Soffro di insonnia e di femminile irritabile.

Che bella l’insonnia in gravidanza. Che bello desiderare la posizione orizzontale ogni momento del giorno, ma ritrovarsi con gli occhi sbarrati dei lemuri alle due di notte. Ore piccole le chiamano. Ore in cui tutto si miniaturizza sotto il tuo esame distorto: il tuo conto in banca, la voglia di fare, il letto matrimoniale ripieno di figli e io ripiena a mia volta, la vescica. Solo le ansie sono enormi, insormontabili, come le vergogne, le invidie provate e ricevute, perché alla fine l’invidia è democratica, siamo tutti il Mozart di qualcuno e il Salieri di qualcun altro. Sono enormi i sospesi e pure le rese. Non bisognerebbe mai rileggere la propria vita durante le crisi di insonnia, è come riascoltarsi in un vocale, la tua voce ne esce sempre male. La notte porta consiglio se dormi, se sei sveglio la notte porta pensieri di merda, zanzare, caldo torrido e gatti anziani che litigano in cucina.

 

Mi alzo. Accendo la tv e guardo la ottantinfinitesima replica di Quattro ristoranti. Ne sono ossessionata. Mi fa venire un nervoso quando Borghese infila il suo ditone nella cappa delle cucine e lo tira fuori ricoperto di petrolmerda. E mi fanno venire il nervoso pure i ristoratori che con aria colpevole annuiscono depressi. Empatizzo con questi minchioni, che dopo l’ottantinfinitesima edizione non hanno capito che tre cose fa Alessandrone nostro: controlla la cappa, controlla che non ci siano coltelli appesi al magnete e verifica che le cucchiarelle di legno siano bandite. Minchia come lo fanno incazzare le cucchiarelle di legno! Se mi rimetto a dormire ora la mia cappa mi verrà a perseguitare per il resto della notte. Quindi spegno la tv e controllo il telefono.

 

Sulla timeline di facebook qualche strascico dell’affaire M&M, Murgia-Morelli. Leggo un articolo esaustivo “il vero volto di certi cattivi maestri” su Esquire. Mi sa che lui ha notti più faticose delle mie al momento e di nuovo empatizzo, anche con questo minchione, mi imbarazzo per lui. Cioè, non voglio infierire, ma maestro di che, mi chiedo? Della corrente psicanalitica del GRAZIEALCAZZISMO? Approfondisco con alcuni pezzi della sua produzione manualistica. Sei triste? È perché non trovi la felicità dentro di te. Dice. Graziealcazzo Raffaele “Meme” Morelli. Scommetto che la trovo riposta tra il femminile e le Birkenstock. Ti è proprio andata male, perché capita che questo sia un periodo in cui le donne hanno il femminile irritabile e quindi faccia scalpore la frase sulla seduzione, che è una cagata intendiamoci, ma comunque detta da un rispettato professionista che insegna felicità for dummies, con terapie di gruppo dove si fa cantare ai depressi “sei felice e tu lo sai batti le mani”. Io ho irritabile un po’ tutto e mi sono sempre rifiutata di essere la donna e soprattutto la persona a cui si rivolgono quelli come Morelli, preferisco prendermi per il culo da sola (arte in cui sono ottima maestra) piuttosto che farmi prendere per il culo dai professionisti.

 

Sulla seduzione, sulla femminilità e sulla bellezza, posso dire che l’approccio dei bambini è sempre quello che preferisco. Se ho un bel vestito, per i bambini sono io con un bel vestito, se mi taglio i capelli sono io con i capelli più corti, se ingrasso, indovinate? Sono io con qualche chilo in più. Non c’è bellezza e non c’è bruttezza, c’è solo una specie di essenza ineluttabile.

È anche vero che Lorenzo, dieci anni, mi riempie di complimenti ora che sono incinta, penso che abbia colto una mia fragilità legata al corpo che cambia, alla paura di non tornare come prima. L’altro giorno mi ha detto “mamma, quando ti siedi e ti alzi lasci sempre sul divano un buon odore”. Mio figlio mi annusa il culo, è un pensiero inquietante, non mi aiuterà a dormire.

Mi rimetto a letto, la mia cappa è un disastro, ma le ore si fanno più grandi, come Marta nel lettone e l’altra bimba nel pancione. Una piccola preghierina prima di dormire: abbiate cura della vostra femminilità, ma soprattutto della vostra intelligenza. Tra l’altro le due cose si trovano proprio vicine, da qualche parte tra il senso dell’umorismo e le Birkenstock.

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foto: Susanita

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L’unico parto non naturale è quello che fa sentire la madre inospitale.

Tu che mi guardi dentro chissà se ti piace quello che vedi, se dormo sul fianco giusto, se hai abbastanza spazio, se il ritmo del mio cuore è di tuo gusto. Stai seduta a testa in su e di girarti non ne hai la minima intenzione. Mi hanno spiegato che possono farmi la mossa tricche tracche, appendermi come una salamella, posso convincerti a parole, cantarti una canzone, ma onestamente non mi va di romperti troppo i coglioni, se ci vorrà il cesareo, avrai le tue buone ragioni.
Sono anche stufa di questa distinzione che ci accompagna per tutta la vita, tra normale e irregolare, tra naturale e artificiale, tra spontaneo e medicale. Già dal concepimento, nel parto, nell’allattamento, con l’effetto di sviluppare un senso di colpa in chi non ha un corpo abbastanza adatto, reattivo, animale. L’unico parto non naturale è quello che fa sentire una madre sbagliata e inospitale. Quindi tu fai un po’ come ti pare.
Ho capito questo, che l’amore va lasciato respirare, non fa bene stargli addosso, a programmare e analizzare. Io invece, a parte quello per i figli, l’ho sempre messo in discussione l’amore, l’ho guardato sotto la lente, al sole, questo insetto sconosciuto, strano, con il rischio di bruciargli le ali e non farlo più volare. Non stavo affatto male a prendermi cura delle mie malinconie, a coltivare ricordi e attese, nel mio orto delle nostalgie. Però vuoi mettere adesso invece? Adesso invece sono felice. Mi viene quasi da dovermi giustificare: giuro che non ne avevo nessuna intenzione, non era nei piani, mai acquistato un manuale, a me piace la musica strappacuore.
Però se è successo a me, che non ho un briciolo di predisposizione, nessun talento per il per sempre, cioè se è successo a me, che non ho mai imparato da un errore, sono la dimostrazione che la vita fa davvero come vuole.
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Lo stato interessante delle cose.

Come va? Ci sono giorni che mi sembra di avere un esubero di culi, due o tre culi in più almeno, altri giorni che mi sento leggera e piena di energie, poi di nuovo mi sveglio e ho la circolazione a puttane, il raccordo anulare sulle cosce, la viabilità di Bogotà sulle caviglie, la cellulite sotto la pianta dei piedi, il pluriball plantare. Continuo a non essere positiva alla toxoplasmosi. Cosa incredibile perché negli anni, tra una gravidanza e l’altra ho mangiato fegato crudo con fave e un buon Chianti per togliermi sta rottura di coglioni di lavare tutto con amuchina e bicarbonato, sono diventata gattara frequentatrice di specie cimurriche selezionate nei peggiori gattili di Caracas. Niente di niente, se la bimba nascerà con una voglia di speck in fronte, sappiamo il motivo. Per il resto sono stata ecografata, testata e tutta tamponata, mi hanno analizzata in ogni pertugio e il prefisso anal non è un caso. Sto bene.

Io (e tutti quelli che con me partecipano al se prima eravamo in tre a ballare l’alligalli adesso saremo in sette a ballare l’alligalli) sono splendidamente impreparata e insieme molto saggia. Anche perché ora so che metà delle cose che ti cercano di vendere in gravidanza non servono a un cazzo, tipo la vaschetta per lavare il bambino sotto il fasciatoio da camera. Ma che optional è? Che poi devi andare al pozzo a riempirla, ci immergi il piccolo inzaccherando il parquet della camera e poi ti tocca riportare il brodo primordiale a uno scarico, facendo la doccia al gatto. Non mi preoccupa nemmeno l’aspetto viabilità. Che compri? Il trio, il duplo, il truplo, l’ambo, il bingo, quello con le ruote larghe così puoi andarci a fare i freni a mano? Ci sono passeggini cari come il trono di spade a rotelle. Culle così grandi e di design che appena il neonato non ci sta più, puoi ammortizzare la spesa e farle diventare carretti vintage per gelati. Noi dobbiamo andare a riprendere i passeggini di Marta e Lori nel garage dei miei suoceri (ho davvero un numero ragguardevole di suoceri per non essere mai stata sposata), ma stiamo procrastinando. Ieri abbiamo realizzato che in auto non ci staremo più, compriamo un sessantotto barrato tutto per noi? Ma no, perché? C’è sempre l’adolescenza alle porte, c’è sempre la possibilità che inizino a odiarci tutti e che non vogliano più stare con noi.

Poi c’è la dottoressa gentile:  Ma guarda magari prima del covid ci avrei anche fatto un pensiero, ma ora davvero dopo lo smart working e lo smart schooling mi stai proponendo lo smart puerpering? Ma col cazzo! Che sono ancora scioccata per aver preso solo otto nella verifica d’arte di Lorenzo sul “vaso fenicio”. Vi assicuro che mi ero molto applicata, era un bellissimo vaso fenicio.

Un’altra certezza che ho e di non voler approfondire il rapporto con la mia placenta e no, non la userò per fertilizzare un melo nelle notti di luna piena in segno di armonia con la natura. Per il resto mi sono molto ammorbidita: Mi vuoi toccare la pancia, tu passante che hai preso una laurea in ostetricia nell’università della strada? Fallo. Vuoi sentire se è matura battendoci le nocche come un melone? Fallo. Vuoi indovinare il sesso? Fallo. Che pancia tonda è femmina vero? Sì, esatto! Guarda come è alta, è maschio? Certo, è maschio, c’ha un pisello così, superdotato, come desideri, basta che ti faccia simpatia e io sono a posto. È una pancia imponente, non c’è dubbio. C’è sempre una mano zozza dei miei figli appoggiata sopra, me la ungono loro, non ho manco bisogno dell’olio di mandorle. Dall’ombelico in giù non vedo più nulla da un mese, non è bello per una donna perdere di vista i propri organi genitali, allora interrogo uno dei miei bambini che passa di lì: come ti sembra? Mah, per i tuoi standard, mi pare tutto a posto, mi ha detto Marta ieri senza troppa convinzione. Mi chiedo quali siano i miei standard vaginali, ma è meglio non indagare troppo. Guardiamo insieme come cresce la sorella in quei siti per puerpere ansiose dove il nascituro è paragonato a un ortaggio: oggi mamma sei alla ventottesima settimana e il tuo piccolo è una lattugona con il naso! Oggi mamma entri nella trentesima è stai crescendo una melanzana con i testicoli. Ma a parte tutto questo amniopinzimonio, siamo appassionati delle rubriche Dalla parte del papà. Dove gli uomini vengono descritti come dei dolci decerebrati, dei sorridenti quokka con la patente, la cui funzione è soprattutto quella di tenersi pronti per portare l’amata in ospedale.

Per il resto ho dimenticato il brutto e ignoro ciò che verrà, è piacevole e sto a un metro dalle mie paure. Non è che non ci siano eh, è più un salvifico distanziamento sociale. Paura dei momenti di buio che quando si dà alla luce una vita sai inevitabili; paura di non essere abbastanza, anzi di non averne abbastanza per tutti, abbastanza cosa? mi chiedo poi. Abbastanza bellezza è la risposta che riesco a darmi. Non ho paura di farmi il culo, questo no, di culi ne ho sviluppati un paio d’avanzo per l’occasione: ah la natura che meccanismo perfetto! Nonostante io sia una madre fuori corso (preparto soprattutto), non c’è meno casino dentro me rispetto a un tempo, siamo sempre in tante qui dentro, tante voci, tante me, però abbiamo imparato a non assembrarci, diciamo che al momento siamo tutte ricongiunte, intorno alla luce, intorno al futuro.

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foto: Officina Calze Lunghe

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Le certezze che non intendo minare.

I fagiolini vanno puliti a mano, senza coltello, perché altrimenti non togli il filo.

Il coltello a destra la forchetta a sinistra e Csaba suca. Che poi una stronza come quella che ti fa le pulci al centrotavola non la inviterei manco a prendere un rosolio.

A casa c’è sempre carenza di mollette, calzini, cuscini, cucchiaini. Ma abbondanza di balsamo e shampoo. Ricorda: a fare schifo non sono i tuoi capelli, ma i prodotti che scegli.

Non è mai troppo il tempo che passa tra la prima sveglia che hai spento e i piedi sul pavimento.

A un uomo che ne capisce di vino, preferirai sempre quello che sa aprire la birra con l’accendino.

Ti piacciono quelli gentili, che al bar si appoggiano al bancone, ma che sanno stare al posto loro con le parole.

Detesti chi non sa presentare le persone. Che tu resti lì, in silenzio a sentire una conversazione, come un coglione, sorridi, annuisci. È un’arte quella del presentare, un gesto d’inclusione. “Vi conoscete?”, “No?”, “Lei è… lui è… Se prima parlavamo in due, adesso parliamo in tre”.

Odi chi risponde di fronte ai consigli “non puoi capire, non hai figli”. A prescindere dall’ intenzione di procreare del proprio interlocutore, la risposta corretta è “tu non hai i MIEI figli”, non “tu non sei genitore”.

Entrando nel personale: si dice lasciare qualcuno. Ma la verità è che quando ho chiuso definitivamente una storia, un’amicizia, una collaborazione, so che chi lasciavo ero solo io, quella me stessa che trovavo ormai insopportabile, la me di cui mi ero totalmente disinnamorata. Ciò che più mi infastidiva nell’altro era la mia voce, i miei discorsi in tondo, la mia voglia di litigare senza sapere perché e senza possibilità di resurrezione.

Non credo ai cuori di pietra, anche la pietra a una certa temperatura diventa lava. Lo so perché l’ho visto accadere.

Dietro a un brutto modo di fare c’è quasi sempre una storia, un percorso doloroso da capire e raccontare. Se uno c’ha il palo in culo è spesso perché qualcosa è andata storta in qualche salto in alto della vita. Nonostante questo mi avvalgo del diritto di non indagare, di quella favolosa reciproca facoltà di archiviare le persone che ti fanno, con tutto il rispetto, semplicemente cagare.

Quando abbiamo scoperto che eri una bambina, tuo padre mi ha detto che in te mi avrebbe cercata, vista crescere, diventare adolescente, ragazza, donna, a partire da neonata. Una gran bella dichiarazione, lui parla poco d’amore, ma quando parla ogni volta mi sposa. Però io ti vorrei diversa, ti vorrei una smentita della mia vita. Vorrei soprattutto che non cercassi come me la soddisfazione prima della serenità, che sono due cose ben distinte. La soddisfazione ha molto a che fare con se stessi, con un rapporto intimo e travagliato con le proprie paure e i propri limiti, prevede il tormento. La soddisfazione dura poco e ti lascia affamata e subito vuota. Vorrei che sentissi e accettassi che la vita e l’amore non ti dovrebbero prendere né perdere per sfinimento. Se trovi la persona con cui è perfetto dormire, puoi anche evitare di sognare. Per una volta abdicare alle fantasie e affidarsi al reale.

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Autocertificazioni a caso, per non perdere la mano, in vista della fase tre.

Dopo lunga frequentazione, autocertifico il mio rapporto complicato con la casa. Abbiamo bisogno di un periodo di pausa io e lei. La mia casa mi odia, mi rinfaccia continuamente la mia poca devozione, la mia mancanza di attenzione, la mia ostinazione nella procrastinazione. È che ragiono male. All’inizio della pandemia, l’acqua calda della doccia ha cominciato a uscire a singhiozzo. Due cose potevo fare: chiamare mister Giancaldo il signor dello Scaldabagno oppure abbozzare, ovvero aprire simultaneamente anche il rubinetto della cucina per far funzionare quello del bagno. Per due giorni mi sono compiaciuta del mio ingegno, io non ho bisogno di Giancaldo il signore dello Scaldabagno, io ho il genio italico dell’approssimazione. Solo che dopo due giorni l’escamotage non funzionava più, per convincere l’acqua calda a scendere dovevo anche piantare due botte al termostato della caldaia, fare un salto e farne un altro, fare una riverenza, fare una penitenza. Giancaldo t’ho fottuto anche stavolta, ho pensato. Ma come dice il proverbio: chi fa da sé fa schifo. E infatti per convincere l’acqua a scaldarsi non bastava più aprire il rubinetto in cucina, dare due botte sul termostato, fare riverenza e penitenza, dovevi anche sbattere tre volte l’anta del frigo, del freezer no, perché quello è murato dietro uno strato di ghiaccio spesso cinque centimetri, sotto c’è nascosta la moglie della mummia Otzi, è lì dal ‘91. Ad oggi, in questo domino di pezze e accidia casalinga durata due mesi, per fare una doccia devo scendere al pozzo o alla fontana di quartiere, far bollire l’acqua e versarmela addosso con l’annaffiatoio.

Autocertifico di aver bisogno del contatto umano, perché sono una disadattata digitale. La burocrazia on line mi ha sfranta. Perché ho aspettato 8 anni per avere un altro figlio, dopo Marta? Perché non ho mai trovato un uomo adatto? Perché non mi sono mai davvero innamorata prima? Forse. Anche. Ma principalmente perché ero terrorizzata dalle procedure INPS per la richiesta della maternità. Si dimenticano i dolori del parto, ma i dolori della modulistica INPS no, quelli te li ricordi tutti. E così mi sono dovuta misurare con i pin perduti. Hai scordato la password? Sì, ho scordato la password. Ma allora noi te la rimandiamo via mail. Su quale indirizzo e-mail? Quello che avevi fornito anni fa. Era la mail di lavoro, quel posto di lavoro non esiste più, niente più casella postale quindi. In otto anni cambiano tante cose, cioè non sono riuscita ancora a mettere la lampadina dello sgabuzzino, ok, ma questa è un’altra storia. Vorrei parlare con un operatore, vorrei vedere una faccia amica, muoverla a pietà, sono brava a fare pena dal vivo. C’è un numero verde, ma funziona solo da telefoni fissi a manovella prodotti prima della caduta del muro di Berlino, l’altro numero ti costa come una chiamata in Nuova Zelanda. Vada per la Nuova Zelanda. Ti mettono in attesa, parte la serie di opzioni: se vuoi parlare con un operatore resta lì, se vuoi ascoltare Love Me Tender componendolo tu stessa con i tasti del cellulare digita 1 6 3 6 9 2 9 6 3 2 3 6, al giusto ritmo. Alla fine ti mandano il nuovo codice a puntate: la prima parte del pin sostitutivo sul numero del cellulare, la seconda parte sulla casella di posta che avevi nel 1997 enrichettabaristaprovetta@yahoo.it, poi c’è la terza parte, la vendetta del pin, che trovi sulla tua mail attuale. Devi ricomporre tutto e aggiungere il risultato di questo test:

1+4=5

2+5=12

3+6=21

8+11=?

Un parto. L’ultimo, poi vado in menopausa, INPS te lo giuro. Anzi guarda, non trombo proprio più, per sicurezza.

Autocertifico la meraviglia dello stare con i figli, sempre, mi meraviglio di quanto sappiano essere svegli, ma mi meraviglio anche di quanto sappiano essere rincoglioniti. Basta guardare il mio primogenito che decide di mangiare delle fragole. Apre il frigo, butta giù le banane, mette su tre banane rovescia uno yogurt mezzo aperto per terra, pulisce lo yogurt caduto per terra con il gatto che passa di lì, tutto con una mano sola, perché nell’altra tiene sempre un oggetto a caso, non lo molla mai, al massimo se lo pinza sotto il mento, cosa che gli garantisce anche una consona espressione ebete durante tutta l’operazione. Mentre mangia le fragole il frigo resta aperto, ma in compenso esce l’acqua calda dalla doccia.

Autocertifico che al momento non sono positiva e nemmeno ottimista. Come mi ha fatto notare un giorno un caro amico, l’ottimismo è sopravvalutato, la gente peggiore di questo mondo è ottimista, non ci sarebbe guerra senza ottimismo, senza essere sicuri di vincerla, la guerra. Conosci qualcuno più ottimista di Hitler? Io non faccio la guerra, la perderei, gli ottimisti combattono, le allegre pessimiste resistono, mettiamola così.
Quindi autocertifico che no, non è andato tutto bene. A tal proposito sono stata chiara fin dall’inizio e infatti non avevo promesso ai miei figli che sarebbe andato tutto bene, ma ho giurato che ovunque saremmo andati (ai pazzi soprattutto), ci saremmo andati insieme.

(Autocertifico infine di odiare il lievito madre, che si è beccato tutte le attenzioni in questa pandemia, firmato: una madre che lievita e schiuma da mesi).

foto: il lievito Madre di Susanita 

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Beata ignoranza (un post per prenderci un po’ per l’homeschooling).

Ci sono cose che non volevi sapere della scuola. È caduta la quarta parete, i ruoli sono confusi, non si capisce dove finisce la maestra inizia il genitore continua l’alunno, in una cordata dove tutti hanno bisogno di un insegnante di sostegno. Tu hai bisogno anche di un bidello, non pensavi ti sarebbero mancati così tanto i bidelli, che non ti facevano entrare a scuola, che ti trattavano come un’intrusa. Che tempi meravigliosi, quando ti costringevano a restare sulla porta e salutare la prole giusto con la manina ciao ciao e via. Ora da casa vediamo troppo, tutto, a volte ridi a volte ridi per non piangere, ascolti conversazioni degne di Jonesco, passi le giornate a fare lallalalalala con le mani sulle orecchie per non sentire, per non paragonare i tuoi figli ai figli degli altri, per non fare battute in diretta come quando ti facevi sbattere fuori dalla classe con la tua migliore amica alle superiori.

Vorresti tornare all’alternanza, a quel bel vedo non vedo di un tempo, rivuoi le piacevoli illusioni, rivuoi la maledetta pillola blu di Matrix, vuoi tutto così tanto che a settembre la quarta parete la ricostruirai tu a mani nude, con la malta della tua disperazione e il cemento delle tue bestemmie. Perché imprechi, imprechi molto. Tipo alla quarantesima scheda da stampare, quando è evidente che in pochissimi a casa siano dotati di stampante, cominci a sentirti giù di toner, anche perché i piccoli amanuensi che hai per figli piuttosto di copiare un’altra riga si mangerebbero il quaderno spolpando gli anelli come ossobuchi. Ma poi che problema hanno le mani dei bambini? Perché sono sempre sporche, nere e sudaticce? Tu le lavi le lavi e dopo due minuti sono ricoperte da uno strato di petrolmerda, pronte per vidimare con il timbro della devastazione il prossimo foglio. Perché su Focus fanno ottocentosessanta documentari sui nazisti, sugli egizi nazisti, sugli egizi nazisti alieni e nemmeno una parola sulle manimmerda dei nostri amati ungulati?

Eppure ridi, ridi tantissimo. Hai le tue preferenze tra i compagni dei tuoi figli. Giambeppe lo ami, come non amarlo? Durante una lezione on line sugli insetti, la maestra chiede di fare alcuni esempi. Avendo esaurito zanzare, mosche e compagnia ronzante, a Giambeppe, ultimo nell’elenco, non viene in mente niente. E allora lei comincia a dare suggerimenti come una Clerici che offre l’aiutino: “Spesso entrano in casa, fanno un po’ impressione e puzzano tantissimo” (le cimici, intende la maestra). E Giambeppe, il mio amato Giambeppe, sentenzia: i piedi.

Ridi tantissimo anche con il tuo ex, quello che si è smazzato la prima parte della quarantena con i bimbi in campagna, insieme a nonni e zii e poca connessione, quello che ha impostato le video lezioni, ha cercato di barcamenarsi in chat senza menarsi con nessuno. L’ha fatto seguendo il protocollo di famiglia, ovvero la ratio a catzio. I bambini non hanno più quaderni su cui scrivere? Facciamo i compiti sulla condensa dei vetri. Non hanno più penne? Usiamo il rossetto di nonna. In realtà è stato bravissimo, ma quando ti ha riportato i bambini ed è stato il tuo turno di entrare nelle piattaforme, comprendere la suddivisione delle materie, eri impreparata. Così avete deciso di smezzarvi la burocrazia a distanza, tu dalla città, lui dalla campagna: tu fai le foto dei compiti e lui le carica sul portale in modo che le insegnanti possano correggere tutto ed è subito E.R.: Ci sei? CARICA? LIBERA! CARICA? LIBERA! LA STIAMO PERDENDO, LA CONNESSIONE LA STIAMO PERDENDO!

Quando finalmente comprendi tutte le funzioni di classroom, ti rendi conto che i bambini non hanno rispettato nessuna consegna di religione. E lì riparte Jonesco:

– Padre dei miei figli, hai notato che i nostri ungulati della tribù delle mani nere, Alzata con pugno unto e Due Calzini Puzzolenti, non hanno fatto niente di religione?

– Religione? Quale religione? Non fanno alternativa?

E questo la dice lunga sulla nostra organizzazione punkabbestia e sull’inefficienza dei servizi sociali che non hanno ancora bussato alla nostra porta.

Tra le esercitazioni di religione che bisognerà recuperare al più presto si nasconde un paradossale capolavoro. La punizione per te che un tempo hai scritto un post intitolato “I lavoretti di merda dei bambini” che tanto fece innervosire le mammine e le nonnine e le maestrine pancine. In pratica la richiesta è quella di fare a casa un manufatto per la festa della mamma. E tu sai come andrà a finire quest’anno, che Alzata con pugno unto e Due calzini Puzzolenti, dopo essersi impiastricciati di colla ed essersi appiccicati addosso tutti i gatti di pelo che rotolano nella vostra casa carente di bidelli e pulizie giornaliere, fuggiranno via felpati come kiwi. E tu allora ti ritroverai nottetempo a finire il lavoretto per la tua festa, a scriverci “Sei la mamma migliore del mondo”, a fotografarlo a “Caricare e liberare” sulla piattaforma e finalmente a buttarlo nel cesso a cuor leggero. Con buona pace delle mammine e le nonnine e le maestrine pancine, siete le uniche che si meritano l’homeschooling.

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Abbiamo arredato il tunnel. E ora?

Se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo e noi così abbiamo fatto. Lo abbiamo arredato, ci abbiamo fatto yoga dentro, cucinato le nostre pizze, il nostro pane e tutto il matriarcato dei lievitati, i nostri figli ci hanno fatto lezione, perché è un tunnel con connessione, chi poteva ci ha fatto l’amore tra talpe. Abbiamo preso persino il sole. Di mattina esponendo le braccia attraverso l’abbaino del bagno, il pomeriggio con un gioco di specchi e di rimbalzi abbiamo fottuto i raggi ai vicini con un cd appeso alla finestra, come si faceva per fregare l’autovelox in macchina (no, non funzionava, lo so).Ora si intravede la luce ma sappiamo che non c’è nessun eden ad aspettarci, se ci va bene c’è una stradina in salita, impervia e faticosa. Lo scopriremo. Per ora ho bisogno di fare il punto e fare anche dei distinguo, sull’al di qua e sull’al di là del tunnel.

Ho letto che gli adolescenti stanno reggendo (hanno retto) benissimo la clausura: bravi ragazzi, dico io, sono una vostra fan, da sempre. Però poi ci penso e soprattutto penso ai tre tormentoni di mia madre, quando avevo quattordici anni.

  1. Sei verde, vai a prendere un po’ di sole.
  2. Vai a fare amicizia con il vicino di ombrellone, sembra simpatico.
  3. Non puoi leggere libri o vedere film tutto il giorno, esci.

Se fosse capitato il Coso19 a quattordici anni credo che avrei saltato di gioia. Sto a casa buona buona e mi fanno pure i complimenti. L’adolescenza me la ricordo come il momento in cui la resistenza al cambiamento si fa più alta, proporzionale alla velocità in cui si cambia. È un periodo di chiusura alle relazioni, di timidezze fuori e spavalderie dentro le mura di casa. Ma si cresce sperimentando, facendo esperienze e superandole, nella comprensione dell’essere all’altezza. All’altezza di cosa? Dell’altro, che non è un altro immaginario, mediato dalla propria fantasia, da uno schermo, è un altro di gesti, di gusti, di facce e di espressioni; un altro che più lo vedi da vicino, meno fa paura. È il momento di misurarsi, con se stessi in primo luogo, se non ti misuri purtroppo non prendi coscienza della dimensione delle tue capacità e nemmeno in che campo vuoi svilupparle quelle capacità. Quindi sono contenta che i ragazzi stiano reggendo, ma non vedo l’ora di risentire quel sei verde – vai a fare amicizia – non puoi stare davanti a uno schermo tutto il giorno – esci.

Allo stesso modo leggo che anche noi adulti siamo stati bravi, che abbiamo retto bene, facendo rete attraverso la rete. I detrattori dei social sono stati smentiti, questa è la vulgata. La tecnologia ci ha tenuto connessi con il resto del mondo, con il lavoro, con la scuola. Forse è vero, ma si è generata una situazione paradossale: abbiamo completamente sdoganato una dipendenza. Io abuso della tecnologia, è un dato di fatto, la uso per lavorare, per scrivere, per farmi leggere, per distrarmi, così tanto che non so più da cosa devo distrarmi. Mi do delle regole, mi ripeto mentalmente le frasi che mi diceva mia madre, mi maledico ogni volta che mi viene l’istinto di controllare il telefono quando sto guardando (guardavo) un film al cinema per esempio. O quando sono (ero) a cena con amici. Mi spaventa che la dipendenza sia socialmente incoraggiata. Al momento abbiamo fatto del nostro meglio? Ok, ma non riesco a convincermi che sia il nostro bene.

La quarantena ha estremizzato e insieme avallato i nostri peggiori circoli viziosi. Il bombardamento di notizie a cui siamo stati sottoposti è stato estenuante e alla fine controproducente, perché ancora una volta ha confuso opinione e pensiero. Per il pensiero ci vuole tempo, cultura e lucidità. Per l’opinione ci vuole una fonte che si ritiene attendibile e la fretta di farsi una ragione delle cose per avere ragione sulle persone. Per usare un linguaggio caro alla tecnologia, il vecchio processo acquisizione dei dati – elaborazione dei dati – distribuzione dei dati è saltato, si passa direttamente dall’acquisizione alla condivisione senza una vera interiorizzazione. Perché poi bisogna acquisire altri dati per condividerli ancora. È come nel sonno rem, quando si vedono gli occhi sfarfallare da sotto le palpebre, ecco lo facciamo, ma da svegli… sulla questione Covid è difficilissimo sviluppare un pensiero, è tutto annebbiato in questo sogno vigile lungo due mesi.

Un altro comportamento viziato che la quarantena ha avallato è la confusione tra essere impegnati ed essere indaffarati. Ci lamentiamo da sempre della stanchezza, non quella bella e appagante che nasce da una vera fatica, no una stanchezza caotica, la stanchezza data da un lavorìo, non da un lavoro. È che già prima del tunnel si erano sovrapposti troppi piani, l’ufficio che insegue la scuola che insegue il tempo libero che insegue la voglia di tornare in ufficio per sfuggire dal tempo libero e dai figli. Il famigerato multitasking che ci rende semplicemente multistanchi, come ho già scritto altrove. Ora tutta questo lavorio si concentra in un unico spazio paludoso, un’unità di tempo e di luogo da tragedia greca dove scuola vacanza famiglia solitudini popolatissime si mescolano senza soluzione di continuità. E reggiamo bene. Reggiamo bene perché era in parte già così prima, speriamo non sia così dopo.

Tutto quello che è capitato è accettabile perché dettato dall’emergenza, abbiamo fatto del nostro meglio minacciati dal peggio, ma dobbiamo capire perché l’abbiamo fatto, quanto ci è costato, cosa ci può insegnare su chi eravamo e su chi saremo, altrimenti abbiamo solo obbedito e io invece non voglio obbedire che è il contrario di resistere.Voglio ricordarmi, perché lo spirito di adattamento fa brutti scherzi alla memoria, che la quarantena ci ha relegato ai domiciliari, ci ha addomesticato. Ma non siamo animali domestici, siamo animali sociali. La casa dovrebbe tornare ad essere quello che è: il posto dove tornare. Dopo aver fatto l’esperienza del nuovo giorno, dell’incontro, dell’imprevedibile. Appena sarà possibile scopriamoci bene e usciamo, andiamo a fare amicizia, non possiamo stare davanti a uno schermo tutto il giorno, che siamo verdi. La mamma ha sempre ragione.

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E ora qualcosa di qualcosa completamente diverso: gli effetti del porno sulla quarantena.

Pare che ci sia stato un boom di accessi ai siti per adulti in queste settimane di quarantena. Più nello specifico i giornali hanno titolato “porno on line schizza alle stelle” (mi compiaccio sempre dell’uso puntuale dei predicati verbali da parte dell’informazione). Non sono detrattrice della pornografia, mi interrogo solo sugli effetti che avrà tanta esposizione alla fantascienza sessuale, a cattività terminata. Pornhub dovrebbe specificare che i suoi contenuti non sono video tutorial, che è preferibile non rifarlo a casa se non si vogliono intasare i pronto soccorso con grandi contusi.

Quello che mi terrorizza nei porno non è ciò che fanno gli attori, ma l’intenzione che ci mettono. La gente se mangia, se mozzeca, se divora e idrovoreggia. Le donne alle prese in disquisizioni orali con questi poveri membri smaniano come Rubio che spolpa un ossobuco. Suggono forsennate, ci mettono tanta foga che ti viene da intervenire: “amica, anche meno o, per la legge dei vasi comunicanti, il poveretto sul letto sotto di te si ritroverà presto le lenzuola e tutto il corredo della nonna risucchiato tra le chiappe”.

Le tue certezze vacillano. Scopri che le metafore gergali che usi per descrivere cose che ti danno fastidio (quella persona è insopportabile come “una pigna in culo” o “un gatto attaccato ai coglioni”) corrispondono a una categoria di youporn, starai più attenta in futuro, ora sai che la tua fantasia lessicale non supererà mai la fantasia sessuale dei tuoi possibili interlocutori.

Le donne hanno le stesse funzioni di Baby Mia chiagni e fotti, solo che le copiose lacrime non escono dagli occhi, ecco. A comando fanno cose incredibili, pura micromagia. Hanno vagine capienti come valigie di Mary Po(m)ppins, come zaini di Decathlon, alcune testimoniano di aver fatto tutto il cammino di Santiago a spalle libere. Là sotto sono double face, fuori carine e coccolose come un Gizmo depilato, dentro aggressive, fantasiose e sadiche come un Gramlins dopo mezzanotte.

Se la camera stringe sui volti si direbbero tutte impegnate in una discesa su un ottovolante al luna park. Le fanciulle urlano, ridono, sembrano terrorizzate, vanno a testa sotto. Poi la camera allarga e non siamo al luna park ma all’Aquafan di Riccione. I francesi le chiamano femme fontanelle, fenomenali creature: dalla vita in su donne, dalla vita in giù annaffiatoi. Si accoppiano solo su divani ricoperti di cellophane. E qui mi si insinua il dubbio sulle nostre povere nonne, quelle che tenevano la plastica sulle poltrone perché il tessuto non si rovinasse. Zia Assunta era una squirter.

Comunque meglio gli attori professionisti che l’amatoriale neorealista della porta accanto, quello mesto dove ti distrai contando il numero di brufoli sul sedere di lui, anche in quarantena resta sempre la paura di trovarci qualche insospettabile, tipo la Gizmo non depilata della mia panettiera.

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Poteva andare peggio, potevi essere una rappresentante di classe.

Hai fatto Lettere, inserendo tutti gli esami merdosi per l’insegnamento nel piano di studi tipo latino scritto e orale. Non hai mai avuto nessuna intenzione di insegnare. Hai buttato i tuoi favolosi pantaloni a zampa, pensando che non sarebbero mai più tornati di moda. Hai fatto scelte davvero poco lungimiranti, hai pagato persino le tasse in anticipo quest’anno, che invece procrastinare si poteva. Ma ti guardi indietro e una decisione giusta l’hai presa, anzi ne hai prese due. Una durante la prima riunione delle elementari di Lorenzo, l’altra durante la prima riunione delle elementari di Marta.

Trattasi di QUELLA riunione, quando i genitori sconosciuti si guardano e si schedano, cercando di collocarsi vicendevolmente nelle rispettive colonne mentali dei buoni e dei cattivi. Questa capisce l’ironia: le sorrido. Questo prende appunti su tutto: o soffre della sindrome di Korsakoff e non possiede la memoria a breve termine o è lo psicopatico di Seven, nel dubbio ne evito lo sguardo. Questa ha appena domandato di quale marca è preferibile portare la carta da culo richiesta nel materiale scolastico: l’abbraccio, è un’insicura, poverina.

Tu durante QUELLA prima riunione hai sicuramente fatto qualche battuta che Korsakoff e l’insicura non hanno capito, hai probabilmente detto di essere un’amish, di aver rifiutato la tecnologia e quindi di non essere in grado di gestire una chat di classe. Al momento dell’elezione del rappresentante ti hanno presa tutti per una cretina, quale sei, ti hanno sorriso e depennata dagli abili al ruolo. Hai pronunciato allora la frase “qualunque decisione prendiate, per me è ok”, formula magica divenuta risposta standard a tutto. Vogliamo fare una cassa comune per le piccole spese: qualunque decisione prendiate, per me è ok. C’era l’intenzione di fare una cena di classe: hamburgheria e pizzeria? Qualunque decisione prendiate per me è ok. Volevamo fare un colpo di stato che spodestasse le maestre imposte dalle istituzioni per poi eleggerne di nuove democraticamente: qualunque decisione prendiate per me è ok.

Come rappresentante finisce per essere eletta quasi sempre una mamma esperta o un papà sprovveduto che si immola alla causa. Nel caso della mamma esperta è una donna di buona volontà che ha avuto già un figlio nella scuola e quindi conosce vagamente le dinamiche dell’istituto, una specie di lignaggio di sfiga e accettazione. Nel caso del padre sprovveduto è un uomo che pecca di ubris, non sa a cosa sta andando incontro e si ripete “che sarà mai?”.

Cosa sarà mai? Sarà che, nonostante tu non abbia l’utero, partorirai con dolore ogni decisione, amico mio, anche le attività collaterali come la raccolta soldi per i compleanni dei festeggiati della classe, l’acquisto del regalo per le maestre, ma se si fa alle maestre bisogna farlo anche alla maestra di religione? Ma chi non fa religione non mette la quota? Tipo se mio figlio non fa religione ma ha un buon rapporto con le bidelle, posso farlo a loro? Ma le bidelle non si chiamano bidelle, un po’ di rispetto, e via così sfumando. E questo in tempo di pace.

Perché poi succede che arrivino improvvisi i tempi di guerra. Ed è lì che un uomo e una donna dimostrano il loro valore, il loro coraggio, la loro tempra e le loro capacità di indomiti condottieri: è nella pandemia che il rappresentante di classe rivela la sua vera natura di eroe contemporaneo. Si guadagna una laurea ad honorem in psicologia, per la capacità di far fronte agli scleri incrociati di genitori e insegnanti; in ingegneria gestionale, in informatica e pure in scienze politiche. Tu intanto continui a fare schifo, al massimo proponi come esercizio di grammatica per i bambini la correzione dell’ortografia dei meme e delle catene di Sant’Antonio che arrivano sulla chat di classe. Questo è quanto hai da dire sulla continuità didattica. La continuità didattica è la parola d’ordine. La tua continuità la manifesti perseverando nella filosofia “qualunque decisione prendiate, per me è ok”.

Però le tue bandiere alle finestre sono tutte per i rappresentanti di classe, a loro vuoi dire: vi trovo sexy come Conte, più di Conte, vi trovo sexy come Alberto Angela alla Sanità. A voi dedico tutti i miei flash mob ai balconi, quando in onore della piattaforma più hackerata d’Italia dopo il sito dell’INPS, canto:

“Sarà capitato anche a voi
di avere una musica in testa,
sentire una specie di orchestra
suonare suonare suonare suonare, Zoom Zoom Zoom Zoom Zoom Zoom Zoom Zoom Zoom”.

A voi dico che non sarete mai pagati abbastanza. Come? Lo fate gratis? Allora niente, vi do solo un consiglio. Il prossimo anno, intorno a ottobre, quando ci sarà la riunione per l’elezione del nuovo rappresentante ecco ricordatevi:  #stateacasa e #viandràtuttobene.

Firmato: una pavida disertrice amish.

 

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Foto:Susanita ovvero come mi immagino finiscano le proprie giornate le rappresentanti di classe in questi giorni.

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Un figlio a 41 anni.

Avere un figlio a 41 anni, quindi da parecchio vecchia, è come rimanere incinta a 21 anni, quindi da parecchio giovane. Le reazioni degli astanti sono speculari e vanno dal “o madonna!” al “poretta, c’è rimasta”. A 21 anni lo comunichi ai tuoi genitori che sono terrorizzati dal dover fare i nonni, hanno paura per te che non ce la farai, per la coppia che non ce la farà, per loro stessi che non ce la faranno. A 41 anni lo comunichi ai genitori che sono terrorizzati dal non poter più fare i nonni, sono pur sempre i vecchi genitori di una vecchia madre, in più hanno paura per te che in coppia non ce l’hai mai fatta, non hai un bel curriculum, non puoi dargli torto. Lo comunichi agli amici che a 21 anni pensano “poretta, c’è rimasta, nessuno può scegliere di entrare nel tunnel dei bambini così presto”. Lo comunichi agli amici che a 41 pensano: poretta, c’è rimasta, nessuna donna sana di mente può scegliere di avere un figlio appena uscita dagli anni della peggiore infanzia e alle soglie della peggiore adolescenza. Lo comunichi ai figli, cosa che in effetti a 21 non puoi fare. La tua secondogenita ti chiede se abbiate intenzione di celebrare un matrimonio riparatore e nel caso si informa se lei potrà fare la damigiana d’onore. Hai voglia di bere. Lo comunichi al tuo ex, quello che fin qui aveva il monopolio procreativo su di te, che ti guarda incredulo: ha perso di vista le tue ovaie parecchio tempo fa, le credeva passate a miglior vita.
Iniziano gli esami, i test, le visite, tutti appuntamenti che servono a ribadirti quanto sei vecchia, miiiii se sei vecchia, cazzo sei vecchia. Tradotto nel linguaggio medico significa che le percentuali sono contro di voi, tutte. Fortunatamente arrivano i risultati del DNA, del test integrato, della morfologica, delle analisi del sangue, dell’analisi logica e grammaticale dei nomi papabili, dell’analisi della compatibilità di coppia (quella che facevi col nome di lui il nome di lei e poi LOVE in mezzo)… dicono “sorpresa! Nonostante tu sia vecchia, miii se sei vecchia, quanto cazzo sei vecchia, pare sia tutto ok”.
Tiri un sospiro di sollievo, la bambina è sana, puoi passare alle paure secondarie. Le emorroidi. L’esperienza ti ha insegnato che ogni volta che si associa un frutto a una parte intima bisogna tremare. Tipo cocomero e vagina (quando si racconta la nascita), che per me viene superato di gran lunga dal binomio grappolo e culo. La cosa buffa è che sono scampata a questo disturbo, diciamo all’incubo della vendemmia anale, nelle mie precedenti gravidanze, ma ora sono vecchia, mii se sono vecchia, quanto cazzo sono vecchia… tutto potrebbe cambiare (per inciso, parlando di terminologie gravidiche, un’altra espressione che mi ha sempre terrorizzato è “bocca del parto”; mi immagino questo utero impegnato a mimare l’urlo di Munch, spaventoso). Ti ripeti continuamente andrà bene, andrà tutto bene, d’altronde siamo in un anno bisestile, tu possiedi un gatto nero e sei rimasta incinta venerdì 17 copulando sotto una scala. Cosa può succedere di brutto? Ecco. Una pandemia. Ma la gravidanza durante la pandemia ha i suoi lati positivi, oddio forse non tanti lati, non proprio un poligono ecco, la gravidanza durante la pandemia ha una sua retta positiva. Ovvero nessuno può romperti le palle con l’esercizio fisico. Hai avuto ginecologhe fissate con il contenimento del peso durante i novi mesi, ti hanno inculcato l’ansia della bilancia. Ora, le rare volte che hai una visita, guardi negli occhi la dottoressa e la sfidi: “Sali prima tu se hai il coraggio, lo vedo che sotto il camice stai sculando di brutto con tutte le palestre e i parchi chiusi e l’unica consolazione dei grassi saturi ad attenderti la sera”.
Soprassiede, ti soppesa a occhio, annuisce, a posto così. Sei vecchia, miii se sei vecchia, la solita vecchia stronza di sempre.
Foto: Susanita
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