PARANOIAL Activity (di notte specialmente).

La mia casa è infestata dalle Paranoial Activities, ovvero quell’insieme di inspiegabili e folli ansie che si scatenano nottetempo tra le mura della mia dimora da single (con bambini). Sono in questo mondo da 38 anni, da 18 mi occupo di me stessa in autonomia, da 6 ci sono anche i miei figli. E ogni sera ripensando a commercialista, bollette, contratti, mutuo, scuola, lo stronzo borsellino on line, mi domando come mai non siano ancora arrivati i gendarmi con i pennacchi e con le armi a portarmi via. A volte se l’attività paranoiale è particolarmente violenta mi alzo posseduta e frugo nei cassetti alla ricerca di scadenze di vaccini, cambi di residenze, CUD, documenti dell’INPS. E mentre cerco, in balia della mia smania, trovo calzini spaiati dati per dispersi da anni, pezzi di puzzle di puzzle “l’amore è…” degli anni Settanta, le chiavi della cassaforte che ho fatto scassinare perché non trovavo più le chiavi. Di CUD, INPS, bollette, notifiche di vaccini nemmeno l’ombra. Desisto, ma per sicurezza mi mando una mail di promemoria.

A questo punto può succedere che mi senta meglio, che riprenda il contatto con me stessa e che torni a letto, ma prima vado in bagno. Accendo la luce e nell’angolo c’è lui, Gregorio. Bello e paffuto, nero, lo scarafaggio di merda. “Eh signora nelle case d’epoca gli scarafaggi sono la normalità” mi ha detto un annetto fa il disinfestatore. Eh il cazzo, ho pensato io, nelle case d’epoca il portiere è la normalità, le spese di condominio alte sono la normalità, la vecchietta scatarrona del terzo piano è la normalità, non mister Samsa che usa il mio cesso e le mie tubature a scrocco. Gli faccio quello che devo: la messa in piega. Ovvero prendo nel cassetto della cucina dei documenti una lacca per capelli Cielo Alto di ottima annata (perché sia lì non è chiaro) e gliela svuoto addosso. Mezz’ora di PSSSSSSSHHHH, fino a quando è pronto per andare in cielo, passando per il buco dell’ozono. Una volta tramortito bisogna fare il gesto estremo: lo schiaccione! La lacca per capelli non ha ucciso Fiorella Pierobon in mille mila anni di ciuffi a soppalco, figurarsi se ha sterminato Gregorio. Purtroppo sono scalza. Idea: nello sgabuzzino ho un paio di Dansko, quelle scarpe che vanno tanto quest’anno e che ti fanno sentire la dottoressa olandese di Gray’s Anatomy perché sono tra lo zoccolo di legno Nederlands e quello sanitario da ospedale. C’ho speso un sacco di soldi, la tipa del negozio chic mi ha convinta dicendomi: “Sai non devi viverla come una scarpa da abbinare, devi viverla come un oggetto”. E infatti io l’ho vissuta come un oggetto, l’ho posata in un angolo e gli ho lasciato prendere della bella polvere, è che non avevo capito ancora di che oggetto si trattasse. Ma ora mi è chiaro, è un oggetto contundente da tre chili, ideale per lo schiaccione. Gregorio finalmente defunge.

Poi torno a letto con l’idea di mettere il cellulare in modalità aereo, perché quando è così rischio di chiamare tutti i miei ex fidanzati implorandoli di riprendermi. “Ma mi hai lasciato tu” mi direbbe qualcuno, “era prima di Gregorio”. Nella vita di una donna arriva sempre un Gregorio che ti fa rivalutare il tuo passato sentimentale. iPhone alla mano, mi accorgo che c’è una mail nella casella di posta, magari non è tutto perduto, c’è qualcuno che mi pensa, qualcuno che mi sogna e mi vuole, qualcuno che sa compilare una fattura ed è sveglio anche lui. Non sono sola. La apro. Oggetto della mail: ANTITETANICA LORENZO. Mittente: la minchiona che sono.

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Vi imparo di giorno. Vi ripasso di notte.

Vi imparo di giorno. Vi ripasso di notte. Di giorno ruzzolate uno sopra l’altro, vi cacciate, morsicate e poi di nuovo cominciate a correre. Sono spasimi di vita, vi rattrappite insieme, in crampi nervosi, poi distendete tutto in un sorriso. Di notte vi dormite accanto, fermi, tu a pancia in su arreso alla fatica, Marta sghemba a pancia in giù con le gambe lunghe e il broncio.

Vi imparo di giorno. Vi ripasso di notte. C’è una ciclicità nel conoscervi, azione e contemplazione. Come le tue magliette da calcio, che sono le uniche che vuoi mettere, ci sudi di giorno, io le lavo la sera, la notte le asciuga perché domani è un altro giorno. “Quando chiedi di giocare agli altri bambini ti vergogni un po’” spieghi a tua sorella “ma poi quando entri ti senti un campione”. Hai il corpo di tuo padre, come lui ti muovi, ma hai il mio sguardo. Di chi ama osservare gli orizzonti fuori dal finestrino anche quando non c’è orizzonte e nemmeno finestrino. Cosa fai imbambolato? Ti diranno forse le nuove maestre che incontrerai lunedì.

Leggere sai leggere, l’hai imparato da solo sulla Gazzetta dello Sport. Contare sai contare. Ma non sai ancora il segreto dell’infinito, è la prima cosa che ricordo bene delle elementari. Appena imparai come funzionava la questione dei numeri, arrivata a cento mi dissero che potevo andare oltre… ai duecento, ai trecento e via così, nei secoli dei secoli. Fu un trauma e non volli andare a vedere. Ci credo, ci credo, non conto oltre, mi fermo qui. Per come sei fatto temo che tu proverai a contare nei secoli nei secoli.  La matematica ci insegna l’infinito, le lettere ci insegnano a dargli un nome. La filosofia ci mostra come aprire il mondo, la chimica e la fisica le combinazioni che lo chiudono. La storia ci prepara, la ginnastica ci allena. A cosa esattamente lo devi decidere tu ed è la parte più complicata, ma più stimolante della scuola.

Vi imparo di giorno. Vi ripasso di notte. Vi tasto le ossa, vi conto i denti, vi misuro a spanne, conto quanti piccoli respiri vostri fanno un respiro profondo mio. E do la buonanotte alle orecchie, alle nuche, ai capelli sul cuscino, alle ginocchia graffiate, alle linee dei palmi nelle mani, ai piedi che si fregano sui piedi. Non dormono mai i piedi? Vi do la buonanotte adesso che dormite ed è una cosa tenera e inutile augurare la buonanotte a chi dorme già.

Vi imparo di giorno. Vi ripasso di notte. Fin quando vi so e così all’infinito.

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Non è ritenzione idrica, sono le lacrime che non ho pianto.

C’è da dire che la mia ritenzione idrica, al momento, è causata da tutte le lacrime che non riesco a piangere. Un santone peruviano, qualche anno fa, ha detto a mio padre che la mamma sarebbe morta a 74 anni. Mi sono sempre chiesta perché questo santone si fosse preso la briga di comunicare la scadenza all’ex moglie di un italiano in vacanza nelle Ande. Mi sono sempre chiesta anche perché mio padre si fosse preso la briga di raccontarcelo, mi sono risposta che le leggerezze degli uomini a volte pesano come macigni dal cavalcavia.

Quando nasce un bambino tutti si affrettano a riconoscere somiglianze. È tutto la mamma! Ha il naso di papà! Ma per le somiglianze vere ci vuole tempo, quelle oggettive si fanno lampanti quando si invecchia, non quando si nasce. Mia madre è tutta mia nonna, nei gesti soprattutto. Fa quella cosa del no silenzioso con lo schiocco della lingua sul palato, da scugnizza, un po’ sprezzante. E se le fai una domanda che non le piace o che non capisce dice “Macchè!” alzando le spalle.

Credevo che il mio percorso di crescita da ragazza ad adulta si fosse compiuto diventando la madre di. Le maestre, le altre mamme, ti chiamano così “ecco la mamma di Lorenzo”, “lei è la madre di Marta? Volevo parlarle del fatto che la bambina si rifiuti di fare religione”. Comunque mi sbagliavo, il momento in cui si diventa adulti è quando un medico ti vuole parlare in qualità di figlia di. Ecco quando essere madre ed essere figlia implicano le stesse responsabilità allora sei grande, non ci sono dubbi.

“Dobbiamo parlare della mamma” dice la dottoressa a me e a mia sorella. Ci sediamo davanti a una scrivania e fingiamo di non sentirci due minchione davanti alla preside. Ascoltiamo in qualità di figlie di Mari, rispondiamo a molte domande, diciamo un sacco di parolacce. Cazzo! Soprattutto lo ripetiamo un paio di volte. Dopo “dialisi” e “biopsia” Silvia dice anche minchia!, ma non ne sono certa. La dottoressa ci sta dando il benvenuto, siamo qui per restare.

L’ospedale è un posto che crea automatismi, quando sai quale ascensore arriva più velocemente, quando schiacci il numero del piano e subito dopo la chiusura porte (perché così non entra più nessuno e si parte), se giri nei corridoi con prontezza e dici “quella macchinetta no perché non erogano i cucchiaini”… vuol dire che ci sei già stato troppo. Cioè più di un giorno. Sto seduta su una sedia scomoda, il reparto  è tranquillo, il vicino di letto è avviato verso quel percorso lento, doloroso, estenuante che il mondo, per brevità e ottimismo, chiama fine. Penso: “che muoia lui”.

Silvia fa cose da Silvia, tipo chiamare persone dal passato di mia madre per venirla a trovare e metterla in imbarazzo. Io, io faccio cose da me, tipo svuotarle la padella o comprarle dozzine di camicie da notte. Tutte e due facciamo cose da noi tipo salutare la mamma e poi tornare indietro per dirle “ti voglio bene” nell’orecchio, imponendocelo come medicina. Mi riesce così male dirle ti voglio bene che mi faccio quasi tenerezza.

Sta sdraiata a occhi chiusi, è debole e comunque l’energia che le resta la tiene per essere incazzata. Sono arrabbiata anch’io. Guardo la flebo, lacrima goccia a goccia, beata lei che ci riesce. “Stai finché finisce?” mi chiede. Sto, in silenzio, mentre il liquido fluisce. Dovrei pensare a lei, invece penso a una sera di qualche settimana fa. Ero con Lorenzo e Marta vicino alla spiaggia e guardavo una donna anziana e un figlio adulto che danzavano nella proverbiale rotonda sul mare. Mi sono lamentata con Lorenzo “Ecco vedi, tu non mi porterai in balera quando sarò vecchia”. Lui tutto mortificato mi ha risposto: “Ma perché ti devo portare in galera?! da vecchia, al massimo ti porto in ospedale”. Speriamo che per allora sia pronto a diventare il figlio di Enrica.

Quando le gocce si esauriscono e dai miei occhi ancora non scende nulla, vado. Ora, caro santone peruviano, vedi di esserti sbagliato, perché diversamente mi vedrò costretta ad andare in piazza e fare una strage di flautisti andini percuotendoli con i loro medesimi strumenti di merda.

Foto “ti racconto come stanno le cose” di Susanita

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Antonio (tutto su mia madre).

 

Quando entravamo in un locale d’estate si sedeva a un tavolino, poi si accorgeva dell’aria condizionata e allora si spostava alla ricerca di una bolla di calore, si risiedeva, ma realizzava che dove c’era la bolla di calore la musica era troppo alta, si rialzava. Andare in un bar con mia madre significava giocare al gioco della sedia per i primi dieci minuti almeno. Al cameriere chiedeva sempre un caffè macchiato caldo e guardandolo negli occhi ripeteva, come se lo volesse ipnotizzare, “cal-dis-si-mo”, scandendolo bene. Se camminavi accanto a lei in centro non ti potevi fermare a guardare una vetrina perché la perdevi, lei andava, era già a casa.

Se malauguratamente ti saltava in mente di farle una foto, invece di sorridere come tutti i poveri mortali, si muoveva, parlava, per risultare naturale. “Chiudi quella cazzo di bocca, mamma” è la formula che a casa mia ha sostituito il “cheese” prima di uno scatto di famiglia. È tanto, troppo, che non le faccio una foto.

Da piccola mi ha menato solo una volta perché mi aveva persa in spiaggia, in realtà ero seduta sotto l’ombrellone accanto alla sdraio, a giocare con le formine. Quando mi trovò mi tirò un ceffone per la paura, dopo mi chiese scusa. Si arrabbiava molto anche quando avevo la febbre, sempre colpa della paura. Per il resto mi diceva che ero una bambina bravissima, “poi non so com’è successo che sei diventata così”. Aggiungeva. Non ho mai pensato di chiederle cosa intendesse con COSI’. Davo per scontato che fosse un così stronza, così dura, così sfuggente. Un paio di mesi fa ho preso il coraggio e gliel’ho domandato, ma così come? “Così libera, Enrica”. È la cosa più amorevole che mi sia sentita dire. Le sono piaciuti tutti i miei fidanzati, tutti, anche quelli impresentabili, anche quelli strambi, anche quelli che non piacevano nemmeno tanto a me.

In gioventù assomigliava a Audrey Hepburn di Vacanze Romane, ma amava Marlon Brando di Sayonara. Fin quando ho vissuto con lei, poco in verità, mi ha svegliato gorgheggiando “Buongiorno amor, sei tu, che mi porti il buongiorno”. Lo odiavo, perché, ora lo so, ero davvero COSI’ stronza.

È stata maestra tutta una vita, era il suo mestiere, ma non ne parlava quasi mai. Piuttosto, in caso di trasferimento, si premurava di avere la casa a distanza di sicurezza dalla scuola “che poi incontro i genitori al mercato”. Se guarda le foto di classe ricorda ancora i nomi e i cognomi dei bambini, raro che ne dimentichi uno.

Iniziò a insegnare con il battesimo del fuoco, la mandarono in montagna, una colonia invernale. Aveva diciannove anni. Una colonia invernale maschile all’inizio degli anni Sessanta era a tutti gli effetti un collegio per disgraziati. Molti parlavano solo il dialetto, frequentavano le elementari ma alcuni erano ripetenti da anni, uno si masturbava continuamente e mia madre un’erezione dal vivo ancora non l’aveva mai vista. Avevano le teste infestate di pidocchi e i letti di pulci, li rasò tutti e lei si tolse i parassiti col petrolio.

Ricorda la paura degli inizi, quando arrivò in palestra, sola di fronte a questo schieramento di maschi, preadolescenti, molto incazzati. Le colleghe le avevano parlato soprattutto di uno, figlio di puttana e non in senso figurato, con una certa predisposizione al furto, alle testate e alla perdita di controllo. Si chiamava Antonio. Mia madre esitò un secondo sulla porta, si tolse la borsa a tracolla, fece un cenno ad Antonio che la sfidava con lo sguardo e gliela consegnò. “Tienimela, per favore” gli disse. E Antonio la tenne in grembo tutto il giorno come fosse un gattino di cui avere cura. Non so perché questo racconto mi commuove così tanto. No, non è vero, lo so.

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Foto: Susanita

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La teoria dell’altalena.

L’altro giorno, un pomeriggio d’agosto in città, avevo tutto il tempo davanti, tutto lo spazio intorno, tutti i miei figli accanto. Lorenzo giocava a calcio, Marta voleva andare sull’altalena. Spingimi dalla schiena, non dalle catene e nemmeno dal sedile, dalla schiena e non ti fermare. Marta ha un master in teoria e tecniche di spingimento sull’altalena e non teme di applicarlo. E allora mi sono detta: questa volta aspetto che mi dica basta, che si stufi lei. Ho toccato la sua schiena a ritmo, per minuti, decine forse ventine. Poi ho visto la sua testa che si piegava di lato leggermente, ho pensato ecco il punto di rottura. E invece no, si era addormentata. L’ho presa in braccio, mi sono seduta su una panchina, siamo rimaste abbracciate nel giardinetto semideserto, è stato bello e un po’ commovente. L’amore è quella cosa a cui non diresti mai basta, al massimo, quando proprio sei stremato, ti ci addormenti.

Mi auguro che quest’amore esista anche tra adulti, ancora e anche per me, con un uomo, in una camera dove stare tanto da dover aprire le finestre perché l’aria si è fatta viziata, ma solo perché ci siamo viziati prima noi. Spero che si possa vivere senza basta, senza paura del tempo che passa e magari guardarsi dopo anni e dirsi “madonna, ma davvero siamo invecchiati?”. Come quando scopri che Stand by me ha trent’anni, Pulp fiction venti, Le vite degli altri dieci. Però sempre gran bei film, ragazzi. È plausibile che questa mia temporanea tendenza alla mollezza di spirito e alla melassa sia imputabile all’estate o al tramonto di questa sera o più probabilmente alla certezza che ci si prepari tanto alla prova costume quando poi basterebbe davvero solo innamorarsi.

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Foto: Susanita

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Le body-sceme come me.

La mente di un’adolescente è fertile soprattutto perché usa un fertilizzante sopraffino: la merda. E per merda intendo i mille problemi legati a un corpo totalmente nuovo e piuttosto definitivo. Prima fa meno paura perché c’è ancora possibilità di una forma di trasformazione. Dopo no. Quello è, può peggiorare, può migliorare, ma nella sostanza c’è poco margine di cambiamento. Io avevo un bel corpo, ora lo posso dire, lo vedo nelle foto, lo ricordo. Gambe lunghe, spalle proporzionate, tette poche ma sensate, capelli lunghissimi e ricci fino a un notevole culo. Il viso era strano, come oggi, eppure il mio problema era il corpo, non il naso rotto, non il mento appuntito, il corpo. Il peggior body-shaming, come si dice adesso, me lo sono fatta tutta da sola. Che poi shame è una parola doppia perché significa vergogna, ma significa anche peccato. Ed è un peccato tremendo vergognarsi, ma soprattutto una madornale perdita di tempo.

Fortunatamente sono arrivati gli uomini, gli uomini sono stati i migliori alleati del mio corpo, ho avuto fortuna, lo so. Nessun ragazzo con cui sono stata mi ha mai chiesto perché non mi rifacessi le tette o il naso, al massimo mi sono sentita dire che ero troppo pallida o che dovevo mangiare di più. Gli uomini sono meno scemi di noi o almeno di me, questo è certo. Il segreto di bellezza incontrovertibile è che anche la donna più figa, con la pelle più tonica e il sedere più alto, non lo sarà per sempre e soprattutto non lo sarà mai per tutti ed è stata la svolta. Fare l’amore, farlo bene, insegna l’amore per il corpo, perché il piacersi passa soprattutto attraverso il piacere. La seduzione ha molto a che fare con i difetti, con il desiderio di colmare una crepa, una ferita. La seduzione è compensazione.

Quando sento un adulto parlare di decoro, di chi possa o meno permettersi un paio di shorts, mi viene sempre l’ansia. In modo particolare quando le argomentazioni iniziano con “quando ero ragazzina non mi sarebbe mai venuto in mente di vestirmi così”. Ma siete serie? Veramente rimpiangete i magliettoni sotto l’ombrellone? Veramente credete si stesse meglio intabarrate sotto venti strati di paranoie? Mia nonna Luisa, donna dai costumi integerrimi (un solo uomo fino all’ultimo giorno e pochi vestiti in più) prima di rincoglionire totalmente mi disse: “Io, tornassi indietro, camminerei con le braccia a terra e le gambe per aria”. Intendendo nel suo modo buffo che se impari veramente, l’unica lezione che l’esperienza ti può insegnare è il diritto alla libertà.

Liberi tra l’altro ci nasciamo, liberi e soddisfatti del nostro fuori come del nostro dentro. I bambini pensano di essere belli, perfetti, creature uniche e meravigliose. Io almeno pensavo di essere così, ma d’altronde pensavo di essere, a seconda delle volte, un unicorno o una ballerina. All’età di sei anni, fu mia sorella a dirmi che no, non ero bella, cioè c’erano moltissime bambine più belle di me, Nikka Costa per esempio. Ecco quando vedo una ragazza con la cellulite e gli shorts penso che i casi siano due: sa di non essere Nikka Costa (che comunque resta anche oggi una gran gnocca, li mortacci sua), né la più bella del paese, ma ugualmente ha deciso di indossare i pantaloncini come atto deliberato, una scelta consapevole e allora oltre alla cellulite ha una cosa che a me manca, la libertà. Oppure no, non si rende conto, ma col cazzo che sarò io a dirle che gli unicorni non esistono.

Penso che sia fondamentale educarsi alla forza e alla critica, perché le critiche non smetteranno, perché siamo fatti così, la presa in giro si può tacere ma ce l’abbiamo nella testa. Parlando per me, chiamo Zio Marrabbio le donne che si mettono quei sandali tanto di moda con la para bianca e i pantaloni a mezzo polpaccio. So riconoscere un culone o un nasone e non so resistere alla presa in giro. Non la pratico pubblicamente e mi sorprende l’ingenuità di alcuni scivoloni compiuti da settimanali accreditati, ma rivendico il diritto di scherzare sul corpo mio e degli altri, sui costumi miei e degli altri. Esattamente come scherzo su chi dice ciaone o fa un uso scorretto del piuttosto che. Ecco, ragazze, lasciate perdere i cuscinetti e le trippe e andate a liposuggervi i piuttosto che.

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Foto: Susanita

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