Una che si è prestata molto, ma si è data poco.

Se dovessi sintetizzare in una frase il mio curriculum vitae sentimentale direi “una che si è prestata molto, ma si è data poco”. Mi sono prestata a rapporti e avventure, mi sono prestata a compromessi, mi sono prestata più o meno generosamente a relazioni che mi hanno divertita, arricchita, anche ferita naturalmente, come tutti. Mi sono prestata a giochi d’amore un po’ ridicoli, alle strategie, mi avvicino piano piano perché a un mio movimento brusco potrebbe scappare, mi sono prestata a trattare l’altro come una bestia da domare o peggio da ammaestrare. Una single prestata alla coppia, ecco qualcosa del genere. Però darsi, non come una concessione, darsi per convinzione, è un altro paio di maniche. Darsi senza cedere alla tentazione del dubbio, senza controllare le vie di uscita laterali o quelle di emergenza, per darsi sì, ma alla fuga.

È che l’amore di coppia ha a che fare con la fede, c’è chi ci nasce e Dio è con lui sempre, lo sente, allo stesso modo si nasce con la capacità di stare in coppia, senza troppe domande, Dio esiste, non è una possibilità, è la realtà. Poi c’è chi pur avendo una spiritualità, un senso del trascendente, vive tutta la vita sperando di trovare la fede, di poter credere finalmente, di potersi dare, senza farsi troppe domande, senza mettere tutto in discussione. Io il senso del trascendente ce l’ho, forte e chiaro, da sempre, la fede assoluta no. Ne sono attratta e respinta insieme, anche perché la famiglia è l’istituzione dell’amore, come la Chiesa lo è per la fede e si fanno cose orribili in nome della famiglia, come in nome della Chiesa. Però ora è per me il tempo del darsi e del fidarsi. Di crederci. Non senza difficoltà profonde. Prima ero sola, una e trina con Marta e Lorenzo, faticoso ma per assurdo più facile, tu fai le regole, ti confessi e ti assolvi se va bene, amen. Ora siamo tanti, il confronto è inevitabile come è inevitabile che mi faccia più domande sugli errori che commetto e ho commesso come madre.

Questa esperienza mi sta insegnando molto, per esempio che i figli non bisogna “toccarli” troppo, come la pasta frolla che non si deve stare sempre lì a maneggiarla. Sgrido Lorenzo, poi dopo poco cerco un secondo confronto per assicurarmi che abbia capito, poi ancora gli domando, chiarisco. Ha fatto più danni il chiarimento imposto, che l’olio di palma. Insomma non lo mollo e questo riprendere in mano il discorso, ancora e ancora, è controproducente. Sto imparando la pazienza, che non è sopportazione ma è la pazienza dei giardinieri. Quella per cui fai un gesto e poi non sai bene quando uscirà un fiore, un germoglio, di che colore sarà, ma sai che prima o poi qualcosa accadrà, bisogna aspettare.
Mi è chiaro anche qualcosa di estremamente banale cioè che non devo sempre piacere ai miei figli, tra l’altro loro non devono piacere sempre a me, è molto riposante pensare che il mio amore per loro non sia mai in forse. C’è una bella differenza tra essere un genitore buono o un buon genitore, il genitore buono è quello che piace, perché si muove per il bene, temendo il giudizio, il buon genitore è quello che si muove per il meglio, a rischio di tensioni e frustrazioni.

Tutta questa saggezza comunque non mi ha cambiata nei fatti, continuo ad essere la solita cretina, quella che ogni volta che parte la pubblicità della Mulino Bianco, ne riscrive il testo ad alta voce in una versione sadomaso di quello che piace a Giulio. La più edulcorata è A Giulio piace firmare la neve fresca pisciandoci sopra a elica e scrivere le bestemmie con le stelline bianche sulla superficie della torta Pan di stelle. Perché sotto sotto sono sempre una ragazzina demente prestata all’età adulta.

foto di Giorgio Violino insieme alla mia bambina che è fatta di profumatissima e burrosa pasta frolla

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Confessioni di una madre nabba.

Ti banno! killami! Non Killarmi! Sei un nabbo! Tappami Levante tappami! La colonna sonora della mia vita in questo periodo è questa, Lorenzo ha scoperto i videogiochi e per un’ora al giorno ulula con le cuffie in testa e i suoi amici dall’altra parte, amici a cui dà ordini che sembrano safeword sadomaso in lingue sconosciute, con l’enfasi di buonanima Roberto “baffo” da Crema quando faceva le televendite. È l’inizio della fine? Da qui in avanti litigheremo solo per questo? Certo che sì, è evidente, non si torna indietro.

Io ho deciso di parlare come loro per essere più comprensibile: Sittati composto a tavola, sittati sittati! Vuoi listennarmi! Non mi breakkare le palle! Ogni tanto Dario cerca di dare un modello alternativo e parte con i racconti edificanti dall’altro secolo che propone a suo figlio e anche al mio: “quando eravamo ragazzini noi passavamo i pomeriggi a smontare e rimontare oggetti elettrici per capirne il funzionamento, a leggere la Treccani nel salotto dei nostri genitori, a studiare anche le pagine facoltative sulla Scapigliatura, vero che facevamo così?”. E io annuisco, dico “sì, avoja, sempre lì a leggere Arrigo Boito eravamo”, ma col cazzo, io passavo i pomeriggi a guardare Fuego e dire Nudami Walter Nudami! (o forse non era Fuego, era Colpo di fulmine?). Però guarda, non sono venuta su così mahahahahlaha, manco riesco a finirla la frase che poco poco mi strozzo con le risate.

Quando Lorenzo spegne il computer inizia la richiesta di acquisti di skins, le skins sono le varianti grafiche del gioco, la beauty routine del gaming insomma. Eh no caro, io non mi tingo i capelli da otto mesi non parliamo della ceretta, per quanto mi riguarda tu puoi anche andare sciatto e con le ciavatte su Fortnite. Quando ha finito il pressing acquisti, passa alla richiesta di guardare ancora-un-video-solo-uno. Ancora-un-video-solo-uno è una tipologia particolare di video, mostra un ragazzo che gioca a sua volta alla Play emettendo gridolini da visita alla prostata che non si capisce bene sia gradita o meno.

Finiamo per concordare giusto dieci minuti, mentre va in bagno. E dieci minuti non sono mai, basta dire che ormai si è impresso Pozzi e Ginori su una chiappa, per via di quanto sta seduto sulla tazza. Avremo bisogno della dolce euclessidra per non perdere il senso del tempo al cesso. Io i gamer li detesto tutti soprattutto perché con le loro vocette stronze mi svegliano la bambina, il mio odio più profondo va a Lyon, che secondo me la visita alla prostata deve farla davvero perché c’ha ‘na certa età. In tutto questo anche Marta chiede di vedere dei tutorial, idee geniali fai da te di una serie che si chiama “5 minuti creativi” dove una ragazza che assomiglia alla Kelly Taylor bulgara taglia pantaloni brutti per renderli maglie e top orribili, in pratica la costumista di Beverly Lidl 90210. E Arrigo Boito muto.

Nella foto: Lyon durante la visita dall’andrologo.

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Io che blasto me stessa.

C’è una gran confusione dentro, molti dei miei pensieri sono cianfrusaglie, solo che non so da dove iniziare a sistemare. Lo faccio di notte, che tanto non dormo. Ne prendo uno, più che un pensiero compiuto è un fastidio che provo, un’incomprensione con un uomo, roba passata, posso trasformarla in qualcosa di diverso? Restituirla no, perché sicuro lui ne ha una uguale. Riciclarla? La do ai poveri di spirito.

Ho una piccola pila di ragioni che mi sono presa, mi sembrava di averne un gran bisogno per bilanciare le debolezze in fondo all’armadio. Ma della ragione, alla lunga, non te ne fai davvero niente, anche perché è sempre un modello double face, la rigiri e diventa un torto. Potrei usare quello spazio per metterci i lanzichenecchi, non ne so un cazzo dei lanzichenecchi, è l’ora di approfondire. Mi ritrovo spesso a fare queste considerazioni, a blastare me stessa e la mia superficialità. Perché la verità è che sto lasciando posto a un sacco di ciarpame mentale, ho tanti ninnoli quando scarseggiano i mobili. Credo sia anche un effetto dei tempi, il mio livello di approfondimento è calato, sono purtroppo sempre più la copia di mille riassunti, che è poi il verso più crudele e realistico che cuore infranto di cantautore abbia prodotto per ferire un’ex stronza. Domandarsi continuamente a cosa stai pensando e come ti senti di fatto è una richiesta costante di piccole arguzie e poche idee. Le indignazioni, per esempio, tutti fronzoli accessori.

Anche le notizie che appoggio lì e non butto… che me ne faccio di un Emiliano Zappalà? Perché ho perso tempo per verificare che fosse un fake questo rider ex commercialista che guadagna 4000 euro netti al mese, perché? Che poi manco Emiliano si chiama (si chiama Emanuele) e manco in bici andava (andava in moto) e manco commercialista era (era stagista) e manco 2000-4000 euro nette al mese guadagnava (al massimo 1200). La carpa che canta sul trofeo da muro è più utile di Zappalà, perché non ho usato quel tempo per, chessò, delle pagine di Musil, mi manca Musil, non l’ho mai letto. Di nozioni, date, com’è fatto un circuito elettrico, dove sta esattamente Benevento sulla cartina, la tavola periodica, il numero preciso di deputati e senatori… è rimasto pochino, sepolto, si parla sempre della difficoltà di delegare sul lavoro, ma nella vita abbiamo imparato a delegare benissimo i pensieri, basta verificare sul cellulare, oppure approssimare un’opinione di chi ci sembra il meno peggio. Uso il noi per non sentirmi sola, ma sto parlando di me. Se vado avanti così diventerò un’accumulatrice seriale di minchiatine emotive, un discount mentale di Tiger.

Qua c’è un’invidia, là un’insoddisfazione. Ma cosa le tieni a fare? Mi chiedo. Eh, ma non ne posso fare a meno. Rispondo. Ma certo che puoi farne a meno. Ma poi invidia di cosa? Di una foto che hai visto? Di un successo? Di una bella faccia? Ma occupati dei lanzichenecchi, va’, scema che non sei altro. Scema a me? Scema a te sì, pensi sia scemo chi non riesce a farsi entrare le cose in testa, quando è evidente che è scemo chi non riesce a farle uscire certe cose dalla testa. Fai pulizia, da brava, sposta le scatole di giustificazioni e di autoassoluzioni e datti da fare che c’è una mente da razionalizzare.

Foto: Valentina Fontanella.

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Specchio riflesso se ti muovi sei un cesso.

E Dio disse: Donna partorirai con dolore e, come se non fosse sufficiente, ti specchierai con orrore, così inventò la fotocamera frontale. Avere la camera frontale nel telefono (ovvero l’app specchio riflesso se ti muovi sei un cesso) è come avere il ritratto di Dorian Gray che invecchia in soffitta, è il memento mostro, perché sai che anche con ottocento selfie-tutti-filtri-e-luci-strategiche in cui sei venuta carina, ci sarà sempre lei ad azionarsi all’improvviso per metterti di fronte alla brutale verità. E la brutale verità è che sei un rabatto. Quando capita io vado dal mio fidanzato e lo bacio, mi inginocchio proprio, grata: “ma io sono così e tu stai con me ugualmente? Sei una persona meravigliosa, di una generosità eccezionale. Dovrebbe esserci un posto in paradiso apposta per gente come voi, gente che sceglie di svegliarsi e andare a dormire ogni giorno e ogni sera con un cesso a pedali di siffatta caratura. Sette modelle dalla pelle elastica, una masnada di figa come contrappasso al basset hound con il rossetto che hai scelto come compagna di vita”. Da quando mi sono vista tutta seria nella camera frontale mi sono anche ripromessa di non tenere mai più il muso e io sono una campionessa olimpica di musi rancorosi. Ma ho capito che mentre io mi percepisco con un’espressione da attrice francese, quasi sexy per intenderci, lui mi vede la faccia come un orologio sciolto di Dalì. Allora sorrido, non per allegria, ma per tirarmi su le guance. Però metto le cose in chiaro: guarda che questo non è un sorriso, è solo un complicato sistema di tiraggio guanciale, tu fai finta che sia un broncio sexy alla Bardot, insomma sorrido ma tu non ti rilassare che sono sempre incazzata, ok?

C’è da dire che più sorrido più si vedono le rughe in un rassicurante giro giro tondo dove casca il mondo casca la Terra, ma anche le chiappe, le palpebre, il sotto braccia, le tette… tutto giù per terra. Non che sia nuova a vedermi male, ho quarantadue anni e mi sembra di aver avuto con i miei difetti la relazione più lunga e duratura della vita. Da che mi ricordo, siamo state io e il mio naso, il primo bacio l’abbiamo dato io e il mio naso, al cinema con gli amici ci andavamo io e il mio naso, in macchina con qualcuno che mi piaceva eravamo sempre il tipo, io e il mio naso, di profilo. Quando ero giovane ogni cosa veniva fatta da me pensando a lui, a come renderlo sopportabile, addirittura simpatico, come un cugino mezzo scemo che porti a una festa e che ti fa stare tutto il tempo in allarme. Forse anche Achille andava in giro così con il suo tallone, stava seduto come certi vj degli anni Novanta con il piede sotto il culo, fingendo fascino spensierato. Comunque nel 2020 sono invecchiata di cinque anni in una botta sola, tra gravidanza e videochattate impietose, e adesso siamo io, il mio naso e pure le mie pieghe e le mie rughe, insomma abbiamo allargato la famiglia di cugini svantaggiati. E non ho neppure mai pensato di rifarmi, è una rara forma di “nasochismo” la mia, mi piace soffrire, lo trovo carino pure assurdo e impresentabile così com’è. Che alla fine, ok il broncio, ma una mica può vivere una vita facendo il muso anche allo specchio.

nella foto io e un po’ di bellezza.

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Lettera di presentazione.

Sono sempre io, quella che invece di avere la testa tra le nuvole, ha le nuvole nella testa. Questi pensieri perturbati che passano dallo stato liquido al solido al gassoso e sono instabili in ogni forma, fanno acqua, nebbia, fanno pantano, ghiaccio, fanno idee scivolose. Sono sempre quella che continua a restarci male. Anche se col tempo ha imparato a non restare dove la terra è inospitale.

Sono sempre quella che si imbambola a guardare il paesaggio dal finestrino, che crede che il migliore tempo trascorso sia a osservare il fuoco in un camino e se è triste corre a procurarsi lo sguardo di un bambino.

Sono io, la somma dei miei Ho sempre fatto così. E spesso ho fatto male. Sono sempre io, quella che infila a forza il dado quadrato nel buco a stella, che non legge le istruzioni, che apre male le confezioni, che odia i manuali, che da bambina montava i lego senza guardare le figure, che non capisce i rebus, che coi rompicapo nemmeno ci si mette, non parliamo di giocare a carte, quella che a perdere nessuna la batte.

Sono sempre io, quella che alcune cose in testa proprio non mi ci entrano, devo ricontrollare, e altre proprio non mi ci escono e continuano a farmi sanguinare. Sono sempre io quella che ama le mezze stagioni ma non le mezze emozioni. che patisce questa democrazia basata sulla solitudine in cui ci siamo abituati a vivere, una solitudine con pubblico in piedi, che applaude o bisbiglia, ma non lo vedi.

Sono sempre io, quella che mangia dalla pentola, che ha crackers e caffè alla base della sua piramide alimentare, quella che poi si offende, quella che però ti dirà “non fa niente”, quella permalosa, quella che si sente in colpa se si riposa, quella che si nasconde se sta male, quella che ha il terrore di vomitare. Sono sempre io, quella che comunque e sempre resta curiosa della gente, curiosa dell’amore, e accetta il rischio, accetta i cookies pur di continuare, perché la paura più grande è di annoiarsi, ma ancora di più di annoiare.

Sono sempre io, mi conosci, quella che, come neve di aprile, chiede semplicemente di caderti addosso e, al caldo, scomparire.

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Un po’ di possibile, sennò soffoco.

E io che pensavo che aspettare un figlio fosse questione di nove mesi, minchiona ingenua che non sono altro, credevo in una gestazione di quaranta settimane e mi sembravano pure tante. E invece no, io gesto da oltre dieci anni, aspetto, aspetto: alzati! – ancora cinque minuti – spegni il computer! – ancora un video – vai a dormire! – silenzio. Che non è mai assenso. Aspetto che i miei figli si decidano a fare quello che chiedo loro. Passo il mio tempo a ripetere, dico una cosa, poi ne dico una seconda per accertarmi che abbiano sentito la precedente. Faccio l’eco a me stessa. A tavola! Ragazzi ho detto a tavolaaa! Non so se avete capito ma è pronto in tavolaaaaaaaaaanimadelimortaccimia! Le mie chiamate non hanno lo scatto alla risposta, non solo non scatta nessuno a rispondermi, ma proprio la mia voce si disperde nell’aere prima di arrivare alle orecchie di Marta e Lorenzo.

Ora poi che Andrea dorme e spesso la tengo nella fascia urlo col silenziatore. Parlo come il corvo Rockefeller, sto pensando di usare la bambina come pupazzo e iniziare uno spettacolino da ventriloquo. Giusto per arrotondare.

La parola che dice più spesso Lorenzo è un attimo e mi sale l’Anna Oxa: io vivo in mezzo tra due cuori / Io vivo dentro e vivo fuori / È tutto un attimo. Noiiii solo noiiiii. Non so cosa ci faccia di tutti quegli attimi, ma so che ha cercato di legarsi le scarpe con i guanti di lana pesante, è stato come vedere Mister Bean sotto effetto di eroina, rallentato e inguardabile. Un’altra cosa che faccio oltre a gestare è contare minacciando. Conto fino a tre e poi minchia con la forza di grayskull vi faccio un kull così! Uno… due… tre… e nessuno si muove. Ritento sei, sett, ott, arrivano Steve LaChance che fa le prese, Bryan e Garrison riuniti per l’occasione e Don Lurio redivivo, arrivano tutti i ballerini della mia infanzia facendo il trenino, ma Lorenzo no, gli manca il senso del ritmo.

È sempre stato così, non è cosa dell’ultimo periodo, i miei figli mi hanno sempre fatto aspettare, sono io a essere diventata insofferente. Non ce la facciamo più ad aspettare, è stato un anno dove non si è fatto altro, un anno in cui ho avuto la fortuna sfacciata di poter osservare il mondo da una prospettiva privilegiata. Di ascoltare le persone amiche e di sentire quanto bisogno c’è di movimento. Per dare l’idea di come faccia schifo questa palude senza prospettive bisognerebbe cambiare il detto dalle stelle allo stallo. Lo stallo lo patisco, i pensieri annebbiati della notte, quando tutto sembra insormontabile, difficile, adesso comincio ad averli dalle tre di pomeriggio. Non è un buon segno, non è nemmeno più possibile sognare una realtà diversa, una via di fuga, perché sicuro ci hanno chiuso anche quel chiringuito che dovevamo aprire sulla spiaggia. Un po’ di possibile, sennò soffoco, mi dico. E il mio possibile è un trasloco che è poi una rifondazione a tutti gli effetti. Ci rifondiamo continuamente sulle persone che siamo stati. Ho rifondato me stessa su quella che ero, non ci sono stati crolli veri e propri, ma io so che non sono più lei e insieme lo sono profondamente. Ho pagato alcuni suoi errori, l’ho pagata in solitudine e in notti insonni. Le sono grata perché non mi ha lasciato rimorsi, al massimo rimpianti, è una brava ragazza che temeva negli altri la sua stessa spietatezza.

Le sono grata soprattutto perché, anche nei momenti di totale sconforto, non ha mai smesso di contare e di aspettare.

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Tieni presente il passato.

L’innamorato guarda il disilluso come fosse un povero pazzo. Il disilluso guarda l’innamorato come fosse un povero idiota. Tutti e due hanno dimenticato che una volta il disilluso è stato innamorato (così tanto che non poteva pensare ad altro, tanto da domandarsi perché non esistesse un congedo amoroso dal lavoro, per esempio) e che l’innamorato è costantemente minacciato dalla disillusione. Si cammina su quella linea sottile di pazza idiozia, scambiando le parti, convinti di aver capito tutto, una volta di qua, una volta di là: l’amore rende presuntuosi quanto il disamore.

Io però la minaccia della disillusione passata voglio tenerla presente, ricordare. Ricordo che quando si dice la frase “dobbiamo parlare” quasi mai c’è ancora qualcosa da dire. Ricordo gli sguardi che non si incrociano mai, il terrore di trasformarsi in statue di sale vedendo negli occhi dell’altro quello che vi siete lasciati alle spalle, il futuro. E poi quella domanda frequente per colmare il silenzio “ce l’hai con me?” e la risposta che è sempre un “no, perché?” stranito, di chi cade dalle nuvole, ma il perché lo sai, lo sa, ce l’avete con voi stessi, perché vi eravate giurati amore eterno, solo che lo avevate giurato sul vostro amore che eterno non era. Ricordo le assurde stravaganze nella comunicazione. Tu, mia cara, hai sempre parlato ad alta voce, sei figlia di maestra, a casa tua si urlava, ci si sgridava, ci si mandava dietro la lavagna. Ora invece sussurri, soffi le frasi, che sono spifferi freddi, “domani hai il dentista”, “ricordati di chiamare tua madre, è il suo compleanno”. E lui ti guarda con la faccia contratta perché non sente, cerca di leggerti le labbra, le tue labbra non le cerca per nessun altro motivo. Ricordo anche una volta che proprio tu l’hai chiamato “amore” per sbaglio, cucinavi forse, eri sovrappensiero, “amore” e te lo sei rimangiato subito, nemmeno avessi detto un nome sbagliato tra le lenzuola. Lui non ha risposto, ha fatto finta di non sentire, per non aumentare l’imbarazzo. E poi c’è la posizione dei corpi. Ricordo l’inizio quando vi guardavate di fronte, eravate il reciproco obiettivo, l’oggetto del desiderio. Ricordo che vi siete presi per mano, avete fatto un quarto di giro e vi siete trovati uno accanto all’altra, vicini, l’obiettivo era fuori, un orizzonte comune. E poi un quarto di giro ancora, quello fatale, avete preso a spogliarvi dandovi le spalle.

Ricordo il disamore, mentre accade, che non è un temporale improvviso, è più un lento cambiamento climatico finché una mattina finisci per trovarti un orso polare su un iceberg in cucina. Ricordo il purgatorio che è l’amore quando esaurisce. Voglio ricordare che da quel purgatorio in terra, a differenza da quello dei cieli, lo si può attraversare più di una volta e ti fiacca lo spirito e l’anima. Voglio ricordare quando sorridere era una fatica che faceva male, rilasciavi acido lattico dallo sforzo, voglio ricordare che è uno sforzo che non voglio più fare.

Foto: Officina Calzelunghe di Elisa e Susanita.

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La vecchia dei cantieri.

Io da grande vorrei diventare una vecchia dei cantieri. Non dei cantieri di calce, cemento armato e tubi, no, voglio essere un umarell dei cantieri veri, delle persone in costruzione e passerei così i miei ultimi autunni e inverni, le primavere e le estati: da grande farò la vecchia che guarda i neonati. Con i miei capelli azzurri, una bella pelliccia color Derrick, andrò ai giardini o ovunque si radunino i passeggini, metterò le mani dietro la schiena e osserverò con aria solenne il contenuto delle carrozzine, mi prenderò i sorrisi, i pianti, le ciglia chiuse, farò moine, ogni tanto darò consigli o dispenserò qualche perla di saggezza “Ha le manine blu, faccia attenzione, le giornate sono fredde, occhio alla coibentazione”. Dirò guarda come procedono veloci i lavori, che belle fondamenta, sa cara, alla fine è quello che conta. Ne faremo una scuola o un bell’ospedale? Un hotel, una chiesa, un centro commerciale, una cattedrale? Ha visto che occhi sognanti? Ci vedrei bene un cinema, un teatro o un parcheggio per le coppie di amanti. Da vecchia voglio fare l’umarell delle vite in cantiere, mi chinerò sulle pance, è alta e bassa, manca poco all’inaugurazione, al taglio del fiocco, ne sbaglierò apposta il colore. Racconterò che ne ho avuti di miei, ma ormai i ragazzi sono grandi come palazzi, io invece sono un rudere, piena di pecche strutturali, non basta più l’intonaco o una mano di vernice, bisogna buttar giù e metterci una croce, però non ha idea, signora mia, dentro che affreschi avevo, era tutto un ghirigoro… ma non siamo qui per parlare di me, parliamo di loro. Da grande farò la vecchia delle vite in cantiere e rassicurerò i genitori, che a tirar su persone si fanno un sacco di errori, di non esagerare con le impalcature, le sovrastrutture, che non si cresce felici su cantine di paure. Che non si sfugge ai terremoti, alle alluvioni, ma che è il disamore la più grande impresa di demolizioni. A volte si può crollare, ci vuole niente, di buono c’è che le macerie sono un ottimo fertilizzante. Da vecchia io voglio solo fare questo, guardare un neonato, immaginare il mondo che lascio e saperlo meglio di quello che ho trovato.

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Quando addormento Andrea Ines.

È cullando un neonato che il mondo ha iniziato a pregare, le ninna nanne, i valzer sul posto, il fiume di shhh ripetuti, la fatica e la penitenza, è da lì che vengono le danze dei dervisci, il Nam myoho renge kyo, i nostri rosari, perché quando addormenti un bambino c’è penitenza, c’è speranza e disperazione, anzi c’è l’unione delle tre, c’è consolazione. Quando addormento Andrea la mia voce è la voce delle radici, della mia nonna, ritorna la lingua che parlavamo e che non esiste più, mangia che sei secca stronita, non entrare nell’acqua che è ghiaccia inguastita e le note gorgheggiate di Pippo Pippo non lo sa che quando passa ride tutta la città. Ogni persona che non c’è più è una lingua morta, è sanscrito, latino, greco antico. Una lingua che la memoria ti riporta alle labbra come l’aoristo passivo che hai studiato al liceo. Ogni amore che finisce seppellisce un idioma, un gergo unico e giocoso che nasce dalle esperienze fatte insieme, dai racconti, dagli errori, forse è per questo che sono così gelosa delle parole, dei modi di dire e di dirsi. Quando addormento Andrea mi raccolgo, raccolgo i pensieri, come i vestiti da terra lasciati dai suoi fratelli. Ho pensieri di ogni foggia e colore mai come ora sono pensieri d’amore. Per suo padre che ha un rapporto speciale con il tempo, si arrabbia con me e con la mia fiducia nelle date di scadenza, perché butto lo yogurt che andava mangiato entro ieri. Lui invece assaggia ed è sempre ancora buono. Siamo ossessionati dalla data di scadenza, forse ce l’hanno anche le relazioni: qualche mese è un rapporto altamente deteriorabile, tipo il latte fresco; dopo i sette anni entri nei rapporti a media conservazione, tipo le vaschette di affettati; i miei nonni hanno avuto un matrimonio a lunghissima conservazione, come lo scatolame. Hanno festeggiato le nozze fagioli in latta, non molto romantico ma è con fagioli in latta e coppie di quella tempra che si superano le guerre o l’apocalisse. Dario non ha il senso della fine, non crede come me che ogni cosa che comincia, quando comincia già inizia a finire e mi dice che no, un fiume inizia ma non finisce, shhhh shhhh semplicemente fluisce. Sa farmi pensare pensieri nuovi, vedere i limiti delle mie convinzioni. Mi mette davanti alle cose di cui mi vergogno, mi dice siediti qui, non aver paura, apri gli occhi, ti tengo la mano e guardiamo insieme quel film dell’orrore che a volte sei, a volte sono, a volte siamo. Così io addormento nostra figlia e lui addormenta me e forse è questo il senso dello stare insieme, delle coppie a lunga conservazione, del nostro amore: cullare insieme un mondo migliore.

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SOLLEVAMI.

Sollevami.Sollevami dalle mie responsabilità, solo ogni tanto, solo un pochino. Pensaci tu a fare l’adulto. Sollevami che rischio di rimanere piegata, sono lo starTAC delle madri, vecchio modello, passo le giornate a raccogliere oggetti dei bimbi che nemmeno ricordavo di avere comprato. Ma è colpa mia, lo so, intorno a sei mesi iniziano a buttare le cose per terra e tu ridi, ti chini e restituisci. Che imprinting di merda… ma non lo sai che poi passerai il tempo a tirare su mutande, lego, gomme, Topolini finché saranno maggiorenni. Poi tra un calzino e una penna capita che a terra ci trovi anche il mio umore. Che l’umore cade a prescindere dalla gravità dei motivi, cade e bisogna rialzarlo, se sei in due è meglio. Quindi, nel caso, ti prego, aiutami a sollevare anche quello.

Sollevami dalla burocrazia, dalla cedolare secca, dai moduli dei rimborsi, rispondi per me ai centralini di Tirana, c’è sempre una ragazza gentile a cui non so cosa dire, le giuro che non è un buon momento e allora rilancia “quando lei vòle che io richiamo?” e io dico domani e domani ci risiamo. Diglielo tu che la signora non vòle cambiare contratto, diglielo tu che la signora non sa niente di giga e che di fibra conosce solo il cantante.

Quando è sera, spegnimi la rabbia, controlla che sia chiusa ogni discussione, lascia una lucina accesa, non tanto per andare a fare pipì, quanto per ricordarmi che in fondo al tunnel delle ansie notturne c’è sempre l’alba a schiarirmi i pensieri. Aiutami a trovare il senso, il buon senso e non il senso comune, a distinguere tra fragilità e sensibilità. È l’epoca dell’apologia della fragilità, che è poi un modo per curarsi di sé, è l’epoca delle autoindulgenze, del “Ciao come sto? Male, grazie, ed Io?”, ma la fragilità non è un valore, la sensibilità lo è, la sensibilità è rivolta all’altro, è apertura. La fragilità fa a pezzi e i cocci sono tuoi, la sensibilità tiene insieme. Teniamoci insieme che i tempi sono duri. Ma noi sappiamo far di meglio, sappiamo essere forti e maturi.

Portami il silenzio e un po’ di pazienza, ma molta pazienza tienila per te, ti serve per accettare le cose di me che non puoi cambiare, come mangio l’uva per esempio. Lo so che bisognerebbe prenderne un raspo, invece io apro il frigo e stacco un acino e poi richiudo il frigo, poi riapro ne stacco altri due e me li mangio e via così finché del grappolo resta uno scheletro disordinato, un alberello triste con quattro frutti rinsecchiti. C’è gente che è morta da sola per molto meno.

Leggimi ad alta voce, che è un bel modo di stare vicini, leggimi come se io non ne fossi capace, come si legge ai bambini.E fammi ogni tanto dei piccoli regali, le ciliegie d’estate, i cereali. Non è poi molto, insomma Battiato faceva dono delle leggi del mondo, che io me li immagino a casa Battiato che Natali: – tieni amore questo è giusto un pensiero – Oh grazie, che cos’è? – Aprilo è una legge del mondo… – Uh tesoro! Un principio della termodinamica, non dovevi, era tanto che ne volevo uno. Ecco mi accontento di poco. Anche sul tessermi i capelli possiamo sorvolare, idem per quella questione dello spazio e la luce per non farmi invecchiare. A me invecchiare va anche bene, sono già a buon punto, basta che lo facciamo insieme. Basta che restiamo in tanti a vedere gli anni sfilare, grandi e bambini, da qui in avanti voglio una vita-parata, con tanto di fanfare, dove ci si può abbracciare, una vita chiassosa che ti affacci alla finestra e resti a guardare.

Foto: Daniel Rueda e Anna Devís.

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