Amami se hai il coraggio.

Sono il pesce fuor d’acqua anche il primo di aprile

La pecora nera che non torna all’ovile

La risposta tardiva a discussione già chiusa

Sono il suca inviato al posto di scusa

sono il kleenex nei jeans quando è avviato il lavaggio

e adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Io sono la frase che rimane sospesa

Non gioco d’attacco, sono forte in difesa

Sono quella “tranquillo, la risolvo da sola”

E finisco a far fiocchi coi miei nodi alla gola

Ma se pesti i miei sogni poi paghi il pedaggio

E adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Sono il quadro inclinato, sono l’asimmetria

Il capriccio infantile se ti portano via

E ancora aspetto che arrivi, nei giorni più brutti,

quel bambino nascosto che poi libera tutti

Sono l’ansia che sale prima di un lungo viaggio

E adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

 

Sono il nero mascara sugli asciugamani

Che a struccarmi, la sera, c’è tempo domani

Sono quella partita che si gioca ai rigori

Ho tenuto per te i miei danni migliori

Vieni a farti due passi nel tuo lato selvaggio?

E poi amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio.

44086317_1037594213068196_1800154783848333312_n.jpg

Illustrazione: Letizia Rubegni.

 

 

p.s. Ieri ho letto questa filastorta a un amico, l’ha riscritta nella versione enogastronomica: “e adesso spalmami, avanti, se hai ancora formaggio”. Amo i miei amici.

Advertisements
Standard

Cannibalismo, perversione e autoamputazioni nelle conte infantili e altre amenità a un mese dall’inizio della scuola.

A un mese dall’inizio delle scuole, è giunto il momento per me di tirare le somme insieme a un sospiro di sollievo, perché ho finalmente entrambi i figli alle elementari. Non era scontato, Marta a giugno aveva rilasciato dichiarazioni inquietanti. Innanzitutto fingeva di non saper leggere per essere bocciata alla materna e ripetere l’ultimo anno. Poi durante tutta l’estate ha ribadito di voler partire dal secondo giorno, non presentandosi al primo. Alla fine ha ceduto, ma solo di fronte alla promessa di poter saltare la quarta  e dedicarsi a un anno sabbatico in giro per l’Europa.

Le nuove maestre mi piacciono molto, anche perché ci hanno accolto con un discorso sulla fiducia. Fidatevi, hanno detto, i bambini quest’anno dovranno imparare a leggere, scrivere e contare. Vi rassicuriamo che a leggere e scrivere e contare ci arrivano tutti, chi prima chi dopo. Per il resto usciranno molto in cortile, anche d’inverno, perché è giusto così. Mi è parso un programma davvero condivisibile e rassicurante. Scuola primaria, non di primati o primi della classe, manco di numeri uno.

“Non venite a riferirci i comportamenti dei vostri compagni”, pare abbiamo spiegato ai bambini nel racconto che ne fa Marta la sera, “a meno che vi mettano in pericolo, per il resto se qualcosa non va ce ne accorgiamo da sole”. Altra ola in automatico. A me questa filosofia del non rompiamoci troppo i coglioni a vicenda genitori, insegnanti e bambini, convince pienamente.

Poi si passa all’elezione, tempo per la scelta della rappresentante: tre secondi netti, senza nemmeno un piccolo discorso stile “abbiamo eliminato la povertà e i pidocchi”. Segue l’apertura gruppo whatsapp, con incipit per attribuire un nome al numero di telefono. Ci siamo presentati uno dopo l’altro come in un’anonima alcolisti. “Buongiorno sono Enrica, mamma di Marta, non toccavo una chat di whatsapp da due mesi, ventiquattro giorni, sei ore”. “Ciao mamma di Marta”. E via così. Una gentilezza e un decoro sconvolgente.

In quella di Lorenzo, ormai rodatissima, siamo giunti al livello: “raga, portate carta da culo da casa, che a scuola scarseggia”. Seguono ok ok ok, al massimo il più polemico e fuori dal coro ti dice che suo figlio si pulisce a casa.

In terza cominciano a ridursi anche gli slanci festaioli per i genetliaci. Primo anno prevede mega celebrazioni con volo Alitalia verso la ludoteca allestita in mood Coachella; secondo anno festa all’aperto in un giardinetto della città con la mamma che si è studiata i tutorial per fare i palloncini e alla fine tutti i compagni si sfidano a duello incrociando delle spade falliche inquietanti che sembrano mega durex sgonfi; terzo anno invito esteso a pochi amichetti per una merenda dopo scuola in un giorno rigorosamente infrasettimanale, meglio se durante un’epidemia di influenza così c’è meno gente, pane e nutella e pedalare; quarto anno lo mandi con un pacchetto di fonzie in borsa e una bottiglia di chinotto sgasato e “festeggia nell’intervallo con chi ti pare”. Quinta elementare, prendi da parte il bambino e gli fai il discorsetto: “Ma a dieci anni ancora vuoi far festa? Io alla tua età ero già emo”.

Piccole note a margine. Gli zaini ara-merda, ovvero i trolley aratro per le cacche di cane, hanno sostituito gli zaini carapace da spalle. Tutto è firmato e brandizzato, sono sponsorizzate anche le conte e le filastrocche. La celeberrima “Hai sete? vai dal prete” che si tramanda, immutata da generazioni e generazioni, i miei figli la conoscono nella versione “Hai sete? vai dal prete, che ti offre acqua Lete”.

Hanno inventato delle penne cancellabili che cancellano veramente, non quelle nostre che lasciavano i fogli lividi di escoriazioni blu. I temperini scompaiono come trent’anni fa, c’è un buco spaziotemporale dove vengono risucchiati al fondo dello zaino ara-merda.

Per il resto i bambini ridono ancora per il fantasma formaggino che si spalma sul panino e si spanciano per una barzelletta in cui Pierino, a corto di salsiccia, si evira servendo la propria mascolinità alla mamma come pasto. Rientra nella tradizione orale dell’epica infantile, dopo l’Edipo Re, Pierino Re.

(Ne riporto il testo completo in modo che la tradizione orale trovi riscontro nel testo scritto. La mamma dice a Pierino: “vai dal macellaio e fatti dare il salame” ma Pierino non ha voglia di andare, allora si taglia il pisello e lo fa mangiare alla mamma che dice a Pierino: “che buono che è! Vai a comprarne ancora!” e Pierino dice: “mamma devi aspettare che mi ricresca!”).

Una certezza permane. C’è gente che continua a rubacchiare in bottega ticchetà e alla prigione non pensare ticchetà e il cui testone ticchetà era un melone ticchetà e qualcuno trova corretto mangiarselo per colazione ticchetà. E ora scusate ma devo dedicarmi alla stesura del mio studio Semiologia del cannibalismo nelle conte infantili.

43493520_314749049317941_9181099632992714752_n.jpg

Illustrazione: Letizia Rubegni.

Standard

Vuoi prima la notizia buona o quella cattiva?

La notizia cattiva è che dio non esiste, è un’invenzione. La notizia buona è che c’è ogni volta che facciamo qualcosa di gratuito e giusto.

La notizia buona è che tutti abbiamo un pubblico, qualcuno a cui piacciamo. La notizia cattiva è che ci preoccuperemo sempre dell’unica persona che dal pubblico si alza e se ne va.

La buona notizia è che è vero, il tempo è una medicina. Ma vale per i dolori piccoli. La cattiva è che per i grandi dolori il tempo è un anestetico, non cura, rende solo il male sopportabile.

La notizia cattiva è che chi ti riaccompagna a casa la sera, ti lava, ti fa una tisana se hai mal di stomaco, ti mette a letto, sei quasi sempre tu. La notizia buona è che adesso ti dai anche un bacio sulla fronte per augurarti la buonanotte. Tua nonna, quando qualcuno le raccontava un dispiacere o anche solo un aneddoto che richiedesse comprensione, iniziava la risposta con “figlia mia” o “figlio mio” e poi dispensava il consiglio, che era, a seconda, consolatorio o duro. Il “figlio mio” di turno poteva anche essere un coetaneo ottuagenario, non importava l’età. La buona notizia è che oggi riesci a dirti “figlia mia” da sola, poi ti fai il culo, però con il sorriso. La buona notizia è che si diventa le madri anche delle proprie debolezze e delle proprie solitudini.

La notizia cattiva è che la tristezza ti mette all’angolo, ti sembra non ti dia via d’uscita. La buona notizia è che gli angoli sono delle svolte.

La cattiva notizia è che l’uomo della tua vita si è scoperto essere l’uomo della vita di un’altra. La buona notizia è che l’uomo della seconda vita è certamente meglio. Forse ci rinnamoriamo solo per trovare nuovi occhi che ci guardino di profilo, mentre chiacchieriamo in macchina o storpiamo le canzoni di Tiziano Ferro. Vuoi storpiare con me le canzoni di Tiziano Ferro per il resto della tua seconda vita? Sì, lo voglio.

La cattiva notizia è che il padre dei tuoi figli ha una nuova compagna. Dentro di te sapevi che sarebbe stato lo strappo definitivo, il dolore grande della separazione è dividere i bambini con una sconosciuta. “Come ti sembra?” chiedi al tuo primogenito, parlando di lei. “L’ha scelta papà, ci fidiamo. In fondo aveva scelto anche te”. La notizia buona è che basta poco perché le paure si sciolgano come certi finti nodi negli spettacoli di micromagia.

La buona notizia è che fai quello che ti piace, sei una che sceglie. La cattiva è che ogni scelta genera una perdita, farci i conti è la parte più difficile.

È un continuo incalzare: prima la notizia buona o quella cattiva? Tu hai sempre preferito la cattiva, per toglierti il dente, lo strappo del cerotto per avere poi un momento di cura dopo, la carezza.

Però succede, perché succede, che una mattina risponderai “voglio la buona, per prima”. E si scoprirà che la cattiva non c’è. Era uno scherzo. Alle volte la vita non si prende gioco di te, scherza solo.

 

Foto: Susanita

18155973_10212954698405142_986002997952743210_o.jpg

Standard

L’esercito dei desideri estinti.

42292645_1703839579727253_4633867617545748480_n

(foto scattata stamattina durante le pulizie di fine stagione).

– Chi siamo noi?

– Siete l’esercito al servizio dei capricci passati.

– E cosa facciamo qui?

– Mi fate fare i conti con la mia inadeguatezza. Siete la flotta di cielo, di mare e di terra con cui ho blandito, contrattato, convinto, risposto colpo su colpo alle richieste dei miei figli. Siete il contenuto di anni di famigerate bustine dell’edicola sotto casa. Siete la criptonite dei pedagoghi. Siete i Mollenci. Ribattezzati così per la vostra consistenza gommosa da invertebrati, la stessa materia della mia credibilità e dei miei piccoli ricatti quotidiani, “se non stai bravo non ti compro la bustina con il tuo drago di komodo che brilla al buio”.

Perché un bambino di quattro anni dovrebbe desiderare un drago di komodo che brilla al buio? Cosa cazzo siamo, la famiglia Addams? Eppure sì, Lorenzo desiderava ardentemente i suoi draghi di komodo che brillavano al buio, i suoi gechi da tutto il mondo, le sue meduse super allungose, le sue rane allucinogene e i suoi camaleonti cangianti nelle tonalità Desigual 2014/15. Abbiamo fatto diventare animali da compagnia le vedove nere di gomma che funzionano come gli swifter e raccolgono tutti i peli e la polvere di casa. La gatta ne ha allattata una di queste vedove nere di gomma pelose e polverose credendo in una gravidanza isterica. Siete stati schifosi mercenari al soldo delle mie debolezze, perché costate come un occhio della testa. Un prezzo che non sarebbe giustificato nemmeno se al vostro interno ci fossero palline di cocaina (cosa che almeno spiegherebbe la dipendenza che creano). Le mantidi boliviane sberluccichine sono corriere della droga di Escobar, ne sono quasi certa.

Alcuni di voi sono caduti, lo ammetto, sotto i colpi del fuoco amico. Ho fatto fuori le viscide bisce che i miei figli lanciavano contro i muri tenendole dalla coda. Una sera ho ritrovato una parete maculata animalier: le viscide bisce bislunghe, pur essendo di polietilene, lasciavano un muco nero indelebile, le maledette, sulla cui provenienza non ho voluto mai approfondire. Avessero messo in commercio pomodori marci da lanciare sarebbe stato meglio, ma non voglio suggerire nulla, altrimenti domani mi ritrovo i “Tomatoes esplosivi” tra le pubblicità di cartoonito.

Vi conosco uno a uno. Tu, piccolo pesce degli abissi, per esempio, mi hai salvato una mattina da un linciaggio professionale, velocizzando la vestizione della primogenitura e consentendomi di arrivare in riunione in tempo. Tu, squalo squirtante, mi sei valso dieci lavaggi di denti senza storie. Tu, balenottera flatulente, mi hai consentito qualche compito fatto senza discussioni. Tutti voi, soprattutto, avete pagato a Roberto, l’edicolante, una pensione alle Maldive. Da anni ci saluta con la stessa allegria mista a pena che un gestore di una bisca riserverebbe a un avventore malato di videopoker.

Magari facessero dei Mollenci di anatomia umana… una milza, un cuore, un intestino crasso, una collezione completa di questi affari costa come quattro anni di tasse per una laurea in medicina, mi sentirei più giustificata. Voi siete la tangibile dimostrazione che le cose essenziali per un bambino diventano totalmente inutili nel giro di ventiquattr’ore, brillano al buio di una notte e si spengono alla luce del mattino dopo, siete desideri estinti, estinti come il mio conto corrente. Ora ci dobbiamo salutare, vi lascio liberi di tornare alle vostre foreste amazzoniche di polistirolo, ai vostri mari di slimer. Siete stati l’esercito della mia salvezza, la corazzata della mia serenità domestica. Onore a voi, Mollenci!

42349681_278292466338356_1747672727327604736_n.jpg

Illustrazione: Letizia Rubegni.

Standard

Piccolo prontuario sulla tristezza.

Quando cade la tristezza copre tutto, come la neve. Quando sale la tristezza copre tutto, come la nebbia. Che il paesaggio sotto sia il più rigoglioso o il più desolato, poco importa. Chiedersi “Perché quella persona è triste, se ha una vita così bella?” è una domanda insensata. La tristezza cade, la tristezza si alza, e quello che c’è sotto, per un po’, non si vede più.

La tristezza è misura di se stessa. A una persona sofferente non puoi dire “c’è chi sta peggio”. Il benaltrismo (“sono ben altri i problemi”) emotivo è quasi peggio del benaltrismo politico. Una persona triste non è scema, non è malata, non è depressa, è lucida, quindi lo sa che c’è chi sta peggio. A meno che la persona triste sia sadica o anche solo molto stronza, il fatto che ci sia qualcuno disperato non è motivo di allegria.

Bellezza mezza tristezza non vale. Insomma a me Modugno che canta “ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto, ti hanno inventato il mareeeeee” innervosisce. Ti viene da dirgli che ti hanno inventato anche le alghe di merda, la sabbia nelle mutande e le meduse spunzichineeeeee.

La tristezza è competitiva, tristezza chiama tristezza, come lo sbadiglio. Se sei triste e alla domanda “Come stai?” hai la malaugurata idea di rispondere “Insomma” è molto probabile che tu ti possa imbattere in un esemplare di “non dirlo a me”. Ecco non dirlo a lui, se sei triste. Perché oltre che triste, dopo, sarai anche molto incazzato.

La tristezza dichiarata, soprattutto da chi è solitamente di buonumore, mette ansia intorno, è destabilizzante per le persone che ti amano (che ti vorrebbero felice), ma anche per quelle che non ti amano (che ti vorrebbero disponibile all’ascolto). Bisogna uscirne presto! Dopo il primo “sono triste” inizia un’attesa implicita, scatta il contachilometri sulla strada che dovrebbe condurti alla città della gioia. Più o meno la conversazione implicita tra un triste e uno in attesa della fine dell’altrui tristezza, è questa:

Stai meglio?

No.

E ora?

No.

E adesso? sei felice?

No.

Ma quanto manca?

Non lo so. Ma tu magari mentre guido dormi e ti sveglio io quando arriviamo a Happyland. Nel frattempo ascolto musica triste, triste triste triste triste come me.

La tristezza ha quasi sempre a che fare con una mancanza, mentre il dolore ha quasi sempre a che fare con una perdita. La perdita è lancinante, definita e purtroppo spesso definitiva, ha nome e a volte anche cognome. La mancanza no, è uno spazio bianco, un vuoto. A volte il dolore diventa tristezza, è quando la perdita diventa mancanza.

Se sono giù, guardo le vecchie foto. Prima di un periodo di grande gioia, c’è sempre uno scatto in cui ho un’aria infelice. È un pensiero che mi dà conforto, la tristezza è un preludio.

Illustrazione: Letizia Rubegni.

41440936_1344313662370572_3007925683704823808_n.jpg

Standard

Non sono una signora, sono un gran bel pezzo di adulta.

Stai entrando negli “anta”, mi informano, come fosse una parolaccia da censurare, esattamente come quando si dice vaffa o giornata di m. Trovo irresistibili le parolacce e forse mi piaceranno anche questi quaranta che, se proprio devo censurare, preferisco accorciare nei “Qua”. Domani entro nei “qua”, nell’adesso, nell’ora, delle cose che accadono senza guardare al passato e senza aspettare il futuro. In questa fase dell’adesso e dell’ora, non so che desiderio esprimere soffiando sulle candeline che non soffierò, i desideri prevedono una proiezione, un piano e io al momento non ho piani. Continuo a credere che i piani siano una scorciatoia per far sembrare la vita meno ripida. Non possiamo fare che invece di un grande desiderio per 365 giorni, io possa esprimere 365 piccoli desideri? Daysideri! (anche nei Qua posso resistere a tutto tranne che ai neologismi).

La mia amica Giada mi ha parlato delle bambole Daruma, delle statuine votive giapponesi che hanno il volto stilizzato di un anziano con gli occhi bianchi. La tradizione zen vuole che si colori di nero un solo occhio nel momento in cui si esprime un desiderio e poi si proceda a riempiere la seconda pupilla nel caso si avveri. Così ho passato in rassegna le mie bamboline Daruma immaginarie. Prima quelle che mi fanno l’occhiolino dalla mensola, ironiche, a ricordarmi le mie passioni passeggere, le brucianti necessità che si sono esaurite in una manciatina di cenere e in uno sbuffo di fumo, le preghiere che (grazie al dio delle preghiere inascoltate) non hanno avuto seguito. Poi quelle che mi fissano, a palpebre spalancate, con le loro pupille nere, come solo i sogni che si avverano sanno fare, a dire: e ora cosa ci fai con noi? Mica ci lascerai qui a prendere polvere? No, piccole bamboline Daruma rompicoglioni, non vi trascuro.

Nei Qua, più che desiderare cose nuove, mi piacerebbe avere cura di quelle che ho. Nei Qua c’è da lavorare, magari senza faticare troppo, lavorare in gruppo, con chi mi vuole bene. Presidiare, difendere, costruire. Anche attraverso le critiche, ma con dei distinguo. Ci pensavo ieri alla differenza tra criticare e muovere una critica. Sono tempi questi in cui si critica anche apertamente, con il solo scopo di grattare via uno strato di sicurezza dell’altro. Criticare come scorticare. Muovere una critica invece implica un’azione mirata, circoscritta e articolata, si muove una critica su un tavolo condiviso, una scacchiera, dopo la mossa sta all’altro aspettare, meditare, capire e rispondere. Nei Qua voglio scorticare e farmi scorticare meno e capire di più. Non so voi, ma io sarei anche stanca di tutta questa carne al vivo. Nei Qua voglio fare come fanno gli adulti. Ecco, nei Qua vorrei che non mi chiamassero più ragazza, né signora, ma per strada mi fischiassero: “ma guarda che gran bel pezzo di adulta!”.

Illustrazione: Letizia Rubegni.

40310778_1381790081923556_1424253593925451776_n.jpg

Standard

L’entroterra degli occhi.

In vacanza in un piccolo paese di montagna il tempo che devo trovare durante l’anno, per stare con i bambini, per leggere un libro, per fare una passeggiata, si rovescia. Qui è il tempo a venirci a cercare e ci trova giusto un paio di volte al giorno, per pranzo e per cena. È un tempo che segue logiche tutte sue. Il ritmo di una mamma che spinge avanti e indietro la carrozzina del figlio per farlo addormentare e sembra aver imparato la costanza dell’eterno ritorno dalle onde del mare. Le campane della chiesa che tacciono di notte, per non turbare il sonno dei giusti. Gli anziani che misurano la loro vecchiaia in “guarda come si è fatta grande!”, ogni volta che vedono una bambina diventare ragazza e poi donna da un’estate all’altra. “Come si è fatta grande”, come se crescere fosse una scelta.

Sono stata con mia madre, ci siamo fatte grandi anche noi. Il tempo ha l’incedere zoppicante del suo passo, mia madre cammina a fatica, ma cammina. Una mattina, in giro per il paese, ha incrociato una signora claudicante come lei, una bella donna con i capelli freschi di piega, di quelle che vanno dal parrucchiere una volta alla settimana. Si sono guardate e, come spesso accade agli escursionisti nei sentieri in quota, si sono riconosciute come simili, solo che invece di salutarsi con un gesto, hanno alzato i bastoni tutte e due e li hanno incrociati in aria, ridendo. Io non amo la retorica della resilienza, trovo che come tutte le parole di moda se ne sia abusato, però se c’è un’immagine che possa sintetizzarne il senso riguarda quelle due spadaccine che ridono e poi riprendono il loro percorso senza aggiungere una parola.

Dopo la montagna, il mare. Quest’anno ho attuato la strategia della mamma paguro. Il paguro fa la casa nei gusci altrui e io nei secchielli altrui. In pratica evito la fatica di portare con me palette, rastrelli e il resto e mi impossesso di quelli dei vicini d’ombrellone con stile. Non che rubi ai bambini, ci mancherebbe, ma investo nella socializzazione dei miei figli: “andate a fare un bel castello con gli amichetti che hanno il necessario per finire i lavori della Sagrada Familia”. Strategie per vivere meglio, si impara.

Per il resto sto con chi amo, corro, scrivo, quando non scrivo guardo, mi domando se le persone siano felici. La gente felice la riconosci perché non te lo dice, ma ha questo sguardo limpido, presente. Poi ci sono gli altri. Un passaggio di una poesia di Franco Arminio dice “sono la parte nascosta del mio sguardo, l’entroterra dei miei occhi”. Una giovane donna accanto a me in spiaggia me lo fa tornare in mente, punta ai bambini che si muovono in acqua, sono i suoi, c’è anche un uomo con loro, anche lui è suo, ma non lo sembra più. L’eco dell’altrove la chiama. Forse l’eco di un amore che non si può pronunciare, un amore segreto, in ginocchio sui ceci, che non sta scritto sui campanelli, né inciso nel cerchio degli anelli, un amore che non è invitato alla tavola di Natale, un amore che non sa dove stare, che non porti al mare, che non porti all’anulare, è escluso dai girotondi dei bambini, un amore che piega le gambe, smaglia le calze, un amore fuori dai quieti confini. Eppure sta lì, rivolta al mare, nel suo presente fatto di tante piccole assenze. Di pensieri con il doppiofondo.

Chissà cosa c’è nell’entroterra del mio sguardo. Borghi poco frequentati, la sensazione di essere salvi per miracolo, sempre, mentre crollano i ponti e le dighe di rabbia. Ci sono le vite che non ho portato a termine, perché avevo questa da portare avanti. Ci sei tu. C’è tutto quello che mi ha condotto davanti al mare e davanti al mare non resta che salpare.

Foto: Susanita

37388580_10156640585576392_7768657555613548544_n.jpg

Standard