La borsa delle donne.

Ogni donna ha una borsa di pelle un po’ lisa

l’agguanta di corsa quando esce decisa

ci tuffa la mano, ci trova di tutto:

il sacro, il profano, il bello ed il brutto.

 

Ci trova la spazzola ed il cellulare

per sciogliere i nodi e i pensieri domare

tra chiamate sospese e risposte mai giunte

non c’è balsamo adatto alle sue doppie spunte.

 

C’è un paio di occhiali, neri, da sole

se fuori è la luce ed è dentro che duole.

se fuori fa caldo e dentro è già inverno

le si appannano gli occhi, la condensa è all’interno.

 

Ci son carte che attestano la sua identità

ma a un esame più attento non c’è verità

e così nonostante i suoi dati sian chiari

ha più sogni che segni tra i particolari.

 

Ha comprato un’agenda al posto di un diario

che agire le piace, col vento contrario

lei che spesso in amore è stata avventata

scegliendo d’istinto la gente sbagliata.

 

Ci ha messo più cura con le angurie al mercato

battendo le nocche contro il primo strato

quel tizio al contrario l’ha solo annusato

la testa era vuota, il gusto annacquato.

 

Tra i trucchi scaduti c’è un buon correttore

cancella le occhiaie, migliora l’umore

nasconde le notti “mi pensa, ti penso”

si sveglia, è mattina: “m’illudo d’immenso”.

 

Ci sono castagne dell’autunno passato

e un pugno di sabbia la stoffa ha incrostato

una sciarpa che indossa d’inverno e la sera

una viola in un libro che fa primavera.

 

Preferisce le piante ai fiori recisi

e di tutte le specie detesta i Narcisi

se ne trova qualcuno lungo la via

non si fa più ammaliare, ha l’allergia.

 

In fondo alla fodera, la stoffa è bucata

è lì che una chiave si è rintanata

la cerca da tempo, la credeva smarrita

la guarda, la osserva, ce l’ha tra le dita.

 

In fondo alla borsa un segreto ha scoperto,

è una chiave che apre un cuore già aperto:

amare davvero è tra i doni, i più rari

non perdi alla fine, o vinci od impari.

 

Illustrazione: Ilaria Urbinati

 

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L’ansia da prova costume di Carnevale (e almeno si sono estinti i Pierrot).

Per quanto tu ti sbatta per il costume di Carnevale, tuo figlio desidera fondamentalmente vestirsi in un solo modo: da accozzaglia di polimeri ottenuti per polimerizzazione a stadi via condensazione che contengono il gruppo funzionale degli esteri lungo la catena carboniosa principale. Ovvero con un abito 100% poliestere di quelli che si sfilacciano ai bordi appena li guardi, che scintillano quando li infili, i costumi arruffagatti e drizzacapelli. Li riconoscete perché stanno in confezioni quadrate in plastica, con una gruccia dentro, un quadrato di cartone e un’immagine esplicativa che non mente sul contenuto, è brutta anche quella. In queste foto ci sono bambini e bambine in fase prepuberale con un filo di baffi sul labbro superiore, tristi, abbigliati/e da Piccola Principessa, Piccola Anna di Frozen, Piccolo Thor, Piccolo Spiderman, Piccola Rapunzel, Piccola Cenerentola. No, Piccola Fiammiferaia no, che altrimenti con tutto quell’acrilico si trasformerebbe nella Piccola Giovanna d’Arco alla prima scintilla.

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I bambini delle foto dei costumi confezionati fanno quell’effetto improbabile di Orlando Bloom nei panni di Legolas biondo nel Signore degli anelli.

Il ministro dei poliesteri a quanto pare ha ottimi rapporti con l’Oriente perché i travestimenti sono assemblati tutti là, a Taiwan. Con addosso uno di quelli tuo figlio non può stare seduto su nessuna superficie, scivola, si siede su una sedia e zac è spalmato a terra, è fatto di un tessuto che azzera l’attrito. Non si capisce come mai i piccoli li amino così disperatamente, ma sono una salvezza per il genitore medio capitalista che affronta la difficoltà con l’acquisto (e come biasimarlo).

Che Carnevale e Halloween siano due feste di merda lo attesta comunque il fatto che cadano in mesi freddi. Questo significa che i bambini non vedono l’ora di vestirsi per poi coprire gli abiti col giaccone. Così alla sfilata dei carri trovi la Spagnola delle nevi, lo Zorro aka Don Diego dell’Himalaya, il pirata dei Caraibi mi sono perduto in Antartide.

Alcuni genitori particolarmente apprensivi sostengono la versione tuta da sci sotto il vestito stile Spagnola di Botero e l’Iron Man Michelin.

Mia madre, per semplificare, mi avrebbe convinto che questo fosse un vestito di Iron man.

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Sulla questione sfilata dei carri mi astengo dal commentare, dico solo che alcuni attori per piangere in scena pensano al Carnevale del paese dove sono cresciuta. Sfilate così tristi che sospetto fossero le prove generali della via crucis del mese successivo.

Quanto ad ansia da prestazione per la prova costume dei miei figli mi sento tranquilla, fortunatamente sguazzo in classi di genitori inetti quanto me, le maestre lo sanno. Basta pensare che quando Lori aveva quattro anni decisero di far vestire ogni bambino da colore. Per la prima volta mi sono sentita leggermente sottovalutata nelle mie capacità creative, ma tanta stima ai bambini pantone.

Non va sempre così bene. In ogni classe c’è puntualmente chi ha:

Una nonna sarta e non ha paura di usarla. Che è un po’ come partecipare alla gara dopati. La nonna sarta è come minimo Vivianne Westwood e i risultati sono Dame Ottocentesche con boccoli biondi di bambine povere, sirenette con meravigliose code all’uncinetto che si muovono saltellando qua e là in un’estenuante corsa coi sacchi.

Un padre architetto e/o falegname. Che veste il proprio figlio da baita, così il problema freddo è risolto. Nei costumi architettonici rientrano anche i travestimenti ingombranti di gommapiuma. Aerei di Planes 3d, trenini Thomas… ogni bambino ha la capacità di movimento di Adinolfi, ma l’impatto è potente.

Una zia Muciaccia. Quella creativa, quella che ha visto troppi attacchi d’arte di Neil Buchanan. Alla fine da cosa è vestito il bambino lo scopri solo con la vista aerea.

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Una madre di merda (e un padre connivente). Che è poi quella un gradino sotto di me. Che ficca un nastrino in testa alla figlia e le dice che è vestita da Charleston (che poi è come mettere una parrucca bionda e dire al figlio t’ho vestito da Tuka Tuka) oppure le fa il monociglio con la bic e le dice che è Frida Kahlo.

In questi carnevali moderni una nota positiva c’è: si sono estinte le maschere regionali e i Pierrot (lo odiavo con quell’affare intorno al collo, sembrava il cono dei cani appena castrati che non si devono leccare le palle). Non ho più visto Arlecchini, Pantaloni and company che in me hanno sortito sempre l’effetto del pagliaccio di IT.

 

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Ditemi se non sembra Sow l’enigmista, ogni volta che si avvicina un Arlecchino ho paura che mi costringa a tagliarmi un piede.

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Lasciate le scarpe e la dignità voi che entrate. Gli spogliatoi delle piscine per bambini.

Dicesi contrappasso la rigorosa corrispondenza della pena alla colpa. Nella pratica: ogni madre che ha affermato “il nuoto è uno sport completo” si ritroverà in un girone dell’inferno chiamato “spogliatoio della piscina” per espiare il proprio qualunquismo nell’umidità e nella disperazione.

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Che uno dice “Che ci vuole?” Arrivi, cambi, esci, lui (lei) nuota, fai ciao ciao dagli spalti, rientri, doccia, asciughi, esci. Ho visto sbarchi in Normandia meno cruenti, lo assicuro. Tutto inizia nell’anticamera che tu hai sempre vissuto come lo spazio per lasciare le scarpe. Illusa. Ci sono quaranta bambini per una panchetta da due culi e una puzza di piedi che làvati, perché è dura da accettare ma i bambini puzzano amici, puzzano tantissimo, anche quegli angioletti con le scarpette di Frozen che avete per figlie.

La panchetta è occupata da una nonna da due culi e dalla sua borsa, ella sceglie di spogliare e cambiare integralmente qui il proprio nipote, si porta avanti, l’esperienza l’ha resa scaltra e prepotente, tu la guardi con un mix di odio e ammirazione. Nella lotta a portarsi avanti vincono comunque le accompagnatrici che conducono i rispettivi Rocky Balboa già in accappatoio, li hanno cambiati sulle scale, forse in macchina.

Entri. Lo spettacolo è spaventoso: nella palude si muovono orde di bambini incaprettati nelle loro medesime mutande e costumi da bagno interi. La sacerdotessa delle nebbie di Avalon, ovvero l’inserviente con lo straccio, si sposta nell’umidità come fosse il suo elemento naturale e insulta le accompagnatrici inesperte. Alcune si coprono le scarpe con sacchetti dell’immondizia e si aggirano come i chirurghi di ER. La pressione e il nervosismo è in effetti ai livelli di un pronto soccorso, bisogna fare in fretta o i bambini evaporeranno.

Tuo figlio ha fatto la doccia preventiva, ha sentito scrosciare le cascate, ha visto scorrere fiumi cristallini, ha risposto tre volte no alla domanda “devi andare in bagno”, ma appena i suoi piedi toccano la pozzetta per entrare in vasca scatta la voglia pazza di far pipì. Si torna indietro, avevi già srotolato i pantaloni ed è subito 1995, quando alla prima pioggia ti aggiravi per sei ore con i jeans a zampa bicolor e i polpacci gelati. La moda dei risvoltini l’ha inventata la madre di Phelps.

I pargoli guadano tutti la pozzetta e sono dall’altra parte. Fine primo round. Tiri il fiato, ingenua che non sei altro.

Dopo 45 minuti esatti siete tutte insieme schierate, le mondine di Riso amaro.

riz-amer-1948-05-g.jpgIn faccia una smorfia disperata, in mano il bagno schiuma, lo shampoo e la spazzola con la prolunga per lavare la macchina. C’è acqua ovunque, arriva dal cielo, dai lati e dal basso. “Aprite i rubinetti tutti insieme, per Dio” urla la nonna due culi, se non si fa così è impossibile raggiungere una temperatura tollerabile. Purtroppo qualcuno in bagno tira lo sciacquone e i bambini sono bolliti, cose che capitano, bisogna proseguire.

A metà delle grandi manovre tuo figlio ti guarda e ti dice che deve fare la pipì. “Ma di nuovo? Ma non puoi pisciare lì sotto? Tanto lo sappiamo tutti e due che presto farai l’elicottero con il pisello nella doccia”. Ma il giorno del decollo non è oggi, oggi ha deciso che è pudico e deve farla nel bagno. E preghi che non gli scappi anche altro perché se si siede tutto insaponato e sgusciante finisce dritto dritto nello scarico e ciao primogenito.

La tappa al cesso ti costa caro. I phon sono tutti occupati dalle madri di Rapunzel, bambine ipertricotiche con la capacità assorbente di un mocio vileda. Alcune stanno facendo la piega a Valerio Scanu.

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Infili tuo figlio tra due postazioni, la seconda classe dei phon da muro, prendi il calore usato. Ti rendi conto di avergli lasciato un chilo di schiuma in testa. Meglio, così si secca prima.

Sei devastata. Ma c’è ancora la borsa da chiudere. A casa avevi diviso ogni indumento in sacchetti e scomparti, ora hai solo voglia di fuggire, butti tutto dentro in un bolo di bagnoschiuma, stoffa, ciabatte e calze. È finita.

Hai perso sei chili. Il nuoto è lo sport più completo, solo che a questo punto non mi spiego i due culi della nonna.

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Un amore, diversamente.

Si dice che l’amore si impari da piccoli. Io ricordo che da piccola amavo la mia gatta siamese, la accarezzavo di giorno e la sognavo di notte e nei sogni mi parlava. Mia sorella amava Luis Miguel e teneva un poster in camera di lui vestito di bianco, secondo me assomigliava a Nino d’Angelo. Mia madre amava i vecchi film come “Sayonara” e cantare canzoni gorgheggiando. Mio padre amava i libri che faceva crescere in pile come grattacieli in miniatura, accanto al divano. Funzionavamo due a due. Io e la mamma giocavamo alle signore; con mio padre passeggiavo e ascoltavo le sue storie di campagna. Silvia cercava di tenerci fuori dalla sua stanza, soprattutto. Una casa sola era troppo piccola per noi quattro insieme, non ci conteneva e, invece di stringerci, ci allontanavamo. Se l’amore si impara da piccoli il mio era un po’ solitario, un amore calante, un amore di nonostante.

O forse l’amore si impara da adolescenti. Per amare bisogna essere capaci, “capaci” come vasi pieni, capienti di emozioni. Da giovane hai i tuoi sentimenti da provare, li hai nel vaso e li devi fare traboccare. E poco importa per chi. È per questo che ti innamori di una canzone, di un passante, di gente inesistente. Di cose che vedi solo tu. Era cieco il mio amore adolescente, di certo non muto, forse zoppo, traballante. Quanti discorsi allo specchio, quante parole alla carta, quante prove di sorriso al vento. Era sordo il mio amore e tonto. Un amore diversamente abile, perché qualche abilità l’aveva. Si arrampicava sui vetri, per esempio. Ma più che abile era diversamente.

O forse l’amore si impara da grandi. Un amore che ci vede e ci sente, un amore intelligente. Quando dico ai miei figli che io tengo a loro più di tutto, loro mi dicono che tengono per me. Ti amo, ti tengo, tengo a te, tengo per te, un amore che è farsi il tifo.

O forse l’amore si impara da vecchi. E da vecchia vorrei dimenticare cos’ho imparato e guardare alla finestra chi va via e fargli un cenno di saluto dietro la tenda, pensando che l’amore va e che l’amore torna.

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I compiti: ovvero come trasformare tuo figlio nel pesce Bob.

Da bambina la domenica era il giorno di andare in chiesa e io in chiesa soffrivo. Mio padre mi ci portava la sera alle sei, giusto per protrarre l’agonia dell’attesa. Ricordo una volta che vennero gli zii con la cuginetta, io rimasi nella stanza con lei addormentata, a guardarla, sperando che si dimenticassero di me. La pregavo che si scordassero di noi, pregavo la bellissima neonata addormentata. Accadde, i miei genitori reputarono di non farmi uscire e io mi sentii benedetta. Fu la domenica migliore della mia vita.

Adesso la domenica è giorno di compiti, anche il sabato è giorno di compiti, ma il sabato si procrastina, la domenica ti mette di fronte alle responsabilità, così è nei secoli dei secoli. Prima di avere un figlio alle elementari non capivo, leggevo quelle giustificazioni dei genitori stile “Maria Sole non ha studiato la pagina di geografia perché era intenta a laurearsi all’università della vita” e non mi era chiaro il punto. Ora invece ho avuto la rivelazione: i genitori odiano i compiti perché sono il luminol del rompimento di palle di cui possono essere capaci i figli. La giustificazione corretta della mamma di Maria Sole dovrebbe essere “ieri mia figlia non ha fatto i compiti perché se avessimo continuato a stare al tavolo l’avrei trasformata in un simpatico stencil da cucina”.

Perché se ritieni di aver sofferto per un bimbo che non vuole mangiare, se pensi di aver patito per un bambino che non vuole dormire, bene un bambino che non vuole fare i compiti ridefinisce il concetto di martirio genitoriale.

Tuo figlio, allegro e salterino, di fronte al quaderno si trasforma in un invertebrato, la consistenza del pesce Bob, anche il suo sguardo assume quella stessa espressione ficcante.

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Poi comincia a sentire la necessità improvvisa di temperare. E qui bisogna che qualcuno mi sveli il mistero dei temperini, ne ho comprati almeno quindici dall’inizio dell’anno, dopo due giorni si trasformano nelle fauci di Chuck Castoro.

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(Madonna Don Chuck come assomigli all’Ape Magà!)

Inserisci una matita estrai un pezzo di liquirizia masticata. Tra l’altro è l’ora di semplificare la cancelleria: il foro grande del temperino non serve a un emerito matiton, è tipo quelli di Sephora, sono vuoti incolmabili. Anche quelle gomme rosse e blu, il blu ha l’unica funzione di bucare il foglio, è proprio una specie di auto-sabotaggio. Metti in mano a un seienne una gomma rossa e blu e ti aprirà un varco spaziotemporale in qualsiasi superficie cartacea.

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(Qualcuno crede ancora a questa leggenda? No, sappiamo tutti che la parte blu è stata usata per aprire il Traforo del Frejus).

Ma l’horror non finisce qui, dopo le Colline hanno gli occhi, ogni sessione di studio si trasforma nei Quaderni hanno le orecchie. Pagine di lino, origami complicatissimi, a ogni movimento il gomito fa una nuova piega, non sospettavi che tuo figlio avesse un ferro da stiro al posto dei gomiti, ma non si smette mai di imparare.

L’importante è iniziare, ti ripeti, ma sono dieci minuti che raccoglie una gomma e cade un portapenne, raccoglie il portapenne cade il quaderno. Sembro io di fronte allo stendino delle occasioni di Zara, quando le vestine di raso non ce la fanno proprio a stare sulle grucce e alla fine appallottoli tutto e via. Solo che adesso vuoi appallottolare tuo figlio, nasconderlo sotto il tavolo e andare a farti un cicchetto domenicale, dimenticando la tua esuberanza procreativa.

Comunque il punto più alto della disperazione arriva quando leggi sul diario: filastrocca sul quaderno rosa o anche detta “101 modi per seviziare Rodari”. Sì perché tu ti affatichi a trasmettere alla tua prole il piacere della bella parola e si trova a memorizzare testi in una metrica che manco il miglior Max Pezzali. Tra l’altro spesso sono firmate da poeti di rilievo del calibro di Herbert Ballerina e Rupert Sciamenna. Ed è un bene che tu abbia ricevuto un’educazione cattolica, perché altrimenti le bestemmie, signori, le bestemmie!

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C’è molta più acqua ma la chiamano Terra, la gente ci annega facendo la guerra.

Ho l’abitudine di leggere il giornale davanti ai miei figli, mentre Marta osserva le foto, Lorenzo scandisce i titoli, indicano, chiedono. I bambini della neve, il pullman in fiamme, gli sbarchi dei disperati. Che strano mondo eh? C’è molta più acqua ma lo chiamano Terra, la gente ci annega facendo la guerra.

Anche io lo facevo di osservare le cose dei grandi, ho passato l’infanzia sbirciando attraverso le dita dei miei genitori.

Marta i film li vuole guardare così: in braccio a me con le mani sugli occhi, vede tutto, ma ha l’illusione di sentirsi protetta. Io sono una madre dalle dita a maglie larghe, lascio vedere e più delle minacce là fuori, temo il dolore là dentro. Quello che non puoi sapere se cova o no, quello che in qualche forma, ne hai la certezza, è fisiologico ci sia.

Lorenzo l’altra settimana mi ha detto “più cresco più tutto è stretto”, non so esattamente a cosa si riferisse, ma la avverto la pressione dei sentimenti che lo fa piangere senza motivo, di rado ma accade. Si sfoga, batte i piedi e ritorna piccolissimo quando scalciava nella mia pancia. Poi, per calmarsi, mi chiede di mettergli una mano sugli occhi, come una pezzuola fredda quando si alza la febbre. Tengo le dita un po’ aperte perché così posso sbirciare cosa capita dentro di lui.

Si dice bambini piccoli piccoli problemi, intendendo che le vere preoccupazioni arrivino con la crescita, non so se sia vero, ma qualcosa sta cambiando. Se penso al mio passato prossimo, alla maternità nei primi anni, la parola che mi sale alle labbra è RESISTENZA. Alla fatica soprattutto fisica, al sonno, all’isolamento, alla mancanza di spazio, di tempo. Non è stato tanto male, io sono resistente. Ci sono momenti di sconforto, ma è uno sconforto verso una condizione, dai colpa alla società, al lavoro, alle attese, mai al bambino e comunque pensi che dopo la Resistenza giunga la pace o quantomeno una forma di liberazione. Invece arriva il fuoco amico, da questi tuoi inquilini bassi, a volte pretenziosi, a volte davvero arrabbiati, non perché abbiano fame, mal di pancia, le coliche, il naso chiuso, sono davvero arrabbiati con te, per come sei fatta. La maternità non è più uno stato o un ruolo, ma un rapporto, dialettico e complesso. E i figli non sono quasi mai dei buoni biografi dei genitori.

Non so se è chiaro: ho paura che presto starò sul cazzo ai miei figli. Perché se è vero che le madri minacciano “facciamo i conti a casa”, a conti fatti, siamo ben contente di pagare noi. Non ora, ma presto.

Ora è ancora semplice. La mia funzione è soprattutto dar loro fiducia e loro, in cambio, mi danno fiducia nel mondo e nel futuro.

Mi basta guardare Marta e il suo modo meticoloso e ostinato di pinzare la maglia nel pugno quando infila il golfino. In quel gesto lento e immancabile, trovo senso e speranza. Mi basta anche che Lorenzo abbia ribattezzato il cane poliziotto che gira per la stazione “canebiniere” e che ne rida con me.

Mi basta la mattina, quando corrono nel mio letto, incastrarci per bene, i miei concavi nei loro convessi, per un tempo infinito. So che presto dovremmo muoverci, ci sposteremo di poco, quel poco che farà entrare il freddo, una fessura che romperà l’incanto. So che per ricreare il calore che prima sembrava naturale ci vorrà pazienza e fatica. Più andrà avanti più saranno frequenti gli spifferi, è normale, l’amore passa anche da lì. Però però ora restiamo così, ancora un po’.

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Filastrocca dei giochi d’amore.

Tra i miti d’amore che è bene sfatare

C’è quello che lega l’amore al giocare

Conosco una coppia: ha scherzato col cuore

Ha perso la testa, ha vinto il rancore.

 

Giocarono prima a guardarsi negli occhi

Restarono zitti, sembravano allocchi

Le labbra serrate, repressi i sorrisi

Nei loro silenzi, vicini e divisi.

 

Lei disse “è una gara a chi resta più serio”

La gioia si ruppe e fu deleterio

L’umore se vuoi lo puoi riaggiustare

Se rompi la gioia la devi rifare.

 

Cambiarono gioco passando alla fune

Ma il regolamento aveva lacune

invece di tenderla poco e saltare

Lui disse “ho una corda, inizio a tirare”.

 

Si fecero male ai palmi e alle dita

La linea ferita in cui leggi la vita

Si tinse di sangue fu un gioco al massacro

La fune si ruppe e con lei l’osso sacro.

 

Trovandosi poi ad altezza selciato

Cambiò con il campo la sfida all’amato

Dipinse col gesso una settimana

Si disse “l’amore è giocare a campana”

 

I primi tre balzi lui le fu fedele

Per ogni saltello una luna di miele

Arrivò giovedì ed entrarono in crisi

la noia, gli scorni, la tristezza sui visi.

 

Finiti i feriali, finita la festa

Per una sciacquetta lui perse la testa

E il sabato sera uscì dai binari

Dal gioco di coppia fu fuori a pie’ pari

 

A farsi lasciare lei non si arrese

Si disse: “l’amore è una morra cinese”

Credeva che carta vincesse sul masso

E scrisse poemi a quel cuore di sasso.

 

Ma poi con le forbici tagliò i rami secchi

Le erbe infestanti, i rapporti ormai vecchi

Lo smacco più grande per chi ci ha piantate

È crescere in stima, dar frutti a palate.

 

E siccome sbagliando l’amore si impara

La legge non scritta al fin le fu chiara

Il verbo nel cuore si impresse col fuoco

Non era giocare ma mettersi in gioco.

foto: Officina Calze Lunghe.

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