Multitasking e multistankig.

È un periodo che non ce la faccio, poi forse sì, ma solo alla fine e sempre con l’affanno. Un periodo in cui appena esco da un momento di ansia ci rientro per vedere se ho lasciato acceso il gas. Un periodo in cui la gente ha l’aria di aver voglia di sgridarmi. Ha le sue ragioni, la gente, ci sono a intermittenza. Un periodo che davvero mi verrebbe da fermarmi e guardare le persone negli occhi e chiedere “come vi è venuto in mente di aspettarvi delle cose da me? Un lavoro fatto. Una scadenza rispettata. Una cena pronta. Un discorso di senso compiuto? Come è successo che vi abbia dato questa pessima abitudine? Come ho alimentato tutte queste aspettative?”. Ecco un periodo così.

Mi torna in mente la quarta ginnasio. Tutte quelle materie nuove o ogni giorno qualcuno che ti veniva a fare delle domande, talvolta pure in lingue morte te le faceva le domande, ti verificava in idiomi indisusi. Una mattina ebbi un giramento di testa e mi portarono in infermeria. L’infermeria era una panca in direzione. Me ne stavo sdraiata e c’era questa donna, forse una segretaria che chiamava la figlia a casa e poi scriveva e muoveva fogli, conosceva il suo lavoro di automatismi, nessuno la interrogava, la verificava, ogni tanto scambiava qualche battuta con la collega, ricette, film visti. Così, sdraiata, in silenzio, la ascoltavo muoversi nella sua vita accogliente e desideravo con tutto il cuore essere lei. Non sono mai stata lei.

È un periodo così, con gli occhi chiusi sulla panca a fantasticare su mondi semplici, dove non esistono le programmate, non esiste il multitasking che ci rende multistanking (sono leader nel settore multistanking), dove non esistono manco le fatine dei dentini. La fatina dei dentini è anche lei causa del mio affanno. La odio e più la odio più i miei figli si ostinano a crederci e più ci credono più perdono denti, quei due cuccioli di squali che ho per bambini. Cadono sempre la sera tardi, quando non trovi le monete in casa manco a morire, frughi nelle tasche di cappotti che non metti dall’96, svuoti tutte le borse, persino la tascapane con scritto Okkupazione e la a di anarchia e non è sostenibile una fatina del vecchio conio. Cedi e smolli dieci euro, un pezzo più piccolo non c’è, non pagavi una mora così alta per le tue mancanze dai tempi di Blockbuster, segui comunque il protocollo: canino di Marta sotto il cuscino, da sottrarre notte tempo, soldi sul comodino, lei felice la mattina, poi il disastro.

La tua secondogenita, mentre gioca, fruga in un cassetto e rinviene il dente incriminato, l’hai riposto male. La crisi, il pianto inconsolabile, tu che ti dici che ha capito tutto, piange i suoi sogni infranti, è il momento di fare il discorso sul crescere, sulla realtà che ha la meglio sulla fantasia. E lei invece, tra un singhiozzo e l’altro, ti spiega che la fatina non ha voluto il suo dente, che il suo dente non è abbastanza bianco. E tu fai uno sforzo immane per non cogliere la palla al balzo e dirle sì, è così, vedi a non passare il filo interdentale, è colpa tua, figlia, della tua idea di igiene orale che consiste nell’infilarti lo spazzolino in bocca come un chupa chups, lasciare la testina a gonfiare la guancia mentre ti aggiri per la casa e ti sbavi sulla maglia. E invece no, non lo fai, ringrazi che, nonostante la tua poca lungimiranza, la tua totale assenza di cura nei particolari, i tuoi figli si aggrappino con le unghie e con i denti da latte alla loro immaginazione, al lato magico dei giorni.

Ti rifai dare il canino, lo lavate insieme, lo lucidate bene bene e sai che al secondo tentativo andrà meglio, che la prossima notte la quella bottana industriale della fatina ripasserà, con sborso di sovrattassa per sbiancamento. E tu ti sdraierai sul divano duro come una panca e a occhi chiusi tirerai un sospiro di sollievo perché le tue mancanze, le tue intermittenze, fortunatamente non si attaccano al lavoro della tua fatina dei dentini. Ripenserai alla segretaria del liceo, ti dirai che forse anche lei chiamava la figlia per rassicurarle le fantasie e saprai che sì, sei diventata quella donna, e va benissimo così.

Foto: Susanita

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Il tempo dei ciclopi

Arriverà il tempo dei ciclopi, vi guarderete, naso a naso, vicinissimi, confondendo il fiato, quattro occhi che ne diventano uno. Arriverà la persona con cui tornare bambina. Arriverà lo stupore infantile di vestire la stessa carne, si porterà alla bocca ogni parte di te come un neonato che si succhia il piede o la mano, vorace e sorpreso: è mio? Sono io? È altro? L’amore fa di questi scherzi anche ai corpi.

Arriverà il tempo di pace, nessuna conquista, nessuna difesa. Ti difendi da troppo, per difesa hai sviluppato il senso di indipendenza, che se ti fai prendere la mano è un senso unico, stretto e in salita, che puoi percorrere uno per volta e quindi in solitudine. Ma per quanto tu ti sia armata, l’amore ti fa sentire felice di essere sconfitta. Una felicità simile a quando i tuoi figli hanno ragione e tu torto. E tu sei così contenta di aver torto. L’amore quando ha ragione e tu torto, ecco la meraviglia.

Arriverà il tempo di mettersi in moto. Siamo fatti per andare, siamo andati dal mare alla terra, ci siamo fatti spuntare le ali per toccare il cielo e volare, lo abbiamo fatto da pesci, anfibi poi mammiferi e uccelli. Si chiama evoluzione, figurati se non riusciamo a spostarci da una zona arida a dove c’è quello che ci disseta. Accade come nel verso finale di una poesia di Carver: “per un po’ non andiamo da nessuna parte, poi andiamo”.

Arriverà il tempo che il prima era preparazione e le parole chiudevano crepe tra la realtà  e il cuore. Il tempo in cui avranno più senso le canzoni, i libri, i quadri e persino le persone. Arriverà il tempo di riporre nell’armadio le coperte troppo corte, le relazioni che se ti scaldano le braccia ti lasciano i piedi freddi e ti devi togliere centimetri tu, accucciarti, rattrappirti, farti bastare.

Arriverà il tempo in cui riderai delle strategie, del mi chiama lo chiamo mi ama lo amo mi prende io scappo, delle fughe sul tapis rouland, riderai di quanto è semplice, ma come potevi sapere? Non sai come si accende una lucciola finché non lo vedi accadere.

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Chi mi credo d’essere?

“Ma che ti credevi?” (come ce lo dicevamo da piccoli, col credersi riflessivo). Che mi credevo? Mi credevo che se avessi fatto i compiti, avessi detto le preghiere, sarebbe andato tutto per il meglio. Babbo Natale ti accontenta se ti comporti come si conviene. Chi mi credevo d’essere? Mi credevo d’essere una brava bambina. Una di quelle a cui dicevano “metti la testa sul banco e dormi”, io appoggiavo e dormivo. E nemmeno nel sogno mi ribellavo. Ero una che la maggior parte delle parole le teneva sotto il banco. Poi mi credevo d’essere una bambina grassa, perché così mi avevano spiegato, me lo avevano dovuto spiegare perché io mica mi ci credevo, non si sente il peso fino a quando non salta fuori una bilancia. Bisogna scegliere con accortezza bilance e specchi in cui riflettersi. Chi mi credo d’essere? Una donna che non si pesa e sceglie specchi gentili.

Chi ci crediamo d’essere? Con tutte queste pretese. Ci crediamo d’essere promesse di felicità in cerca di qualcuno che ce le mantenga, che ci tenga, coviamo rancori, coviamo pietre credendole uova. C’era questo bambino alle giostre degli aeroplanini che restava a terra girando in tondo e mai si alzava in volo. E noi piangiamo perché giriamo e non decolliamo, ma è spesso solo perché il cursore è nascosto nei nostri pugni e lo ignoriamo, pur avendolo in mano. Che mi credevo? Che avrei trovato lui, l’unico, quello che esclude tutti gli altri e poi sarebbe sceso il responsabile qualità dell’amore, portandoci una coppa che sancisse: il vostro sì è un sentimento all’altezza, siete rari, unici, mai banali. E invece l’amore è una cosa alla portata di tutti, è per quello che la complichiamo, perché vogliamo l’esclusiva e l’unicità, vogliamo la rarità. Ci sposiamo perché abbiamo bisogno del riconoscimento, della testimonianza, della prova d’amore. La prova d’amore è spesso solo restare.

Che mi credevo? Mi credevo che l’amore fosse commisurato alla qualità della persona, ma no. Quanta gente meravigliosa non ho amato, non ci sono riuscita, ho ferito, provandoci. Mi sono fatta ferire da chi ci provava. Nessuno vuole essere un tentativo. Mi credevo che lo scopo della vita fosse la felicità, ma no, lo scopo della vita è stare in vita, per sopravvivere bisogna avere sufficiente ottimismo per perpetrare la specie e l’ottimismo te lo dà la cattiva memoria e la buona compagnia. Chi mi credo d’essere? Una donna che sa scegliere ottime pessime adorabili compagnie per dimenticare ciò che va dimenticato.

Non vogliamo qualcuno con cui vivere, vogliamo qualcuno su cui morire e la questione è metaforica: lasciarci andare, non essere sempre gli ultimi a spegnere la luce la sera. E non so come mai la misura dell’amore raramente è quanto facciamo star bene l’altro, ma quanto soffre senza di noi. Perché la sofferenza ha una densità, è più quantificabile, la sofferenza la gestiamo meglio della pazza serenità. Chi mi credo d’essere? Una che vuole imparare a gestire la sofferenza e a farsi prendere sempre più spesso dalla pazza serenità. Una che non batte i pugni dalla frustrazione, perché dentro i pugni, c’è il cursore.

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Potrebbe sembrare un piccolo trattato di pedagogia e invece è una delle mie solite minchiate.

Si dice che ci voglia un villaggio per crescere un bambino, ma è altrettanto vero che ci vuole un villaggio di bambini per crescere un genitore. Per crescere, ma soprattutto per tenerlo in buona salute mentale, almeno nel mio caso, magari non proprio un villaggio, più un manipolo non troppo organizzato di infanti. Sembra un paradosso ma ospitare a casa gli amichetti dei miei figli, soprattutto quando sono più stanca e nervosa, è terapeutico e mi sorprende non ci siano volumi e termini specifici inglesi sul tema. E dire che la pedagogia moderna inglese ha una parola per tutto, dal cosleeping all’homeschooling, ma non parla del kidsharing, nonostante sia una pratica da me consigliata come strategia di sopravvivenza genitoriale, quindi ne teorizzerò i benefici in 13 punti.

  1. I bambini non si moltiplicano, si neutralizzano. Perché se è vero che tutti insieme mormorano in coro i tulli tulli tilipan, e altrettanto vero che giocano tra loro i tulli tulli tullipan e non rompono i coglion i tulli tulli tuli pan. Si intrattengono. Su questo devo fare una rivelazione scomoda: giocare con i miei figli mi fa cagare. L’ho fatto per anni, ho costruito orrendi castelli di pongo, mi sono nutrita di plastilina, impersonato tutti i ruoli più assurdi usciti dalla fantasia di un infante, compresa la sirena zombi che trasforma le bagnanti in sirene, mordendole. Mi sono nascosta, ho contato, ho stanato, ho finto meraviglia, mi sono complimentata. Ma dire che mi sono divertita sarebbe una bugia. Io poi perdo a tutto, perdo anche ai Lego. Ho giocato a merda, solo per urlare merda a un certo punto e liberare la mia frustrazione. Amo stare in compagnia di Marta e Lorenzo, parlare, cantare, scoprire posti nuovi, leggere, andare al cinema, cazzeggiare. Ma giocare è un altro paio di maniche. È stato un problema, anche perché i due non sono mai stati autonomi nell’organizzazione dei loro tempi vuoti, finché ho trovato questo intrattenimento meraviglioso, inesauribile, stimolante, il migliore che puoi offrire a un figlio: un coetaneo.
  2. La madre ospitale è una madre al suo meglio. Perché ha dei piccoli occhi estranei con cui confrontarsi, io per esempio per non sfigurare metto addirittura la tovaglia per cena.
  3. I piccoli ospiti sono a basso mantenimento e massimo risultato. Amano la tua cucina, la ritengono incredibilmente esotica. La tua pasta bianca è la più bianca che ci sia, il tuo pollo al forno è il più al forno mai mangiato prima. Il menu dell’ospite si ripete uguale a se stesso da generazioni e il pesto la fa da padrone. Cosa ci mettono nel pesto per renderlo così appetibile ai loro palati solitamente refrattari al verde? Non mi è chiaro. Noto anche che prediligono le cose confezionate rispetto a quelle fresche, il sintetico al naturale, i bambini sono dei cyborg liguri.
  4. Solitamente alla domanda “cosa hai fatto oggi a scuola?” i tuoi figli rispondono niente, si sa. Unica eccezione quando sono in compagnia dei compagni. Insieme sono invogliati a raccontare, in un gioco al rilancio in cui uno chiude il resoconto dell’altro, lo sostanzia, aggiunge particolari.
  5. I piccoli ospiti non mentono a differenza delle madri che raccontano un sacco di fregnacce sulla gestione della propria vita familiare, si abbassano l’ora della nanna come si abbassano l’età: ah mio figlio? Va a dormire alle otto, da solo, dopo aver lavato i denti a se stesso e a tutti i peluches. Ma mentono anche in senso peggiorativo, dipingendo la propria progenie come una combriccola di bestie di satana.
  6. I piccoli ospiti evidenziano le dinamiche assurde che ci capita di adottare. Una volta ho detto a Lorenzo che se avesse fatto i compiti gli avrei dato tre euro per comprare le carte Pokémon. “Ma tu paghi tuo figlio perché ti ascolti?” mi ha chiesto il suo compagno. La mia prima reazione è stata: esci da questa casa voce della coscienza in foggia di nano, però aveva ragione.
  7. I piccoli ospiti ti rispettano. Sono più ubbidienti perché sono fuori dalla loro giurisdizione. Se dici una cosa a un piccolo ospite lui la farà, anche velocemente, con effetto emulazione sul tuo bambino.
  8. Orecchiare i loro discorsi è educativo. Non è che siano i miei figli ad avere il senso dell’umorismo di Martufello, sono tutti così.
  9. I bambini ospiti mi fanno molte domande sul fatto che io sia da sola, una cosa che in generale mi diverte. Parlo molto con loro dell’amore, di cosa si aspettano, una volta un’amica di Marta mi ha chiesto: “ma con chi te la prendi quando finiscono le cose nel frigo?”. Amore è poter prendersela con qualcuno perché ti saccheggia la spesa.
  10. I figli degli altri ti dicono molto sui tuoi. Che a volte i tuoi sono stronzi e non te ne accorgi e invece è il caso di intervenire.
  11. I bambini ospiti ti fanno capire che i tuoi figli non sono speciali o, meglio, sono speciali come tutti.
  12. Prima di dormire i bimbi si assomigliano nelle loro diversità, ci sono quelli più spavaldi e quelli più indipendenti, quelli più sbruffoni e quelli più bisognosi. Amo il momento della buonanotte, dare un bacio in fronte, avere cura dei loro sogni. Mi sento più madre quando ho a che fare con i figli degli altri, non saprei dirlo meglio.
  13. I figli degli altri hanno questa capacità pazzesca, questo super potere incredibile: a un certo punto tornano da dove sono venuti.0.jpg
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Io non voglio amarmi da sola che poi mi tradisco (lettera aperta ai life coach).

Io lo so che dobbiamo stare bene con noi stessi, lo so che è importante lavorare sull’autostima, sul non farsi influenzare troppo dal giudizio degli altri. So tutto. Nonostante questo a me i life coach fanno paura. A partire dal nome. Cosa fai? Il maestro di vita, diplomato all’istituto tecnico esistenziale, laureato all’università del quotidiano con master in giorni straordinari. Ah bello. Altro? Ho un dottorato in capodanni soddisfacenti. Ti assumo.

Dove sono i guru di un tempo? Dov’è finita l’umiltà del buon vecchio Miyagi che faceva il maestro di vita per arrotondare, perché di primo lavoro potava le piante, aggiustava tubi come un addetto alla manutenzione degli appartamenti. Per me non puoi fare i life coach se non sei un immigrato di Okinawa, non mi riesco a far spiegare la vita da un impiegato di tecnocasa con le scarpe con le cuciture a raviolo.

Poi c’è il problema del pubblico, perché i life coach motivano a strascico, non c’è selezione, pretenderei una motivazione mirata. Fate dei test d’ingresso, amici mastri viveur. È pieno di stronzi là fuori e uno stronzo motivato non diventa profumato, lo dice anche il proverbio inventato or ora da me. O peggio, metti che motivate un Leopardi? Che quello vi crede, si prende bene e non scrive più tutti quei capolavori di struggente meraviglia depressiva? Ma che orrendo danno sarebbe? Metti che lui faccia quella cosa impossibile di amare prima se stesso, riscopre la dimensione della cura, beve vino rosso mentre fa il bagno di schiuma come Alexis di Dinasty e che così Silvia alla fine gliela dà? State attenti a motivare così a cazzo, per cortesia.

Non mi convince nemmeno la questione delle correnti interne, perché i life coach si dividono in SPACCACULISTI e INCOLLACOCCISTI. La filosofia del saper vincere contro la filosofia del saper perdere. Vincenza contro Perdenza. I primi sono per il: il mondo è tuo! Osa, vai Conan tutto deve ricominciare! Salta i pericoli, vola tra gli alberi, corri insieme a noi… i secondi sono i traumatizzati, gente mezza acciaccata che si tiene insieme come può e infatti ha bisogno del life scotch. Non potete mettervi d’accordo e trovare una via di mezzo? Meno spaccate e meno resiliate e comunque potreste andare a battagliare un po’ più là che altrimenti mi rompete i vasi e io non sono giapponese e la cosa della colla d’oro non mi riesce e con il bostik mi ci impiastriccio le dita e poi devo scrostarmi i polpastrelli come il cattivo di Seven. Fate una tregua. Che anche gli incollacoccisti dovrebbero cambiare le metafore, avete rotto le palle con l’arte dei vasi giapponesi come allegoria delle cicatrici che ci fanno belli e ricchi, ci avete fatto il kintsugi scrotale, basta davvero.

Mi sono infine stancata di dirmi che sono figa da sola. Pare che ci dobbiamo mettere allo specchio e poi parte tutto un uh che fighe che siamo, siamo le più fighe, uh che bone da paura. Ma che è tutta questa responsabilità, amiche, tutti questi bilanci mattutini, tutti questi: che bella la vita, viva viva come sono risolta oggi. Ma quale figa? Io sono una persona orribile, io quando vi fate i complimenti sui social l’un l’altra poi capisco che mentite anche a me e ci soffro tantissimo. Però continuate eh, già mi sono fatta lo scrubs ai fiori di ibisco per dimostrare che mi voglio bene, adesso tocca a voi dirmi che sono PAZZESCA. E comunque io non voglio un life coach, io voglio Malgioglio, maestro di vita, sempre.

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Foto: https://www.facebook.com/susanita.valentinafontanella/

 

 

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L’ultima lettera d’amore.

L’ultima lettera è la lettera impossibile. Ci dovrebbe stare dentro tutto. La passione, il rimpianto, le frasi ad effetto, le recriminazioni, i detti e i non detti. Ci deve stare un’ultima parola che non sia fine, che fine l’abbiamo usata, urlata, dichiarata, ci abbiamo armeggiato e duellato, l’abbiamo promessa e spergiurata, fino a svuotarla di significato. Forse ci sta “scusa”, ecco scusa può essere un’ottima chiusa. Ci dovrebbe stare la topografia dei corpi, l’isola che sono, mi hai esplorata dalla testa ai piedi, risalendo per la linea delle vene e saltellando da un neo all’altro, hai circumnavigato gli spigoli e ti sei riposato sulle morbidezze, mi hai popolata, vissuta, coltivata, sono stata il tuo punto di partenza e il tuo ritorno, prima di esserti inospitale. Ci sta dentro il tempo. Ti ho dato i miei anni migliori, dicono gli amanti arrabbiati, l’accusa più frequente. Ma non ci sono anni migliori o peggiori, se stai insieme ti dai tempo, difficile, facile, veloce, centrale. Dai così tanto tempo che quel tempo diventa vita e la vita non è né bella né brutta, né migliore né peggiore, è alternanza. Chi si ama si dà la vita.

Ci dovrebbe stare un nuovo modo per dire ex, fa davvero schifo ex. Un ex è un ossimoro, è la persona che conosci di più e di meno, più intima e più straniera, perché lasciarsi è come guardarsi negli occhi la prima volta, sono due momenti in cui dell’altro non sai quasi nulla. E allora ci dovrebbero stare gli occhi che mi sono più familiari, i tuoi occhi un momento prima di ridere, che poi ridevi per farmi compagnia, iniziavo sempre io e tu mi seguivi.  Ci dovrebbe stare il mondo che ci sopravviverà, perché tutto andrà avanti anche senza di noi insieme, i miei gatti continueranno a miagolare, i film continueranno a finire anche senza essere visti, continuerò a pagare il mio mutuo, la mia storia più lunga al momento ce l’ho con lui.  Ci sta la verità e la verità è che prendiamo l’amore troppo sul personale, come se dipendesse da noi farlo durare, ce lo diciamo per dare a tutto un senso e chissà perché quel senso è sempre di colpa. Ci diciamo “sei cambiato”, oppure “non cambi mai”, ma il vero problema è che siamo troppa poca gente, amore mio, l’uno per l’altra, non abbiamo bisogno di una persona per stare bene, avremmo bisogno di una comunità, di recupero magari. In questa ultima lettera ci dovrebbero stare la nostra profonda arguzia e la nostra totale ottusità, tutti gli errori commessi che purtroppo o per fortuna forse ci hanno reso la brutta copia di una grande storia d’amore futura.

Ci dovrebbero stare le promesse non onorate e la banalità. L’ultima lettera dovrebbe stare in un cassetto, per rispuntare fuori tra qualche tempo, quando non farà male. L’ultima lettera ha l’unica funzione di ricordare che noi due, nel letto o sotto il sole, per quanto adesso lo vogliamo ignorare, noi due eravamo un grande amore.

P.S. Grazie di tutto. Scusa per tutto.

49368816_10157041595871392_8452865572651139072_o.jpgFoto: Susanita

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SETTEMBRE, CHE T’HO FATTO?

Settembre io lo prendo sul personale, settembre che t’ho fatto a te che sei fatto della stessa sostanza dell’ansia, tu che mi togli uno strato di pelle, mi squami la coscienza. Luglio è una promessa, agosto è una bugia, settembre pretende energia. Entusiasmo. Ma io non sono entusiasta, sono un’allegra pessimista. Mi sembra più saggio, mi sembra più realista. Anche perché persevero nella mia demenza matriarcale, le vacanze non sono servite, non scorgo miglioramenti di sorta.

Qualche giorno fa ho messo i bambini a guardare un film in streaming. Non si fa. Non si fa perché è un reato, lo so vostro onore, ma ho risposto alla necessità di neutralizzarli per non commettere un reato più grave. I due passano le loro giornate a rompersi le palle a vicenda come sport estivo, è tutto un giochiamo a racchettoni sui coglioni. Quindi dicevamo… streaming. Metto “Aladdin” e io ho tre desideri: nessuno che mi chiami, il mio culo su una sedia, la mia testa tra le pagine di un libro. Li piazzo sul soppalco e scendo. La vita mi sorride, anzi no, meglio, la vita mi ignora, un delizioso silenzio mi avvolge per ben venti minuti. Venti minuti in cui riconsideri il futuro con più ottimismo, hai voglia di organizzare un viaggio in una capitale europea, ritieni che la tua progenie sia abbastanza grande per venire con te a Parigi o a Londra magari. Ti senti pronta a recitare quelle serratissime battute sagaci tra madre e figli stile Gilmore girls. Vi aspetta un radioso futuro di adolescenza lieta, d’altronde, come sostiene una mia amica, l’adolescenza è un virus e mica tutti lo pigliano nello stesso modo, magari i tuoi la fanno leggera, l’adolescenza. Poi il futuro prossimo ti si presenta nella sua cruda realtà. “Mamma, è successo qualcosa”, ti dice Lorenzo. Quando i bambini sono vaghi c’è da preoccuparsi, quando non usano un tono capriccioso c’è da preoccuparsi, quando semplicemente ti chiamano e non ti pretendono c’è da preoccuparsi. Ma non chiudo il libro, attendo con il fiato sospeso.

“Abbiamo toccato qualcosa e ora c’è una signorina che mangia un pisello”. UNA-SIGNORINA-MANGIA-UN-PISELLO. E tu vagli i possibili scenari. Il genio della lampada ha risposto a un improvviso desiderio di verdure di Jasmine? Difficile. Era la principessa un’appassionata di leguminose? Non ti pare. Realizzi. Ti scapicolli per le scale, chiudi il portatile al volo come una cozza, giusto il tempo per sbirciare la nostra amica vegana alle prese con l’assunzione per via orale di questa preziosa fonte di proteine, anche se diciamo così, ella, essendo una signorina per bene, non mangia… al massimo degusta. Mantengo un contegno, balbetto qualcosa per tagliare corto, prometto di donare un unicorno a lei e a lui un Ronaldo vero, anzi esageriamo: un Ronaldo a cavallo di un unicorno, tutto questo per mandarli a dormire senza tante storie. Si addormentano. Ricostruisco l’accaduto e vengo colta da uno di quegli eccessi furibondi di risa, non riesco a trattenermi. E mi coglie un assurdo buonumore perché in tutta questa torbida vicenda di pop-up porno in link piratati e figli maleducati (nel senso di educati male) non vedo l’ora che cresciamo tutti e tre per rivangare l’episodio dell’Assaggiatrice di piselli e riderne insieme. Per ora di Parigi e Londra non se ne parla e comunque secondo me Rory Gilmore degustava, oh se degustava.

p.s. il fatto che Marta ogni mattina di vacanza si sia svegliata cantando ai quattro venti la sua versione personale di ahhhh zubegna, l’inno iniziale del Re Leone, storpiandolo in HAAAAA LA FREGNAAAA, ecco io non ritengo sia collegato con la questione assaggiatrici e non costituisce aggravante, vostro onore.

 

Foto: Officina calze lunghe di Elisa e Susanita

che sanno fotografare così bene la maternità.

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