Ripeti No un numero sufficiente di volte e otterrai Noi.

I miei figli e io non siamo un trio, siamo una terzina. Le terzine sono gruppi di note irregolari, con un andamento sincopato, come i nostri giorni, è sempre stato così. D’estate ci spariamo ‘sta jam session mare e monti, tutto bello eh ma anche snervante, tipo il jazz, figo il jazz, ma che fatica, non si potrebbe avere del pop, facile facile? No. Non si può. Siamo un’armonia di disaccordi.

Anzi a volte penso che “noi” sia semplicemente il plurale di “NO”. I miei figli sono sorprendenti nel loro costante incalzare di richieste, non desistono, anche se sanno che rifiuterai: chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Infatti per le prime ottantacinque volte rispondo cortese, l’ottantaseiesima purtroppo mi sale L’optimus Prime e mi esce un No baritonale e metallico, a cui comunque Lorenzo sa ancora ribattere con “Dai, mamma”. Come dire fin qui si è scherzato, era solo un assaggio, ma adesso si fa sul serio. Questo è ottimismo.

Sono cavalli lanciati in due direzioni opposte e io in mezzo, un braccio uno e un braccio l’altro a stracciarmi l’anima in due. I romani, che erano gente pragmatica, la chiamavano tortura per smembramento, noi che siamo sognatori decadenti la chiamiamo maternità consapevole. Le due direzioni opposte sono: campo da calcio a caso per lui, tappeti elastici barra gonfiabili a caso per lei. Naturalmente il paese montano dove abbiamo scelto di andare in vacanza questa settimana è delimitato a nord da un campo da calcio e a sud da un parco giochi con gonfiabili. In mezzo squali, ponti levatoi e boschi infestati da zombi. Per rendere tutto più facile il bagno più vicino è equidistante dai due punti cardinali di cui sopra ed è certo che Lorenzo dovrà fare pipì nell’esatto momento in cui Marta avrà trovato un’amichetta, avrà già fatto il patto di sangue – croce sul cuore – non ci separeremo mai più – potesse cascare il mondo.

La questione calcio ammetto che renda tutto più semplice, la palla è il sole e Lorenzo il suo satellite, non c’è nulla che lo interessi di più, quando non gioca mi racconta di quando ha giocato, di come ha giocato e di quando rigiocherà, mentre mi racconta rigioca riproducendo le azioni con una palla invisibile. Ha dedicato un tema alla rabona, che io pensavo fosse quella della canzone di Capossela (ndr: Che cos’è l’amor, È la rabona che entra in campo”), solo che quella era la Ramona. Comunque di solito lascio Lorenzo al campetto e so che finché anche l’ultimo bambino non si sarà ritirato per cena, ce lo ritroverò, a chiamare la palla e dire “a me a me” (ottimismo ancora ottimismo, non gliela passano mai).

Marta non ha una passione così totalizzante e ci mette qualche tempo ad acclimatarsi, al parco non bisogna sembrare ansiosi che vada, non bisogna suggerirle papabili compagne di gioco, bisogna solo sedersi sulla panchina, magari accanto a un altro genitore nella stessa situazione e aspettare che lei si decida. Dopo qualche annusata le bambine finalmente prendono il largo verso i salterelli e tu e l’altra madre restate una accanto all’altra, insieme commentate con sollievo “si sono trovate”. Non so chi tu sia madre sconosciuta, ma la carne della tua carne ha appena neutralizzato mia figlia, per questo ti voglio bene e tu vuoi bene a me. Se non ti spiace però, vogliamoci bene come una vecchia coppia che non ha più nulla da dirsi, diamoci la mano come gli anziani, facciamoci questa silenziosa compagnia, perché io ora voglio leggere il cazzo di libro che ho comprato otto estati fa, che ha più timbri del mio passaporto per quanto l’ho fatto viaggiare e di cui so a memoria solo la prima pagina.

Illustrazione Letizia Rubegni:

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(Fine della cronaca montana, seguirà quella marina).

 

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Alcune cose che so del corpo.

Gli occhi sono posizionati in cima al corpo, sarà per questo che guardiamo noi stessi dall’alto in basso, con sufficienza, a volte con un certo disprezzo.

Mia nonna non diceva mai “che bel corpo” ma che “bel personale”. Un “bel personalino” se la ragazza che si prendeva il complimento era minuta e senza seno. È un’espressione che mi piace, il personale dà l’idea di un’interpretazione di sé e riguarda anche il portamento, l’attitudine. Carne e personalità, personalità incarnata.

L’acido lattico è meno acido se è quello del giorno dopo il sesso.

“Sembri un sacco” ripeteva mia madre quando mi vestivo intabarrata negli anni dell’adolescenza ed effettivamente quando sei adolescente senti che il tuo corpo non è altro che un sacco per cuore, polmoni e altre frattaglie.

Tra i bambini si vociferava che i genitori facessero delle cose con i loro corpi, i corpi avevano la facoltà di poter entrare negli altri corpi. Una cosa da spiriti, da poltergeist, e infatti li avevano visti sotto le lenzuola come fantasmi, colti in flagrante si erano coperti, un fantasma nudo deve fare spavento. Io non avevo mai visto Babbo Natale portare i regali, mai la fatina dei denti portare le monete, mai la befana portare il carbone, mai i miei genitori fare i fantasmi, né gemere, al massimo mia mamma sbuffava, ma a tavola, o quando faceva le pulizie.

Il corpo tende a sorridersi alle vetrine. A non riconoscersi allo specchio se si osserva a lungo. A non amare il suono della propria voce se viene registrata.

Ci sono molti modi per ferire un corpo, il peggiore è non toccarlo.

Il corpo è un luogo misterioso, da bambina coltivavo l’irrazionale dubbio che dolesse a tutti, ma siccome era un male che affliggeva l’umanità dalla nascita nessuno ci faceva più caso. Solo i neonati piangevano, dovevano ancora abituarsi. Prendere consapevolezza della lingua nella bocca, dei piedi che sono mani sottosviluppate, della pelle che si estendeva ovunque. Il corpo come luogo alieno.

I corpi si definiscono nel confronto. Prima è tutto un “è più bella di me? Ha più tette? È più magra?”, col tempo ci si confronta solo più l’età. Sembra più giovane di me? È la domanda che sostituisce tutti gli altri parametri.

Il corpo combatte la forza di gravità. Chi tiene alta la testa, chi tiene dritte le spalle, chi si rialza, chi non si fa schiacciare dal peso dei giorni, quello è un corpo che vince.

Il corpo è abitato da voci. Il richiamo della fame, delle voglie, della sete, del desiderio, degli appetiti. Un corpo armonico è spesso quello dove tutte queste voci si muovono in coro, senza sovrapporsi e urlare.

Se un individuo espone le proprie idee è un libero pensatore, se espone il proprio corpo è un esibizionista. Il corpo è un totem, ma soprattutto è il più grande dei tabù.

(continua…)

Illustrazione: Letizia Rubegni. 38195913_10217411175019786_8780054909950099456_n.jpg

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Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra.

Tra luglio e agosto facciamo la conta dei compleanni: sei a Marta, otto a Lorenzo, quaranta a me. Compiamo numeri pari. Li abbiamo fatti insieme questi anni, li abbiamo fatti allegri e svergognati e come ci siamo riusciti lo sappiamo davvero solo noi. Li abbiamo fatti a piedi, abbiamo camminato tanto, prima spingevo io i passeggini, poi tiravo braccia quando vi inchiodavate in mezzo alla strada, fino a ieri vi rincorrevo, oggi andiamo alla stessa velocità, vi piace quel gioco del partire in sincrono e mantenere il ritmo piede sinistro-destro-sinistro come dei soldati. Li abbiamo fatti a fatica, mugugnando a turno, perché non abbiamo mai tristezze coordinate.  Li abbiamo fatti in mutande, senza aver paura di guardarci e lasciarci guardare.

Li abbiamo fatti di parole e risate e chiacchiere nel letto. A voi viene da parlare da orizzontali, quando state in piedi avete altro da fare, soprattutto rincorrere un pallone e trafficare. Avevo una bambola che quando la sdraiavi chiudeva gli occhi, voi aprite la bocca. Le parole sdraiate sono le mie preferite, perché con le teste vicine, le nostre frasi sono alte uguali. Li abbiamo fatti di pasta al burro e parmigiano, di regole che non puntualmente non seguiamo. Li abbiamo fatti di eccezioni.

Li abbiamo fatti come potevamo, con la naturalezza di chi crescerebbe comunque, perché si cresce comunque, ma è un incredibile privilegio crescerci insieme. Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. E quel moltiplicatevi è interpretato come fate figli, a me invece suona come augurio, un invito a moltiplicare le vostre passioni, non sottraetevi alle novità, elevatevi alla potenza degli incontri fortunati, elevate lo sguardo, crescete, moltiplicate i progetti, i punti di vista e riempite la terra della vostra piccola e unica bellezza. Perché siete così belli che quando mi dicono che mi assomigliate faccio pace con la mia faccia.Li abbiamo fatti con questa sostanza instabile che da un giorno all’altro fa cadere e ricrescere i denti, che tende la pelle e modella i capelli, che trasforma i “mi crude” in “mi prude”, i “gomitare” in “vomitare”, i miei sorrisi in rughe.

In questi giorni facciamo gli anni, abbiamo fatto anni bellissimi, ne faremo di migliori, ne ho la certezza. Non è un augurio, è una promessa.

Illustrazione: Ilaria Urbinati. 37863117_10216180777010717_3717769656157601792_n.jpg

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AMICHE MIE BELLE.

Amiche mie belle, mancate sorelle, che sapete a memoria la nenia, la mia litania, del è lui che ci perde, se io fossi un uomo per te impazzirei, del ti faccio da specchio: che splendore che sei.

Amiche mie belle, passiamo serate a tirare le somme, per gli errori commessi non esistono gomme, non perdiamo più tempo per la bozza a matita, ci inventiamo il futuro in punta di vita.

Amiche mie belle, compagne di viaggio, quand’è che arriviamo? La meta è vicina, ti guardo le spalle, respira e cammina.

Amiche mie belle, Belleamichemie, che dei pazzi elencate le patologie: è un narciso con punte di bipolarismo, mitomane in fuga nel suo vittimismo… ci inventiamo maree di psicocazzate per negar l’una all’altra di non essere amate.

Amiche del cuore e del cuore non basta, di pancia, di testa, di stomaci stretti che l’ansia devasta, amiche di viscere, di cicli mestruali, amiche di pelle e di rughe sleali. Amiche di piccoli commenti triviali, di pettegolezzi, noi lingue taglienti che facciamo anche a pezzi e filiamo e tessiamo i giudizi più truci, noi siamo le Parche del buon taglia e cuci.

Amiche mie sagge che guardiamo alla vetta, al momento felice che alla fine ci spetta, abbiamo visto anche il fondo, assai da vicino, ed è proprio nei fondi che si legge il destino. Amiche mie belle, che fuori è la guerra e noi vento ribelle, il nemico moltiplica i propri arsenali, noi abbassiamo le armi e affiliamo le ali.

Amiche nel bene, amiche nel male, che rendete anche il poco un poco speciale, nascoste a fumare dai bambini censori, come ieri accadeva con i miei genitori, ridiamo di noi ed alziamo le mani che anche stasera cresciamo domani.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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E intanto mi disinnamoravo.

E intanto mi disinnamoravo nonostante le mie resistenze. Perché funziono così. C’era questo ragazzo con cui avevo chiuso. Mi aveva lasciato un livido su una coscia l’ultima volta che avevamo fatto l’amore, un’impronta grande come un pollice. Ogni sera ci premevo sopra forte, perché pensavo “quando sarà scomparsa non ci sarà più traccia di lui”. Per me era sempre il secondo dopo l’addio e invece c’erano state in mezzo notti, giorni e poi stagioni. Gli altri si riprendevano (si riprendono) sempre prima, sono pronti a riprendersi, io restavo lì a guardare un livido che non si riassorbiva perché da sola premevo sul punto dolente. A questo servivano la musica struggente, i libri, le foto, le lettere che non si riescono ad archiviare. Anche fare l’amore con gli altri uomini, subito dopo, è sempre stato questo: premere sul livido.

E intanto mi disinnamoravo e facevo la conta degli errori, li contavo ma non imparavo. Qualcuno dice che sbagliando si impara, che serve tutto, anche il dolore. Ma a me il dolore insegnava solo la paura e la paura ti fa vivere contratto. Tipo la faccia di un bambino che aspetta l’arrivo di uno schiaffo, strizza gli occhi, stringe i denti, serra le labbra, aggrotta la fronte, increspa le ciglia. Si prepara all’impatto, lo sa che può arrivare, quindi è meglio farsi una maschera, farsi resistente. Ecco se imparassimo davvero schiveremmo la sberla, invece di rimanere lì con l’anima rattrappita e la faccia di chi ha ingoiato un limone. Intanto mi disinnamoravo, ma che faccia da scema che avevo.

E intanto mi disinnamoravo e ogni tanto passavo dai nostri posti, dalle nostre strade e non ti trovavo. Chissà quante volte bisogna passarci perché diventi davvero passato.

E intanto mi disinnamoravo e ti guardavo. A volte guardare in faccia le persone che hai amato è tornare dopo anni nella scuola di quando eri bambino. Tutto ti sembra più piccolo, limitato, ristretto. Provi una fitta di nostalgia, ma sei cresciuto, non è più cosa tua.

E intanto mi disinnamoravo e disinnamorarsi è un processo. Un processo che ha bisogno di colpevoli. E allora ti colpevolizzavo e mi scagionavo, ti scagionavo e ti colpevolizzavo. Ci sono le attenuanti Vostro Onore: soffrivamo di infermità sentimentale!

E intanto mi disinnamoravo e non capivo quando il mondo avesse smesso di girare per iniziare a rotolare.

E intanto mi disinnamoravo, ma lo facevo male. C’era quest’altro ragazzo con cui avevo chiuso. Ci mandavamo un messaggio solo la notte di luna piena. “Guardami nella luna”. Per un anno, qualsiasi cosa accadesse ci pensavamo. Era un modo per portare il fiore sulla tomba del nostro amore, per dire che sentivamo la mancanza l’una dell’altro. Ho bisogno dei riti, i riti danno senso alla realtà. Porto tributi alla maggior parte dei miei amori passati. Sono pensieri, il piacere di sentirsi dire “non ci siamo inventati, ci siamo stati”.

E intanto mi disinnamoravo e non vedevo l’ora di arrivare. Dove? Non mi è ancora dato di sapere.

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Foto: Susanita

 

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Ci vuole un dio da raccontare ai bambini.

Io Gesù, nella Sindone, non lo vedevo. Vedevo rombi, vedevo macchie, ma il volto, il corpo, non riuscivo a rintracciarlo, credo fosse anche perché non avevo capito la specularità del sudario. Lo immaginavo Gesù, lo indovinavo sul lenzuolo bianco, come si indovina una forma in una nuvola in cielo. Che poi, pensavo, è là che dovrebbe stare Gesù.  Le preghiere della sera erano un appuntamento immancabile, mi facevano bene, erano il mio corrimano verso la notte. Le ripetevo ad alta voce insieme a mia mamma. Dov’è la bisnonna chiedevo? In paradiso. E cosa c’è in paradiso? La pace. E non sarà noiosa questa pace? La pace è la pace.

Intorno ai quindici anni mi sono accorta che a dio non credevo, cioè ci credevo quando mi serviva, ci credevo quando avevo bisogno, non pregavo, chiedevo. Credere per chiedere mi sembrò ipocrita, ero una ragazzina rigorosa, ho smesso di andare a messa, ho smesso anche di pregare e ho pensato che il mancorrente verso la notte e verso i giorni dovevo crearmelo con quello che ero. Oggi sono agnostica, ma possibilista. Non abbiamo fatto fare catechismo a Lorenzo, ne abbiamo parlato, il padre è ateo, la religione cattolica non è stata la nostra scelta.

Quando è morta mia nonna, un mese fa, Lorenzo non smetteva di fare domande. Voleva sapere del corpo in terra o nel fuoco e dell’anima e del suo corpo e della sua anima. Dove finisce tutto? Dove andremo noi? “Io credo che ovunque andremo staremo bene e staremo insieme”. Gli ho risposto. E poi quella domanda terribile: “Se io vado per primo, chi mi aspetta?”. Mi è mancata la presa, avevo così bisogno del mio corrimano, di una risposta facile, avevo bisogno di dio.

Ci vuole davvero un dio da raccontare ai bambini. Un dio a loro misura. Mi hanno insegnato che dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma sono sempre più sicura che l’uomo debba rifare dio a immagine e somiglianza dei bambini.  Un dio divertente, comprensibile, che dia risposte buffe di fronte all’insensatezza, si chieda il perché, un dio che pianga e si disperi, che sappia far pace perché come sanno far pace i bambini nessuno. Il paradiso allora è la pace dei bambini, tornare a giocare sempre e comunque, qualsiasi cosa accada. Dov’è la nonna? È nella pace dei bambini, dopo aver litigato con la vita, dopo aver battagliato con la morte. Un dio che non sia solo rito, dogma, assoluti, ma che cammini con noi, al nostro fianco, sfidandoci a tenere il passo, trotterellando, perdendo il ritmo di tanto in tanto. Un dio che si stenda al nostro fianco a respirare alla stessa velocità e indovinare le nuvole. Che giochi a nascondino, che dio è bravo a nascondersi, ma che di tanto in tanto si faccia trovare. Un dio che non abbia paura di crescere e che non concepisca la diversità, la geografia, i confini. Un dio che rispetti gli adulti, ma che soprattutto creda nei suoi coetanei. Che sia tutto corpo e mani sporche e dita nel naso e grattate di chiappe. Che assomigli ai figli, più che ai genitori. Mi dico che sarebbe forse più difficile sostenere il disumano in nome di un bambino, che in nome di dio.

Non è una mistica dell’infanzia la mia, ma davvero ad avere vicino un bambino è certo che prima o poi ti verrà voglia di bestemmiare, ma più spesso di aver fede.

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Foto: Susanita

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Vivere è imparare a deludere e altre cose che non ho imparato (ancora).

Saper vincere. Imparare a perdere te lo insegnano così bene che ti sembra di perdere sempre, anche quando le cose sono andate come volevi. Imparare a vincere è imparare che non bisogna sminuire il risultato, non era facile solo perché l’hai ottenuto. Imparare a vincere senza pudore, senza timore che gli dei ti puniscano per questo. Imparare l’alternanza, scoprire che ci sono momenti e momenti, non un’eterna medietà. Il valore della medaglia lo decidi tu, ma è bene baciarla e alzarla al cielo, quando ti capita di averla al collo.

Imparare ad ammettere la sofferenza e lasciare che se ne occupino anche gli altri. Ho trascorso mesi complicati, in passato mi era già accaduto, anche per motivi decisamente più gravi. Ma il mio modo di affrontare il dolore è sempre lo stesso: come un’influenza in piedi, senza mettersi mai sotto le coperte, senza permettere a nessuno di portarti un brodino. Ma la tristezza non va via se la ignori. È un errore, perché pensi di essere forte e invece sei solo dura, l’effetto è protrarre la convalescenza più del dovuto, mentre covi un fastidio e una spossatezza che finiscono per diventare cronici.

Ho letto questa notizia di un vecchietto inglese che per due anni ha usato un bidone pubblico destinato agli escrementi di cane per spedire le proprie lettere, scambiandolo per la cassetta della posta. Non è colpa del bidone di merda, amici, è colpa del vecchietto che non ha visto bene. Come “a rose is a rose is a rose”, A bidon of shit is a bidon of shit is a bidon of merda. Non è che te la puoi prendere con lui che ha finto di essere una cassetta delle lettere. Ho spedito pensieri all’indirizzo sbagliato, mi aggrappo al pensiero consolatorio che la differenza la faccia sempre quello che provavo io. Ma comunque imparare a riconoscere un bidon of shit sarebbe un passo avanti.

Mio padre mi ha detto che vivere è imparare a deludere. All’inizio ho pensato “eh, che paraculo”, che bell’escamotage per non prendersi la responsabilità del dolore altrui. E invece no, aveva perfettamente ragione. Si cresce spesso deludendo le aspettative dei genitori, degli amici di lungo corso, ad esempio, rompendo dei patti. Ho deluso in amore: de ludere è letteralmente uscire dal gioco (il contrario di Illudere, in ludere entrare nel gioco), uscire dal gioco, spezzare un accordo. Chi fa finire un gioco, chi si porta via la palla, anche se non lo fa per dispetto, ma perché si è fatto tardi, è sempre un guastafeste e i guastafeste non piacciono a nessuno.

Abbandonare il “non mi oso”. In piemontese, il verbo osare è riflessivo: “non mi oso” come se le emozioni dovessero dare noia. E invece osarsi va bene, i sentimenti possono essere fastidiosi, è nella loro natura, chiedono, pretendono attenzioni, impegno, spazio. Sminuirli è sminuirsi. Ma se non ha importanza l’emotività, cosa ne ha?

(continua)

Illustrazione di Letizia Rubegni. 35239616_10217010347319344_974756653326925824_n.jpg

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