Perdoname mama por mi vida malinconica.

Le prime volte te le ricordi, c’è tutta una letteratura delle prime volte, una ritualità e infatti si celebrano, a partire dalla prima volta che nasci. Si tengono i primi denti caduti, si ricorda la prima parola, il primo giorno di scuola, il primo bacio, la prima sigaretta, la prima delusione, il primo sesso. Di alcuni amori non ho solo il catalogo delle prime volte, ho anche il catalogo delle volte che prima di conoscerci ci siamo sfiorati senza incontrarci. Anche tu eri a quella manifestazione? Anch’io. Anche tu eri a quel concerto? Anch’io. Anche tu andavi in quel bar? Anch’io. Eppure quanto mancarsi prima di conoscersi.

Le ultime volte non le sai quasi mai. Ho salutato persone che non ci sono più (intendo non sono più al mondo) cosciente che fosse un addio, ma nelle relazioni va diversamente. Quando stavo con il padre dei miei figli, fin dai primi tempi, facevo una cosa sciocca di quelle da me che sono campionessa di cose sciocche: mi acquattavo sotto il suo braccio, lo guardavo da sotto a sopra e quando finalmente incrociava i suoi occhi coi miei gli chiedevo “da quanto tempo è che hai smesso di amarmi?”. Lui rideva, come se gli avessi chiesto da quanto tempo frequenti un corso di coreografie di Bollywood, la domanda sembrava assurda a tutti e due. Ecco, non mi ricordo più l’ultima volta che gli ho rivolto quella domanda, sicuramente ho smesso per paura che mi rispondesse seriamente. Quando l’impossibile è diventato plausibile e il plausibile è diventato realtà, quella deve essere stata l’ultima volta.

L’ultima volta che mi sono innamorata l’ho fatto come una cretina. Mi dicono non c’è un altro modo per innamorarsi, ma non è vero. Come una cretina mi è capitato solo in un paio di occasioni, sono stata anche innamorata come un poeta, come un metalmeccanico, come un ingegnere aerospaziale, come una guardia svizzera. Come una cretina è proprio da incoscienti. Quando ero bambina d’estate mi piaceva giocare nei prati con i miei cugini, tornavamo sporchi e malconci, col fiato corto. “Dove vi siete cacciati per avere quelle ginocchia?” ci chiedevano le madri e ci lavavano in una tinozza nel cortile della casa di montagna. Le gambe non tornavano mai pulite perché sotto lo sporco c’era qualche graffio, punture di insetto. Poi sono cresciuta, tornavo a casa la sera e sempre mia madre mi chiedeva dove avessi infilato quel cuore lì, stavolta. Innamorarsi come una cretina è infilare il cuore dove non ci sta proprio e se lo infili dove non deve finisce per incastrarsi.

Di questo recente amore da cretina non ho appuntato le ultime volte, tipo l’ultima volta che ho aspettato la sua buonanotte. Quando insomma è diventato plausibile dormire senza che mi salutasse e poi da plausibile è passato a normale. Eppure è stato un momento decisivo. Vorrei fare una piccola puntualizzazione sull’uso smodato del “notte” nei messaggi serali. “Notte” come chiusura di una conversazione fa schifo, aggiungeteci un vezzeggiativo almeno, perché così secco è tronco. Didascalico. È notte. Lo so anche io che è notte porcaputtana, sogni d’oro almeno, notte è passiva aggressiva. Sulla mia tomba scriveteci “notte”, lì come ultima parola di commiato va bene.

Anche il mio modo di vivere la maternità ha a che fare più con le ultime volte che con le prime. L’ultima volta che Lorenzo mi ha baciato davanti a scuola senza guardarsi intorno. L’ultima fatina che visiterà casa nostra. L’ultimo pannolino che ho messo nella borsa. Con i figli è un addio continuo, solo accettare l’addio permette un nuovo incontro, un riaccettarsi diversi. Ho ritrovato un calzino blu, nello zaino di un’estate, c’era stato un piccolo piede. L’ultima volta che ho allattato. Gli ultimi braccioli prima di imparare a nuotare. L’ultima volta che canteranno gingol beeeeells senza avere la più pallida idea di cosa dica.

L’ultima letterina di Babbo Natale prima che i compagni raccontino la verità a Lorenzo e Lorenzo la sveli a Marta. Non c’è calendario che ricordi le ultime volte, ma il nostro tempo si gioca tutto lì. Allora datemi l’ultimo bacio prima di dormire e tu mamma, se puoi, perdoname por mi vida malinconica.

Illustrazione di Letizia Rubegni.48373487_326604868064475_1717115327801720832_n.jpg

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Il tempo speso peggio (un elenco aggiornabile).

Il tempo speso peggio è quello sulle rive dei fiumi e ad aspettare che i piatti si freddino. Non era esattamente così il detto, ma a pensarci il rancore è una ridicola perdita di tempo. E prima devi cucinare il piatto di puppette de’ merda al veleno di vendetta, poi però devi aspettare che si freddi per servirlo al nemico, aspetti aspetti aspetti, ci soffi pure sopra, poi quando è alla temperatura giusta vai da lui che ti dice “ma che è sta roba? È fredda!”, te lo sputa e se ne va. L’alternativa è che il nemico nel suo peregrinare di cattiverie decida di farsi ghermire da un’onda anomala fluviale mentre fa la cacca sotto il ponte di baracca e che la corrente lo trascini da te. Ci potrebbe volere molto tempo, la vista poi potrebbe essere spiacevole e sulle rive del fiume c’è umidità, le pantegane, il microspaccio. È che poi spesso i nemici non lo sanno di essere tuoi nemici, si chiamano nemici immaginari, li alimenti tu, nel tempo. I nemici spesso sono solo stronzi sovrastimati, ma gli stronzi purtroppo galleggiano anche nei fiumi.

Il tempo speso peggio è quello trascorso a convincersi che uno scoglio sia il tuo porto, il luogo dove restare e costruire. L’hai visto da lontano, hai urlato “terra”, era una vita che navigavi, eri stanca di affrontare le onde da sola. Sembrava roccia, aveva tutto l’aspetto di un nuovo inizio. E alla fine era uno scoglio, un passaggio scivoloso della vita, ci sono persone così, che tu pensi di volere esplorare e invece sarà sempre troppo tardi quando deciderai di rimetterti in mare.

Il tempo speso peggio è quello che investe nell’assenza. C’era una volta un uomo che non c’era davvero. Eri così abituata ad aspettare che ti scrivesse, che ti mandasse un messaggio, una chiamata, che controllavi il telefono anche quando era con te. Che ci fosse o non ci fosse a lui ti legava la stessa forma di folle e ottusa nostalgia. La prova telefono comunque è banale, ma resta infallibile. Se traffichi con il cellulare quando sei con gli altri, non li ami, ti stanno simpatici, gli vuoi bene, ma non li ami. Se li ami il telefono puoi buttarlo nel fiume e farlo prendere da chi aspetta il tuo cadavere, sulla riva.

Il tempo speso peggio è quello trascorso a rianimare il passato. A resuscitare i sentimenti. La solitudine gioca questi scherzi, torni alla sicurezza del passato, ti rifugi in ciò che è stato. È un’operazione fallace. Sono belle le api intrappolate nell’ambra lucida del ricordo, sembrano vive, ma se rompi l’ambra l’insetto non vola.

Il tempo speso peggio è quello della menzogna. Si mente spesso e volentieri per non affrontare di petto la realtà, come una scorciatoia. E invece no, le bugie non sono mai scorciatoie, allungano il percorso, affaticano e generano dipendenza. Io, per esempio, grazie al cielo sono troppo pigra. Anche perché se la realtà non la prendi di petto, lei ti prende alle spalle e non lo auguro a nessuno.

Illustrazioni: Letizia Rubegni.

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Ognuno ha la voce della coscienza che si merita.

La ventola del bagno mi parla. L’ho trovata afona al mio arrivo in questa casa, sei anni fa. Dopo poco ha preso a gracchiare, ora scatarra come un vecchio fumatore di Nazionali, l’aria non la sventola, la grattugia e ogni volta che accendo la luce del cesso lei è lì a ricordarmi chi sono: una che non è in grado di alzare il telefono e chiamare un otorino laringoiatra per ventole e far tacere quel costante smadonnare dall’alto. Una che convive con i suoi sospesi, i miei sospesi sono sempre superiori alle pratiche processate. È un bilancio a perdere. “Però ho messo il lampadario in camera da letto” mi giustifico. “Dopo aver dormito sotto una lampadina penzola da motel per cinque anni e non parliamo del balcone” mi tossisce la stronza. Ha ragione.

Devo togliere i vasi dall’orto-morto, ogni volta che mi affaccio, al mio fico e al mio limone sale il Carducci: “tu fior della mia pianta, percossa e inaridita, tu dell’inutil vita, estremo unico fior” intonano. Una cosa straziante. Ecco, quando mi dicono che l’amore va alimentato come una piantina, penso al mio fico e al mio limone, che vivono nonostante la mia totale incapacità di prendermene cura, hanno abbassato così tanto le loro pretese, eppure ugualmente danno fiori e frutti. Si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione ho letto da qualche parte. Si alimentano amori così, a dosi sempre inferiori, affamandoli.  La mia amica A. dice che si fa l’abitudine al maltrattamento e alle poche attenzioni, ci si abitua ai torti e all’infelicità. Aveva dovuto scrivere un elenco, nero su bianco, delle cose che il suo ex le aveva fatto per non abbassare la guardia e non perdonare. Capita che sia necessario non perdonare per sopravvivere, ma anche senza farla troppo tragica, per andare avanti. Sto divagando, cara ventola del cesso, non farci caso.

Ti concedo che ci siamo fatte compagnia. Durante le docce soprattutto. Sono certa che l’Apocalisse arriverà mentre Dio si è concesso una doccia. A me basta aprire l’acqua e nell’altra stanza le forze di Sauron attaccano il regno di Gondor, urla belluine si alzano al cielo, sotto forma di liti, richieste per fame impellente da carestia o sete inestinguibile da siccità, tutto senza alzarsi dal divano, magari con la televisione accesa. E io che bestemmio dal basso e tu che bestemmi dall’alto. Ascolti i miei discorsi allo specchio, che culi che faccio allo specchio, dei pipponi indegni a destra e a manca, spiego come si vive a chiunque. Non mi piace sempre quello che vedo, cara ventola lo sai anche tu. Pare sia fondamentale dirsi delle parole d’amore quando ci si guarda la mattina, fare da sole, devi autoconvicerti che sei la più figa, una superdonna, si predica molto l’autoeroismo ultimamente, ma a me piace tanto alla vecchia maniera, che me lo dicano gli altri. Ma cosa vuoi che ne sappia poi, che ho una ventola del cesso come voce della coscienza?

Stamattina mi redarguivi mentre pettinavo Marta, sostieni che se continuo così, con questa ignoranza tricotica, questa incapacità di fare due codini simmetrici, la mia figlia femmina mi verrà presto tolta e mi verrà consegnato un altro maschio d’ufficio. Hai ragione. Le altre madri fanno trecce così perfette e rigide che probabilmente sono ancorate alla corteccia cerebrale.

Dal bagno hai visto passare anche qualche uomo, ammetterai che ho un certo talento per la scelta degli ex (di certo più sviluppato che per la scelta dei fidanzati), nessuno che si sia preso la briga di aggiustarti, magari il prossimo lo seleziono così, con la prova ventola. Tra le pratiche processate ci sono loro, certi amori fanno giri immensi e poi si esauriscono, checché ne dicano fichi e limoni. Il problema delle pratiche che vengono processate, dei cuori che vengono aggiustati e delle ventole che vengono riparate, è che poi per un po’ c’è un gran silenzio intorno.

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Illustrazione: Letizia Rubegni del mio cuor.

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Vedi alla voce: NIENTE.

Capita, perché capita spesso e lo sai, che alla domanda cos’hai? io possa, non dico sicuramente, ma con grande probabilità, rispondere “niente”. Bene, ti prego, non ti accontentare di un niente come risposta, dillo agli amici spargi la voce, è una bomba inesplosa la donna che tace. Lo so che è infantile, lo ammetto, ma rispondo così, perché la versione integrale, quella completa, è una piena di fiume che non saprei più arginare, un vagar senza meta.

Ma allora cos’è questo niente? è la lingua che batte dove duole quel dente, ha il sapore cattivo del gelato caduto e mai ricomprato, mia madre che dice “così impari e stai attenta” e infatti ho imparato che spesso l’attesa di un po’ di dolcezza è un bel variegato però all’amarezza.

Non ho la fame nel mondo, non ho la carestia, non ho la peste bubbonica come malattia, non ho proprio niente, eppure è un niente pesante, un niente di piccole angosce, di me che ti cerco in mezzo alla gente e passano i giorni come passano i guai e passano tutti, ma tu non mi passi mai.

Sul niente ci scriverò un saggio: “l’arte sottile dell’autosabotaggio”, un niente che unisce tutti i miei punti deboli, un niente che è fatto di questi miei demoni che tengo nascosti, ché l’ombra ti resta attaccata anche quando ti sposti. Ti sembra volubile e inconsistente e invece è lì quel solido niente, un niente elefante, un niente ignorante che si piazza in mezzo alla stanza e mentre lo ignori, lui inizia la danza e rompe i cristalli e il servizio buono, fuori è il silenzio, dentro è il frastuono.

Ma capita, se lo fai capitare, che tu non molli la presa, che mi resti a guardare, è che ho tanto bisogno di litigare, di dirti di farti di farci sfogare, è un bisogno da niente, che a spiegarlo mi sento un po’ deficiente. A dirti che dopo ci scopriamo vicini, intrecciamo le lingue, le braccia, le gambe, i capelli sopra i cuscini, che ci intrecciamo le dita, cucite, e ci troviamo più stretti a ogni giro di lite.

E invece niente, sto zitta, per paura di non esser capita, ma tu fammi ricredere, che, nel male e nel bene, la vita è una lunga smentita.

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foto: “L’ho fatto di nuovo di rimanere senz’aria” di Susanita.

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Cinque frasi motivazionali che mi hanno rotto le palle.

Ti diranno di non splendere e tu splendi invece. Lo so, è Pasolini, lo so suona bene, non so però se a Pasolini piacerebbe essere citato in un meme attribuito a Mafalda o a Linus. Non mi convince la retorica che ne è nata intorno, questo antagonismo tra te, l’incompreso dal potenziale infinito, e gli altri, questi Loro, una congiura di cattivoni, neri, sporchi, brutti, con la faccia dell’odiata prof di lettere delle superiori. Loro ti limitano, ti tarpano le ali, ti impediscono di esprimerti.

Per spiegare come mi immagino la dinamica tra lo Splendente e gli Spegnenti  favorisco un estratto di un dialogo plausibile:

“Ciao, t’abbiamo visto sai, non ti azzardare a splendere eh!”

“Come no? Ero giusto qui addobbato con tutte le mie lucine Ikea…”.
“Mi spiace, abbiamo già acceso la lavatrice e il forno elettrico, se ti ci metti anche tu poi il sistema va in sovraccarico e salta l’interruttore generale”.

“ma guarda che quest’estate, con tutti i condizionatori accesi una volta ho splenduto, cioè ho splesso, no… come cazzo è il participio passato di splendere?”.

“Splendere è difettivo, vedi che facevamo bene a darti 3 di tema alle superiori, non esiste il participio passato di splendere, quindi spegniti subito”.

“Un piccolo cero alla Madonna posso accenderlo almeno?”.

“Sì, nel tuo caso ci sembra molto appropriato”.

La vita inizia dove finisce la tua comfort zone. Ho sentito citare questa benedetta comfort zone ovunque, al lavoro, in tv, dal panettiere, dalla parrucchiera: esci dalla tua comfort zone, fatti la frangetta. Di solito nei discorsi motivazionali la comfort zone è descritta come un divano comodo, una trappola infernale, il buco nero del successo.

Che cosa vi avranno mai fatto i divani mi domando? C’entra lo sfracellamento di palle delle promozioni poltrone e sofà? So di dire una cosa impopolare ma il conforto per me è l’obiettivo, è il successo, trovare un amore dove stai comodo, un lavoro dove stai comodo, un gruppo di amici dove stai comodo, una frangetta dove stai comoda, mi pare bellissimo. Eh ma è immobilismo, mi dite, eh ma ho capito, vi rispondo. Però siamo un paese con 2 milioni e mezzo di persone affette da ansia, sono l’unica a leggere una correlazione con la continua frenesia di sfide nuove e il panico di non raggiungere i risultati sperati? Il vero problema è gestire i momenti di nulla, perché la vita è fatta di un buon numero di momenti di nulla, dove non accade niente e non perché non lo fai accadere, ma perché è così che funziona l’alternanza.

Per protesta voglio essere l’artigiana della qualità della mia zona di conforto, anzi non voglio una zona, voglio un quartiere, voglio un conforto che fa provincia. Voglio stare sul mio divano tre posti e non scenderci più perché il pavimento è di lava e poi per terra ci sono anche gli squali. Me lo hanno detto i miei figli e loro sono gli unici da cui prendo lezioni di autostima.

Se vuoi qualcosa vai e prenditela. Sottotitolo se sei triste è colpa tua, vuol dire che non vuoi abbastanza la felicità. Mai sentita così pirla come quando mi sono resa conto di aver desiderato qualcosa di totalmente fuori dalla mia portata. Non accetto l’idea della felicità come se fosse davvero un obiettivo, una destinazione dove arrivare, prendere posto e basta (però non prendere posto su un divano mi raccomando che son cazzi). Che angoscia i motivatori che ti dicono di essere il supereroe di te stesso, il giardiniere della tua aiuola lavorativa, l’idraulico dei tuoi condotti emotivi, il carpentiere della tua determinazione ferrea. Secondo i life coach dovremmo avere un livello di occupazione interiore da fare invidia ai giapponesi.

Godi delle piccole cose. Ci ho provato a godere delle piccole cose. Tipo l’ultima volta che ho volato c’era il tunnel per salire sull’aereo, mi piace sempre quando non c’è la navetta da aspettare. Quindi bello il tunnel diretto. Ho avuto un orgasmo? No, ragazzi, perché poi il mio vicino puzzava come un kebab lasciato al sole per sei mesi e quindi puff, tutta la piccola cosa gaudente portata via dalla grande puzza. Io sono più della scuola per una parete grande ci vuole un pennello grande. Col piccolo piacere mi ci solletico il retro cranio. Non sarò mai il genere di donna che tuffa le mani nella cesta dei legumi con un gorgoglio di gioia, è una cosa che puoi fare solo a Parigi e solo se sei Amélie. A Torino non esistono le ceste dei legumi e se esistessero sono quasi certa che qualcuno le userebbe come posacenere.

Fai della tua vita un capolavoro. Ed è un attimo che il capolavoro sia la merda di artista di Manzoni.

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Illustrazione di Letizia Rubegni.

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Amami se hai il coraggio.

Sono il pesce fuor d’acqua anche il primo di aprile

La pecora nera che non torna all’ovile

La risposta tardiva a discussione già chiusa

Sono il suca inviato al posto di scusa

sono il kleenex nei jeans quando è avviato il lavaggio

e adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Io sono la frase che rimane sospesa

Non gioco d’attacco, sono forte in difesa

Sono quella “tranquillo, la risolvo da sola”

E finisco a far fiocchi coi miei nodi alla gola

Ma se pesti i miei sogni poi paghi il pedaggio

E adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Sono il quadro inclinato, sono l’asimmetria

Il capriccio infantile se ti portano via

E ancora aspetto che arrivi, nei giorni più brutti,

quel bambino nascosto che poi libera tutti

Sono l’ansia che sale prima di un lungo viaggio

E adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Sono il nero mascara sugli asciugamani

Che a struccarmi, la sera, c’è tempo domani

Sono quella partita che si gioca ai rigori

Ho tenuto per te i miei danni migliori

Vieni a farti due passi nel tuo lato selvaggio?

E poi amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

 

 

p.s. Ieri ho letto questa filastorta a un amico, l’ha riscritta nella versione enogastronomica: “e adesso spalmami, avanti, se hai ancora formaggio”. Amo i miei amici.

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Cannibalismo, perversione e autoamputazioni nelle conte infantili e altre amenità a un mese dall’inizio della scuola.

A un mese dall’inizio delle scuole, è giunto il momento per me di tirare le somme insieme a un sospiro di sollievo, perché ho finalmente entrambi i figli alle elementari. Non era scontato, Marta a giugno aveva rilasciato dichiarazioni inquietanti. Innanzitutto fingeva di non saper leggere per essere bocciata alla materna e ripetere l’ultimo anno. Poi durante tutta l’estate ha ribadito di voler partire dal secondo giorno, non presentandosi al primo. Alla fine ha ceduto, ma solo di fronte alla promessa di poter saltare la quarta  e dedicarsi a un anno sabbatico in giro per l’Europa.

Le nuove maestre mi piacciono molto, anche perché ci hanno accolto con un discorso sulla fiducia. Fidatevi, hanno detto, i bambini quest’anno dovranno imparare a leggere, scrivere e contare. Vi rassicuriamo che a leggere e scrivere e contare ci arrivano tutti, chi prima chi dopo. Per il resto usciranno molto in cortile, anche d’inverno, perché è giusto così. Mi è parso un programma davvero condivisibile e rassicurante. Scuola primaria, non di primati o primi della classe, manco di numeri uno.

“Non venite a riferirci i comportamenti dei vostri compagni”, pare abbiamo spiegato ai bambini nel racconto che ne fa Marta la sera, “a meno che vi mettano in pericolo, per il resto se qualcosa non va ce ne accorgiamo da sole”. Altra ola in automatico. A me questa filosofia del non rompiamoci troppo i coglioni a vicenda genitori, insegnanti e bambini, convince pienamente.

Poi si passa all’elezione, tempo per la scelta della rappresentante: tre secondi netti, senza nemmeno un piccolo discorso stile “abbiamo eliminato la povertà e i pidocchi”. Segue l’apertura gruppo whatsapp, con incipit per attribuire un nome al numero di telefono. Ci siamo presentati uno dopo l’altro come in un’anonima alcolisti. “Buongiorno sono Enrica, mamma di Marta, non toccavo una chat di whatsapp da due mesi, ventiquattro giorni, sei ore”. “Ciao mamma di Marta”. E via così. Una gentilezza e un decoro sconvolgente.

In quella di Lorenzo, ormai rodatissima, siamo giunti al livello: “raga, portate carta da culo da casa, che a scuola scarseggia”. Seguono ok ok ok, al massimo il più polemico e fuori dal coro ti dice che suo figlio si pulisce a casa.

In terza cominciano a ridursi anche gli slanci festaioli per i genetliaci. Primo anno prevede mega celebrazioni con volo Alitalia verso la ludoteca allestita in mood Coachella; secondo anno festa all’aperto in un giardinetto della città con la mamma che si è studiata i tutorial per fare i palloncini e alla fine tutti i compagni si sfidano a duello incrociando delle spade falliche inquietanti che sembrano mega durex sgonfi; terzo anno invito esteso a pochi amichetti per una merenda dopo scuola in un giorno rigorosamente infrasettimanale, meglio se durante un’epidemia di influenza così c’è meno gente, pane e nutella e pedalare; quarto anno lo mandi con un pacchetto di fonzie in borsa e una bottiglia di chinotto sgasato e “festeggia nell’intervallo con chi ti pare”. Quinta elementare, prendi da parte il bambino e gli fai il discorsetto: “Ma a dieci anni ancora vuoi far festa? Io alla tua età ero già emo”.

Piccole note a margine. Gli zaini ara-merda, ovvero i trolley aratro per le cacche di cane, hanno sostituito gli zaini carapace da spalle. Tutto è firmato e brandizzato, sono sponsorizzate anche le conte e le filastrocche. La celeberrima “Hai sete? vai dal prete” che si tramanda, immutata da generazioni e generazioni, i miei figli la conoscono nella versione “Hai sete? vai dal prete, che ti offre acqua Lete”.

Hanno inventato delle penne cancellabili che cancellano veramente, non quelle nostre che lasciavano i fogli lividi di escoriazioni blu. I temperini scompaiono come trent’anni fa, c’è un buco spaziotemporale dove vengono risucchiati al fondo dello zaino ara-merda.

Per il resto i bambini ridono ancora per il fantasma formaggino che si spalma sul panino e si spanciano per una barzelletta in cui Pierino, a corto di salsiccia, si evira servendo la propria mascolinità alla mamma come pasto. Rientra nella tradizione orale dell’epica infantile, dopo l’Edipo Re, Pierino Re.

(Ne riporto il testo completo in modo che la tradizione orale trovi riscontro nel testo scritto. La mamma dice a Pierino: “vai dal macellaio e fatti dare il salame” ma Pierino non ha voglia di andare, allora si taglia il pisello e lo fa mangiare alla mamma che dice a Pierino: “che buono che è! Vai a comprarne ancora!” e Pierino dice: “mamma devi aspettare che mi ricresca!”).

Una certezza permane. C’è gente che continua a rubacchiare in bottega ticchetà e alla prigione non pensare ticchetà e il cui testone ticchetà era un melone ticchetà e qualcuno trova corretto mangiarselo per colazione ticchetà. E ora scusate ma devo dedicarmi alla stesura del mio studio Semiologia del cannibalismo nelle conte infantili.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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