Il SOCIALOPOLI. il gioco dell’oca di Facebook.

1. Come ogni mattina hai digitato il nome del tu* ex (che hai tolto dai contatti per dimostrare quanto sei fuori dalla storia e quanto sei matur*) per monitorarne gli aggiornamenti, peccato che tu l’abbia scritto in status e non in ricerca. Te ne accorgi, disattivi l’account, infili il computer-smartphone nel forno a microonde e lo posizioni su “fornace”. Game over.

2. Casella Neutra: Buongiornissimo Kaffè?!

3. Tua madre si è iscritta a facebook, non ha capito come funziona la questione bacheca pubblica, ti scrive lì i messaggi privati tipo “come va quel prurito intimo?”: Ti manda catene di Sant’Antonio così vecchie che risalgono a quando Sant’Antonio era ancora solo beato. Invia ai tuoi amici messaggi in chat con scritto “guarda cosa fa quest* ragazz* con il flauto” e non è un virus porno, è il video del tuo saggio di musica di terza media. Respira, sii gentile avanza di dieci alla casella Non si banna la mamma.

4. Scopri che in chat c’è la cartella filtri, la apri e si palesano Zuul il Guardia di Porta e Vinz Clortho il Mastro di Chiavi che ti traghettano in un’inquietante dimensione parallela. Ci trovi Serhat Gıyağan che ti scrive “Ángel beautiful”, Nanding Jaro che ci prova con “hello……..” e poi rilancia con “caio…….”, 15 ufficiali e militari in divisa che smaniano di fare la tua conoscenza probabilmente per arruolarti e conquistare San Marino, lo Spirito Santo che fa parlare tutti in lingue sconosciute e poi vabbè naturalmente Gesù Cristo e i suoi amici Padreterni. Gesù ti convince: vai alla casella 6 e scrivi Je suis Jesù.

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(schermata realmente tratta dalla mia cartella filtri di Facebook).

5. È il momento Je suis. Oggi ti senti qualcuno, rilancia il dado e decidi chi:

  1. Je suis Bond, James Bond.
  2. Je suis Deneuve, Catherine Deneuve.
  3. Jo le taxi.

6. Casella Neutra: La bufala. Una mandria di bufale.

7-8. Casella POST trappola a tema anti-vaccinista e/o pro-Adinolfi. “Guardami, sono qui per essere commentato” ti dice. Conta fino a dieci e usa un adesivo volpe ambigua per confondere le acque. Vai direttamente nella casella sicura “Gattini con bambini su letto di coniglietti”.

9. Un amic* posta una foto dell’ingresso di un ospedale. Aggiunge faccina triste. Seguono 67 commenti “cosa succede tesoro?” e alla fine tu a tesoro mandi un messaggio in privato “tutto bene?” e tesoro la sera dopo scrive uno status : “tutta questa pressione è insopportabile, lasciatemi stare tutti, non avete una vita?”. Fermati due giri per accertarti che tesoro sia lungamente costrett* in ospedale.

10. Casella Impasse… un amico sta scrivendo un commento, sta scrivendo, sta scrivendo. Stai fermo un giro. La vita è quella che succede mentre un amico sta scrivendo un commento.

11. Il coccodrillo per il morto celebre. A cui segue il lamento di chi è stanco dei piagnistei per i morti celebri. Il lamento di chi è stanco del cinismo di chi si lamenta dei piagnistei dei morti celebri.

12. Casella Neutra (ma fastidiosa): Richiesta di giocare a Farm Ville.

13. Hai una richiesta di amicizia di uno sconosciuto che però ti scrive in privato, è gentile, avete contatti in comune, ok, dai l’amicizia. Dopo tre ore sei iscritto a sette diversi gruppi merdosi “Mastro Lindo versus Predator: le fan delle pulizie domestiche”, “La sagra del pepe himalayano che si tiene in Himalaya”, “gli amanti dell’aoristo passivo”, “Sei Himalayano se”, “Agnellino pane e vino: il gruppo anti-veg”. Stai fermo due giri per uscire da tutti i gruppi, è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che tu esca dal gruppo degli amanti della sugna.

14. Selfie stagionali: mare monti mani piedi one-two-three.

15. Casella Neutra: Gattini con bambini su letto di coniglietti.

16-17. Casella Neutra. Occhiali che non ti costano nulla a parte la rottura di coglioni.

Illustrazione: Paola Patrizi.

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Sul senso dell’umorismo e altre forme d’amore.

Mi chiedo se il senso dell’umorismo sia genetico, tipo il gruppo sanguigno. Se dovessi analizzare la mia famiglia, direi che mio padre è ricettore, ma non donatore, non gli ho mai sentito fare una battuta di spirito vera e propria, però ride alle battute degli altri, se ne compiace. Non è competitivo durante le chiacchiere frizzanti, ascolta, un ricettore appunto. Di mia madre so che non capiva Fantozzi, anzi che le faceva venire l’ansia. “Togliete quella roba, vi prego, mi fa pena. Cosa vi piacerà mai di uno che soffre dall’inizio alla fine del film?”. Lo stesso valeva per Sordi e i suoi personaggi sordidi, che forse verrà da lì, meschini, stronzi. Anche a me Sordi e Fantozzi non fanno ridere, ne capisco il valore, ma no, non sono ricettiva a Fantozzi e a Sordi.

La volta che ridemmo di più insieme fu mentre leggevo, ad alta voce, alcune pagine di un libro di Dan Brown. A un certo punto mi pare ci fosse questo papa che si era riprodotto via provetta con una suora dando alla luce un camerlengo. A ogni riga ripetevamo “oddio oddio” e io sputazzavo anche senza riuscire a finire le frasi.

Rari sono i casi di soggetti esclusivamente donatori, ma esistono, sono quelli che tengono banco, che si prendono la responsabilità della conversazione, raccontano e tu ne godi ma poi, a fine serata, hai la triste sensazione che sia una sorta di auto-trasfusione. Divertimento sì, ma un po’ anemico.

Trovare qualcuno con il tuo stesso senso dell’umorismo, far parte di una coppia ricettore-donatore, è tanto raro quanto confortante.  Si dice che sai di essere innamorato quando davanti a uno spettacolo, a un film, a un tramonto, alla primavera ti senti giù perché non puoi girarti e dire a quella persona: “To’ guarda che bello e che bello che tu sia qua a condividerlo con me”.

E non parliamo della musica, c’è qualcosa di più triste di sentire una canzone struggente e non sapere a chi dedicarla? Credo di essermi innamorata soprattutto per avere qualcuno a cui pensare ascoltando there is a light that never goes out degli Smiths.

Il peggio comunque è non avere nessuno con cui ridere di una cosa che fa ridere solo te. È terribile. Così come è terribile dover puntualizzare “scherzavo” quando effettivamente scherzavi. La più grande dichiarazione d’affetto e d’amore, più di “ti amo”, più di “hai mangiato?” come sosteneva Elsa Morante, la più grande dichiarazione d’amore per me resta: “Lei (o lui) l’avrebbe capita”.

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Illustrazione di: Letizia Rubegni.

 

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Dove tutto ha inizio e tutto finisce.

Ce ne stiamo una di fronte all’altra, tra noi un piccolo tavolino dove appoggiamo i gomiti. A intervalli regolari mi prende il braccio, dice “sa’ un bacino”, io mi protendo per assecondarla mentre mi porta la mano alle labbra. Non risponde a quello che le chiedo, ma parla da un sogno, come se dormisse e qualcuno la punzecchiasse con domande inopportune. Dice di una signora che sa fare gli gnocchi buoni. Non riconosce i figli, i nipoti, ma pensa a una sconosciuta e ai suoi gnocchi, chissà chi è. Si interrompe, biascica, si azzittisce, parlare l’affatica, poi torna a baciarmi la mano. È serena, non va sempre così. “E’ birba la Luisa, qualche volta” mi dice l’inserviente. Anche lei sembra parlare da sola, succede alle donne con figli piccoli, a chi si occupa degli anziani, a chi si occupa di portatori di handicap: commentare tutto ad alta voce, ogni gesto, immagino serva a superare la solitudine.

Mia nonna ritorna nel suo limbo ma non si assopisce, si aggiusta continuamente sulla sedia a rotelle, per trovare una posizione che perde subito.

Non posso andare a trovarla spesso, l’istituto dove vive è a un’ora di macchina. Mi ci devono portare, i bambini vengono con noi, anche se Lorenzo preferisce restare fuori, in giardino, a giocare a palla. Una volta ci andai con mio padre, uscendo dal parcheggio, la sua auto non partiva. Con la classica prontezza d’animo che lo contraddistingue pari solo allo spiccato spirito pratico, il buon Giovanni mi guardò e mi disse serio: “bisogna spingere, vai a chiamare qualcuno dentro”. L’idea di questo gruppo di ottuagenari con il treppiede che spinge la Punto in un pomeriggio d’estate mi crea ancora degli eccessi di risa asmatica. Alla fine ce la spingemmo da soli fino alla pendenza, con Lorenzo e Marta che ci incitavano.

Appoggio la testa sull’incavo del mio braccio disteso, in modo che mi possa baciare quanto vuole. Ogni volta che la incontro, il suo corpo è diverso, solo gli occhi azzurri restano loro, il resto è una foglia che aspetta di staccarsi dal ramo. Un corpo che è stato fertile, ha partorito cinque figli, la primogenita morta alla nascita in mezzo alla guerra, Italia si chiamava. Erano tempi in cui i figlioli non erano un progetto, ma un fatto di natura, si nutrivano, lavavano, si tenevano in salute, non una cura in più, non una cura in meno. Le piante non crescono meglio se le fissi. Mangia, stai lontano dagli spifferi, obbedisci. Mia madre è arrivata dopo l’Italia e da mia madre Silvia ed io.

Da piccola mia madre non era semplicemente la mia mamma, ma “Le madri”, pensavo che tutte le donne agissero come lei. Che non mangiassero il gelato perché avevano la colite, che non sapessero nuotare e non guidassero, che riposassero il pomeriggio dopo il lavoro, che preferissero i film in bianco e nero, che venissero corteggiate dei macellai, che d’istinto rispondessero “no” alle richieste. Era il mio pezzo di mondo, né bello né brutto, unico, un dato di fatto. Fu strano rendermi conto che il gelato andava forte tra i genitori dei miei compagni, che alcune mamme addirittura nuotassero in piscina. C’è un mondo oltre mia madre, c’è un mondo oltre mia nonna, ma ogni tanto è bello ritornare dove tutto ha inizio, dove tutto finisce.

Marta arriva saltellando e mi scuote. “Sembra una tartaruga!” ride, la nonna si allunga fuori dal guscio a darle un bacio, il collo si tende e mentre si tende le si chiudono gli occhi. Poi bofonchia “Ora vengo, aspetta” e si ritrae nelle spalle.

“Con chi parla? Da chi va?” mi chiede Marta. “Non ne ho idea, va dai suoi fantasmi credo” le rispondo, ma non è convinta. “O forse l’ha chiamata la sua mamma” mi azzittisce.

E restiamo lì ancora un po’, dove tutta ha inizio e dove tutto finisce.

 

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Foto: Susanita

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I miei figli hanno più vita sociale di me. Le feste di compleanno.

Lorenzo e Marta, 6 e 4 anni, hanno una vita sociale più intensa della mia. È un dato di fatto, ogni giorno tornano a casa con un invito, ogni settimana hanno un party di compleanno. Quando i genitori si uniranno in mega rave cumulativi stagionali per festeggiare i propri figli una volta per tutte sarà sempre troppo tardi.

Parlare di generiche feste di compleanno non è comunque corretto, sono più deliri partoriti dalla mente di John Landis, genere Animal House antiscivolo version. Pare che le antiscivolo siano fondamentali, no antiscivolo no party. È una parola d’ordine. Fidelio? No, Antiscivolo.

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(Qui la scena in cui il buttafuori della festa mi cazzia perché ho dimenticato le antiscivolo).

Ho scoperto che coadiuvano l’effetto calcio saponato quando i bambini pattinano nel loro medesimo sudore, perché da quando entrano nei gonfiabili/salterelli/castelli plasticoni non fanno altro che sudare. Il sudore tra l’altro è un grande argomento di conversazione tra le mamme astanti. Gli eschimesi hanno novantanove modi per dire neve, noi rintracciamo le stesse sfumature nella traspirazione dei nostri figli.

A sudar freddo invece sono i padri, in rigorosa minoranza. Per incentivarne la partecipazione suggerisco di fare come ai miei tempi in discoteca con le ragazze: ingresso papà gratis + consumazione omaggio. Il padre arriva spaesato e tiene la giacca, fingendo di essere impegnato al telefono in una conference call con i compratori dalla Corea. Peccato che faccia il ferroviere. Le madri invece conoscono la procedura e la applicano con puntiglio.

Fase uno: avvicinamento saluti.

Fase due: generici commenti sulla scuola: “non hanno ancora fatto il corsivo, ai nostri tempi però, boh ormai cosa serve il corsivo faranno tutto al computer”.

Fase tre: sudore. Madonna come sudano, hai visto come sudano? Sudano davvero tantissimo. Ma lo sai che il 75% del corpo umano è composto da acqua sudorosa? Hanno più sudore che anima.

Fase quattro: a forza di tutto sto sudore mi sento disidratata, secondo voi un po’ di birra, pare brutto?

Fase cinque: Io non fumo da quando sono rimasta incinta sette anni fa, però casualmente ho qui un pacchetto…

Fase sei: breve fuga in esterna.

Poi scatta puntuale il “Vabbè, visto che i bambini sono tranquilli, ne approfitterei e andrei a fare una commissione”. E tu che speravi di dirlo per prima, ma hai perso il momento propizio, vorresti urlare: “Eh no, son tre feste di seguito che devi andare a fare una commissione, siamo nel mezzo nel nulla, dove sorgono tutti gli Eden dei salterelli che si rispettino, parlaci di questa minchia di commissione, avanti!”. E invece rispondi: “Uh vai pure, lasciami i tuoi due gemellini adorati Diletta e Costanzo, li guardo io”. I due piccolini, i cui veri nomi sono Delitto e Castigo, intanto prendono tuo figlio da gambe e braccia e tentano di disarticolarlo secondo l’antica tortura romana della trazione. Va detto che lui ride, è sportivo in quanto a supplizi medievali. Tu che non vuoi screditare la tua fama di mamma aperta e libera, di madre che non interviene mai (e mai in difesa del suo pargolo) perché se la possono cavare da soli, sorridi: “Lori dai, vieni qui, che c’è la torta, finirai di farti torturare dopo che a stomaco pieno magari riesci anche a vomitare”.

Le torte si distinguono in: le belle senz’anima (dai colori lisergici fuori in compensato dentro); le brutte ma buone (crostate alla frutta stortignaccole ma commestibili, vintage); il terzo tipo. Le terzo tipo vengono da vegan, il pianeta dove ogni crema ha l’aspetto e anche il gusto della Somatoline Cosmetic Lift. Se mi chiedete perché conosca il gusto della Somatoline sappiate che una volta per sbaglio l’ho usata come dentifricio.

Dopo le candeline e la canzone, rigorosamente cantata anche in inglese perché in questa modernità è importante stonare in diversi idiomi, si passa alle grandi manovre del “s’è fatto tardi”. E qui si comprende perché la pace e la concordia siano un’utopia. Tutti d’accordo sulle meraviglie del sudore e nessuno a cui venga l’idea di coordinarsi e andare via all’unisono. Inizia la prima mamma: “cinque minuti e andiamo eh, AntonGiulio”. E AntonGiulio risponde sempre “no, dai, ancora uno”. Ancora uno è l’unità di misura del procrastinare infantile (che poi ancora uno di che? Ancora un litro di sudore? Ancora un giro del mondo sull’asse terrestre? Uno di cosa?).

Si passa  all’effetto cordata. “AntoGiulio andiamo! Ultima chiamata”. E AntonGiulio risponde “quando va via GianMaria”. Ed è allora che tutte le speranze vengono riposte nella mamma di GianMaria. Sei il Messia, mamma di GianMaria, conducici fuori da tutto questo saltare, apri le acque del sudore. Ella si fa forza e prende GianMaria, GianMaria si assicura ad AntoGiulio, AntonGiulio a Diletta e Costanzo, Diletta e Costanzo si assicurano mani e piedi a mio figlio, mio figlio a Marta e così via, verso la salvezza.

17555424_10212969498620652_487806129_n.jpgIllustrazione di Letizia Rubegni (che mi vede come una splendida mamma Tim Burton).

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Dialoghi immaginari su Storie della Buonanotte per bambine ribelli (e madri bipolari).

Dialogo 1.

  • Hai comprato Storie della buonanotte per le Bambine Ribelli?
  • Non ancora, no.
  • Beh non ti lamentare poi se a Marta piace il rosa.
  • Sì, devo ammetterlo, a mia figlia piace il rosa, ma non me ne lamento.
  • … Insomma oggi le piace il rosa domani è corteggiatrice a Uomini e Donne.
  • Mi sembra un’estremizzazione assurda.
  • No guarda, io sono per la proibizione del rosa.
  • Ma cosa dici? Le piace il rosa, le piacciono le gonne, ok, ma non credo sia un problema. Anzi penso si sia ribellata ai primi tre anni in cui la costringevo a indossare i vestiti smessi del fratello.
  • Ma quale ribellione?! Non ci si ribella così. Se tu le leggessi le storie della buonanotte per bambine ribelli sono certa che allora sì, si ribellerebbe come si deve.
  • Non ho nulla contro questo libro che immagino meraviglioso, però al momento abbiamo sul comodino Frozen.
  • Frozen… La regina è potenzialmente lesbica, non sembra interessata agli uomini, va via nella solitudine. Frozen è ok.
  • Veramente a Marta piacciono molto i vestiti e i capelli di Elsa, per ora è interessata a quello. E anche al mostrone che sembra fatto di mashmellow.
  • Mashmellow cioè cibo spazzatura dell’America capitalista. Sessista e pure filo-Trump. Io veramente ti invito a fare un passo indietro e comprare Storie della buonanotte…
  • Ho cresciuto i miei figli coi cartoni Gender e le Hologram e Ti voglio bene Gender. Quando voglio fargli paura dico che arriva Adinolfi e li porta via. Veramente non credo di aver forzato in nessun modo i miei figli…
  • E infatti Lorenzo gioca a calcio e Marta ha quell’ossessione per il rosa.
  • Ma non è ossessionata, le piace.
  • Qual è la favola preferita di Marta?
  • Biancaneve!
  • Una che pulisce casa e si fa esuscitare da un principe a forza di limoni.
  • Biancaneve le piace per i nanetti, non le frega niente del principe, il finale non le importa… i cazzo di nanetti fischiettanti, ama quelli. Non vuole sposare un principe azzurro, Marta vuole sposare la sua gatta!
  • Enrica hai usato il termine nanetti, si dice persona piccola. E comunque l’altro giorno ti ho visto per strada hai detto a quella bambina “che bella che sei!”, non si dice alle bambine che bella che sei.
  • Ah no, e cosa si dice?
  • Che intelligente che sei.
  • Si stava infilando un dito nel naso e mangiava le sue stesse caccole… Prima di dire intelligente a qualcuno dovrei verificare la veridicità dell’affermazione.
  • Allora potevi dire “guarda che futura esploratrice, donna coraggiosa e dall’alto potenziale che ho di fronte”.
  • Senti no, mi rifiuto.
  • Sei sessista Tesio. È che non hai letto Storie della buonanotte per bambine ribelli, non hai modelli solidi da trasferire a tua figlia.
  • Beh modelli solidi… sai Margaret Thatcher è quantomeno discussa come figura femminile positiva.
  • Ecco la solita radical chic che sta a trovare il pelo nell’uovo.
  • No, è un problema dei modelli sai… sono sempre stilizzazioni della realtà. È per quello che preferisco le buone vecchie fiabe.
  • Tipo?
  • Tipo Pinocchio.
  • Vuoi dire la storia della buonanotte per bambini bugiardi?
  • Ma veramente il titolo è proprio Pinocchio.
  • Sessista anche quello, alla fine la donna è relegata al ruolo di una fata.
  • Ok, allora Alice?
  • Vuoi dire storia della buonanotte per bambine sotto LSD?
  • Alice nel paese delle Meraviglie.
  • Troppo bionda per essere ribelle.
  • Pippicalzelunghe?
  • Vuoi dire storia della buonanotte per bambine con disturbi oppositivi provocatori.
  • Ok, COMPRO STORIE DELLA BUONANOTTE PER BAMBINE RIBELLI!
  • Brava! Ribellati, però ribellati come tutti.

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Dialogo 2.

  • Ho comprato le Storie della buona notte per bambine ribelli.
  • Sei diventata fascista?
  • Madonna Santissima…
  • Non hai sentito cos’ha detto la Murgia?
  • Sì, ho sentito, in parte sono anche d’accordo ma…
  • Basta il titolo: “bambine ribelli” e i bambini maschi?
  • Sai magari è un titolo un po’ furbetto, ma conosco molti genitori che lo leggono anche ai figli maschi. Storie della buonanotte per infanti ribelli, sarebbe suonato male.
  • Tu sei una pubblicitaria, siete sessisti tutti.
  • Comunque poi c’è questo invito a dormire, bella ribellione! Prima grandi discorsi poi zitti e a nanna.
  • Beh immagino che dormire sia basilare per la sopravvivenza.
  • Sì sì, ma nessuno fa le rivoluzioni dormendo.
  • Questa discussione ha preso una strana piega.
  • Chi sono i modelli raccontati nel libro?
  • Modelli femminili forti.
  • Eccoci di nuovo: piccole femmine che devono essere come altre femmine. Bisogna insegnare alle bambine a essere ciò che vogliono.
  • Tipo?
  • Ma che ne so, prima correggiamo il problema del titolo.
  • Io propongo Storie del buongiorno per bambine, bambini, gatti, topi elefanti, non manca più nessuno ah sì anche case, libri, auto, viaggi, fogli di giornali… ribelli.
  • Bello il riferimento gayfriendly a Tizianone.
  • È per amor di completezza.
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I motivi per scegliere una fidanzata del NORD-SUD-OVEST-EST: IL SONDAGGIONE.

Su RAIUNO sabato è uscito questo sondaggio.

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Io lo trovo sconvolgente e soprattutto razzista nei confronti delle ragazze del vecchio West, del freddo Nord e del caldo Sud. Perché questa ghettizzazione delle femmine degli altri punti cardinali, mi domando? Con Andrea Bozzo lanciamo un nuovo sondaggio, questa volta esaustivo, per orientarsi nella scelta della propria partner.

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I motivi per scegliere una fidanzata del West.

  • Sa come far felice il suo cowboy.
  • Sa mungere una giovenca.
  • Per farla partorire basta solo bollire l’acqua e portare degli stracci puliti… nemmeno i costi dell’epidurale.
  • Non invecchia male perché spesso muore di parto.
  • Non mette pigiamoni, ma solo sexy-bustini strizza tette.
  • Non subisce il fascino dell’extracomunitario indiano.
  • Come dice lei “vuoi abbeverarti alla mia fonte, straniero?” nessuna mai.

I motivi per scegliere una fidanzata del Nord.

  • Le pelli di foca sono anallergiche.
  • Sa fare dei giochini erotici con il grasso di balena che levati.
  • Piedi freddi cuore caldo.
  • Dopo naso-naso sa ballare tutto il tuka-tuka.
  • Guida la slitta coi cani e non la parcheggia in doppia fila quando porta i bambini a scuola.
  • Sa come si manda avanti un igloo.

I motivi per scegliere una fidanzata del Sud.

  • Come recita il detto: donna che fa la melanzana è tutta tana.
  • I suoi baffi alla Magnum P.I. fanno un bell’effetto revival anni Ottanta.
  • Addormenta i figli al suono del suo romantico mandolino.
  • Non tromba perché “Anto’ fa cardo” ma poi basta un tè e passa la paura.
  • Ha la frittura nel sangue.
  • Se mette il broncio basta un pavimento da ramazzare e torna il sorriso.

 

Votate Votate Votate!

Illustrazioni: Andrea Bozzo

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Sono una a cui la gente toglie i pelucchi dalle maglie.

Siamo sul bus, il 61 per la precisione, lo stesso che mi portava tutti i giorni a scuola ai tempi del liceo. Marta mi si è addormentata in braccio, Lorenzo conta le figurine. Mi guardo intorno, mi è familiare la signora seduta in prima fila, con le buste della spesa straripanti di verdure, la permanente e le calze contenitive. Che uno davvero non si spiega come mai abbiano aperto supermercati a ogni metro, ma le signore con la permanente e le calze contenitive debbano andare a fare la spesa in un altro comune. È una specie di lotta silenziosa al chilometro zero, probabilmente.

Ci sono tre sedicenni, due maschi con cappellino e tibie in vista, una lei molto truccata e molto profumata, ha un po’ di jeans attaccati a degli strappi enormi, questa moda dei buchi con i jeans intorno mi lascia perplessa, sto invecchiando. Ascoltano musica rap ad alto volume da uno stereo portatile. Scendono all’ultimo minuto, scapicollandosi e ridendo.

Quando andavo a scuola i miei coetanei l’autista lo chiamavano “Guido”. “Minchia oh Guido, apri le porte”. Alcuni di loro avevano scoperto che a porte aperte potevano suonare il campanello della chiamata a richiesta all’infinito. C’era sempre qualche pirla che, a tram fermo, si attaccava al pulsante e strombazzava. I Guido meno pazienti a volte si incazzavano come bisce e facevano scendere i ragazzini. Non pensavo più a questa storia dal 1997.

Oggi sale una ragazza. Vent’anni, i capelli raccolti in una coda morbida, qualche ricciolo sul volto. Un viso alla Vanessa Paradis ma senza denti a sciabola e un raro caso di adorabile broncio. Si aggancia a un palo, in piedi, le cuffie nelle orecchie e un libro nella mano sinistra. Legge Lo straniero in una vecchia edizione ingiallita e non è un accessorio, lo legge davvero. Indossa un paio di pantaloni larghi, una camicia bianca da uomo e un impermeabile aperto. Chiunque con quel trittico infame sembrerebbe Christopher Lambert in Highlander e invece è bellissima, elegante, una a cui non hai voglia di spostare nemmeno la ciocca di capelli dal viso. Una di quelle ragazze con l’attitudine: “ora guardo distrattamente in una direzione a caso perché un fotografo colga questo mio broncio e lo metta in una copertina di un romanzo intitolato Il profumo dei limoni quando sta per piovere”. Non so se rendo l’idea. Io non sono mai stata capace di fare quello sguardo.

Sono una a cui la gente ha voglia di togliere i peli dalle maglie. Ecco, da sempre, la gente mi spulcia, mi toglie capelli dai vestiti, ciglia dalle guance, mi invita a pulirmi perché “hai una cosa qui”. Le persone spesso mi vogliono aggiustare. Penso sia colpa del naso, insomma io ho il naso con una notevole gobba, ma è anche rotto e quindi fuori asse, sterza a sinistra. A giugno, quando ho rifatto il passaporto ho dovuto ripetere la foto tre volte, perché gli scatti non erano abbastanza frontali. Alla fine ho spiegato al poliziotto: “decida se fanno fede gli occhi o il naso, la mia frontalità è relativa, che naso e occhi guardino nella stessa direzione è impossibile”. Ho scoperto che è più facile rifarsi il naso che il passaporto.

Quando un quadro è storto c’è chi non resiste a dare una raddrizzata, se la bellezza è armonia, simmetria, io sono fottuta. Com’ero fottuta ai tempi, sul bus, con i pantaloni militari di due taglie più grandi, la borsa tascapane e i capelli lunghi ricci alla Slash. E invece fortunatamente si cresce e si può ricostruire la bellezza sull’asimmetria, intorno a una frattura, compensando. Si chiama fascino o maturità o fascino della maturità.

La ragazza scende. È onestamente, definitivamente, profondamente bellissima e desiderabile. Ma penso che lo sarebbe ancora di più se oltre al broncio, di Vanessa Paradis avesse anche i denti a sciabola.

Mia figlia apre gli occhi, mi prende tra le dita la torre di Pisa che ho al centro della faccia e dice “nasino”. Scendiamo di corsa e, a porte aperte, faccio suonare il campanello della richiesta tre volte. Cedere alla stupidera mi raddrizza l’umore, dal 1997.

 

Foto: Susanita

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