh! Dovete stare zitti o ci trovano!”. Ridevano. Poi si sono addormentati. Non funzionerà mai più, avrò creato danni permanenti, ma Dottor A. Ne è valsa la pena.

Mia madre una cosa così non l’avrebbe fatta, lei la sera mi diceva di andare a letto e io facevo questa cosa che ha dell’incredibile: ci andavo. Ero una bambina ubbidiente, ma non particolarmente felice. Sono più felice adesso che non ubbidisco più. Anche se non posso negarle, Dottor A, che ho paure di ogni tipo.

Dietro al terrore che i nostri figli siano minacciati da questo mondo, che a tratti ci pare cattivo, insensato e pazzo, ce n’è uno più sordo e difficile da pronunciare per una madre, ovvero che i figli, gli amati, adorati figli, possano a loro volta fare del male.

Su quella linea sottile tra non ferire e non farsi abbattere bisognerebbe muoversi, è una questione di portamento lo stare al mondo. Speriamo che Marta e Lorenzo vengano da lei, Dottor A., non perché sono stati abbattuti né perché hanno fatto del male, ma perché vogliono guardarsi dentro più a fondo, migliorare il loro portamento.

Già che c’è, se mai ci sarà, abbia cura di non massacrarmi e perdoni queste madri perché non sanno quello che fanno. Ma fanno quello che possono.

Foto: Susanita

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La borsa delle donne.

Ogni donna ha una borsa di pelle un po’ lisa

l’agguanta di corsa quando esce decisa

ci tuffa la mano, ci trova di tutto:

il sacro, il profano, il bello ed il brutto.

 

Ci trova la spazzola ed il cellulare

per sciogliere i nodi e i pensieri domare

tra chiamate sospese e risposte mai giunte

non c’è balsamo adatto alle sue doppie spunte.

 

C’è un paio di occhiali, neri, da sole

se fuori è la luce ed è dentro che duole.

se fuori fa caldo e dentro è già inverno

le si appannano gli occhi, la condensa è all’interno.

 

Ci son carte che attestano la sua identità

ma a un esame più attento non c’è verità

e così nonostante i suoi dati sian chiari

ha più sogni che segni tra i particolari.

 

Ha comprato un’agenda al posto di un diario

che agire le piace, col vento contrario

lei che spesso in amore è stata avventata

scegliendo d’istinto la gente sbagliata.

 

Ci ha messo più cura con le angurie al mercato

battendo le nocche contro il primo strato

quel tizio al contrario l’ha solo annusato

la testa era vuota, il gusto annacquato.

 

Tra i trucchi scaduti c’è un buon correttore

cancella le occhiaie, migliora l’umore

nasconde le notti “mi pensa, ti penso”

si sveglia, è mattina: “m’illudo d’immenso”.

 

Ci sono castagne dell’autunno passato

e un pugno di sabbia la stoffa ha incrostato

una sciarpa che indossa d’inverno e la sera

una viola in un libro che fa primavera.

 

Preferisce le piante ai fiori recisi

e di tutte le specie detesta i Narcisi

se ne trova qualcuno lungo la via

non si fa più ammaliare, ha l’allergia.

 

In fondo alla fodera, la stoffa è bucata

è lì che una chiave si è rintanata

la cerca da tempo, la credeva smarrita

la guarda, la osserva, ce l’ha tra le dita.

 

In fondo alla borsa un segreto ha scoperto,

è una chiave che apre un cuore già aperto:

amare davvero è tra i doni, i più rari

non perdi alla fine, o vinci od impari.

 

Illustrazione: Ilaria Urbinati

 

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L’ansia da prova costume di Carnevale (e almeno si sono estinti i Pierrot).

Per quanto tu ti sbatta per il costume di Carnevale, tuo figlio desidera fondamentalmente vestirsi in un solo modo: da accozzaglia di polimeri ottenuti per polimerizzazione a stadi via condensazione che contengono il gruppo funzionale degli esteri lungo la catena carboniosa principale. Ovvero con un abito 100% poliestere di quelli che si sfilacciano ai bordi appena li guardi, che scintillano quando li infili, i costumi arruffagatti e drizzacapelli. Li riconoscete perché stanno in confezioni quadrate in plastica, con una gruccia dentro, un quadrato di cartone e un’immagine esplicativa che non mente sul contenuto, è brutta anche quella. In queste foto ci sono bambini e bambine in fase prepuberale con un filo di baffi sul labbro superiore, tristi, abbigliati/e da Piccola Principessa, Piccola Anna di Frozen, Piccolo Thor, Piccolo Spiderman, Piccola Rapunzel, Piccola Cenerentola. No, Piccola Fiammiferaia no, che altrimenti con tutto quell’acrilico si trasformerebbe nella Piccola Giovanna d’Arco alla prima scintilla.

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I bambini delle foto dei costumi confezionati fanno quell’effetto improbabile di Orlando Bloom nei panni di Legolas biondo nel Signore degli anelli.

Il ministro dei poliesteri a quanto pare ha ottimi rapporti con l’Oriente perché i travestimenti sono assemblati tutti là, a Taiwan. Con addosso uno di quelli tuo figlio non può stare seduto su nessuna superficie, scivola, si siede su una sedia e zac è spalmato a terra, è fatto di un tessuto che azzera l’attrito. Non si capisce come mai i piccoli li amino così disperatamente, ma sono una salvezza per il genitore medio capitalista che affronta la difficoltà con l’acquisto (e come biasimarlo).

Che Carnevale e Halloween siano due feste di merda lo attesta comunque il fatto che cadano in mesi freddi. Questo significa che i bambini non vedono l’ora di vestirsi per poi coprire gli abiti col giaccone. Così alla sfilata dei carri trovi la Spagnola delle nevi, lo Zorro aka Don Diego dell’Himalaya, il pirata dei Caraibi mi sono perduto in Antartide.

Alcuni genitori particolarmente apprensivi sostengono la versione tuta da sci sotto il vestito stile Spagnola di Botero e l’Iron Man Michelin.

Mia madre, per semplificare, mi avrebbe convinto che questo fosse un vestito di Iron man.

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Sulla questione sfilata dei carri mi astengo dal commentare, dico solo che alcuni attori per piangere in scena pensano al Carnevale del paese dove sono cresciuta. Sfilate così tristi che sospetto fossero le prove generali della via crucis del mese successivo.

Quanto ad ansia da prestazione per la prova costume dei miei figli mi sento tranquilla, fortunatamente sguazzo in classi di genitori inetti quanto me, le maestre lo sanno. Basta pensare che quando Lori aveva quattro anni decisero di far vestire ogni bambino da colore. Per la prima volta mi sono sentita leggermente sottovalutata nelle mie capacità creative, ma tanta stima ai bambini pantone.

Non va sempre così bene. In ogni classe c’è puntualmente chi ha:

Una nonna sarta e non ha paura di usarla. Che è un po’ come partecipare alla gara dopati. La nonna sarta è come minimo Vivianne Westwood e i risultati sono Dame Ottocentesche con boccoli biondi di bambine povere, sirenette con meravigliose code all’uncinetto che si muovono saltellando qua e là in un’estenuante corsa coi sacchi.

Un padre architetto e/o falegname. Che veste il proprio figlio da baita, così il problema freddo è risolto. Nei costumi architettonici rientrano anche i travestimenti ingombranti di gommapiuma. Aerei di Planes 3d, trenini Thomas… ogni bambino ha la capacità di movimento di Adinolfi, ma l’impatto è potente.

Una zia Muciaccia. Quella creativa, quella che ha visto troppi attacchi d’arte di Neil Buchanan. Alla fine da cosa è vestito il bambino lo scopri solo con la vista aerea.

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Una madre di merda (e un padre connivente). Che è poi quella un gradino sotto di me. Che ficca un nastrino in testa alla figlia e le dice che è vestita da Charleston (che poi è come mettere una parrucca bionda e dire al figlio t’ho vestito da Tuka Tuka) oppure le fa il monociglio con la bic e le dice che è Frida Kahlo.

In questi carnevali moderni una nota positiva c’è: si sono estinte le maschere regionali e i Pierrot (lo odiavo con quell’affare intorno al collo, sembrava il cono dei cani appena castrati che non si devono leccare le palle). Non ho più visto Arlecchini, Pantaloni and company che in me hanno sortito sempre l’effetto del pagliaccio di IT.

 

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Ditemi se non sembra Sow l’enigmista, ogni volta che si avvicina un Arlecchino ho paura che mi costringa a tagliarmi un piede.

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Happy Days (ovvero l’importanza della cuginanza).

Mia cugina l’amavo tanto, nei ricordi felici d’infanzia c’è sempre, una presenza allegra e chiassosa. Aveva i denti leggermente in fuori, labbra carnose seccate dalle chiacchiere e occhi azzurrissimi, assomigliava a Joanie Cunningam di Happy Days, “un tipo furbo” le diceva la nonna. Eravamo tutte un tipo di qualcosa, io “un tipo tranquillo”. Era espansiva, si soffiava il naso e poi buttava all’indietro la testa per mostrarmi le grandi narici, dovevo controllare che non ci fossero curiosoni a fare capolino. Lo stesso faceva per le mestruazioni, quando le mestruazioni arrivarono, mi scodinzolava davanti e io le dovevo guardare il sedere alla ricerca di una macchia rossa. Aveva due anni in meno di me. Ne parlo al passato perché è quello il nostro tempo, il tempo di tutte le cose che ti sembrano perfette solo quando cominci a raccontarle all’imperfetto.

Tra i tanti motivi che me la rendevano cara c’era suo padre, l’uomo più divertente che abbia mai conosciuto, zio Nino aveva perso la vista per via del diabete, cosa che dava un aspetto oracolare al suo umorismo irresistibile. Usava il termine “pivella” per dire fidanzatina e parlava sporco, da bisca, aveva un appetito formidabile e fumava Merit puzzolenti, contro ogni consiglio del medico. Al racconto di quando, già cieco, gli amici lo portarono a “vedere” Basic Instinct al cinema, una zia si pisciò addosso dal ridere, si accasciò su se stessa e bagnò il pavimento.

Un’estate mia madre prese casa a Laigueglia, sulla collina. Era molto brava a scegliere appartamenti del mare brutti e spogli al limite dell’abitabilità. Ci entrava e passava il primo giorno a pulire, acquistare suppellettili, spostava anche i mobili, la colonizzava a modo suo. Lo stesso atteggiamento l’ha avuto più tardi con i nipoti neonati: la prima cosa che faceva quando veniva a trovarci era cambiarli, rivestirli, non erano mai abbigliati in modo appropriato, sempre troppo “leggerini”, oppure scomodi, oppure costretti.

Quando vivevamo ancora tutti insieme rifaceva anche il letto già fatto da papà, non era mai abbastanza teso, le coperte non erano rimboccate, non ci si poteva dormire così e infatti lui mica ci dormiva, ci stavo io nel lettone con la mamma, papà si era esiliato nel mio a una piazza. Avevano le loro ragioni. La casa di Laigueglia quell’anno la ripristinò in due giorni, era messa male. La mattina mare, pranzo a casa, riposino e poi di nuovo mare. Eleonora era con noi. Le misure del mio corpo le presi in quegli anni sulle sue, la pelle ambrata, tesa, la peluria che si imbiondiva, i miei peli non si imbiondivano mai, bisognava toglierli.

C’era una natura più maschia in me, un nucleo pesante, il bacino grande, la pancia piatta ma ampia con le ossa sporgenti. Un corpo senza slancio. Eleonora era fisicamente gioiosa, le piaceva correre, a me no, le piaceva sciare, a me no, le piaceva tuffarsi, a me no. Io mi immergo piano, sono quel tipo di persona. La sera, quando aspettavamo che fosse pronta la cena, gironzolavamo per la collina fino al campo da tennis. Avevano montato delle reti, tappeti elastici dove i ragazzi si sbizzarrivano per ore, su e giù, capriole ed evoluzioni. “I salti” li chiamavamo, andavamo lì solo per guardare, erano a pagamento e a noi mancavano i soldi. Desideravamo provare, tuffarci, andare in alto e poi giù col sedere, poi ancora in alto a gambe spalancate. Chi lo faceva sorrideva, mimava “o” con le labbra e produceva versi buffi a ogni rimbalzo.

“Alla fine della vacanza ci potrete andare” ci disse mia madre e alla fine della vacanza ci diede quattro mila lire a testa, un’ora intera di felicità sui salti a patto di non romperci l’osso del collo. Arrivammo alle reti, un tappeto a me e uno a lei, ingabbiate nei nostri ring. Ci buttammo dentro. Eleonora di pancia, di sedere, sulle punte, a ritmo, contenta. Io sulle prime fuori tempo e poi sempre più spigliata. E accadde una cosa che non avevo preventivato: saltare per me era noioso e imbarazzante. Non succedeva niente, ripetevi sempre i soliti movimenti, però ormai ero lì, io e la mia ora davanti, eterna. La stessa sensazione la ritrovai cinque anni dopo, la prima volta in discoteca. Per mesi avevo chiesto il permesso di andare a ballare, per anni avevo invidiato i ragazzi che nei miei sogni si dimenavano scuotendo la testa, vicini eppure nel loro mondo unico di musica e pensieri. E poi mi ritrovai in pista, tra le parole di una canzone che non conoscevo, a saltare su e giù con intere ore davanti.

Eleonora mi guardò: “Io mi sono rotta”.

E tornò per prima sulla terra ferma, liberandomi. Le volevo così bene.

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Lasciate le scarpe e la dignità voi che entrate. Gli spogliatoi delle piscine per bambini.

Dicesi contrappasso la rigorosa corrispondenza della pena alla colpa. Nella pratica: ogni madre che ha affermato “il nuoto è uno sport completo” si ritroverà in un girone dell’inferno chiamato “spogliatoio della piscina” per espiare il proprio qualunquismo nell’umidità e nella disperazione.

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Che uno dice “Che ci vuole?” Arrivi, cambi, esci, lui (lei) nuota, fai ciao ciao dagli spalti, rientri, doccia, asciughi, esci. Ho visto sbarchi in Normandia meno cruenti, lo assicuro. Tutto inizia nell’anticamera che tu hai sempre vissuto come lo spazio per lasciare le scarpe. Illusa. Ci sono quaranta bambini per una panchetta da due culi e una puzza di piedi che làvati, perché è dura da accettare ma i bambini puzzano amici, puzzano tantissimo, anche quegli angioletti con le scarpette di Frozen che avete per figlie.

La panchetta è occupata da una nonna da due culi e dalla sua borsa, ella sceglie di spogliare e cambiare integralmente qui il proprio nipote, si porta avanti, l’esperienza l’ha resa scaltra e prepotente, tu la guardi con un mix di odio e ammirazione. Nella lotta a portarsi avanti vincono comunque le accompagnatrici che conducono i rispettivi Rocky Balboa già in accappatoio, li hanno cambiati sulle scale, forse in macchina.

Entri. Lo spettacolo è spaventoso: nella palude si muovono orde di bambini incaprettati nelle loro medesime mutande e costumi da bagno interi. La sacerdotessa delle nebbie di Avalon, ovvero l’inserviente con lo straccio, si sposta nell’umidità come fosse il suo elemento naturale e insulta le accompagnatrici inesperte. Alcune si coprono le scarpe con sacchetti dell’immondizia e si aggirano come i chirurghi di ER. La pressione e il nervosismo è in effetti ai livelli di un pronto soccorso, bisogna fare in fretta o i bambini evaporeranno.

Tuo figlio ha fatto la doccia preventiva, ha sentito scrosciare le cascate, ha visto scorrere fiumi cristallini, ha risposto tre volte no alla domanda “devi andare in bagno”, ma appena i suoi piedi toccano la pozzetta per entrare in vasca scatta la voglia pazza di far pipì. Si torna indietro, avevi già srotolato i pantaloni ed è subito 1995, quando alla prima pioggia ti aggiravi per sei ore con i jeans a zampa bicolor e i polpacci gelati. La moda dei risvoltini l’ha inventata la madre di Phelps.

I pargoli guadano tutti la pozzetta e sono dall’altra parte. Fine primo round. Tiri il fiato, ingenua che non sei altro.

Dopo 45 minuti esatti siete tutte insieme schierate, le mondine di Riso amaro.

riz-amer-1948-05-g.jpgIn faccia una smorfia disperata, in mano il bagno schiuma, lo shampoo e la spazzola con la prolunga per lavare la macchina. C’è acqua ovunque, arriva dal cielo, dai lati e dal basso. “Aprite i rubinetti tutti insieme, per Dio” urla la nonna due culi, se non si fa così è impossibile raggiungere una temperatura tollerabile. Purtroppo qualcuno in bagno tira lo sciacquone e i bambini sono bolliti, cose che capitano, bisogna proseguire.

A metà delle grandi manovre tuo figlio ti guarda e ti dice che deve fare la pipì. “Ma di nuovo? Ma non puoi pisciare lì sotto? Tanto lo sappiamo tutti e due che presto farai l’elicottero con il pisello nella doccia”. Ma il giorno del decollo non è oggi, oggi ha deciso che è pudico e deve farla nel bagno. E preghi che non gli scappi anche altro perché se si siede tutto insaponato e sgusciante finisce dritto dritto nello scarico e ciao primogenito.

La tappa al cesso ti costa caro. I phon sono tutti occupati dalle madri di Rapunzel, bambine ipertricotiche con la capacità assorbente di un mocio vileda. Alcune stanno facendo la piega a Valerio Scanu.

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Infili tuo figlio tra due postazioni, la seconda classe dei phon da muro, prendi il calore usato. Ti rendi conto di avergli lasciato un chilo di schiuma in testa. Meglio, così si secca prima.

Sei devastata. Ma c’è ancora la borsa da chiudere. A casa avevi diviso ogni indumento in sacchetti e scomparti, ora hai solo voglia di fuggire, butti tutto dentro in un bolo di bagnoschiuma, stoffa, ciabatte e calze. È finita.

Hai perso sei chili. Il nuoto è lo sport più completo, solo che a questo punto non mi spiego i due culi della nonna.

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