Ognuno ha la voce della coscienza che si merita.

La ventola del bagno mi parla. L’ho trovata afona al mio arrivo in questa casa, sei anni fa. Dopo poco ha preso a gracchiare, ora scatarra come un vecchio fumatore di Nazionali, l’aria non la sventola, la grattugia e ogni volta che accendo la luce del cesso lei è lì a ricordarmi chi sono: una che non è in grado di alzare il telefono e chiamare un otorino laringoiatra per ventole e far tacere quel costante smadonnare dall’alto. Una che convive con i suoi sospesi, i miei sospesi sono sempre superiori alle pratiche processate. È un bilancio a perdere. “Però ho messo il lampadario in camera da letto” mi giustifico. “Dopo aver dormito sotto una lampadina penzola da motel per cinque anni e non parliamo del balcone” mi tossisce la stronza. Ha ragione.

Devo togliere i vasi dall’orto-morto, ogni volta che mi affaccio, al mio fico e al mio limone sale il Carducci: “tu fior della mia pianta, percossa e inaridita, tu dell’inutil vita, estremo unico fior” intonano. Una cosa straziante. Ecco, quando mi dicono che l’amore va alimentato come una piantina, penso al mio fico e al mio limone, che vivono nonostante la mia totale incapacità di prendermene cura, hanno abbassato così tanto le loro pretese, eppure ugualmente danno fiori e frutti. Si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione ho letto da qualche parte. Si alimentano amori così, a dosi sempre inferiori, affamandoli.  La mia amica A. dice che si fa l’abitudine al maltrattamento e alle poche attenzioni, ci si abitua ai torti e all’infelicità. Aveva dovuto scrivere un elenco, nero su bianco, delle cose che gli aveva fatto il suo ex per non abbassare la guardia e non perdonare. Capita che sia necessario non perdonare per sopravvivere, ma anche senza farla troppo tragica, per andare avanti. Sto divagando, cara ventola del cesso, non farci caso.

Ti concedo che ci siamo fatte compagnia. Durante le docce soprattutto. Sono certa che l’Apocalisse arriverà mentre Dio si è concesso una doccia. A me basta aprire l’acqua e nell’altra stanza le forze di Sauron attaccano il regno di Gondor, urla belluine si alzano al cielo, sotto forma di liti, richieste per fame impellente da carestia o sete inestinguibile da siccità, tutto senza alzarsi dal divano, magari con la televisione accesa. E io che bestemmio dal basso e tu che bestemmi dall’alto. Ascolti i miei discorsi allo specchio, che culi che faccio allo specchio, dei pipponi indegni a destra e a manca, spiego come si vive a chiunque. Non mi piace sempre quello che vedo, cara ventola lo sai anche tu. Pare sia fondamentale dirsi delle parole d’amore quando ci si guarda la mattina, fare da sole, devi autoconvicerti che sei la più figa, una superdonna, si predica molto l’autoeroismo ultimamente, ma a me piace tanto alla vecchia maniera, che me lo dicano gli altri. Ma cosa vuoi che ne sappia poi, che ho una ventola del cesso come voce della coscienza?

Stamattina mi redarguivi mentre pettinavo Marta, sostieni che se continuo così, con questa ignoranza tricotica, questa incapacità di fare due codini simmetrici, la mia figlia femmina mi verrà presto tolta e mi verrà consegnato un altro maschio d’ufficio. Hai ragione. Le altre madri fanno trecce così perfette e rigide che probabilmente sono ancorate alla corteccia cerebrale.

Dal bagno hai visto passare anche qualche uomo, ammetterai che ho un certo talento per la scelta degli ex (di certo più sviluppato che per la scelta dei fidanzati), nessuno che si sia preso la briga di aggiustarti, magari il prossimo lo seleziono così, con la prova ventola. Tra le pratiche processate ci sono loro, certi amori fanno giri immensi e poi si esauriscono, checché ne dicano fichi e limoni. Il problema delle pratiche che vengono processate, dei cuori che vengono aggiustati e delle ventole che vengono riparate, è che poi per un po’ c’è un gran silenzio intorno.

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Illustrazione: Letizia Rubegni del mio cuor.

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Vedi alla voce: NIENTE.

Capita, perché capita spesso e lo sai, che alla domanda cos’hai? io possa, non dico sicuramente, ma con grande probabilità, rispondere “niente”. Bene, ti prego, non ti accontentare di un niente come risposta, dillo agli amici spargi la voce, è una bomba inesplosa la donna che tace. Lo so che è infantile, lo ammetto, ma rispondo così, perché la versione integrale, quella completa, è una piena di fiume che non saprei più arginare, un vagar senza meta.

Ma allora cos’è questo niente? è la lingua che batte dove duole quel dente, ha il sapore cattivo del gelato caduto e mai ricomprato, mia madre che dice “così impari e stai attenta” e infatti ho imparato che spesso l’attesa di un po’ di dolcezza è un bel variegato però all’amarezza.

Non ho la fame nel mondo, non ho la carestia, non ho la peste bubbonica come malattia, non ho proprio niente, eppure è un niente pesante, un niente di piccole angosce, di me che ti cerco in mezzo alla gente e passano i giorni come passano i guai e passano tutti, ma tu non mi passi mai.

Sul niente ci scriverò un saggio: “l’arte sottile dell’autosabotaggio”, un niente che unisce tutti i miei punti deboli, un niente che è fatto di questi miei demoni che tengo nascosti, ché l’ombra ti resta attaccata anche quando ti sposti. Ti sembra volubile e inconsistente e invece è lì quel solido niente, un niente elefante, un niente ignorante che si piazza in mezzo alla stanza e mentre lo ignori, lui inizia la danza e rompe i cristalli e il servizio buono, fuori è il silenzio, dentro è il frastuono.

Ma capita, se lo fai capitare, che tu non molli la presa, che mi resti a guardare, è che ho tanto bisogno di litigare, di dirti di farti di farci sfogare, è un bisogno da niente, che a spiegarlo mi sento un po’ deficiente. A dirti che dopo ci scopriamo vicini, intrecciamo le lingue, le braccia, le gambe, i capelli sopra i cuscini, che ci intrecciamo le dita, cucite, e ci troviamo più stretti a ogni giro di lite.

E invece niente, sto zitta, per paura di non esser capita, ma tu fammi ricredere, che, nel male e nel bene, la vita è una lunga smentita.

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foto: “L’ho fatto di nuovo di rimanere senz’aria” di Susanita.

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Cinque frasi motivazionali che mi hanno rotto le palle.

Ti diranno di non splendere e tu splendi invece. Lo so, è Pasolini, lo so suona bene, non so però se a Pasolini piacerebbe essere citato in un meme attribuito a Mafalda o a Linus. Non mi convince la retorica che ne è nata intorno, questo antagonismo tra te, l’incompreso dal potenziale infinito, e gli altri, questi Loro, una congiura di cattivoni, neri, sporchi, brutti, con la faccia dell’odiata prof di lettere delle superiori. Loro ti limitano, ti tarpano le ali, ti impediscono di esprimerti.

Per spiegare come mi immagino la dinamica tra lo Splendente e gli Spegnenti  favorisco un estratto di un dialogo plausibile:

“Ciao, t’abbiamo visto sai, non ti azzardare a splendere eh!”

“Come no? Ero giusto qui addobbato con tutte le mie lucine Ikea…”.
“Mi spiace, abbiamo già acceso la lavatrice e il forno elettrico, se ti ci metti anche tu poi il sistema va in sovraccarico e salta l’interruttore generale”.

“ma guarda che quest’estate, con tutti i condizionatori accesi una volta ho splenduto, cioè ho splesso, no… come cazzo è il participio passato di splendere?”.

“Splendere è difettivo, vedi che facevamo bene a darti 3 di tema alle superiori, non esiste il participio passato di splendere, quindi spegniti subito”.

“Un piccolo cero alla Madonna posso accenderlo almeno?”.

“Sì, nel tuo caso ci sembra molto appropriato”.

La vita inizia dove finisce la tua comfort zone. Ho sentito citare questa benedetta comfort zone ovunque, al lavoro, in tv, dal panettiere, dalla parrucchiera: esci dalla tua comfort zone, fatti la frangetta. Di solito nei discorsi motivazionali la comfort zone è descritta come un divano comodo, una trappola infernale, il buco nero del successo.

Che cosa vi avranno mai fatto i divani mi domando? C’entra lo sfracellamento di palle delle promozioni poltrone e sofà? So di dire una cosa impopolare ma il conforto per me è l’obiettivo, è il successo, trovare un amore dove stai comodo, un lavoro dove stai comodo, un gruppo di amici dove stai comodo, una frangetta dove stai comoda, mi pare bellissimo. Eh ma è immobilismo, mi dite, eh ma ho capito, vi rispondo. Però siamo un paese con 2 milioni e mezzo di persone affette da ansia, sono l’unica a leggere una correlazione con la continua frenesia di sfide nuove e il panico di non raggiungere i risultati sperati? Il vero problema è gestire i momenti di nulla, perché la vita è fatta di un buon numero di momenti di nulla, dove non accade niente e non perché non lo fai accadere, ma perché è così che funziona l’alternanza.

Per protesta voglio essere l’artigiana della qualità della mia zona di conforto, anzi non voglio una zona, voglio un quartiere, voglio un conforto che fa provincia. Voglio stare sul mio divano tre posti e non scenderci più perché il pavimento è di lava e poi per terra ci sono anche gli squali. Me lo hanno detto i miei figli e loro sono gli unici da cui prendo lezioni di autostima.

Se vuoi qualcosa vai e prenditela. Sottotitolo se sei triste è colpa tua, vuol dire che non vuoi abbastanza la felicità. Mai sentita così pirla come quando mi sono resa conto di aver desiderato qualcosa di totalmente fuori dalla mia portata. Non accetto l’idea della felicità come se fosse davvero un obiettivo, una destinazione dove arrivare, prendere posto e basta (però non prendere posto su un divano mi raccomando che son cazzi). Che angoscia i motivatori che ti dicono di essere il supereroe di te stesso, il giardiniere della tua aiuola lavorativa, l’idraulico dei tuoi condotti emotivi, il carpentiere della tua determinazione ferrea. Secondo i life coach dovremmo avere un livello di occupazione interiore da fare invidia ai giapponesi.

Godi delle piccole cose. Ci ho provato a godere delle piccole cose. Tipo l’ultima volta che ho volato c’era il tunnel per salire sull’aereo, mi piace sempre quando non c’è la navetta da aspettare. Quindi bello il tunnel diretto. Ho avuto un orgasmo? No, ragazzi, perché poi il mio vicino puzzava come un kebab lasciato al sole per sei mesi e quindi puff, tutta la piccola cosa gaudente portata via dalla grande puzza. Io sono più della scuola per una parete grande ci vuole un pennello grande. Col piccolo piacere mi ci solletico il retro cranio. Non sarò mai il genere di donna che tuffa le mani nella cesta dei legumi con un gorgoglio di gioia, è una cosa che puoi fare solo a Parigi e solo se sei Amélie. A Torino non esistono le ceste dei legumi e se esistessero sono quasi certa che qualcuno le userebbe come posacenere.

Fai della tua vita un capolavoro. Ed è un attimo che il capolavoro sia la merda di artista di Manzoni.

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Illustrazione di Letizia Rubegni.

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Amami se hai il coraggio.

Sono il pesce fuor d’acqua anche il primo di aprile

La pecora nera che non torna all’ovile

La risposta tardiva a discussione già chiusa

Sono il suca inviato al posto di scusa

sono il kleenex nei jeans quando è avviato il lavaggio

e adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Io sono la frase che rimane sospesa

Non gioco d’attacco, sono forte in difesa

Sono quella “tranquillo, la risolvo da sola”

E finisco a far fiocchi coi miei nodi alla gola

Ma se pesti i miei sogni poi paghi il pedaggio

E adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Sono il quadro inclinato, sono l’asimmetria

Il capriccio infantile se ti portano via

E ancora aspetto che arrivi, nei giorni più brutti,

quel bambino nascosto che poi libera tutti

Sono l’ansia che sale prima di un lungo viaggio

E adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Sono il nero mascara sugli asciugamani

Che a struccarmi, la sera, c’è tempo domani

Sono quella partita che si gioca ai rigori

Ho tenuto per te i miei danni migliori

Vieni a farti due passi nel tuo lato selvaggio?

E poi amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

 

 

p.s. Ieri ho letto questa filastorta a un amico, l’ha riscritta nella versione enogastronomica: “e adesso spalmami, avanti, se hai ancora formaggio”. Amo i miei amici.

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Cannibalismo, perversione e autoamputazioni nelle conte infantili e altre amenità a un mese dall’inizio della scuola.

A un mese dall’inizio delle scuole, è giunto il momento per me di tirare le somme insieme a un sospiro di sollievo, perché ho finalmente entrambi i figli alle elementari. Non era scontato, Marta a giugno aveva rilasciato dichiarazioni inquietanti. Innanzitutto fingeva di non saper leggere per essere bocciata alla materna e ripetere l’ultimo anno. Poi durante tutta l’estate ha ribadito di voler partire dal secondo giorno, non presentandosi al primo. Alla fine ha ceduto, ma solo di fronte alla promessa di poter saltare la quarta  e dedicarsi a un anno sabbatico in giro per l’Europa.

Le nuove maestre mi piacciono molto, anche perché ci hanno accolto con un discorso sulla fiducia. Fidatevi, hanno detto, i bambini quest’anno dovranno imparare a leggere, scrivere e contare. Vi rassicuriamo che a leggere e scrivere e contare ci arrivano tutti, chi prima chi dopo. Per il resto usciranno molto in cortile, anche d’inverno, perché è giusto così. Mi è parso un programma davvero condivisibile e rassicurante. Scuola primaria, non di primati o primi della classe, manco di numeri uno.

“Non venite a riferirci i comportamenti dei vostri compagni”, pare abbiamo spiegato ai bambini nel racconto che ne fa Marta la sera, “a meno che vi mettano in pericolo, per il resto se qualcosa non va ce ne accorgiamo da sole”. Altra ola in automatico. A me questa filosofia del non rompiamoci troppo i coglioni a vicenda genitori, insegnanti e bambini, convince pienamente.

Poi si passa all’elezione, tempo per la scelta della rappresentante: tre secondi netti, senza nemmeno un piccolo discorso stile “abbiamo eliminato la povertà e i pidocchi”. Segue l’apertura gruppo whatsapp, con incipit per attribuire un nome al numero di telefono. Ci siamo presentati uno dopo l’altro come in un’anonima alcolisti. “Buongiorno sono Enrica, mamma di Marta, non toccavo una chat di whatsapp da due mesi, ventiquattro giorni, sei ore”. “Ciao mamma di Marta”. E via così. Una gentilezza e un decoro sconvolgente.

In quella di Lorenzo, ormai rodatissima, siamo giunti al livello: “raga, portate carta da culo da casa, che a scuola scarseggia”. Seguono ok ok ok, al massimo il più polemico e fuori dal coro ti dice che suo figlio si pulisce a casa.

In terza cominciano a ridursi anche gli slanci festaioli per i genetliaci. Primo anno prevede mega celebrazioni con volo Alitalia verso la ludoteca allestita in mood Coachella; secondo anno festa all’aperto in un giardinetto della città con la mamma che si è studiata i tutorial per fare i palloncini e alla fine tutti i compagni si sfidano a duello incrociando delle spade falliche inquietanti che sembrano mega durex sgonfi; terzo anno invito esteso a pochi amichetti per una merenda dopo scuola in un giorno rigorosamente infrasettimanale, meglio se durante un’epidemia di influenza così c’è meno gente, pane e nutella e pedalare; quarto anno lo mandi con un pacchetto di fonzie in borsa e una bottiglia di chinotto sgasato e “festeggia nell’intervallo con chi ti pare”. Quinta elementare, prendi da parte il bambino e gli fai il discorsetto: “Ma a dieci anni ancora vuoi far festa? Io alla tua età ero già emo”.

Piccole note a margine. Gli zaini ara-merda, ovvero i trolley aratro per le cacche di cane, hanno sostituito gli zaini carapace da spalle. Tutto è firmato e brandizzato, sono sponsorizzate anche le conte e le filastrocche. La celeberrima “Hai sete? vai dal prete” che si tramanda, immutata da generazioni e generazioni, i miei figli la conoscono nella versione “Hai sete? vai dal prete, che ti offre acqua Lete”.

Hanno inventato delle penne cancellabili che cancellano veramente, non quelle nostre che lasciavano i fogli lividi di escoriazioni blu. I temperini scompaiono come trent’anni fa, c’è un buco spaziotemporale dove vengono risucchiati al fondo dello zaino ara-merda.

Per il resto i bambini ridono ancora per il fantasma formaggino che si spalma sul panino e si spanciano per una barzelletta in cui Pierino, a corto di salsiccia, si evira servendo la propria mascolinità alla mamma come pasto. Rientra nella tradizione orale dell’epica infantile, dopo l’Edipo Re, Pierino Re.

(Ne riporto il testo completo in modo che la tradizione orale trovi riscontro nel testo scritto. La mamma dice a Pierino: “vai dal macellaio e fatti dare il salame” ma Pierino non ha voglia di andare, allora si taglia il pisello e lo fa mangiare alla mamma che dice a Pierino: “che buono che è! Vai a comprarne ancora!” e Pierino dice: “mamma devi aspettare che mi ricresca!”).

Una certezza permane. C’è gente che continua a rubacchiare in bottega ticchetà e alla prigione non pensare ticchetà e il cui testone ticchetà era un melone ticchetà e qualcuno trova corretto mangiarselo per colazione ticchetà. E ora scusate ma devo dedicarmi alla stesura del mio studio Semiologia del cannibalismo nelle conte infantili.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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Vuoi prima la notizia buona o quella cattiva?

La notizia cattiva è che dio non esiste, è un’invenzione. La notizia buona è che c’è ogni volta che facciamo qualcosa di gratuito e giusto.

La notizia buona è che tutti abbiamo un pubblico, qualcuno a cui piacciamo. La notizia cattiva è che ci preoccuperemo sempre dell’unica persona che dal pubblico si alza e se ne va.

La buona notizia è che è vero, il tempo è una medicina. Ma vale per i dolori piccoli. La cattiva è che per i grandi dolori il tempo è un anestetico, non cura, rende solo il male sopportabile.

La notizia cattiva è che chi ti riaccompagna a casa la sera, ti lava, ti fa una tisana se hai mal di stomaco, ti mette a letto, sei quasi sempre tu. La notizia buona è che adesso ti dai anche un bacio sulla fronte per augurarti la buonanotte. Tua nonna, quando qualcuno le raccontava un dispiacere o anche solo un aneddoto che richiedesse comprensione, iniziava la risposta con “figlia mia” o “figlio mio” e poi dispensava il consiglio, che era, a seconda, consolatorio o duro. Il “figlio mio” di turno poteva anche essere un coetaneo ottuagenario, non importava l’età. La buona notizia è che oggi riesci a dirti “figlia mia” da sola, poi ti fai il culo, però con il sorriso. La buona notizia è che si diventa le madri anche delle proprie debolezze e delle proprie solitudini.

La notizia cattiva è che la tristezza ti mette all’angolo, ti sembra non ti dia via d’uscita. La buona notizia è che gli angoli sono delle svolte.

La cattiva notizia è che l’uomo della tua vita si è scoperto essere l’uomo della vita di un’altra. La buona notizia è che l’uomo della seconda vita è certamente meglio. Forse ci rinnamoriamo solo per trovare nuovi occhi che ci guardino di profilo, mentre chiacchieriamo in macchina o storpiamo le canzoni di Tiziano Ferro. Vuoi storpiare con me le canzoni di Tiziano Ferro per il resto della tua seconda vita? Sì, lo voglio.

La cattiva notizia è che il padre dei tuoi figli ha una nuova compagna. Dentro di te sapevi che sarebbe stato lo strappo definitivo, il dolore grande della separazione è dividere i bambini con una sconosciuta. “Come ti sembra?” chiedi al tuo primogenito, parlando di lei. “L’ha scelta papà, ci fidiamo. In fondo aveva scelto anche te”. La notizia buona è che basta poco perché le paure si sciolgano come certi finti nodi negli spettacoli di micromagia.

La buona notizia è che fai quello che ti piace, sei una che sceglie. La cattiva è che ogni scelta genera una perdita, farci i conti è la parte più difficile.

È un continuo incalzare: prima la notizia buona o quella cattiva? Tu hai sempre preferito la cattiva, per toglierti il dente, lo strappo del cerotto per avere poi un momento di cura dopo, la carezza.

Però succede, perché succede, che una mattina risponderai “voglio la buona, per prima”. E si scoprirà che la cattiva non c’è. Era uno scherzo. Alle volte la vita non si prende gioco di te, scherza solo.

 

Foto: Susanita

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L’esercito dei desideri estinti.

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(foto scattata stamattina durante le pulizie di fine stagione).

– Chi siamo noi?

– Siete l’esercito al servizio dei capricci passati.

– E cosa facciamo qui?

– Mi fate fare i conti con la mia inadeguatezza. Siete la flotta di cielo, di mare e di terra con cui ho blandito, contrattato, convinto, risposto colpo su colpo alle richieste dei miei figli. Siete il contenuto di anni di famigerate bustine dell’edicola sotto casa. Siete la criptonite dei pedagoghi. Siete i Mollenci. Ribattezzati così per la vostra consistenza gommosa da invertebrati, la stessa materia della mia credibilità e dei miei piccoli ricatti quotidiani, “se non stai bravo non ti compro la bustina con il tuo drago di komodo che brilla al buio”.

Perché un bambino di quattro anni dovrebbe desiderare un drago di komodo che brilla al buio? Cosa cazzo siamo, la famiglia Addams? Eppure sì, Lorenzo desiderava ardentemente i suoi draghi di komodo che brillavano al buio, i suoi gechi da tutto il mondo, le sue meduse super allungose, le sue rane allucinogene e i suoi camaleonti cangianti nelle tonalità Desigual 2014/15. Abbiamo fatto diventare animali da compagnia le vedove nere di gomma che funzionano come gli swifter e raccolgono tutti i peli e la polvere di casa. La gatta ne ha allattata una di queste vedove nere di gomma pelose e polverose credendo in una gravidanza isterica. Siete stati schifosi mercenari al soldo delle mie debolezze, perché costate come un occhio della testa. Un prezzo che non sarebbe giustificato nemmeno se al vostro interno ci fossero palline di cocaina (cosa che almeno spiegherebbe la dipendenza che creano). Le mantidi boliviane sberluccichine sono corriere della droga di Escobar, ne sono quasi certa.

Alcuni di voi sono caduti, lo ammetto, sotto i colpi del fuoco amico. Ho fatto fuori le viscide bisce che i miei figli lanciavano contro i muri tenendole dalla coda. Una sera ho ritrovato una parete maculata animalier: le viscide bisce bislunghe, pur essendo di polietilene, lasciavano un muco nero indelebile, le maledette, sulla cui provenienza non ho voluto mai approfondire. Avessero messo in commercio pomodori marci da lanciare sarebbe stato meglio, ma non voglio suggerire nulla, altrimenti domani mi ritrovo i “Tomatoes esplosivi” tra le pubblicità di cartoonito.

Vi conosco uno a uno. Tu, piccolo pesce degli abissi, per esempio, mi hai salvato una mattina da un linciaggio professionale, velocizzando la vestizione della primogenitura e consentendomi di arrivare in riunione in tempo. Tu, squalo squirtante, mi sei valso dieci lavaggi di denti senza storie. Tu, balenottera flatulente, mi hai consentito qualche compito fatto senza discussioni. Tutti voi, soprattutto, avete pagato a Roberto, l’edicolante, una pensione alle Maldive. Da anni ci saluta con la stessa allegria mista a pena che un gestore di una bisca riserverebbe a un avventore malato di videopoker.

Magari facessero dei Mollenci di anatomia umana… una milza, un cuore, un intestino crasso, una collezione completa di questi affari costa come quattro anni di tasse per una laurea in medicina, mi sentirei più giustificata. Voi siete la tangibile dimostrazione che le cose essenziali per un bambino diventano totalmente inutili nel giro di ventiquattr’ore, brillano al buio di una notte e si spengono alla luce del mattino dopo, siete desideri estinti, estinti come il mio conto corrente. Ora ci dobbiamo salutare, vi lascio liberi di tornare alle vostre foreste amazzoniche di polistirolo, ai vostri mari di slimer. Siete stati l’esercito della mia salvezza, la corazzata della mia serenità domestica. Onore a voi, Mollenci!

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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