La vecchia dei cantieri.

Io da grande vorrei diventare una vecchia dei cantieri. Non dei cantieri di calce, cemento armato e tubi, no, voglio essere un umarell dei cantieri veri, delle persone in costruzione e passerei così i miei ultimi autunni e inverni, le primavere e le estati: da grande farò la vecchia che guarda i neonati. Con i miei capelli azzurri, una bella pelliccia color Derrick, andrò ai giardini o ovunque si radunino i passeggini, metterò le mani dietro la schiena e osserverò con aria solenne il contenuto delle carrozzine, mi prenderò i sorrisi, i pianti, le ciglia chiuse, farò moine, ogni tanto darò consigli o dispenserò qualche perla di saggezza “Ha le manine blu, faccia attenzione, le giornate sono fredde, occhio alla coibentazione”. Dirò guarda come procedono veloci i lavori, che belle fondamenta, sa cara, alla fine è quello che conta. Ne faremo una scuola o un bell’ospedale? Un hotel, una chiesa, un centro commerciale, una cattedrale? Ha visto che occhi sognanti? Ci vedrei bene un cinema, un teatro o un parcheggio per le coppie di amanti. Da vecchia voglio fare l’umarell delle vite in cantiere, mi chinerò sulle pance, è alta e bassa, manca poco all’inaugurazione, al taglio del fiocco, ne sbaglierò apposta il colore. Racconterò che ne ho avuti di miei, ma ormai i ragazzi sono grandi come palazzi, io invece sono un rudere, piena di pecche strutturali, non basta più l’intonaco o una mano di vernice, bisogna buttar giù e metterci una croce, però non ha idea, signora mia, dentro che affreschi avevo, era tutto un ghirigoro… ma non siamo qui per parlare di me, parliamo di loro. Da grande farò la vecchia delle vite in cantiere e rassicurerò i genitori, che a tirar su persone si fanno un sacco di errori, di non esagerare con le impalcature, le sovrastrutture, che non si cresce felici su cantine di paure. Che non si sfugge ai terremoti, alle alluvioni, ma che è il disamore la più grande impresa di demolizioni. A volte si può crollare, ci vuole niente, di buono c’è che le macerie sono un ottimo fertilizzante. Da vecchia io voglio solo fare questo, guardare un neonato, immaginare il mondo che lascio e saperlo meglio di quello che ho trovato.

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Quando addormento Andrea Ines.

È cullando un neonato che il mondo ha iniziato a pregare, le ninna nanne, i valzer sul posto, il fiume di shhh ripetuti, la fatica e la penitenza, è da lì che vengono le danze dei dervisci, il Nam myoho renge kyo, i nostri rosari, perché quando addormenti un bambino c’è penitenza, c’è speranza e disperazione, anzi c’è l’unione delle tre, c’è consolazione. Quando addormento Andrea la mia voce è la voce delle radici, della mia nonna, ritorna la lingua che parlavamo e che non esiste più, mangia che sei secca stronita, non entrare nell’acqua che è ghiaccia inguastita e le note gorgheggiate di Pippo Pippo non lo sa che quando passa ride tutta la città. Ogni persona che non c’è più è una lingua morta, è sanscrito, latino, greco antico. Una lingua che la memoria ti riporta alle labbra come l’aoristo passivo che hai studiato al liceo. Ogni amore che finisce seppellisce un idioma, un gergo unico e giocoso che nasce dalle esperienze fatte insieme, dai racconti, dagli errori, forse è per questo che sono così gelosa delle parole, dei modi di dire e di dirsi. Quando addormento Andrea mi raccolgo, raccolgo i pensieri, come i vestiti da terra lasciati dai suoi fratelli. Ho pensieri di ogni foggia e colore mai come ora sono pensieri d’amore. Per suo padre che ha un rapporto speciale con il tempo, si arrabbia con me e con la mia fiducia nelle date di scadenza, perché butto lo yogurt che andava mangiato entro ieri. Lui invece assaggia ed è sempre ancora buono. Siamo ossessionati dalla data di scadenza, forse ce l’hanno anche le relazioni: qualche mese è un rapporto altamente deteriorabile, tipo il latte fresco; dopo i sette anni entri nei rapporti a media conservazione, tipo le vaschette di affettati; i miei nonni hanno avuto un matrimonio a lunghissima conservazione, come lo scatolame. Hanno festeggiato le nozze fagioli in latta, non molto romantico ma è con fagioli in latta e coppie di quella tempra che si superano le guerre o l’apocalisse. Dario non ha il senso della fine, non crede come me che ogni cosa che comincia, quando comincia già inizia a finire e mi dice che no, un fiume inizia ma non finisce, shhhh shhhh semplicemente fluisce. Sa farmi pensare pensieri nuovi, vedere i limiti delle mie convinzioni. Mi mette davanti alle cose di cui mi vergogno, mi dice siediti qui, non aver paura, apri gli occhi, ti tengo la mano e guardiamo insieme quel film dell’orrore che a volte sei, a volte sono, a volte siamo. Così io addormento nostra figlia e lui addormenta me e forse è questo il senso dello stare insieme, delle coppie a lunga conservazione, del nostro amore: cullare insieme un mondo migliore.

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SOLLEVAMI.

Sollevami.Sollevami dalle mie responsabilità, solo ogni tanto, solo un pochino. Pensaci tu a fare l’adulto. Sollevami che rischio di rimanere piegata, sono lo starTAC delle madri, vecchio modello, passo le giornate a raccogliere oggetti dei bimbi che nemmeno ricordavo di avere comprato. Ma è colpa mia, lo so, intorno a sei mesi iniziano a buttare le cose per terra e tu ridi, ti chini e restituisci. Che imprinting di merda… ma non lo sai che poi passerai il tempo a tirare su mutande, lego, gomme, Topolini finché saranno maggiorenni. Poi tra un calzino e una penna capita che a terra ci trovi anche il mio umore. Che l’umore cade a prescindere dalla gravità dei motivi, cade e bisogna rialzarlo, se sei in due è meglio. Quindi, nel caso, ti prego, aiutami a sollevare anche quello.

Sollevami dalla burocrazia, dalla cedolare secca, dai moduli dei rimborsi, rispondi per me ai centralini di Tirana, c’è sempre una ragazza gentile a cui non so cosa dire, le giuro che non è un buon momento e allora rilancia “quando lei vòle che io richiamo?” e io dico domani e domani ci risiamo. Diglielo tu che la signora non vòle cambiare contratto, diglielo tu che la signora non sa niente di giga e che di fibra conosce solo il cantante.

Quando è sera, spegnimi la rabbia, controlla che sia chiusa ogni discussione, lascia una lucina accesa, non tanto per andare a fare pipì, quanto per ricordarmi che in fondo al tunnel delle ansie notturne c’è sempre l’alba a schiarirmi i pensieri. Aiutami a trovare il senso, il buon senso e non il senso comune, a distinguere tra fragilità e sensibilità. È l’epoca dell’apologia della fragilità, che è poi un modo per curarsi di sé, è l’epoca delle autoindulgenze, del “Ciao come sto? Male, grazie, ed Io?”, ma la fragilità non è un valore, la sensibilità lo è, la sensibilità è rivolta all’altro, è apertura. La fragilità fa a pezzi e i cocci sono tuoi, la sensibilità tiene insieme. Teniamoci insieme che i tempi sono duri. Ma noi sappiamo far di meglio, sappiamo essere forti e maturi.

Portami il silenzio e un po’ di pazienza, ma molta pazienza tienila per te, ti serve per accettare le cose di me che non puoi cambiare, come mangio l’uva per esempio. Lo so che bisognerebbe prenderne un raspo, invece io apro il frigo e stacco un acino e poi richiudo il frigo, poi riapro ne stacco altri due e me li mangio e via così finché del grappolo resta uno scheletro disordinato, un alberello triste con quattro frutti rinsecchiti. C’è gente che è morta da sola per molto meno.

Leggimi ad alta voce, che è un bel modo di stare vicini, leggimi come se io non ne fossi capace, come si legge ai bambini.E fammi ogni tanto dei piccoli regali, le ciliegie d’estate, i cereali. Non è poi molto, insomma Battiato faceva dono delle leggi del mondo, che io me li immagino a casa Battiato che Natali: – tieni amore questo è giusto un pensiero – Oh grazie, che cos’è? – Aprilo è una legge del mondo… – Uh tesoro! Un principio della termodinamica, non dovevi, era tanto che ne volevo uno. Ecco mi accontento di poco. Anche sul tessermi i capelli possiamo sorvolare, idem per quella questione dello spazio e la luce per non farmi invecchiare. A me invecchiare va anche bene, sono già a buon punto, basta che lo facciamo insieme. Basta che restiamo in tanti a vedere gli anni sfilare, grandi e bambini, da qui in avanti voglio una vita-parata, con tanto di fanfare, dove ci si può abbracciare, una vita chiassosa che ti affacci alla finestra e resti a guardare.

Foto: Daniel Rueda e Anna Devís.

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Pedalando, in autostrada, senza sellino. Sotto il diluvio.

Piove sempre sul bagnato, si dice della ricchezza, ma vale più per la tristezza, le lacrime cadono dove sono abituate a cadere. È la stagione delle piogge per tutti, anche per chi si sente al sicuro, perché di sicuro resta poco. L’indicatore di insicurezza per me sono Marta e Lorenzo che mi chiedono “Mamma, come stai?”, quando accade so che sono guai, in condizioni normali è una domanda che non li sfiora lontanamente, loro non chiedono, loro rispondono. Mamma, come stai? Vale: mamma, come stiamo? Stiamo bene, perché è vero, ma è la stagione delle piogge per tutti, anche per noi che siamo al sicuro. Stiamo che è difficile continuare a scherzare su quel modello di mascherina che trasforma chi lo porta in Yoda, stiamo che non ci consola nemmeno la coincidenza tra il decreto e la stagione della bagna caoda e il pensiero che i vari Aglioween faranno i conti con la propria alitazza. Stiamo come le madri fuori dalle scuole (quelle ancora aperte)… donne du du DAD, in mezzo a una via, a ripetere la stessa litania. Stiamo che prendiamo atto e ci adattiamo, sapendo però che lo spirito di adattamento è la salvezza ma anche la condanna dell’uomo: si sopravvive al peggio, ma si fa anche l’abitudine al peggio. Stiamo che non ho mai sentito una pesantezza così profonda, capillare, storica; stiamo che stiamo perdendo il lavoro, anche chi ce l’ha lo sta perdendo nella forma in cui lo conosceva. Stiamo che la retorica del trasformare una crisi in un’opportunità ha preso la mano a questo 2020. Che andrà tutto benino a chi andava bene, di merda a chi andava benino e via così in un domino a perdere. Stiamo che sono anche infastidita per una forma di accanimento nei confronti dei genitori, della narrazione che se ne fa a più livelli, di un certo sarcasmo nel chiedersi dove li metteranno i figli ora che non c’è più il parcheggio delle attività sportive? Nell’invocare a gran voce le multe ai ragazzi senza mascherina così noi adulti impariamo a educarli meglio. Perché questi genitori di oggi devono imparare. E mi domando cosa esattamente? Qual è la lezione? Quella che mi hanno spiegato quando ho pagato nido e materna, per esempio? Mi pare che l’assunto fosse: non fare figli o meglio fai figli ma prima fai molti soldi. Stiamo che si moltiplicano i “cosa li avete fatti a fare?” nelle discussioni social, ogni volta che un padre o una madre esternano il proprio disagio di fronte a mesi di gestione scolastica e lavorativa sovrapposta e claustrofobica. La famosa filosofia dell’hai voluto la bicicletta? Adesso pedala, in autostrada, senza sellino. Sotto il diluvio. Eppure mi sembrava che i bambini fossero il futuro, non un bene di lusso e nemmeno un capriccio. A Marta e Lorenzo dico che sto bene che vale: stiamo bene, ed è la verità.

Io ero abituata a portarmi dentro la battaglia, mentre fuori tutto era calma apparente, improvvisamente l’interno e l’esterno si sono invertiti, la mia piccola storia personale ha cominciato ad andare controcorrente rispetto alla Storiaccia del Paese. In una tempistica miracolosa ho trovato l’amore prima che la pandemia trovasse noi e dico l’amore e non una storia d’amore, perché così è. Ho avuto diverse storie sentimentali, come tutti, ma l’amore e basta l’avevo conosciuto solo con la maternità, mai con un uomo. Le storie d’amore fanno i conti con le aspettative, con i modelli, con una forma di manipolazione, con un racconto (in quanto storia), un inizio e una fine, con una punteggiatura. L’amore no, è il punto fermo intorno a cui gira il resto, adesso mi pare chiaro. E relativizza il tempo, placa la nostalgia del passato e l’ansia del domani. E questo sì è il Bene, ma soprattutto è il più grande dei lussi.

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A un mese dall’inizio delle scuole. Di galateo delle chat, di tabelline e din sonnia.

Ho comprato quegli stivali che vanno ora, gli anfibi senza lacci a mezzo polpaccio, quelli che non vendono nei negozi di scarpe ma nelle agenzie immobiliari perché cubano come un bilocale, piano nobile. Se le metto e passeggio con i miei figli non giochiamo più a non pestare le righe del marciapiede, giochiamo direttamente a non pestare i limiti tra un isolato e l’altro, perdo sempre. Oltre a farmi sentire Popoff, sono ideali per macinare chilometri e pensieri, pensieri che poi impasto con quel che accade durante il giorno, il problema è che di notte lievitano e mi tengono sveglia. Non è vero che la notte porta consiglio, la notte ultimamente a me porta scompiglio e paure. Paura per il lavoro, per il futuro, paura di perdere, perché ho davvero tanto da perdere, paura di perdermi qualcosa per strada, paura di perdermi. Per fortuna arriva il mattino e con il mattino la scuola e poi le passeggiate col carrozzino in cui macino pensieri, che poi impasto con quello che accade durante il giorno… così, senza soluzione di continuità. Trascorrere il mio tempo con Andrea Ines è una delizia, tutti noi in famiglia concordiamo che addormentarsi bevendo latte tiepido e risvegliarsi al tonante suono delle proprie scoregge sia la definizione di felicità e infatti lei sembra una bambina felice. Siccome russa ho chiamato il pediatra, che è un uomo scorbutico e quindi adorabile, “Dottore, ho qui la Donna chiamata catarro, gliela porto a vedere?” si è sincerato che non avesse febbre e poi mi ha detto “Tesio, da lei non me l’aspettavo, tre figli e ancora non lo sa che i neonati respirano come facoceri?”. Era deluso, non oso immaginare le sue notti insonni in questo periodo.

Siccome sono in maternità mi occupo di più della scuola di Marta e Lorenzo, seguo la chat con maggiore attenzione e sto raccogliendo le firme per sottoscrivere un regolamento, un galateo di cui ho stilato i primi tre punti. Naturalmente sono ben accetti suggerimenti.

  1. Quando qualcuno assente chiede la pagina del dettato fatto in classe devono astenersi dal mandare qualsivoglia screenshot i genitori dei bambini più bravi. Perché puntualmente arriva la foto del quaderno di Umbertino Eco, un dettato vidimato prima dall’Accademia della Crusca, impeccabile nell’ortografia, ma soprattutto uscito dalla mano di un monaco amanuense. Io leggo le chat la sera tardi e mi viene da svegliare Marta e Lorenzo alle tre, in fretta e furia (come ho detto la notte porta scompiglio). Cos’è mamma un’esercitazione antincendio? No, è un’esercitazione d’italiano, uno di voi (e non specifico chi) ha scritto Din verno, che deve stare vicino a Don ore e a Dan nazione. Così Fra Martino è contento.
  2. Non vale riferire quello che i figli dicono a casa. Alla domanda “oggi la maestra era assente?” c’è sempre qualche mamma che parte con “mio figlio mi ha detto” e segue dettagliato resoconto di tutto quello che hanno fatto in classe, di come era vestita la supplente, il suo curriculum vitae e se aveva o no la mascherina intonata ai calzini. Io leggo le chat la sera tardi e mi viene da svegliare Marta e Lorenzo alle tre, in fretta e furia. Cos’è mamma un’esercitazione antincendio? No, è che voi non mi dite un cazzo! Non coltiviamo un rapporto abbastanza profondo? Non vi faccio le domande giuste? Non comunichiamo, capite??? Aiutatemi ad aiutarvi ad aprirvi perdio, ditemi com’era codesta supplente, ora!
  3. C’è un limite anche alla gentilezza e alla gratitudine. L’educazione è un valore, ma Santa Rappresentante Piena di Grazie forse è troppo. 25 grazie a comunicazione invoca il grazie al cazzo finale.

Tra le buone notizie c’è che sono sopravvissuta alle tabelline, so di gente a cui non è andata così bene, domani abbiamo la veglia per la madre di Giovanni dell’altra terza, non ce l’ha fatta. Io le ho provate tutte per farle imparare a Marta, tirarle un croccantino a ogni numero corretto ha dato i suoi buoni risultati, ma mai come il dissuasore elettrico per ogni errore. L’anno scorso fare i compiti tutti insieme è diventato necessario per via della didattica a distanza, ora continuo per capire se ci siamo persi qualcosa. Il segreto sta tutto nel bluffare bene. Loro seduti al tavolo, tu che cincischi al computer fingendo di rispondere alle mail o scrivere, Lorenzo che ti chiede “ciecità o cecità?” e tu che fai la faccia indignata: “Dai Lori, non è possibile non saperlo a dieci anni, prendi subito il vocabolario e cerca la parola!”, così tu puoi temporeggiare e scandagliare google, senza farti beccare. E avevi anche letto il libro, ma a domanda diretta dubiteresti pure di come si scrive il tuo nome.

Il Covid ha cambiato molte cose, per esempio mi ha fatto rivalutare gli zaini trolley, quelli che avevo ribattezzato gli zaini ara-merda per la loro efficacia nella fertilizzazione del pavimento cittadino con le feci canine. Ora che non si può lasciare nulla in classe e i bambini devono portare avanti e indietro ogni giorno la biblioteca di Alessandria d’Egitto, ecco ora ‘sti carretti mi sembrano l’unica soluzione possibile per non soccombere sotto il peso della culturs. Poi sentire le mandrie di bambini che si trascinano le loro cartelle a rotelle, sentirle passare sui marciapiedi, sulle grate, sentire ogni alunno con quello strumento che sempre dà la stessa nota ratatatà mi mette allegria, vuol dire che le scuole sono ancora aperte e speriamo che continui così anche din verno. Parola di Enrica. O Erica. Ora controllo.

nella foto io e il facocero.

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SETTE SENZA UN TETTO.

Quindi siete innamorati, avete avuto una bambina, i vostri figli si trovano bene, allora perché non vivete insieme? Mi chiedi. Perché per vivere insieme ci vuole una casa abbastanza grande per tenerci tutti e i soldi per pagarla nell’anno più nero degli ultimi due secoli. E che ci vuole? Mi chiedi. Ci vuole tempo, pazienza e tanto tanto senso dell’umorismo. Non guasta aver fatto studi classici, io ero brava nella traduzione e parafrasi del testo, ma lo stesso non potevo immaginare che “loft con giardino” indicasse, in realtà, un bar con dehors che non ha più riaperto dopo il lockdown. Loft in translation, in pratica. ho letto: l’appartamento è dotato di un grazioso orto verticale. Ho trovato: macchia di muschio e muffa con funghi su muro. Ora so che bisogna diffidare sempre dall’aggettivo “particolare”, in immobilierese è sinonimo di “demmerda”. Così come “adatto a studenti e condivisione” è sinonimo di “stalla che manco le bbbestie”. Quindi se ti incuriosisce una “particolare mansarda adatta a studenti” sai che troverai un sottotetto demmerda ad altezza umpa lumpa dove in condivisione sono soprattutto acari e scabbia. Nel gergo degli annunci non si parla di zone o quartieri, ma di contesti o realtà. Tipo che la casa di Pacciani la rivendono come “particolare rustico in pittoresco contesto”. Anche “realtà unica nel suo genere” non promette nulla di buono, ti ritrovi ad affittare un simpatico bilocale a Charnobyl. È che non specificano il genere: Genere Berlino maggio ‘45? Genere Kabul shabby chic? Tutto può essere. Ho visto realtà uniche nel loro genere che ho ringraziato fossero uniche, pensa che culo fossero state pure a schiera. Eh ma è un alloggio “per amatori” mi spiega il povero agente. No, guardi, a casa mia per amatori è il reggaeton, questo è per serial killer.

Ho fatto un discreto numero di figure di merda durante la ricerca, in una visita a un “quadrilocale con ampia zona living” ho affermato: “Quindi questo era uno studio medico, precedentemente”, “No, perché?”. “Lo deduco dalla presenza dal macchinario per fare le tac”. “No, quella è l’ampia zona living”. “Certo, certo, e che mi dice di questa bella capsula per l’ibernazione che vedo qui”. “Quella è la camera matrimoniale, termoautonoma…”.

Ci sono agenti immobiliari che non hanno pudore, che negano l’evidenza e poi ci sono i miei preferiti, quelli che si vergognano, “io avevo judo oggi, ma mi c’hanno mandato” sembrano dire. E chi ti c’ha mandato? Mi c’ha mandato LA PROPRIETA’. La Proprietà è un’Entità senza volto, il mastro di chiavi degli appartamenti di tutta la città. La proprietà è irremovibile, crudele, irredimibile. La proprietà ha ucciso JFK per riprendersi la Casa Bianca e metterla su Immobiliare.it. La Proprietà non fa lavori, non dà il bianco, non fa sconti e, come la Luisa, non pulisce il water. La sua cattiveria si dimostra nel fatto che chiuda tutti i camini. Sì, i bellissimi camini torinesi sono sempre chiusi, porcatroia, e sapete perché? Per impedire il passaggio di Babbo Natale, perché la Proprietà odia i bambini e odia chi è felice. Chi ha reso così crudele la Proprietà? Il Vecchio Affittuario, altro personaggio leggendario ammantato di fantomatico mistero, spesso citato dagli agenti immobiliari. La Proprietà è rimasta scottata dal Vecchio Affittuario e fa fatica a fidarsi, a lasciarsi andare, a voltare pagina. Non fare così Proprietà, amati di più, sei più carina quando sorridi. In sei mesi di ricerca abbiamo fatto l’offerta per tre appartamenti con i seguenti risultati:

Prima casa. Siete simpatici, ma siete troppi. La Proprietà ha deciso di dare l’appartamento a una signora sola. Dopo non si affitta ai terroni, oggi vale non si affitta alle famiglie numerose, benché simpatiche.

Seconda casa. Portiamo l’assegno per la proposta. Mi servirebbero anche le ultime buste paga di entrambi… sapete la Proprietà. Ci informa l’agente. E qui si apre un capitolo a parte. Spieghiamo che io posso fornire sia la busta paga da dipendente, sia il mio reddito come freelance, ma che Dario è un autonomo e con il Covid non ha fatturato niente, come la maggior parte dei lavoratori italiani. Allora no, mi spiace, la Proprietà ha bisogno di due redditi. Ma noi ne portiamo due, i miei. No la Proprietà vuole quelli dell’altro affittuario. Ma guardi che l’intestataria sarò io. No, per la Proprietà è un no. Sono certa che a ruoli ribaltati, cioè se io stessi a casa per occuparmi dei bambini e le buste paga fossero di lui, del padre di famiglia, nessuno avrebbe da ridire. L’agente immobiliare poverino si vergogna, ma riporta una volontà superiore, lui tra l’altro aveva judo.

Terza casa. Tutto come sopra, fino alla spiegazione dei miei due redditi. La Proprietà può chiudere un occhio ma ci vuole incontrare. Ma che cazzo è, una puntata di Uomini e Donne, vuole fare l’esterna? Eh ma sa, il Vecchio Affittuario… è meglio  verificare. Io sono incinta di nove mesi, abbiamo dato l’acconto per una casa che dobbiamo pure risistemare noi, cosa vuole verificare, le nostre discendenze Unne? Teme che io mi chiami Rosemary e che dia alla luce il figlio del demonio? Alla fine l’esterna la facciamo, io ho appena partorito, ma fissiamo l’incontro per guardare negli occhi la Proprietà, che è un po’ come un faccia a faccia con Voldemort. Dopo un colloquio surreale con una poveretta decerebrata che parla per dieci minuti solo del Vecchio Affittuario che le ha spezzato il cuore, stracciamo l’assegno dell’offerta e ci prendiamo il gusto di mandare tutti affanculo: No, Maria, noi usciamo. Solidarietà al Vecchio Affittuario che spero abbia fatto giocare la sua scimmietta domestica al lancio di palle di merda in casa, prima di andare via.

(Tutto questo per dire che oggi andiamo a rivedere una casa che ci piace, incrociate le dita e fate il tifo per noi).

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I sorrisi, come il sole, non fanno rumore

La caldaia si è rotta definitivamente, anche il metodo a schiaffoni per farla ripartire non funziona più. La caldaia sta nella casa dove vivo dalla nascita di Marta, casa scelta con Matteo. Matteo nutre dei sentimenti d’affetto per quella caldaia e ha a cuore la temperatura corporea dei sui bambini. Inoltre mi conosce e sa che potrei procrastinare ancora qualche mese acquistando un bue e un asinello per scaldarci in vista del Natale, così passa dal tecnico caldaista e prende appuntamento per giovedì. Il tecnico caldaista chiede un numero di telefono da chiamare in caso di imprevisto, “mi dia quello di sua moglie” dice e Matteo, preso in contropiede, dà il mio senza specificare “madre dei miei figli con la quale festeggio sette anni di separazione”. Arriva il giovedì e con il giovedì il caldaista e con il caldaista anche Matteo che mi ha riportato Lorenzo e Marta da nuoto e ne approfitta per assistere alla revisione. Io allatto sul divano. Nel mentre giunge dal supermercato anche Dario (con rispettiva prole) che, siccome nutre dei sentimenti d’affetto per me, entrando molla la spesa e mi bacia con slancio. Il tecnico della caldaia non capisce più un cazzo, mi guarda come si guarda quel bigamo di Pupo, perché sì Pupo è bigamo. Come dire che Luca Giurato è un pornoattore, ma così è. Vorrei dirgli che si è ritrovato in un programma di Real time tipo “mormoni femministi in love”, ma gli offro un caffè. Intanto passano di lì le mie due gatte diciannovenni, una in particolare, Lea, the zombie cat. L’artrite non le consente più di leccarsi e nonostante io la spazzoli quotidianamente ha il pelo completamente infeltrito, ho un felino coi dread che balla il tip tap per via delle unghie lunghissime (non ha la forza di usare il tiragraffi), d’altronde se c’è un gatto con gli stivali, ci può essere anche una vecchia gatta con i tacchi a spillo. Lea è una bestia speciale, con l’età ha iniziato a parlare, miagolando articola frasi di senso, in particolare scandisce perfettamente: Mammaaaa maialaaaaa (ogni riferimento alla sua padrona è puramente casuale). Mentre lei mammamaialeggia apprendiamo che la caldaia va sostituita: 1500 euro e manco un incentivo famiglia poliamorosa e polipulciosa. Sto romanzando? È che ognuno prende la vita come può, io la prendo in giro, quando posso, nel bene e nel male. Rido molto.

Siccome siamo sette, un’amica ci chiama Seven heaven-settimo cielo, come il telefilm diretto e interpretato da Pillon con protagonisti il Reverendo Cameron (un mix tra il prete di Uccelli di rovo e Ted Bundy) e consorte (Farrah Fawcett fuori, Franzoni dentro). I primi due figli sono usciti boni e infatti abbandonano la serie dopo poche stagioni, lasciando campo libero alle vicende della terzogenita, esteticamente accettabile fino ai 7 anni quando improvvisamente muta in Chucky, la bambola assassina. Però, siccome è lei la protagonista e l’attrice non la possono cambiare per dovere di continuità col personaggio, tutti a trattarla come fosse una figa da paura. Sto divagando. Ritornando al “cosa pensa la gente”, la verità è che al caldaista non frega nulla del nostro ménage, così come alla maggior parte delle persone che incrociamo sulla nostra strada. Eppure ci arrovelliamo, sul giudizio altrui. Se incontro un vicino che ha sentito Andrea Ines piangere mi viene da giustificarla, che il pianto come la pioggia si sente, mentre i sorrisi come il sole non fanno rumore, ma assicuro (e mi rassicuro) che la bambina sorride e illumina la casa, sempre.

Per il resto, dopo la nascita della piccola, tendo a non ascoltare i commenti a meno che siano gentilezze e complimenti, i consigli li prendo a piccole dosi. Anche perché sono contraddittori. Se sei una donna e non hai figli non mancano conoscenti e sconosciuti che ti dipingono la maternità come un momento magico, imprescindibile. La cosa strana però è che le stesse persone, se e quando sarai neomamma, si premureranno di tranquillizzarti, di farti forza, come ti fosse capitato un accidente: è dura ma il peggio passerà presto, portando via le notti in bianco e i pianti. Scegliete una posizione e mantenetela perdio! Forse queste persone ti vogliono genitore per non sentirsi sole. Poi quando non sono più sole ti vogliono insegnare a essere genitori per sentirsi migliori. Forse.

I pedagoghi presso sé stessi sono tutti concordi nel dire che ai bambini bisogna dare regole chiare subito, perché sono abitudinari. L’esperienza mi fa sospettare che siamo noi ad aver bisogno di abitudini per darci una parvenza di stabilità, perché ventiquattr’ore sono lunghe da riempire con quella bomba a orologeria di imprevisti che è un neonato, allora preferiamo avere una scansione del tempo da villaggio vacanze, con risveglio muscolare, animazione, pasto, riposo… Al terzo giro mi sono convinta che invece no, basta ansia della routine, questo non è un addestramento, è la vita.

Un barista l’altro giorno si è raccomandato di tenere la bimba a dormire in un’altra stanza, da subito, che poi… ha detto proprio così, “che poi…” con una sospensione che lasciava intendere terribili conseguenze. Il che poi… va per la maggiore. Non ti conviene portare Andrea in fascia a lungo, che poi… – Che poi cosa? – Che poi… la vizi. – No, guarda, al massimo vizio me, voglio sviluppare questa brutta abitudine di farla piangere il meno possibile e poi quell’altro brutto vizio di riprendere l’uso dei miei arti superiori. Io questa bambina voglio crescerla a forza di Che poi… chi se ne fotte. È un esperimento pedagogico che porto avanti insieme ai fratelli e al padre, senza sensi di colpa. Lui è peggio di me, ha “cullato” la Subaru a un semaforo, venti centimetri avanti venti centimetri indietro venti avanti venti indietro con il rischio di sfiorare una Cinquecento (davanti) e un Suv (dietro), perché “povera bimba appapa’ si sveglia e piange quando l’auto è ferma al rosso”. Che tenerezza, cinquant’anni e il cuore e in cervello in pappa. Tra le raccomandazioni non richieste la mia preferita è “non attaccarla al seno per calmarla, che poi…”  – che poi cosa? – che poi la imposti male. – ma porcatroia è un’umana, non un rovescio di tennis! La soluzione è impostare la modalità lascia parlare, sorridere e prendere le cose come ti viene, che poi c’è persino il rischio che vengano bene.

Foto: Officina Calze Lunghe di Elisa e Susanita.

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Una buona madre è quella che diventa inutile.

Una buona madre è quella che diventa inutile mi hanno detto, oppure era scritto in qualche manuale di pedagogia che devo aver letto, credo si parlasse di figli e di un livello di indipendenza tale che i genitori si potessero limitare al ruolo di porto sicuro da cui salpare. Mi pare giusto, a patto che io scelga per il mio prossimo futuro l’inutilità che più mi si addice, se mi tocca d’essere suppellettile almeno sia di una qualità che mi renda felice.  

Per esempio. Non vorrei essere inutile come i cd appesi in auto fino a qualche anno fa, secondo le leggende urbane dissuadevano i rivelatori di velocità, ogni esperto in materia giurava “Se tieni i Pink floyd e gli U2 come Arbre magique o come santino eviti le multe, è scientifico, me l’ha detto mio cugino”. Vi prego, non mi fate inutile come la più inutile delle spezie: il cumino. Come le bottiglie di plastica piene d’acqua sul ciglio delle strade, che anche il combattimento alla minzione cinofila ha le proprie mode. Vorrei evitare le inutilità dette da certa gente, tipo “non ti fa niente” a chi ha paura dei cani, dei complimenti fatti dai ruffiani, di quell’insulso di Gongolo dei sette nani, dei fazzoletti dei bar mezzi plastificati che si trovano sui tavolini, sono proprio dei buoni a nulla, idrorepellenti e rigidi peggio dei più inamidati dei centrini.  Non mi fate inutile come un premio di consolazione, come una menzione d’onore, come le pallette di legno per il bucato, come “metto la sveglia all’alba così ripasso” quando non hai studiato. Come la parte blu nella gomma, come invitarmi a uno spogliarello maschile per la festa della donna. Come i pareri per sentito dire, come guardare l’acqua della pasta per farla bollire. Come le creme snellenti e le diete fat and furious per dimagrire. Come il deodorante senza lavarsi contro il cattivo odore. Come le condoglianze distratte se qualcuno muore, i fatti forza, i passerà, i sono sempre i migliori quelli che se ne vanno… in realtà se ne vanno tutti prima o poi, ce l’hanno insegnato Iron Man e Wolverine, i migliori tra i supereroi: se ne vanno i migliori, ce ne andremo anche noi.

Io vorrei essere inutile di un’altra inutilità, come ricordarsi il numero di telefono della prima casa dove hai abitato (888344) o il giorno del compleanno del tuo primo innamorato (17 giugno). Inutile come vincere un’amichevole, quando trovi nell’inutile il piacere sottile del dilettevole. Come i vestiti che non metti ma che porti in vacanza, come le castagne matte che tieni in tasca contro l’influenza, come i petali per il m’ama non m’ama, come in un porno cercare la trama, come le lentiggini o come le fossette, come i giorni della settimana ricamati sulle bavette. Come le raccomandazioni agli adolescenti, come il bacio in fronte ai bambini dormienti. Come allungare le bolle di sapone cadute con il detersivo dei piatti, come le fusa dei gatti, come i discorsi dei matti. Inutile come tenere un posto a tavola per chi è andato via.

Inutile come una buona madre, inutile come la poesia.

Foto: Officina Calze Lunghe di Elisa e Susanita.

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Quando piange.

Ricordavi tutto, ma non il pianto di un neonato, quando il neonato è il tuo.

Tua figlia che piange ha la voce di tutti gli amanti feriti, il suono di tutte le mail che non hai letto o che hai letto e hai scordato e sono rimaste senza risposta. Ha la voce arcigna dell’ostetrica dell’ASL (che poche settimane fa non ti voleva fare il tampone perché eri trentunesima e lei sosteneva che l’ambulatorio tamponasse solo trenta gravide al giorno e tu hai voluto parlare con la direzione perché questa regola del trenta non era scritta da nessuna parte ed eri rimasta in coda in piedi tre ore in attesa del tuo turno e quindi sì alla fine la direzione le ha imposto “hai fatto trenta facciamo trentuno” e lei ha fatto trentuno ma era incazzata come una vipera e non è bello avere qualcuno inviperito che armeggia con un tampone dalle parti del tuo culo mentre sei incinta di nove mesi e quando ha finito il tamponamento ti ha detto stizzita “spero sia contenta ora” e tu hai risposto “sono contenta soprattutto di non essere una stronza come lei” e comunque non c’è niente che  faccia più ridere di due sconosciuti che si insultano dandosi del lei), ha la voce della tua dentista che ti sgrida perché non dai abbastanza importanza agli interstizi dentali. Ha la tua voce quando litighi e hai torto, il suono che più ti ferisce al mondo. Ha la voce degli amici che hai trascurato pensando che tanto sarebbe bastata una telefonata perché i veri amici possono non vedersi per anni e poi quando si ritrovano è tutto come prima e invece non è vero, l’amicizia ha bisogno di manutenzione, come ogni forma di relazione. Ha la voce di chi ti ha accusata di essere cambiata. E tu pensavi che cambiare fosse bello, cambia il bruco in farfalla, cambia il fiore in frutto e invece ti perdonano tutto, ma il cambiamento no. Ma poi magari non sei cambiata, sei la stronza di sempre, solo che all’inizio non volevi spoilerare tutto il seguito, non sei cambiata, no, hai semplicemente tirato fuori uno di quei finali che ci resti di merda tipo Parasite. Mica brutto Parasite.

Quando piange ha la voce di Giusy Ferreri che fa un coro con quella di Muffami Muffami Muffami eh eh e con il cantante degli ACDC. Quando piange dà sfogo ad atroci verità, tipo che l’amore non ti completa, è proprio il contrario, l’amore ti crepa, ti fa a pezzi, ti mischia gli organi interni. Non siamo un mobile Ikea da montare, anche se THESJÖ sarebbe un bellissimo nome per una libreria componibile. La THESJÖ avrà sempre un paio di viti in più, inoltre hai scoperto che pure le viti possono essere maschio e femmina, insomma dalla questione incontri e completamenti non se ne esce. L’amore sarà pure la risposta, ma non è la soluzione, non siamo cubi di Rubik in cerca di mani capaci, anche perché un cubo di Rubik risolto è solo un dado dalle facce colorate, un inutile soprammobile.

Ricordavi tutto, ma non il pianto di un neonato, quando il neonato è il tuo. Non ricordavi che, quando piange la tua bambina, le metti una mano sulla pancia per farla smettere e in effetti i neonati degli altri smettono, non la tua. La tua si calma qualche secondo giusto il tempo di illuderti e poi riparte a piangere più forte e allora la prendi in braccio da seduta per calmarla e i neonati degli altri si calmano, non la tua che si cheta qualche secondo per far scorta di fiato e ricominciare più forte di prima. Così la prendi in braccio da seduta ma cullandola, pausa, illusione, ripartenza con il botto. La culli da in piedi. Poi da in piedi infilandogli un capezzolo in bocca. Poi da in piedi infilandogli un capezzolo in bocca e saltellando. Poi da in piedi infilandogli un capezzolo in bocca, saltellando e cantando Muffami muffami muffami eh eh. Ricordavi tutto ma non che da ora in avanti dormirai in piedi come i cavalli che allattano i puledrini perché la morale è che ormai hai rilanciato e col cavolo che potrai tornare alla mano sulla pancia per farla smettere di piangere.

Ricordavi tutto, ma non il pianto di un neonato, quando il neonato è il tuo. Saresti pronta a comprare mille carillon di ogni foggia e marca. Einstein diceva che se le api dovessero scomparire, nel giro di quattro anni anche l’umanità si estinguerebbe (è un’attribuzione impropria, non lo diceva Einstein e non si capisce perché ad Einstein attribuiscono frasi a caso sulle apidi, come quella del calabrone culone che vola anche con le alette ridicole atrofizzate). Credi che Einstein o il finto Einstein si riferisse alle api carillon: se smetteranno di girare sulle culle anche l’umanità potrebbe fermarsi. Ami quel ronzare intorno al frutto più fresco, perché i bimbi vengono dal seme e in mezzo alla pancia hanno un grazioso picciolo, il cordone tagliato, che secca e si stacca dall’albero madre.

Ricordavi tutto, ma non che la struttura polmonare del neonato, in relazione al suo peso, non è adatta a strillare come Giusy Ferreri in coro con gli ACDC e tutte le campane, ma non lo sa e quindi Muffami muffami muffami eh eh, ma solo se il neonato è il tuo.

Foto: https://www.facebook.com/officinacalzelunghe

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Il giuramento di un genitore.

Giuro sulla mia testa e su tutti i capelli, circa 150 per centimetro quadrato di cuoio capelluto, su ogni neurone, su ogni connessione, su ogni pensiero detto o taciuto.

Giuro croce sul cuore, ma anche su fegato, reni, vescica, intestino, polmoni, tutti organi usati ma in buone condizioni.

Giuro potessi rimanere fulminata all’istante, ma anche annegata dall’onda anomala di uno tsunami, carbonizzata sotto la lava di un vulcano, assiderata sotto la neve di una valanga, morsa in pieno centro città da un black mamba, colta di sorpresa da un qualsiasi accidente naturale, raro ok, ma non per questo meno letale.

Giuro sulla mia vita e se non basta anche su ogni reincarnazione, su quando ero regina, vestale o concubina, su quando ero maschio femmina o pesce Napoleone che beato lui cambia sesso come si fa il cambio di stagione.

Giuro sulla mia collezione di sospiri, giuro sulle notti in cui ti giri e ti rigiri, sulla puntualità del camion della spazzatura, ché forse non tutti sanno ma le ore piccole sono di bambini, mamme che allattano e netturbini.

Giuro sui gioielli della mia corona: l’unico Anello che porto all’anulare, una cavigliera zingara coi campanelli, una di quelle che indossi al mare, quando vai a spasso per il paese e fingi di poter comprare ogni casetta incrostata di sale. E poi un mezzo cuore di metallo trovato in un pacchetto di patatine, regalo di mia figlia quando ho spento trentotto candeline.

Giuro su mio padre che non voleva giurassi e anche su mia madre che non voleva sudassi, che forse non c’entra ma giuramenti e sudore sono stati i due pilastri della mia educazione.

Giuro su Dio, il Dio dei genitori, ai quali rivolgere la preghiera più terribile e vera, la più onesta che c’è: se devi, nel malaugurato caso, ti imploro, prendi me.

Giuro sulla Bibbia, sul libro di Mormon, sui Tre Canestri e sul Corano, su ogni testo sacro e profano. Giuro col sangue, con le lacrime e il sudore, perché anche di questo, di corpo e di sporco, è fatto l’amore.

Giuro perché ho bisogno di una parola estrema, del sempre per sempre, dell’allinfinito, di qualcosa che rimane saldo quando il mondo trema. Giuro io che non ho mai giurato, che l’unica cosa di cui siamo sicuri sono i dubbi e la paura.

Giuro sulla natura. Sull’incontro dei geni che danno la vita, tra l’altro si chiamano geni e ora so perché… hanno realizzato i miei desideri, tutti e tre.

Farò tutto quello di cui sono capace, farò del mio meglio per il vostro bene e se non ne sono capace, giurate con me, lo impareremo insieme.

foto: Officina Calze Lunghe di Elisa e Susanita

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