Filastrocca dei giochi d’amore.

Tra i miti d’amore che è bene sfatare

C’è quello che lega l’amore al giocare

Conosco una coppia: ha scherzato col cuore

Ha perso la testa, ha vinto il rancore.

 

Giocarono prima a guardarsi negli occhi

Restarono zitti, sembravano allocchi

Le labbra serrate, repressi i sorrisi

Nei loro silenzi, vicini e divisi.

 

Lei disse “è una gara a chi resta più serio”

La gioia si ruppe e fu deleterio

L’umore se vuoi lo puoi riaggiustare

Se rompi la gioia la devi rifare.

 

Cambiarono gioco passando alla fune

Ma il regolamento aveva lacune

invece di tenderla poco e saltare

Lui disse “ho una corda, inizio a tirare”.

 

Si fecero male ai palmi e alle dita

La linea ferita in cui leggi la vita

Si tinse di sangue fu un gioco al massacro

La fune si ruppe e con lei l’osso sacro.

 

Trovandosi poi ad altezza selciato

Cambiò con il campo la sfida all’amato

Dipinse col gesso una settimana

Si disse “l’amore è giocare a campana”

 

I primi tre balzi lui le fu fedele

Per ogni saltello una luna di miele

Arrivò giovedì ed entrarono in crisi

la noia, gli scorni, la tristezza sui visi.

 

Finiti i feriali, finita la festa

Per una sciacquetta lui perse la testa

E il sabato sera uscì dai binari

Dal gioco di coppia fu fuori a pie’ pari

 

A farsi lasciare lei non si arrese

Si disse: “l’amore è una morra cinese”

Credeva che carta vincesse sul masso

E scrisse poemi a quel cuore di sasso.

 

Ma poi con le forbici tagliò i rami secchi

Le erbe infestanti, i rapporti ormai vecchi

Lo smacco più grande per chi ci ha piantate

È crescere in stima, dar frutti a palate.

 

E siccome sbagliando l’amore si impara

La legge non scritta al fin le fu chiara

Il verbo nel cuore si impresse col fuoco

Non era giocare ma mettersi in gioco.

foto: Officina Calze Lunghe.

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Cose che non volete sapere sulla ceretta.

Le donne scelgono con attenzione il ginecologo, lo selezionano con cura chiedendo alle amiche, spesso lo ereditano dalla madre e fanno bene. Una visita ginecologica può essere imbarazzante, ma mai mai come una ceretta inguinale. È per questo che l’estetista deve essere per forza di fiducia. Anche perché l’estetista di fiducia è colei che ti vedrà nella posizione yoga della gru infoiata senza battere ciglio.

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Un contributo fotografico di me che assecondo l’invito dell’estetista ad alzare la gamba per togliere quel ciuffetto lì, diversamente inarrivabile.

La depilazione è in fondo tutta una questione di ciglia che non battono, mentre lei ti toglie peli e ti fissa le parti basse dovete avere entrambe l’atteggiamento di due che chiacchierano alla fermata del tram. Questa è vera professionalità. L’estetista di fiducia è, in generale, carina e accogliente, ti mette l’olio emolliente e ti dà un colpetto rassicurante per dirti “ho fatto”. L’unica cosa su cui non devi mai mentire è l’uso del silk-épil, se ti sgama prova a giustificarti: “ok, ho dato solo una passatina, non è vero tradimento!”. Il silk-épil è il peggiore nemico delle estetiste di fiducia perché sfasa la ricrescita e la ricrescita sfasata è la criptonite di una buona ceretta, che si sappia.

Io sono sempre stata attenta a scegliere l’estetista, a parte quest’ultima volta, prima di partire per le vacanze di Natale, le prime della mia vita trascorse al mare, al caldo. Insomma ho risposto a una necessità dell’ultimo minuto e mi sono infilata in un centro estetico a caso.

Entro e mi è subito chiaro l’errore commesso. La persona che mi accoglie non segue nessuna delle regole non scritte dell’estetista. Per prima cosa resta nella cabina mentre mi cambio (la brava estetista sa che, anche se a breve ti analizzerà ogni pertugio come in un incontro di autoconsapevolezza sessuale degli anni Settanta, non deve essere lì mentre ti spogli). Poi non lascia lo slip di carta sul lettino, quello monouso, quello così carino che ti dispiace non sia commestibile.

Mi sdraio e mi chiede come voglio l’inguine e io lì crollo: “sgamba pure” dico. A tradimento mi dà una cazzuolata di cera, un quantitativo che da solo trasformerebbe l’Amazzonia nel brullo Tavoliere delle Puglie e, prima che possa urlarle “bruttastronzachecazzostaifacendo”, mi fa diventare Barbie magie di infibulazione. Che non ho mai capito se dargli del lei o del lui “al” o “alla” clitoride, ma il dubbio linguistico non lo ritenevo così rilevante da estirpare il problema alla radice. A quel punto, superato il primo strappo, non so più cosa fare. Non posso andare via, ho freddo non sento più le gambe, la vista è annebbiata. “Finiscimi, ti prego!” la imploro. “Puliamo un po’ dietro allora” propone. Le estetiste, anche quelle brave, usano questo gergo strano, questi eufemismi, “puliamo” invece di “ho una cura medievale per il tuo culo di babbuino” perché sì, ti incerano anche tra le chiappe. La prima volta è scioccante, ma per quanto tu sia stranita sai che non devi stringere o avrai il sedere sigillato a vita.

“Vuoi anche le sopracciglia?” osa ancora chiedermi. No guarda, le mie sopracciglia vanno benissimo così, anzi mi saranno utili per il futuro trapianto di peli che dovrò fare alle parti basse. “Abbiamo anche il laser…”. Grazie, Obi-Wan, mi tenti, ma dopo questa credo che opterò per il lato peloso della forza, come un piccolo Ciubbecca.

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Nella foto il laser: “Estirpare o non estirpare, non c’è depilare”. 

Insomma alla fine mi depila anche le gambe, ma tanto gli arti inferiori non li sento più, persiste ancora l’effetto epidurale della ceretta all’inguine. Naturalmente mi lascia residui di cera qua e là che si attaccano ai vestiti come velcro, così quando vado a casa mi tolgo i pantaloni in un colpo secco, come un California Dream Man qualsiasi davanti agli occhi increduli dei miei figli.

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Marta quando mi vede nuda mi fa mille domande, è incuriosita soprattutto dalla Soldato Jane là sotto. Ah che tenerezza l’ingenuità dei bambini, che candore adorabile.

La mattina dopo, quando incrociamo il vicino sulle scale, gli comunica trionfante: “lo sai che alla mamma hanno tolto la patatina delle donne grandi?”. E niente, non c’è estetista stronza che tenga, nessuno ti fa il laser alla dignità come un figlio. E buona ceretta a tutte.

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Fenomenologia dell’ex symbol.

Ogni coppia ha tre nemici da cui guardarsi: la noia, l’iPhone e gli ex symbol. L’ex symbol è un’entità maligna che, se invocata, è capace di mandare in vacca un rapporto, è un essere mitologico potente e spietato, è il demone delle gelosie retroattive, il signore degli ex. Ce ne sono di due tipologie l’ex symbol femmina e l’ex symbol maschio, a generarli sono i lasciati o anche detti “ex-sucantes”. L’ex symbol con il tempo accresce il suo potere attraverso il meccanismo del ricordo trasfigurato, il nuovo fidanzato o fidanzata del “sucantes” non deve nemmeno sotto tortura fare l’errore di combatterlo, è una battaglia ad armi impari, è il Darth Vader della nostalgia.

Nello specifico:

L’ex symbol del tuo fidanzato ha i problemi, “anche io c’ho i problemi” dirai tu, ma lei ha i problemi sexy. Tipo le dipendendenze. “Anche io c’ho le dipendenze”, ma lei ha le dipendenze sexy e no, la Nutella e Netflix non sono dipendenze sexy. Lei ha le turbe, “anche io c’ho le turbe”, ma lei ha le turbe sexy e no, non cagare se non hai il tuo bagno non è una turba sexy (esiste il singolare di turbe? È forse turbo?). E poi lei a letto è pazzesca, una cosa che le stanze implodono come in Inception. E tu dici “vabbe’ ma anatomicamente una donna è una donna, gli ingressi sono quelli”. No, tu hai gli ingressi limitati, lei ha la porta usb per la playstation. L’ex symbol, come tutte le mitologie che si rispettino, non esiste in effige e infatti ha un profilo chiuso su facebook, con una foto profilo del solo occhio. E tu sei tentata di mandarla ad analizzare da un iridologo, la foto: scoprire che ha un brutto colon forse ti darebbe un po’ di sollievo.

L’ex symbol della tua fidanzata non è proprio un ex, perché lui non ci sta a farsi catalogare in una relazione. È più un “ti adoro, come te nessuna, ma intanto mi ripasso anche le altre per verificare” symbol. Lui fa i giochetti. “Anche io faccio i giochetti” dirai tu, ma lui fa i giochetti sexy e no, creare i pallini con la lanugine dell’ombelico e tirarli alla propria partner non rientra tra i giochetti sexy. Lui è un animatore. “Anche io sono un animatore”. Sì, ma lui è un animatore sexy, tipo dj, e no, aver suonato la chitarra nel coro della chiesa a quindici anni non ti dà diritto a figurare nella categoria animazione sexy. Lui è un viaggiatore. “anche a me piace viaggiare”, no a te piace andare in vacanza, andare in vacanza non è sexy, viaggiare sì, senza una meta, andata senza ritorno, roba così. “Sì ok, però non c’ha un lavoro ‘sto ex symbol” obietti, ma non capisci che ha una disoccupazione sexy. “Ah tipo quella sovvenzionata da genitori sexy?”. Eh, proprio quella.

Va detto che l’ex symbol fondamentalmente ha solo un grande vantaggio rispetto a te, nuovo fidanzato/a, ovvero aver fatto scrivere il suo nome a lettere d’oro nel Grande Libro della Suca. So che suona volgare, ma è una volgarità sexy, credetemi. L’unico esorcismo possibile è rappresentato dalla totale assenza di interesse nei suoi confronti e dalla consapevolezza che anche tu, tu che non caghi se non hai il tuo cesso, tu che prima di partire per le vacanze sei sempre un po’ di cattivo umore e pensi “ma chi me l’ha fatto fare?”, tu che Inception forse non l’hai ancora capito e che da bambina pensavi che i bambini uscissero dal buchino della pipì e, insomma, ti dovevano pregare per pisciare, proprio tu che sei Mr “Turbe et orbi” sei anche l’ex symbol di qualcuno. Com’è possibile ti chiederai? Non sottovalutare mai il potere superiore della Suca.

in foto un’ex symbol femmina che si annoia.

di: susanita

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L’amore, a parlarne da vivo, la gente ha pudore.

Vorrei andare a passeggio con te nei luoghi dei ricordi tristi: ho in mente un programma di riqualificazione urbana della felicità. Portami in quel liceo dove forse ti prendevano in giro, dove la professoressa ti guardava strano, dove per la più bella eri un alieno. La più bella della mia scuola è sfiorita dopo il diploma. Scriviamo le nostre iniziali sulla lavagna, mastichiamo una gomma, l’attacchiamo sotto il banco, fumiamo una sigaretta in bagno.

Poi passiamo nella via dove mi piantò un ragazzo scortese, lo guardai andare pensando che la gente di spalle è più bella. C’è un bar con vetrina, ti aspetto dentro leggendo un libro, vieni a prendermi e balliamo abbracciati, come birilli.

Ho una lite in sospeso in piazza Statuto, portiamo la pace, facciamo un monumento ai caduti e rialzati. Andiamo a Firenze, io le devo un’altra occasione, l’ho odiata con tutta me stessa. Non ci siamo capite, la giravo sola spingendo i miei figli neonati, camminavo e cantavo Graziani. Le madri son gente così sola. Firenze era bella, non c’è che dire, e triste triste triste triste, come me allora. E allora ci riprendiamo Firenze, ne facciamo un tipino allegro, non voglio invecchiare odiando Firenze, Ponte Vecchio si farà perdonare.

Quando avremo bonificato il passato passeremo ai luoghi scoperti, quei posti nascosti che è una vita che dico “qui bisognerebbe proprio baciarsi”. La panchina sul fiume, il cortile con l’edera rossa, il cinema con le sedie di legno che sembra di guardare i film in un tram.

Ho un bel piano di riqualificazione urbana della felicità, ora apro il bando d’appalto. Ma faccio tutto in segreto, non ne parlo a nessuno, che l’amore, a parlarne da vivo, la gente ha pudore. L’amore a parole è concesso se nasce o se muore.

 

foto: Susanita

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“L’importante è che piaccia a te”. Piccola lettera malinconica di fine anno.

E di tutti i peccati da genitore quello che non mi perdonerei è il “Deve piacere a te”. Una madre “deve piacere a te” è quella che di fronte alla figlia (o al figlio) che presenta per la prima volta l’innamorato/a, confidando nell’approvazione familiare, assume un’espressione imperturbabile e tace per i successivi tre giorni. Al quarto, di fronte alla domanda diretta “E allora?” risponde con un ambiguo “deve piacere a te”.

Certo che deve piacere a me, mamma, anzi nel mio caso siamo un po’ oltre il piacere, sono completamente scema di questo ragazzo che mi pare bellissimo nonostante i brufoli, affascinante nonostante la magrezza goffa, navigato nonostante i sedici anni e l’assurda abitudine di indossare la lupetto beige. Mi piace e sarebbe bello che piacesse anche a te o che se non ti piacesse mi spiegassi perché.

La mia è stata una madre “deve piacere a te” o meglio “A te piace? L’importante è quello”. Così per ogni cosa che ho fatto o scelto, con l’effetto di lanciare un’ombra di dubbio anche sulle certezze.

Le costava tanto dire sì? Sì, costava tanto, come costa ai figli adolescenti la tenerezza. Come mi costava e mi costa ancora capire che l’intelligenza non serve ad avere ragione, ma a comprendere le ragioni degli altri, altrimenti è solo dialettica e prepotenza. Mi viene in mente la frase di Mazzacurati, “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile, sempre”. È uno di quegli insegnamenti che ha il sapore del comandamento religioso, indiscutibile, ma ho il sospetto che la condividiamo e annuiamo pensando di essere sempre noi i protagonisti della battaglia più spietata e all’ultimo sangue, mai gli altri. Sempre noi quelli da capire.

E così la mamma non dice “sì, mi piace”, perché è più forte di lei. E la figlia alza le spalle “tanto non mi importa” perché è più forte di lei. Abbiamo fatto vincere le più forti di noi e tu hai perso un po’ me e io ho perso un po’ te. Nessuno ti insegna ad essere genitore a parte i figli e io non devo essere stata un’insegnante facile. Lorenzo e Marta sono maestri migliori.

A volte mi chiedo perché non spiegarsi, non chiarirsi una volta per tutte, mi rispondo che non esiste una volta per tutte, così come non esiste il lieto fine. C’è nei film, nelle storie di fantasia. La volta che eravamo al mare insieme ai bambini e a Silvia, quello sarebbe stato un gran bel lieto fine, mamma: le tue figlie, i tuoi nipoti e il mare d’inverno. E invece la vita va avanti, quando ti pare di aver sciolto il nodo se ne forma un altro e un altro. Non esiste il lieto fine, al massimo la fine del momento lieto, con l’augurio che ce ne siano tanti. Almeno quanti ne conta questo nuovo anno che inizia.

 

foto: susanita

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Cose che la gente disordinata fa diversamente.

La gente normale fa il cambio dell’armadio, non che ci goda eh, ma tocca due volte all’anno: primavera e inverno.

La gente come me lascia l’armadio semivuoto e una montagna di vestiti ammonticchiati sulla sedia. A un certo punto la montagna diventa una presenza familiare, ottima per spaventare i figli di notte e infatti alle tre non vengono più nel tuo letto come un tempo, hanno paura dell’uomo nero. Verso aprile (in primavera) e verso novembre (per il cambio invernale) il golem ha preso le sembianze di un modello di Vivianne Westwood, la gente come me comincia allora a parlargli: ci sono dei problemi, soprattutto con la sua igiene personale “ormai sei grande, puoi benissimo farti una doccia da solo che, insomma, non puoi continuare a bivaccare a casa mia”.

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Nella foto: come spero diventi il golem di quest’anno.

La gente normale cambia password periodicamente e sensatamente spesso avvalendosi del generatore casuale on line.

La gente come me è un miracolo che se la ricordi la password e non la cambia da anni, la stessa per diversi account. Poi legge su facebook che al tizio x hanno hackerato il profilo, si terrorizza e in un raptus cambia gli accessi, diversifica, inserisce maiuscole, minuscole, numeri, alti, bassi, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale… Non scrive nulla da nessuna parte (perché so’ furba, se poi l’hacker mi trova i bigliettini?), ma memorizza tutto attraverso complicate mappe concettuali (prendi la data di nascita moltiplicala per 2 aggiungi 10 dividila per 2 togli il numero che hai pensato). Finalmente si tranquillizza. Il giorno dopo non ricorda più un cazzo, è confusa come dopo aver cercato di preparare la programmata di fine anno di greco in una notte. Viene rimbalzata a ogni tentativo di accesso. E meno male che adesso non appare più la sfilza delle domande assurde tipo Vuoi recuperare a password? Come si chiama il tuo animale domestico? Ti piacciono i fiori? Vuoi fare il fioraio? Che tu eri lì a bestemmiare e partiva il questionario dei tre giorni del militare.

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La gente comune fa la spesa intelligente. Compra la carne in offerta e poi la congela.

La gente come me non si vuole sentire da meno e allora anche lei compra la carne in offerta e la congela, poi siccome è furba come una faina la mattina tira fuori dal freezer il pacco di polpette formato famiglia e lo infila nel frigo. La sera torna a casa, trova nel frigo il pacco di polpette formato famiglia, non lo riconosce, guarda la data di scadenza e si indigna con se stessa perché non ha ancora buttato la carne scaduta da una settimana.

Per la gente comune al concetto “Lo metto qui così me lo ricordo” corrisponde un qui preciso e facilmente memorabile. La gente comune il “qui” effettivamente se lo ricorda.

Per la gente come me “Il qui che me lo ricordo” è un luogo mitico, come Le terre di mezzo o Hogwarts, The Land of I’ll put it here è un paese di nebbie perenni popolato da chiavi delle cantine, libretti delle istruzioni della lavatrice, garanzie delle tv, certificati elettorali, telecomandi.

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La gente comune scherza sui calzini spaiati mangiati di tanto in tanto dalla lavatrice e ironizza sulla propria sbadataggine. Ci fa simpatici status su facebook.

La gente come me sa che la gente comune non ha idea di cosa stia dicendo. Perché la gente come me ha incubi terribili dove, come in Uccelli di Hitchcock, è uccisa da calzini spaiati incazzati come bestie. I fantasmini a casa mia si chiamano così perché non sopravvivono mai, ma la loro presenza aleggia sotto forma di senso di colpa.

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La gente comune si bea del proprio senso civico guardando i timbri delle votazioni collezionati sulla tessera elettorale.

La gente come me colleziona tessere elettorali, una per ogni timbro. A ogni votazione non la trova e le rifà. La strada per “il qui che me lo ricordo” è lastricata di schede elettorali sostitutive.

Le donne comuni, quelle burlone, scherzano sullo stato delle loro borse, lamentandosi di non riuscire a trovare mai le chiavi.

La gente come me ha una borsa mutata geneticamente dall’eccesso di utilizzo. Una borsa che inghiotte qualsiasi cosa: biscotti dei bambini, assorbenti, penne biro, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale (aridaje), una borsa con l’idraulico liquido incorporato. L’ultima volta che c’ho buttato dentro le chiavi ha detto Wyoming ruttando.

La gente comune ha abbracciato la modernità e quindi acquista e sostituisce periodicamente le pile nei propri apparecchi elettronici.

La gente come me schiaffeggia il telecomando per fargli cambiare canale con tutta la forza che ha in corpo, a volte percuotendosi la coscia con foga. Quando nessuna rianimazione a schiaffoni è possibile decide di sostituirne le pile prendendole dalla bambola “mangia parla” della secondogenita. Solo che poi quando la secondogenita si accorge che la sua “mangia parla” è stata costretta al mutismo, la gente come me sottrarre le pile a Saetta “romba e tuona” del primogenito. Quando il primogenito si accorge che Saetta romba e tuona a salve, la gente come me sottrae le pile al depilatore da viaggio. La gente come me in viaggio ha una depilazione approssimativa.

 

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Lettera aperta da Babbo Natale.

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  • Smettetela di travestirvi da me. Mi fottete la copertura. Non sono scemi i bambini, non basta una barba sintetica a rendervi irriconoscibili. Non funziona come con Don Diego de la Vega, (tra l’altro l’unico con i baffi in paese) che si infilava la mascherina sadomaso e la gente si arrovellava “chi sarà mai questo Zorro?”. E comunque usate meno imbottitura, ho solo le ossa grosse.
  • Vi ho sentito cantare “Buon Natale, Babbo Maiale”, non mi è piaciuto.
  • I biscotti che mi lasciate sul tavolo per favore senza olio di palma, il latte che sia di soia e la carota per la renna che sia bio. Ho i trigliceridi alle stelle.
  • Una volta per tutte: il Dolce forno non ve l’ho mai portato ma avevo le mie ragioni. La versione anni Ottanta mi folgorava gli elfi, la versione anni Novanta era una delusione, le tortine si cuocevano alla luce di una lampadina e rimanevano crude. Mi dovreste essere grati.
  • Dovete farvi furbi sulla questione regali che spuntano dai nascondigli, i bambini si domandano per quale motivo, con tutto lo spazio che ho al Polo Nord, io debba usare come magazzino la parte bassa dei vostri armadi. Stateci attenti, queste sono le piccole cose che mettono in dubbio il mio lavoro.
  • A chi sostiene che sono una trovata pubblicitaria, vorrei dire che anche gli uffici marketing del Punto G e delle gambe senza cellulite hanno lavorato bene. Ma almeno io faccio un servizio pubblico importante, induco i bambini alla bontà mercificando il loro comportamento. Un mese di pace per i genitori grazie al “se non stai bravo Babbo Natale non ti porta i regali”. Non male no?
  • Una puntualizzazione: quando dite Babbo di minchia, non parlate di me vero? Nel dubbio, potreste smettere, almeno per l’Avvento.
  • Le letterine vanno scritte chiare, caratteri grandi, metteteci il codice di avviamento postale, affrancate e spedite. So che siete rimasti traumatizzati perché non vi hanno mai letti nell’angolo della posta di Bim Bum Bam e poi avete scoperto che vostra madre non spediva le buste per risparmiare sul francobollo. Ma le colpe dei padri non devono ricadere sui figli.
  • Come tutti gli anni saranno rispettati i due turni di consegna. Il primo per lo spacchettamento a mezzanotte, il secondo la mattina. Se ci sono variazione rispetto al 2015 siete pregati di comunicarle tempestivamente per non creare confusione.
  • Memo: pile non incluse.
  • Ci siamo rimasti Mentana e io a fare le maratone notturne, abbiamo pure una certa, trattateci bene.
  • Per gli agnostici cuori di pietra. Come i bambini toccano le vetrine dei negozi di giocattoli, le domeniche pomeriggio di dicembre. Per Natale auguratevi qualcuno che vi tocchi allo stesso modo.
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