La maternità è quell’apostrofo merda-rosa tra “goditelo ora, perché un giorno tutto questo ti mancherà” e “questo è niente, non hai idea di cosa ti aspetta”.

La maternità è quell’apostrofo merda-rosa tra “goditelo ora, perché un giorno tutto questo ti mancherà” e “questo è niente, non hai idea di cosa ti aspetta”. Non se ne esce. Allego tre tipologie di dialogo con annesse risposte, tra una neo madre e una passante misericordiosa dispensatore di consigli (sì questo tipo di conversazioni sono più spesso declinate al femminile).

Passante misericordiosa: Come stai?

Madre: Beh ho la mastite e le ragadi e il bambino beve un nutrientissimo mix di latte e sangue che tra l’altro avvalla la mia teoria di aver partorito un vampiro visto che di notte veglia e dorme solo di giorno con i nonni o le babysitter, al limite anche l’idraulico di passaggio, che no, non è il padre, qualsiasi battuta sessuale tra l’altro è fuori luogo in questo momento perché il mio corpo mi pare un sacco ripieno di frattaglie organi riproduttivi compresi.

Passante misericordiosa: Eh ma non hai visto niente, aspetta che sia adolescente. Bambini piccoli problemi piccoli…

Madre: E dimmi che grande vaffanculo si abbina a questa grande risposta di merda?

 

Passante misericordiosa: Come stai?

Madre: Beh, mio figlio ha il reflusso e le coliche, in pratica piange ventiquattr’ore su ventiquattro. Ma forse è un bene perché così copre i miei singhiozzi.

Passante misericordiosa: Ah goditelo ora, perché ti mancherà questo periodo.

Madre: …

Passante misericordiosa: No, ma davvero, poi crescono, mio figlio per esempio non mi chiama mai.

Madre: Tuo figlio non ti chiama mai perché sei una persona orribile brutta stronza che non sei altro.

 

Passante misericordiosa: Come stai?

Madre: Tutto a posto. Il bambino è una gioia.

Passante misericordiosa: Goditelo questo periodo.

Madre: Sì sì, ma infatti lo sto facendo.

Passante misericodiosa: Eh ma non hai idea di quanto passi velocemente il tempo.

Madre: Sì ho chiara l’idea infatti cerco di essere presente e amorevole.

Passante  misericordiosa: Eh ma proprio goditelo perché non sai la nostalgia quando crescono.

Madre: Guarda sto godendo tanto tanto, godo durissimo, ahhhh non puoi capire, ancora, ancoraaaa, sìììì sìììì, ahh ahh, così.

 

Ora io ho quarant’anni, sono madre da otto. Mi pare incredibile aver passato tanto tempo a preoccuparmi della doppia pesata o di quanta patata mettere nel brodo insieme alla carota o alla zucca. C’è stato un tempo in cui la mia vita sapeva di ricotta e prosciutto in pappetta, è stato un tempo felice. Lo rimpiango? A volte, ma non faccio testo, a me mancano anche i Jalisse se ci penso un po’ troppo su. Lo rivivrei? Ogni singolo istante. Ci tornerei? No. Il peggio è arrivato dopo? No. Non ancora almeno, ma sto sul chi vive, per tutte le volte che mi avete mandato la iattura malefica uccellacci del malaugurio, fantasmi della genitorialità futura. Una madre in effetti non sa cosa l’attende. Così vorrei dire a questa madre affaticata una cosa semplice, una cosa semplice che può capitare perché è capitata a me.

I bambini crescono ed è un privilegio, sono tornata da un weekend al mare con una cara amica, i nostri figli hanno corso in spiaggia, felici. Le bambine si sono chiamate tutto il tempo “ragazze”, giocando con le onde come si gioca con i giorni a venire. Lanciandosi e fuggendo. Noi madri ci siamo chiamate tutto il tempo “ragazze” con la stessa allegria nello sguardo. Eravamo dove volevamo essere, libere, perché la libertà ho scoperto non è fare ciò che si vuole, ma sapere cosa si vuole, con tutta la fatica che comporta questa consapevolezza. Cara mamma, cara ragazza, ti aspetta (anche) la grande bellezza.

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Al netto dell’amore.

Al netto dei “Sei troppo intelligente, lo spaventi”. Sto cercando di brevettare le mie sinapsi spaventose come cura per il singhiozzo. Ho l’intelligenza terrorizzante, se ti avvicini al mio orecchio puoi nitidamente sentire la pianola dei Goblin o le due note dello Squalo. L’intelligenza (come l’olio d’oliva nella focaccia bianca) non è mai troppa, non si è mai troppo intelligenti, al massimo si è troppo rompicoglioni. E comunque vorrei lanciare una petizione per alzare la soglia di sopportazione dei coglioni degli uomini. Stop alla produzione di gonadi soffiate da mastri vetrai di Murano, palle di cristallo, maroni di Boemia.

Al netto dei “si pentirà”. Che premio di consolazione di merda è “si pentirà”? Chi dovrebbe sentirsi meglio al pensiero di questo che, tra tre anni, nella solitudine della sua casa, viene colto da una fitta potente. Fosse almeno un infartino, una colica renale. No. Una fitta di pentimento. Io al “si pentirà” preferisco “si piscerà un calcolo renale”.

Al netto dei “sei una donna ingestibile”. Come fossi un San Bernardo in un monolocale, che si è pure ubriacato con la fiaschetta di salvataggio.

Al netto delle dediche. Perché sono una che si dedica, dedica tempo, pensieri, canzoni, parole, dedico silenzi, vestiti svolazzini, rossetti sulle labbra. Solo che ogni dedica è una proprietà privata, quella canzone sarà solo sua, suo quel pensiero, quella via, quel silenzio, quell’abito e quel rossetto. Ogni amore finito è un trasloco, un guardaroba sprecato, un disco scaduto.

Al netto dei “mai più!” ripetuti, rivendicati. Mai più messaggi senza risposta, mai più richieste d’aiuto, mai più serate passate a guardare nel vuoto. Mai più questo dolore, mai più il sordo rancore. Ma anche al netto dei “non mi succederà mai più, vero?” detti con aria smarrita, perché la grande paura celata, quella taciuta è che l’amore sia un caso fortuito, appena una o due volte in una vita.

Al netto dell’amore che ammala e allora quando ammala bisogna avere la forza di farla finita. Procedere con l’esecuzione. È Beatrix Kiddo che si deve vendicare, che deve uccidere Bill per continuare ad amarlo e ad amare. Ecco lo so che sembra paradossale, ma al netto dell’intelligenza, dei pentimenti, delle dediche, dei finali mai all’altezza, delle brutte canzoni, delle esecuzioni, al netto del lutto, se penso al mio amore per te, io lo rivivrei tutto.

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foto: Susanita

 

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La (mia) famiglia e altri animali.

– Come scegliamo di chiamarla?

– Io andrei sul classico: famiglia tradizionale.

– Come le ricette di nonna?

– Eh, cos’hai contro le ricette di nonna?

– Niente, ma poi saltano fuori sicuro con la famiglia gourmet, la famiglia fusion, loro sono fortissimi con i testimonial. Anche Cracco è risposato due volte.

– Allora proviamo famiglia DOCG.

– Bello, molto. Così ci infiliamo dentro anche un riferimento a mogli e buoi dei paesi tuoi, aiutiamoli ad accoppiarsi a casa loro… Però come la certifichiamo?

– In che senso?

– La certificazione di origine controllata e garantita prevede una serie di controlli. Ci dovrebbe essere qualcuno che entra nelle nostre case, rigira i nostri cassetti, apre gli armadi, guarda dietro i crocifissi, fa le domande ai vicini e soprattutto entra nella nostra cronologia.

– Nella cronologia delle mie ricerche su internet dici?

– Ok, senti come suona bene: Famiglia NATURALE.

– Bellissimo, fa tanto Geo&Geo, rassicura anche sui temi ambientali. No?

– Fa green e non impegna e in culo a quella bambina col cappuccio giallo.

– Quella della Barilla?

– Ma no, l’altra.

– Però io a Geo&Geo avevo visto un documentario dove dicevano che in natura 1500 specie animali… sì, insomma, giocano a incularella tra loro.

– Ah merda! Allora Naïf. La Famiglia Naïf!

– Mh… fa gay, no?

– Senti io lascerei Famiglia Naturale, perché non c’è più tempo. Al massimo facciamo un discorsetto alla Sagramola, se fosse proprio il caso.

– Andata.

– Andata.

Deve essere andata così nel brainstorming che ha preceduto il congresso di Verona. Però a me vengono naturali un numero imprecisato di cose illogiche e folli tipo dare un calcio in culo ai chihuahua. Mi viene istintivo, da quando sono bambina, ma giuro che non l’ho fatto mai perché è incivile oltre che idiota. La cosa bella della civilizzazione è che ha decretato proprio l’inciviltà di alcune pratiche naturali come la vessazione del forte contro il debole e la logica del branco.

Eppure “naturale” non è così erronea come definizione nel contesto del congresso. La natura, si sa, è crudele e non riesco a pensare nulla di più crudele dell’operazione feto-di-plastica. Bestialità a più livelli: nei confronti delle donne che hanno affrontato un aborto, tra l’altro nel pieno rispetto della legge, facendo una scelta che è una scelta di vita, contrastata, difficile, personale, privata e intima. Una scelta di vita, ribadisco, e non di morte. Bestialità nei confronti delle donne che un aborto l’hanno vissuto per motivi naturali (nel mio caso al terzo e al sesto mese) e che avrebbero evitato volentieri l’esperienza di vedersi rifilare il proprio dolore formato cicciobello never born.

Detto questo io al congresso ho visto la difesa della famiglia spaventata, che diventa spaventosa. Talmente terrorizzata dal mondo e dalle sue istanze da volerlo riportare indietro di cinquant’anni e cinquant’anni sono pochi. E fa bene ad essere spaventata e arroccata, perché fuori sappiamo che quel modello non esiste, non è mai esistito, perché non prevede la complessità, l’umanità, meno che mai il dubbio. L’unica famiglia naturale che conosco io è quella da cui naturalmente scappi 100 volte e a cui naturalmente torni per 100 e una. Lo spareggio dell’amore fa la differenza, quell’una volta in più, non il sesso d’appartenenza, non la fertilità, il numero di figli o cicciobelli.

Chiudo questo breve sproloquio con una cosa scritta dal mio amico Massimo Santamicone, sostenitore della famiglia gourmet e fusion: “L’argomento forte dei sostenitori della cosiddetta famiglia tradizionale, quello che usano come bomba atomica da salotto, è che puoi fare unioni di tutti i tipi, omosessuali, bisessuali, metasessuali, ma alla fine per fare un figlio servono una mamma e un papà. Beh, amici miei, vi svelo un segreto: per fare un figlio non servono una mamma e un papà, servono dello sperma e un uovo, e tecnicamente è più complicato fare un pan di spagna”.

*nessun chihuahua è stato calciato e nessuna Sagramola contattata per scrivere questo post

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Nella foto: Alle giornate veronesi rispondo con la bellezza di Una giornata particolare di Ettore Scola. Uno dei film che amo di più e che racconta di un omosessuale e una donna sola che, anche se per poco, riescono ad essere una famiglia.

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La QUARANTOLESCENZA.

I bambini si dividono in due categorie: quelli che voglio diventare grandi in fretta e quelli che invece no. Agli occhi dei primi, gli adulti sono credibili, affidabili, perché ce l’hanno fatta, hanno realizzato il grande sogno, ovvero crescere. Basta questo per farne dei supereroi. Poi ci sono quelli che no, preferiscono restare piccoli, come mia figlia Marta che alla materna fingeva di non saper leggere perché sperava di non passare alle elementari. Marta sta volentieri con gli adulti, ma è evidente il suo sguardo indagatore, non si fida mica. Io invece appartenevo alla prima categoria, esattamente come Lorenzo. Non avevo dubbi che i miei genitori, gli amici dei miei genitori, il panettiere, persino il figlio tossico dei vicini, fossero in gamba, tutti, nessuno escluso, i dubbi mi sono venuti quando ce l’ho fatta anch’io a maturare e non mi è parso questo gran traguardo. Vale sempre il vecchio adagio di Groucho Marx “non vorrei mai far parte di un club che accettasse me tra i suoi soci”.  Comunque il mio lavoro quotidiano consiste nel meritarmi lo sguardo ammirato di Lorenzo in qualità di adulto che ce l’ha fatta e conquistarmi quello di Marta, fugando ogni dubbio che io sia un bluff. Questa è la vita di me genitore. Ma poi c’è quella di me donna.

Da donna sono entrata nella fase più difficile dell’adolescenza: i quarant’anni. La quarantolescenza [n.b. Questo non è il solito pippone dove schernisco la mia generazione di smidollati, vorrei sottolinearlo perché va molto di moda buttarsi merda addosso rivalutando il passato]. Adolescente viene da adolescens participio presente di adolescere composto da ad rafforzativo e alere nutrire. Nutrirsi, continuare a crescere. In questo senso forse tutte le età hanno il loro lato adolescenziale. Solo che io adolesco di più ultimamente e non mi pare di essere l’unica tra i miei coetanei. Per alearmi mi aleo, come una protagonista dei video indie, mangiando male, a orari improbabili. Ed è bello scoprire che ciò che non m’ammazza mi ingrassa, ma nemmeno troppo. Henry Estienne è diventato celebre per la massima: “Se gioventù sapesse e vecchiaia potesse”. Ecco, io mi trovo in quella brevissima forbice spaziotemporale in cui penso di sapere e potere, ma vorrei rassicurare monsieur Estienne, che no, non cambia un cazzo: puoi saperle tutte, ma tanto non le impari mai veramente. Puoi poterle tutte, ma tanto ne vuoi una in più per complicarti la vita.

Allora di cosa mi nutro al momento? Di incontri, notturni, il famoso amore quando i semafori lampeggiano sul giallo. Di torta pan di stelle, ribattezzata torta pan di spugna per quella consistenza allapposa ma convincente che crea dipendenza. Le stelline bianche di zucchero le scarto e le uso per scrivere messaggi improbabili, nomi, iniziali, oscenità, imprecazioni, a seconda del momento. Mi nutro di speranze, ma ho smesso con le illusioni. Di progetti nuovi, folli in teoria, ma che con la pratica, con tanta pratica, ho capito essere i più soddisfacenti.

Mi nutro di chiacchiere, quelle non mancano mai.

–       Mi pensa secondo te?

–       No.

–       Perché?

–       Perché sta scopando con una con più tette.

Questa è una classica conversazione con amico maschio, rispetto a una mia relazione a caso, terminata da poco. Questa invece è una conversazione tra me e un’amica rispetto a una mia relazione a caso, terminata da poco.

–       Mi pensa secondo te?

–       Certo che ti pensa.

–       Ma perché non mi ama?

–       Certo che ti ama, solo che non ce la fa.

–       Non ce la fa?

–       Tu sei impegnativa, maschia, troppo intelligente.

–       Eh già sono troppo intelligente. A volte me ne dimentico.

–       …

–       Perché dici quella cosa del “maschia”?

–       Ma niente, nel senso che sei come uno si immagina la “maschia alfa”, una determinata, indipendente, che non chiede.

–       Eh già, non chiedo, ma non era nel senso che ora sta con una meno maschia e quindi con più tette vero?

–       No, le tue tette sono perfette.

–       Eh già sono perfette. A volte me ne dimentico.

Gli uomini mi hanno cresciuta a pillole di saggezza non indorate. Generalizzo. Ma tra le donne che frequento io c’è un patto segreto, un postulato non detto. Io indoro, perché preferirei che mi si indorasse quando sarà il mio turno. A differenza di quando avevo 17 anni sono meno moralista, ma quello che facevo di nascosto ai miei genitori continuo a farlo di nascosto a me stessa. Non posso fare a meno di beccarmi e cazziarmi, mi metto anche in castigo, ma poi trovo il modo di uscirne. Mi nutro di persone che mi prendono, ma ora prima mi informo anche su dove intendano portarmi, ho scoperto che fa la differenza.

Nutro il mio corpo con altri corpi, ed è bello, il sesso dei quarant’anni che è un compimento, sesso dal latino scisso, stessa radice, si fa sesso per completarsi. Tutto questo latino a vanvera perdonatemelo, ma sono un’adolescente, quella con IL sotto il braccio, quindi ora e sempre: Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi… [aggiungo che il latino non doveva servire a nulla e invece ha molto successo nei post infarciti di etimologie per lo più inventate di sana pianta, ne sarà lieta la mia professoressa Salomone]. Mi nutro di telefonate rubate alle mie responsabilità, telefonate origliate da mio figlio che mi chiede “perché prima facevi quella voce piccola, sottile?”. Perché ho diciassette anni amore mio, purtroppo e per fortuna, per tutti tranne che per voi.

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foto: Estéban Puzzuoli (via: Susanita)

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Le uova Allen e la fisica dei sentimenti.

Candele e cavalli. La luminosità si misura in candele di cera, la potenza in cavalli a vapore. Me le immagino le candele accese che ci vogliono per un proiettore da stadio, una Notre-Dame di ceri votivi: decine di milioni. I cavalli anche me li vedo, ma proprio cavalli veri che fanno uscire il vapore dalle narici. Mai capito un cazzo di fisica. Io fantastico. I miei figli hanno parametri tutti loro. La follia scapigliata di Marta, tipo quando corre o balla o canta la hit inventata da lei medesima “Ti odio con tutto il mio amore”, è quantificabile in colpi di testa Carrà. Avete presente quando Raffaellona dà la scudisciata con il caschetto biondo? Mia figlia raggiunge picchi di euforia che emettono energia pari a 87 colpi Carrà. La sua rabbia è repentina e furiosa, non vorrei essere imprecisa nella numerazione ma si attesta sui 12 Leonida. Certo non sembrano tantissimi dodici, ma suo fratello non è andato mai oltre i quattro. Dodici Leonida che urlano “questa è Sparta!” con tanto di calcione, fanno paura, fidatevi.

La tristezza. Anche quella a casa mia si misura in cavalli, ma di Atreiu. Morti nella palude anch’essa della tristezza (so che ne parlo spesso, ma un trauma è un trauma, gente). Lorenzo ha montata una tristezza a 90 cavalli Atreiu, come sua madre. Non li usiamo tutti, funziona come per la velocità nelle auto, sai che potresti spingerti fino a lì, ma resti nei limiti di sicurezza perché sentire tutto, troppo, forte, è pericoloso. Il fastidio? In navette aeree. Quando invece del finger, il tunnel che ti porta direttamente dal gate alla pancia del velivolo, ti tocca risalire sul pullmino che gira in tondo sulla pista di partenza. Che fastidio!

Delusione? In doppie spunte blu. L’antipatia? In like coatti. Mi spiego. Sui social c’è questa categoria di persone che non compare mai nemmeno con un cenno sotto i tuoi post, che ti segue silente e odiante, te ne accorgi solo perché mette like ai commenti negativi di altri ai tuoi status. Ecco per me l’antipatia si misura in like coatti. Quanto ti sta sul culo quella? Uh, quella la odio a 108 like coatti. Una stronza eh? Non puoi capire…

Poi ci sono sentimenti sfumati difficili da definire. Tipo quel misto di frustrazione e determinazione disperata. Quella si misura in Dino Campana, quando l’editore gli perse il manoscritto dei Canti Orfici e lui li riscrisse tutti a memoria. Quanto ti senti incazzato e cazzuto? Nessun essere umano è andato oltre i 4 Dino Campana.

La luminosità comunque da ora in avanti non la conterò più in candele, ma in venerdì 15, il giorno della manifestazione globale per il clima. Ero a Rimini, mai vista una mattina così splendente di giovani sorrisi.

Ah, poi io amo a dozzine di uova Allen. Le uova Allen sono un metro che ho stabilito guardando per la quattrocentesima volta il monologo finale di Io e Annie. Per me resta una delle chiuse cinematografiche migliori di sempre. Alvy Singer, dopo aver incontrato la ormai ex Annie, dice:

Dovevamo scappare tutti e due. Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto che donna fantastica era e di quanto fosse divertente solo conoscerla. E io pensai a… quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

Recentemente ho sfiorato un pericoloso 6 dozzine di uova Allen. Di più non è possibile perché poi si impazzisce, come la maionese, appunto.

Adorabile illustrazione di Letizia Rubegni.54517772_580884792432581_1920403654704103424_n.jpg

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Meglio libere che ribelli.

Siamo adulti così spaventati, bambina mia, che vi diciamo anche come quando e contro chi ribellarvi. Una ribellione bella da vedersi e da raccontarsi, che non ci metta davvero in discussione. Figlia mia, come la vivi tu la questione delle bambine ribelli? Io non so, non c’è cattiva fede, è marketing, ma è un marketing che trasmette un’idea di femminilità sempre fuori dalle righe, spudorata, alternativa, interessante, mai banale. Io ero banale invece, inadatta a questo modello tosto di fanciulla, che si sbuccia le ginocchia e corre più veloce di tutti. Io guardavo le stelle perché aspettavo che cadessero, non perché sognassi di diventare un’astronauta.

Fossi stata Pippi mi sarei fatta trovare una famiglia dai servizi sociali; fossi stata Alice non avrei bevuto la bottiglia bevimi, non avrei mangiato il biscotto mangiami, io in casa degli altri mica potevo aprire il frigo, era la regola. Le regole le ho infrante con il tempo e ne ho riscritte di mie. Ho messo in dubbio i miei genitori, ho messo in dubbio princìpi, prìncipi e principesse, ho messo in dubbio i consigli e chi pensava al mio bene. Come tu metterai in dubbio me (ti prego non il mio bene per te). Me che ti dico:

non sei l’altra metà del cielo, sei il cielo tutto intero e sarai sia nuvola sia arcobaleno. Non sei l’altra metà della mela, sei una, sola. Cerca di togliere la virgola tra “una” e “sola”, ci saranno persone ad aiutarti in questa difficile operazione. Uomini, donne, amici, letture, film, chiacchiere, musica, io. Poi lavora, renditi indipendente in tutti i modi possibili, anche economicamente, questa è la cosa più importante, guadagnare da quello che sappiamo fare è il primo passo. Lavora senza esagerare, ma con soddisfazione che è il vero riposo. Le soddisfazioni te le devi prendere, non cadono dall’alto, né cadono dall’altro, sei tu la misura. Sei tu a fare entrare chi vuoi nella tua vita e tu quella ad indicare la via per uscire, quando il tempo insieme è finito. Tu a darti, tu a riprenderti. Non c’è bisogno di ribellione, amore mio grandissimo, se cresci libera.

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Illustrazione: Letizia Rubegni.

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La lettera scarlatta: la A di Amante.

Era una piccola danza, conoscevamo tutti i passi ma ci piacevano le variazioni. Parcheggiavamo nella via laterale, mi camminava accanto per una ventina di metri, era lo spazio in cui diceva qualcosa che non ascoltavo. Un ristorante dove aveva cenato, una nuova serie su Netflix. Entravamo nel portone, cortile, porticina, due rampe di gradini. Lo anticipavo di uno scalino perché mi potesse guardare di spalle, sulle scale ero sempre di buonumore, da Cenerentola al ballo. Poi eravamo in casa: per un lungo istante restavamo uno davanti all’altra a guardarci negli occhi, e sembrava non sapesse cosa farci con me, se accucciarsi ai miei piedi o staccarmi la testa con un morso.

Mi impugnava il collo come si impugna un’arma, ma non era un duello, con altri lo era stato, con lui no. Io non ero vittima, non ero carnefice, ero l’arma. Mi vestivo la mattina pensando a quando mi avrebbe spogliata a pranzo, gli anelli me li sfilavo io, uno a unowa. Lui non si tolse mai la fede dall’anulare, mi illusi che fosse possibile accontentarmi delle altre nove dita.

Il lunedì e il giovedì erano giorni buoni per noi, il lunedì soprattutto perché la donna delle pulizie era appena andata via e la casa profumava di fresco. Il lunedì seguiva il weekend e gli amanti il weekend litigano e poi non si rispondono ai messaggi e spengono il telefono e si maledicono e si benedicono, “sei sempre con me” si ripetono e vogliono crederci, ma no, chi è sempre con te non te lo dice perché c’è. Gli amanti sono molto soli, non possono parlare del loro amore e non perché le persone non debbano sapere, non possono perché se sei un’amante donna sei ontologicamente una svantaggiata psichica, una da compatire, da guardare con pena. La A più peccaminosa, non è quella di Adultera, ma quella di Amante, l’adultera è attiva, l’amante è passiva, subisce un’ignominia che non ha nulla a che fare con la morale. C’è qualcosa di peggio di essere amorali ed è essere stupide. L’amante è una malata terminale, l’unica a non sapere del proprio male in un mondo che invece ha la verità in mano e la verità è che i miracoli non esistono.

La mia lettera scarlatta l’ho indossata da madre single. I miei figli mi portarono a vedere Avengers infinity war al cinema e io ebbi un’illuminazione. Avengers infinity war è uno dei pochi film dei supereroi dove i buoni perdono, letteralmente dimezzati dal cattivo intergalattico Thanos. In una delle scene finali, quando la disfatta è lampante, Iron Man chiede a Doctor Strange che ha facoltà divinatorie, se riesce a prevedere il futuro dell’umanità. Il dottor strano, che è strano forte non c’è che dire, risponde che ha analizzato 14 milioni di futuri possibili. E in quanti vinciamo? Lo incalza Ferro-man. Una, risponde il compare Avengers. Ecco l’Amante razionalmente sa di vivere un amore con una possibilità di felicità su 14 milioni, ma ugualmente si aggrappa a quella, d’altronde gli italiani hanno una possibilità su 622 milioni di vincere al superenalotto e ugualmente ogni settimana giocano i loro tre euro.

Veniamo ai 13 milioni e 999 mila e 999 futuri in cui l’Amante perde, quelli non li racconta mai nessuno, ma sono noiosi, lenti, inesorabili, sono futuri in cui sembra che il futuro non accada. È sempre un problema temporale l’amore. La grammatica italiana lo spiega bene. Amante è un participio presente e chi ha una relazione extraconiugale è obbligato a pensare al qui e ora, non esiste futuro, non esiste progetto. Gli amanti sono tutti un po’ adolescenti (che suona come un altro participio presente), trascorrono le sere a scriversi messaggi, concordare le telefonate, litigare anche per le piccole cose, i ritardi, le disattenzioni, stanno in bagno ore a prepararsi ma anche a cercare oasi di pace dalla famiglia. Ed è liberatorio perché pensare al presente significa vedersi ogni volta come se fosse la prima, anche se è per il solito pranzo dove tu sei la portata principale, il lunedì. A un certo punto, però, dal “che bello sarebbe se le cose rimanessero così”, così sorprendenti, leggere, facili come adesso, improvvisamente si passa al “che angoscia se le cose rimanessero così”, senza evoluzione, nascoste, ferme. Cominciano allora i problemi, i mille addii, perché gli amanti sono molto bravi a lasciarsi, sono professionisti delle fughe e dei passi indietro che sono solo rincorse per riprendersi. Ci provammo a separare in tutto tre volte con l’uomo di fede, la quarta ci fu fatale.

Tornando ai supereroi. La moglie dovrebbe essere quella che vince nei 13 futuri con nove periodico di cui sopra, ma no, non ha l’aspetto di una che sta alzando una medaglia al cielo dopo averla baciata. Lo so perché sono stata anche la moglie. Ho capito che il padre dei miei figli mi tradiva perché non riusciva a non parlarmi di lei, l’altra. Mi parlava di lei senza parlarmene davvero, ne evocava i gusti, la presenza. Ho sentito di questa serie, la vediamo stasera?. Esordiva. Da chi hai sentito? chiedevo, tu che non ascolti mai niente, che non ti entra in testa nessun suggerimento a meno che ti venga ripetuto tre volte come le formule magiche, così si avvera. La risposta era sempre: l’ho sentito da una collega, anzi un collega maschio, anzi un collega neutro. Dolore straniante stare con qualcuno così coinvolto da un’altra persona da non riuscire a tenere ciò che piace all’amante per sé, che debba farlo sapere anche alla compagna ufficiale, alla moglie. Usa cautele, cancella i messaggi, non si fa beccare, ma è innamorato, lo percepisci. È tutto così confuso, tu sei la madre, ma anche la confidente, tu sei maternità, comprensione, tu sei quella a cui racconta le cose e se non te le racconta non sono vere. E ti odia perché non può raccontartele, ti odia perché sarebbe così facile amare te, invece di quest’altra, questo collega, anzi collega maschio, anzi neutro, anzi asessuato. Che tanto non avrà la forza di prendere con sé, non avrà la forza di riaffrontare tutto dall’inizio. Quella forza lì, nemmeno i supereroi.

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Foto: Susanita

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