5 tenere minchiate che ci diciamo tra donne quando soffriamo per amore.

Voglio un uomo forte che mi protegga. Ma manco vivessimo in una favela di Rio de Janeiro, cos’è questa fissazione dell’uomo bodyguard? Da cosa ci dovrebbe proteggere poi? Dai radicali liberi? Dai raggi UV? Dalle paure e dalle ipocondrie? L’ho detto anche io, una delle tante assurdità da chiacchiera da fine rapporto. Ma è oggettivamente improbabile che arrivi dal 2029 un cyborg per ucciderci, perché diventeremo madre del futuro capo della resistenza umana in un mondo governato da robot. Liberiamoci dalla sindrome da Sarah Connor, gli uomini non sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le donne, ovvero fragilità, ansie, slanci, dubbi e qualche certezza.

Gli uomini sono tutti uguali. Adesso, onestamente, se così fosse, se fossero davvero tutti uguali, sarei un’ottusa eterna ripetente della stessa materia. Non so chi ci faccia più bella figura. Sono stata con uomini così diversi da avere in comune giusto il pollice opponibile. Le dinamiche, quelle si assomigliano. Simile è la potenzialità del sentimento nuevo che ti tiene alta la vita, tutti vogliamo il riflettore dell’amore, ce lo litighiamo.

La conosci bene la fatidica volta in cui sei in coppia, camminate uno accanto all’altra, e incrociate questi due che si stanno baciando, con slancio, profondamente, un bacio che è un richiamo. C’è un cono di luce sulle persone innamorate, hanno lo sguardo da protagonisti, sono al centro di un mondo nuovo. Sarà per questo che gli innamorati piacciono solo agli innamorati. L’amore felice è insopportabile da spettatori. Anche al cinema lo accetti solo perché sai che arriverà qualcuno a distruggerlo e a metterlo in pericolo. Che noia i dialoghi tra amanti: raccontami di me che amo te e io di te che ami me. Questo è. Eppure puntiamo tutti a quel protagonismo. Chi volevi essere da grande, Enrica? Quella che viene alzata da terra e baciata alla stazione.

Ecco, la fine di una storia arriva quando quei due li osservi e non ti strappano un sorriso, ma una ruga di dispiacere e il confronto tra voi e loro è impietoso. E vi domandate dove avete perso i baci profondi ed esibizionisti? Ti sembra di meritarli ancora e allora vai a cercarli. Ci siamo passati tutti, uomini e donne, dall’inizio della fine e poi dalla fine che non sembra essere preludio di nessun inizio.

Le coincidenze. I fatti dicono lascia perdere, le parole dicono lascia perdere, le foto dicono lascia perdere, la sua faccia dice lascia perdere, tutto dice di lasciare perdere, il tempo, la distanza, il malumore e le promesse disattese. Il silenzio dice di lasciare perdere, il silenzio amiche è ottimo consigliere. Epperò ascoltiamo i fatti, i pensieri, le parole, le opere e le omissioni? No, noi ascoltiamo l’universo che comunica con noi attraverso coincidenze, canzoni, incontri casuali, numerologie e congiunture astrali. Solo che siamo pessime ventriloque dell’universo e gli facciamo dire un po’ il cazzo che ci pare. Che fondamentalmente si può riassumere in “Non mollare!”. Su questo cadono anche le migliori. E io me lo immagino questo Universo con il defibrillatore che urla “libera!” mentre tu sei chinata sulla tua defunta relazione o sui tuoi sogni mal riposti. E invece forse vuole solo dire “(sei) libera, vai, il meglio deve ancora arrivare”. Comunque, non c’entra molto, ma ho capito che i desideri hanno a che fare con la caduta. Cadono le stelle, cadi anche tu per realizzarti, almeno a me è sempre capitato così. Non bisogna affezionarsi troppo ai propri desideri e non trovare troppo divertente cadere.

Io lo conosco, gliel’ho letto negli occhi. Ricordatemelo la prossima volta che lo dico, che non sono un’iridologa. Usate queste parole precise: ma, amica mia, gli hai anche trovato il fegato ingrossato? L’intestino affaticato? Ecco. Fatemi sentire scema qualche volta, quando sparo certe minchiate, è un segno di affetto.

Mai più. Che uno ci crede pure dopo aver sofferto, che mai più. L’amore è così: sembra impossibile finché non succede, finché qualcuno non ti alza da terra e ti bacia alla stazione.

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Scuola io non t’ho vissuta, t’ho sopravvissuta.

Addio chat delle mamme, come potrò fare senza la mia puntata del venerdì di “The games of frixions”, in cui la genitrice di Lord M. dichiara che il portapenne del suo delfino è stato depredato della pilot frixion cancellabile dal sangue blu, nonostante riportasse le iniziali della loro antica casata?

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Addio corse delle 8 e venti, addio “sbrigatevi prima che chiuda il cancello”. Che se si chiude il cancello si apre la porticina del disonore, un varco vegliato dalla temibile inserviente che rivolge le domande di ordinanza: Alt! Chi siete? (sempre noi: la madre in ritardo che porta i figli a scuola, le cispe degli occhi di Lorenzo dovrebbero ricordarti qualcosa, sono cispe dai florilegi barocchi, non si lava la faccia dalla materna per far prima la mattina). Cosa portate? (il solito: uno zaino ara-merda a testa, abbiamo trebbiato corso Re Umberto e poi lo abbiamo concimato dello sterco canino del quartiere. Ci riconosci quando arriviamo, facciamo un casino infernale con le ruote sulle griglie dei tombini, perché lo zaino è quello strumento che sempre dà la stessa nota ratatatà). Sì, ma quanti siete? (Sempre noi! Io giuro che non entro, ambasciator non porta penne, te li mollo e via). Un fiorino! (Non ce l’ho, ma se proprio vuoi ho tutte le frixion che si è imboscata mia figlia Marta, la regina dei draghi).

Addio sguardo colpevole ogni volta che incrocio le rappresentanti di classe. “Ti devo dei soldi vero?”, le prendo sempre di anticipo. Rimettete a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo agli altri genitori. Ormai ho ricevuto la segnalazione, sanno tutti che ho problemi con ogni forma di burocrazia, mi hanno messo la madre di sostegno. Mi tranquillizzano, mi aiutano a svolgere i miei compiti base, sono una cazzona certificata.

Addio temperini, vi odio temperini, inutili mangiatori di mine a tradimento, masticatori seriali di lapis, vi colleziono a mia insaputa. Spuntate le matite, sparite, spuntate quando non siete invocati, fate il cazzo che vi pare, siete l’emblema della mia sisifica frustrazione.

Addio grembiule spiegazzato che giaci nella tasca interna dello zaino e sempre rinvenuto la domenica sera alle 23 e 32. Ho finto di lavarti ogni settimana ma solo tu ed io sappiamo la forza autopulente della disperazione dell’ultimo minuto. Sei stato un fedele compagno, ma temo dovremo salutarci, sei diventato così corto che sembri un bolerino, non andresti bene nemmeno se Lorenzo frequentasse una scuola di toreri.

Addio orrendi lavoretti. Ammetto di aver scambiato la pagnotta secca, trafugata in mensa da Marta e lasciata in fondo allo zaino, per un fermaporta in pasta di sale incartato nel grembiulino blu. L’ho comunque molto apprezzato.

Addio maggio piovoso che hai mandato in tilt tutte le gite, gettando i genitori in un’ansia meteoropatica ingestibile. Addio bambine vestite come mondine con calosce ascellari addio bambini come fantini anche per andare a Palazzo Madama. Addio mantelle da capitano Achab. Addio antica ombrelleria del corso.

Arrivederci scuola primaria di primaria importanza, che finisci tra due giorni e ci getti nello sconforto del tetris estivo: ancora una volta io non t’ho vissuta, t’ho sopravvissuta.

 

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Ma che ne sanno i poeti

Fammi quello che la primavera fa ai ciliegi, quello che i desideri fanno ai soffioni e mai e poi mai quello che il polline fa alle mie narici, fai quello che la mentos fa alla coca-cola, quello che la sciarpa in inverno fa alla gola.

Indubbiamente mi merito un amore che mi voglia spettinata ma anche uno che mi sappia spettinare e poi, ti prego, mi merito che tu non scambi shampoo e balsamo quando vai a fare la spesa e, se piove, che tu ti ricordi da solo di ritirare la roba stesa.

Sali con me un milione di scale e che sia la voglia a ogni gradino, mentre mi guardi la schiena, la nuca, il sedere, spogliami con gli occhi, diamo qualcosa di cui godere ai curiosi vicini che, ci puoi contare, ci spiano dagli spioncini.

E poi facciamo l’amore, niente sesso, solo amore, ma anche solo sesso, va bene lo stesso, ma anche due limoni ben dati, non quei baci sbadati da “siamo arrivati” e ci salutiamo. Illuminami d’immenso, ma anche della piccola abat-jour accanto al comodino, della torcia al cinema per indicarmi il cammino, prendi accanto a me il tuo posto a sedere e poi riscriviamo la scena del pop corn del Tempo delle mele.

Amami in piedi contro le porte della notte, contro gli stipiti del pomeriggio inoltrato, contro l’uscio dell’alba, contro la soglia del giorno quando è appena iniziato. Fai che mai e poi mai il modo tuo d’amare sia lasciare che io t’ami, prendiamola a turno qualche iniziativa, che l’amore in due si declina nella forma attiva e nella forma passiva.

Ricorda che quando dio creò me distesa nel letto sapeva cosa stava facendo, tra le poesie di Bukowski è quella che amo di più, ma resta che Charles non sapeva, non aveva la più pallida idea, dell’Universo di cose che nel letto o per strada, mi avresti fatto poi tu.

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foto: Susanita

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Breve monologo di una radical freak.

Insieme ci divertiamo un mondo mi dice lei, alla fine un bambino non ti può fare recensione migliore. Ma mi chiedo che mondo? Che mondo lasceremo per farli divertire, soffrire, amare o semplicemente passare il tempo. Il timore è che sia un mondo bidimensionale, dove il polo intorno a cui gravita tutto è il nostro ombelico. Dove l’unica cosa che ci muove sono le viscere, pancia piena e mente sgombra. Un posto dove una come me, un mattino, si può svegliare e fondare il tettapiattismo, d’altronde se prendo il mio ego come metro di misura vale anche questo. E allora sostengo che la sfericità mammaria sia un complotto di Intimissimi, poi convinco tutti che l’uomo discende dai cani e le donne dai gatti, è chiaro. Perché è chiaro? Perché a me piacciono i gatti e sono donna. Hai mai visto i gatti con il reggiseno? No. Un caso? Non credo proprio.

Un mondo tettapiattista, testapiattista, encefalogrammapiattista, schermopiattista. Non sono giorni buoni, sono giorni di post-elezioni, di barconi, di bacioni, di bacioni le mani, di coppette mestruali, di “ma pensiamo piuttosto ai problemi reali”, di pilloni, di buffoni.

La sera giochiamo al “chissà com’è, non essere me, ma essere te?”. Io prendo il posto loro, a volte loro il mio. Io sono Marta o Lorenzo, vado a scuola, ho a che fare con le timidezze e le antipatie, con i cortili e ricreazioni. Quando loro sono me invece la mattina hanno molta fretta e poi vanno in un posto che si chiama ufficio dove si sta davanti al computer a fare non si sa bene cosa e si sbuffa. Poi passiamo ai conoscenti o a chi non conosciamo, a chi solo immaginiamo. Non è detto che il gioco ci faccia sembrare più simpatico l’altro, anzi, però è un esercizio utile, se l’altro non ci piace almeno si chiarisce il perché.

È una cosa da fricchettona del cazzo, lo so, lo sembra, ma siccome essere radical chic non mi riesce mai del tutto (ma come non ti riesce, Enrica? Hai pure comprato gli zoccoli Dansko per avere quell’aria un po’ così quell’espressione un po’ così che abbiamo noi quando discutiamo dei libri giusti e delle serie giuste e delle idee giuste nei salotti giusti! Eh sì è vero, lo ammetto ne ho abusato, ma poi alla fine se ci cammini al parco il piede crea quella bella soletta interna di pietrine fango sudore puzza e morte per non dimenticare che anche i radical trasudano) ho virato sul radical freak.

Discutiamo delle “suscitazioni” di Marta, lei le chiama così, la maestra ha letto una storia in classe e poi ha chiesto cosa suscitasse in loro. Da lì le emozioni sono diventate suscitazioni. Ridiamo. Dice “certo che noi ci divertiamo un mondo”. Sia allora un mondo bello tondo, bimba mia, con la sua gravità e la sua leggerezza, capace di andare a rotoli, ma anche di andare per il verso giusto e che quel verso, speriamo sia chiaro più a voi che a me, non giri sempre e solo intorno a noi.

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foto di Estéban Puzzuoli

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C’è di peggio.

La prima volta che sono rimasta incinta avevo 27 anni. I figli quando sono voluti si dice che vengano cercati, come un tesoro in fondo al mare, come qualcosa che è già e tu devi solo andare a trovare. La prima volta che sono rimasta incinta avevo 27 anni e non stavo cercando un figlio. M. ed io non ci completavamo, ci moltiplicavamo, il tempo non bastava mai, non bastavano le parole e infatti ne inventavamo di nuove e alla fine abbiamo inventato anche un bambino. È diverso il sesso che crea vita? Quella sera a casa mia abbiamo fatto l’amore diversamente dalle altre forse cento, duecento volte prima? Siamo scesi a cercarci a occhi chiusi in acque più profonde e remote?

Mi pare avessimo litigato, stavamo facendo pace tra le mie lenzuola che cambiavo quando dormiva da me, lui stava ancora dai suoi, non gli piaceva quel mio appartamento dove avevo già convissuto con un altro uomo. Ogni stanza era dipinta di un colore diverso, la camera da letto azzurra, la cucina gialla, il bagno verde. Sulle tacche pantone era sembrata una buona idea, ma una volta tinteggiato si era rivelata una scelta bizzarra, l’azzurro era turchese, il giallo arancio, il verde era acido. Avevo letto che l’azzurro era riposante, il giallo doveva mettere appetito, il verde non so, far venire voglia di lavarsi forse.

Sono rimasta incinta nella stanza azzurra, di un maschio, se avessi scelto il rosa sulla tacca pantone sarebbe stata una femmina. Si possono fare mille elucubrazioni sul momento del big bang, quello che crea una nuova vita, basta modificare un particolare e il futuro cambia. Se torno nella camera azzurra vedo questi due ragazzi, lei è nata arrabbiata, lui no. Lei non cede, lui sì. Lei chiede, lui risponde. Lui dà, lei prende. Lui è con lei, lei è da un’altra parte, forse negli abissi, cerca qualcosa come un palombaro, trova un figlio. Si baciano, si conoscono a sufficienza per dirsi cosa vogliono l’uno dall’altra. A luglio il mondiale è stato vinto dall’Italia, lei dice “ti amo” per prima, lui lo scrive nelle pagine di un libro, come un appunto, una nota a margine. Un ti amo a sorpresa a pagina 92. Lui piange quando le lineette del test divengono due, lei ride pensando che presto sarebbero stati tre. Poi a moltiplicarsi sono i progetti: una nuova casa dalle pareti crema e i termosifoni rossi, nuovi mobili, un lavoro più stabile, si moltiplicano le reazioni dei parenti e degli amici. Siete giovani per avere un figlio. Mia nonna a 27 anni aveva partorito tre volte, risponde lei. Non sono giovani per avere un figlio, sono giovani per perderlo.

Nasce senza vita, al sesto mese, a tradirlo è il cuore. Chissà cosa è andato male nel big bang, chissà quanti universi non ce l’hanno fatta prima che nascesse il nostro, con le galassie, i pianeti e la minuscola e insignificante Terra.

Lei partorisce in una stanza bianca. Il bianco da allora le fa venir voglia di scomparire. È sola e piange, non avrebbe pianto più, dall’altra parte della città piangono insieme anche sua madre e sua nonna, a vederle da fuori si direbbe che stiano pregando e in un certo senso è così. La nonna dice “povera cittina” che in toscano sta per “bambina”, sua nipote.

In qualche modo io sono ancora quella ragazza e non lo sono più per nulla, sono passati dodici anni,  ma è come se quella cittina spezzata continuasse a parlarmi e ascoltarla è importante, perché mi spiega delle cose che troppo facilmente dimentico. Mi spiega quanto può andare male quando va davvero tutto male; mi ricorda il dopo, la repulsione per ogni donna incinta, per la felicità altrui, l’invidia spudorata per chi non desiderava avere dei figli. Mi ricorda chi diceva “sei giovane, eri solo al sesto mese, c’è di peggio”, ma non è vero, perché il tuo peggio lo stabilisci tu, la tua testa, quando sei al centro della tua ossessione, la tua ossessione è il peggio. Mi chiarisce che ciò che accomuna i genitori è la fratellanza della paura, che ti tiene allerta, ma che devi anche imparare a ignorare. Poi però ci sono anche io a parlare. A dirle quanto tutto possa andare bene quando tutto va bene e allora quando lei si quieta, solo allora, ci credo anche io.

foto: Susanita

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La mia tuta nera tutta intera (ovvero la totale incompatibilità della moda con i cessi).

Amo la mia tuta nera tutta intera, la indosso senza reggiseno perché fa tanto Kate Moss ma anche Paola Turci a Sanremo, ci posso fare quella cosa cool di mettere le mani in tasca e camminare con le mani in tasca e specchiarmi nelle vetrine con l’aria “scansati-Sartorialist”, “Ferragni-puppa” e “Sucamelaradio Enrique Iglesias” (non accetto che dica Subeme la radio). Penso to’ anche tu per caso qui, non ti saluto donna del riflesso con le mani in tasca dall’aria Ferragni-puppa solo perché dovrei togliere le mani dalle tasche. Ho recentemente scoperto che dietro alla vetrina parzialmente specchiante vicino al mio posto di lavoro in realtà non c’è Anna Wintour che annuisce deliziata, ma un ufficio di programmatori informatici, uomini che nel tempo mi hanno visto sorridere, pulirmi il rossetto dai denti e sistemarmi gli slip impertugiati tra le chiappe con quel classico gesto plastico del pinza e tira a fionda.

Io amo la mia tuta nera tutta intera, perché mi abbraccia, mi fascia ma non mi strizza. La amo finché mi rendo conto che il suo morbido tessuto ricopre epidermide, adipe, muscoli, ossa e soprattutto un insieme di organi e di strutture deputate alla produzione e all’eliminazione dell’urina. E allora vorrei prendere il telefono e chiamare Kate Moss e Paola Turci e informarmi:

Ma anche voi, anche voi quando vi scappa, quando tirate fuori le maledette mani dalle tasche, entrate in un bagno, vi abbassate le spalline, fate scendere la tuta nera tutta intera verso il pavimento e vi sedete sulla tazza vi sentite un personaggio di Ciprì e Maresco, quello di Cinico tv, il panzone a torso nudo? Anche voi, completamente nude, con la postura floscia di quando si piscia perdete tutta la credibilità acquisita per strada, la sicumera Ferragni-puppa-Sucamelaradio-Enrique? Anche a voi l’autostima estetica si azzera all’istante? Come quando negli alberghi per sbaglio giri lo specchio tondo, quello bifacciale, dalla parte ingrandente e scopri che si può fotografare il buco nero senza l’Event Horizon Telescope, basta un tuo poro, tutta quella ricerca e invece era lì, tra guancia e attaccatura del naso?

Ma parliamo dei bagni pubblici, nel caso in cui voi, Paola e Kate, abbiate avuto l’idea di indossare la tuta nera tutta intera per uscire la sera. Come gestite la turca? Nei locali pubblici per terra è necessario guadare il pantano, allora bisogna rigirarsi i pantaloni svasati della tuta nera tutta intera fino alle cosce. Una volta creato un comodo pannolone da infante tocca alla parte di sopra, via le spalline e tette al vento, poi ci si accovaccia. Ecco Kate e Paola, io mi chiedo: anche voi siete colte dal terrore che Anna Wintour, la Ferragna e the Sartorialist, ma anche il programmatore informatico entrino improvvisamente nel cesso e vi vedano così: come un lottatore di sumo vestito a lutto che sta cagando?

foto: Susanita

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La stanchezza dei grandi.

“Come stai?” mi chiedi.

“Stanca” rispondo. Rispondiamo spesso così. Mi sento, ci sento: siamo adulti, siamo tanti e siamo stanchi tutti quanti.

“Come mai?” mi chiedi. Ma non è la domanda corretta. Non siamo stanchi perché lavoriamo troppo o dormiamo poco o mangiamo male o per carenza di ferro o magnesio. Non è una stanchezza chimica, è esistenziale. Non siamo stanchi per qualcosa. Siamo stanchi di qualcosa.

Io sono stanca dei miei pensieri che escono dal gregge, di non essere un buon cane pastore capace di girargli intorno, arginare, compattare. Perché spesso sono il lupo che minaccia di sbranare le certezze. Sono stanca dei sospesi: la lampadina che devo cambiare da un anno e tre mesi. Devo imbiancare, togliere gli adesivi di Cars dal mobile del salotto, dalle scale, ho ancora mezzo armadio pieno di vecchi vestiti del padre dei miei figli, me ne dovrei disfare, scarpe da calcetto, non ricordo di averlo mai visto giocare. È sempre stato più facile gettar via che sistemare.

Ma ci sono anche gli oggetti che non so buttare. L’oggetto del mio rancore, l’oggetto del desiderio, l’oggetto delle mie angosce, l’oggetto della mia malinconia, l’oggetto dell’invidia, sono un’accumulatrice seriale di piccole ossessioni. Sono stanca degli appelli mancati, quelli che manco io più di tutto, quando non ci sono nel modo giusto, sono stanca di mancare. Sono stanca di aver bisogno di questa stanchezza per sentirmi viva, perché se non sei stanca non hai fatto abbastanza.

Sono stanca perché il vero riposo per me è la soddisfazione del darmi da fare, anzi di fare fatica. Sono stanca e un po’ suonata, ogni tanto ripenso a quando ero più giovane e innamorata, così innamorata da potermi concedere il tormento che costruivamo noi, con dubbi inesistenti. Ancora mi sorprende quanta resistenza si possa fare ad accettare la felicità. Oggi sono stanca della precarietà. Sono stanca del “per ora”, delle mani avanti che sono sempre le mie, della mia incapacità di pensare per assoluti, del senso di allerta che mi abita. Io peroro, tu perori, egli perora… voce del verbo “del doman non c’è certezza”.  Ci diciamo che stiamo attraversando un periodo complicato. Una fase. Ma per quanto mi riguarda questo periodo complicato è iniziato quando mia sorella mi rivelò che Nicca Costa (o forse Nikka con due k perché più bimba minkia di lei non ce n’è) era molto più bella di me e non si è mai esaurito. La vita è una fase complicata dell’esistenza. È che la complicazione non è circoscritta e il periodo di cui sopra non si attraversa e via, quando trovi le strisce.

Se tocchi il fondo, immagini di scendere giù, verso un abisso di tristezza, ma poi di picchiare la pianta del piede e risalire rapido. E invece no, ti aspetta la merdosissima maratona nei fondali, anfibi disperati che non siamo altro, con le branchie che fanno contatto coi condotti lacrimali.

“Sei stanca” mi chiedi? Sì, ma per ora il gregge dei pensieri è in salvo, anche stasera il lupo non si è visto arrivare. Sono stanca, siamo stanchi, ma via e pedalare.

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foto di: Estéban Puzzuoli

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