Lettera aperta da Babbo Natale.

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  • Smettetela di travestirvi da me. Mi fottete la copertura. Non sono scemi i bambini, non basta una barba sintetica a rendervi irriconoscibili. Non funziona come con Don Diego de la Vega, (tra l’altro l’unico con i baffi in paese) che si infilava la mascherina sadomaso e la gente si arrovellava “chi sarà mai questo Zorro?”. E comunque usate meno imbottitura, ho solo le ossa grosse.
  • Vi ho sentito cantare “Buon Natale, Babbo Maiale”, non mi è piaciuto.
  • I biscotti che mi lasciate sul tavolo per favore senza olio di palma, il latte che sia di soia e la carota per la renna che sia bio. Ho i trigliceridi alle stelle.
  • Una volta per tutte: il Dolce forno non ve l’ho mai portato ma avevo le mie ragioni. La versione anni Ottanta mi folgorava gli elfi, la versione anni Novanta era una delusione, le tortine si cuocevano alla luce di una lampadina e rimanevano crude. Mi dovreste essere grati.
  • Dovete farvi furbi sulla questione regali che spuntano dai nascondigli, i bambini si domandano per quale motivo, con tutto lo spazio che ho al Polo Nord, io debba usare come magazzino la parte bassa dei vostri armadi. Stateci attenti, queste sono le piccole cose che mettono in dubbio il mio lavoro.
  • A chi sostiene che sono una trovata pubblicitaria, vorrei dire che anche gli uffici marketing del Punto G e delle gambe senza cellulite hanno lavorato bene. Ma almeno io faccio un servizio pubblico importante, induco i bambini alla bontà mercificando il loro comportamento. Un mese di pace per i genitori grazie al “se non stai bravo Babbo Natale non ti porta i regali”. Non male no?
  • Una puntualizzazione: quando dite Babbo di minchia, non parlate di me vero? Nel dubbio, potreste smettere, almeno per l’Avvento.
  • Le letterine vanno scritte chiare, caratteri grandi, metteteci il codice di avviamento postale, affrancate e spedite. So che siete rimasti traumatizzati perché non vi hanno mai letti nell’angolo della posta di Bim Bum Bam e poi avete scoperto che vostra madre non spediva le buste per risparmiare sul francobollo. Ma le colpe dei padri non devono ricadere sui figli.
  • Come tutti gli anni saranno rispettati i due turni di consegna. Il primo per lo spacchettamento a mezzanotte, il secondo la mattina. Se ci sono variazione rispetto al 2015 siete pregati di comunicarle tempestivamente per non creare confusione.
  • Memo: pile non incluse.
  • Ci siamo rimasti Mentana e io a fare le maratone notturne, abbiamo pure una certa, trattateci bene.
  • Per gli agnostici cuori di pietra. Come i bambini toccano le vetrine dei negozi di giocattoli, le domeniche pomeriggio di dicembre. Per Natale auguratevi qualcuno che vi tocchi allo stesso modo.
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Bambino anni Ottanta vs Bambino Moderno.

Il cinema.

Oggi. Esce il nuovo film della Disney e le mamme della chat si scatenano: “è adatto al mio bimbo di otto anni? No, perché Paolo è tanto sensibile, piange ogni volta che muoiono i pidocchi della pubblicità anti-pediculosi”.

Ieri. Il bambino anni Ottanta ha visto sprofondare il cavallo di Atreiu nelle paludi della tristezza. E ho detto tutto.

Oggi. Prima del film i genitori comprano pop corn e bevande varie e si dotano dell’alzatina per far godere il film al figlio. Nel caso l’alzatina non sia sufficiente decapitano gli astanti.

Ieri. Non mi è chiarissimo perché ma al cinema si entrava più o meno sempre a film iniziato e poi si aspettava lo spettacolo successivo per vederne l’inizio. Ci si sedeva sul cappotto di papà arrotolato sotto le chiappe con le chiavi di casa nella tasca che ti si conficcavano in una coscia.

Le minacce.

Ieri. “Marco conto fino a tre e poi vedi. Marco 1, Marco 2, Marco 3. Aggiudicato a Marco una scarica di legnate!”.

Oggi. “Marco conto fino a 3 e poi vediamo se 4 5 o 6 sono ancora lì dove immaginavamo che non si sa mai, ‘sti numeri burloni fanno certi scherzi…”.

Il medico.

Ieri. C’era il pediatra. Il mio fumava il sigaro mentre mi visitava, non scherzo. Il pediatra anni Ottanta aveva un solo grande nemico: l’acetone. L’acetone era diffuso e ne soffrivano molti bambini che alle dieci di mattina in classe vomitavano. Sul vomito delle 10 della mia compagna Rosalia pare ci regolassero il Big Ben.

Oggi. C’è wikipediatria! Perché rivolgerti a un medico quando hai le bufale di internet a disposizione?

Lo sport.

Ieri. Io ero cicciottella da piccola, l’idea di attività di mia madre fu andare a scuola e dire alle maestre di non darmi la pagnotta a mensa. Non aveva niente contro lo sport a patto che non si sudasse, il sudore era il male: “guai se ti asciughi il sudore addosso” o peggio “guai se ti si ghiaccia il sudore”, me lo ripeteva estate e inverno. Comunque lo sport per l’infanzia era roba da snob. Danza per le bambine, judo per i maschi. Nuoto se avevi la lordosi o la scoliosi. Grazie al cielo la mia schiena era dritta, tra la scoliosi e il rischio di farmi asciugare addosso il sudore mia madre avrebbe comunque preferito farmi mettere il busto.

Oggi. Il bambino moderno di attività sportive ne fa almeno tre, più che altro perché i genitori si sentano giustificati a scrivere lettere aperte sui compiti impossibili da finire se fai almeno tre attività pomeridiane e sei un bambino moderno.

La festa.

Ieri. I compleanni del bambino anni Ottanta erano in famiglia: si sospendeva la criogenesi alla bisnonna che presenziava al soffio delle candeline (usate), si scattava la foto seppiata vestiti con la salopette (in caso di compleanno di maschio) o la gonna scozzese (in caso di compleanno femminile) e via.

Oggi. I compleanni del bambino moderno partono dal Prediciottesimo (mese) con l’animazione dell’Aquafan a ferragosto.

Oggi. Alla materna fanno i pigiama party. Ai miei tempi non c’era quest’abitudine e meno male, io con i pigiama che mi faceva mettere mia madre avrei scatenato episodi di bullismo fino all’università.

La verità pedagogica.

Oggi. “Ai bambini bisogna spiegare le cose guardandoli negli occhi, dicendo loro sempre la verità”.

Ieri: “amore i Bambini in Africa muoiono di fame perché tu non hai mangiato le tue verdure”.

Gli integratori.

Oggi. Gocce di fluoro, vitamine a b c d, eleuterococco e uncaria, propoli, oscillococcinum…

Ieri. Lo zabajone al Marsala di nonno che fa crescere (alcolizzati) e, naturalmente, l’olio di palma. Ci siamo fatti fuori Palm Beach sotto forma di tegolini, crostatine, soldini, baiocchi e nutellame vario. Ah… io mangiavo la gommapane, che comunque era più buona dei buondì. Dei buondì vecchia ricetta era commestibile solo la calotta crostosa, il resto serviva a lucidare l’argenteria di nonna.

Non si può scordare poi la santissima trinità della salute rappresentata da: Olio di Fegato di Merluzzo, Vicks Vaporub e Mercurocromo. Un’infanzia a pois rossi alla Pimpa profumando come boschi di conifere.

Consapevolezza genitoriale.

Oggi. “Oddio sono un genitore imperfetto, forse non sono all’altezza di questo compito, sto facendo solo danni?”.

Ieri.    Cosa ho fatto per meritare un figlio così stronzo? È tardi per scambiarlo con quello dei vicini?

I nonni.

Oggi. I genitori che lasciano i figli ai nonni pretendono che seguano corsi di aggiornamento a tema canzoncine, giochi montessoriani, tecniche di spinta dell’altalena.

Ieri. Mia nonna Luisa usava me e mia cugina Eleonora per pulire la casa. “Oggi giochiamo alle Signore?” diceva e noi giù a spolverare, asciugar piatti, lucidare l’argenteria con i buondì.

La festa a scuola.   

Ieri. Per le feste le nonne si sbizzarrivano e preparavano dolci di ogni sorta da portare in classe. I dolci erano dolci, con burro, farina, uova, cioccolato, zucchero. Se contenevano mele valevano come frutta, naturalmente.

Oggi. Se la nonna fa un dolce per la scuola deve prima ospitare il RIS di Parma nella cucina e vedersi portare via la torta dentro il cellophan come una Laura Palmer qualunque.

Musica.

Oggi. Mozart da quando il piccolo è in pancia, perché la musica è fondamentale per l’equilibrio psicofisico.

Ieri. “E venne l’angelo della morte che prese il macellaio che uccise il toro (e poi c’era anche un bastone che picchiò il cane che morse il gatto, per non farsi mancare niente)”. Giusto per tenersi allegri.

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Lo straniero.

Ai tempi vivevo con Andrea, il mio allora fidanzato, in un assurdo appartamento a San Salvario. Assurdo perché era tutto sgangherato, il pavimento e i muri non erano a filo, così i quadri risultavano sempre fuori bolla e allora bisognava scegliere: o dritti rispetto al pavimento o dritti rispetto all’orizzonte. Tra le altre cose assurde di quell’appartamento c’erano il letto futon con doghe di grissini friabili completamente sfondate, le librerie in legno grezzo Ikea usate come armadi con le maglie a vista a portata di gatti. I gatti, due (loro ci sono ancora), e le maglie nere piene di peli. Il verde chiaro nel bagno con la muffa verde scuro nella doccia e la camera da letto che fungeva da salotto e stanza cinema e studio e stanza per gli ospiti, con l’orribile riproduzione del cuore rosso di Keith Haring fatta da me, direttamente sul muro, con le tempere.

Andrea tornava in moto, era settembre, riconoscevo il rombo e poi lo scatto del cavalletto mentre parcheggiava all’angolo, avevo l’abitudine di affacciarmi per salutarlo. Quella sera all’angolo vidi anche un ragazzino, cercava di raggomitolarsi contro la serranda della panetteria che era chiusa dalla morte del fornaio, la moglie non ce l’aveva più fatta ad alzare da sola la saracinesca e sorridere ai clienti. “L’hai visto?” mi chiese Andrea entrando in casa, “l’ho visto, avrà undici, dodici anni al massimo”.

Aveva gli zigomi pronunciati, probabilmente slavo, e i capelli corti, i lineamenti non ancora induriti, parlava un buon francese, meglio del nostro comunque. Mamma? Papà? Gli chiedemmo una volta scesi per strada. Scosse il capo due volte ed era più il gesto per togliersi dalla testa un pensiero che un vero e proprio no. C’era uno zio con cui era arrivato in treno da Parigi, ma poi era sparito, ma poi chissà se era davvero uno zio. Non aveva nessuno a Torino e forse non sapeva esattamente nemmeno dove si trovasse. Salimmo in casa, aveva fame, gli preparai dei panini, preferì il latte alla Coca, mangiò tutto a bocca chiusa, composto e lento, disse spesso grazie. Ricordo che lui ci guardava come dire “e ora?” e noi pure non sapevamo bene cosa sarebbe successo, non facevamo che appoggiargli il palmo della mano sulla nuca, una forma più adulta di una carezza. Seguirono molte telefonate, Andrea aveva amici educatori in varie cooperative sociali, vagliammo diverse ipotesi e alla fine l’istituto di suore di via Nizza ci sembrò la migliore.

Gli feci una borsa con dentro cose a caso: mutande, felpe, un sacco a pelo, calze, un cappellino, panini. Per strada sembrava lo portassimo in gita, era notte e non riuscivamo a smettere di accarezzarlo, è che il francese lo sapevamo davvero di merda alla fine o forse ci sarebbero mancate le parole un po’ in ogni lingua. La suora che ci aprì era una donna attempata, gentile e risoluta, le spiegammo la situazione e la nuca del ragazzino passò sotto il palmo della sua mano. Ci salutammo in un breve abbraccio, mi pare che bofonchiammo un “bon courage”, buona fortuna. Trovo sempre molto giusto che i francesi non imputino al fato e alla sorte, ma al coraggio, l’esito positivo di un’avventura. La fortuna di base può essere avversa, ma sono la volontà e la forza di spirito a fare la vera differenza. I giorni successivi tornammo per chiedere notizie, ci dissero che il ragazzino stava bene ma che non potevamo rivederlo, era una misura a sua tutela, in fin dei conti non eravamo niente per lui.

E invece per me è stato molto. Anni dopo ho chiesto ad Andrea se ci pensasse ancora ogni tanto a quella strana sera di settembre, “spesso” ha ammesso. Fu una piccola apparizione fortunata e coraggiosa a cui torno quando sento parlare di muri e barricate, di paura dello straniero, delle varie Goro e Gorino in giro per il mondo. E mi pare chiaro che la giustezza delle proprie posizioni vada sempre considerata rispetto alla linea dell’orizzonte e dell’umanità e non della propria piccolissima, chiusissima e stortissima casa.

 

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Pensieri sparsi sulla separazione.

È tutto finito. Il participio passato è improprio, implica una conclusione, ma una lunga relazione continua a finire, ancora e ancora. Finisce quando lo devi comunicare alle famiglie, ai figli, quando tocca dirlo agli amici, ai conoscenti e ai vicini di casa. Finisce quando per la prima volta rifai da sola le cose che facevi in coppia: il primo Natale, la prima vacanza, il primo cambio degli armadi. Finisce quando vieni a sapere di un nuovo amore. Finisce quando ti concedi un nuovo amore. Finisce quando vi perdonate e vi condannate, finisce quando vi ricordate il male che vi siete fatti, finisce quando vi ricordate il bene che vi siete fatti. Una lunga relazione finita, soprattutto se ha dato dei figli, sfinisce un po’ ogni giorno.

La peggiore nemica è la nostalgia. E sulla nostalgia ho una teoria. Mio padre che è cresciuto in campagna e dalla campagna è fuggito appena ha potuto, quando attraversavamo in macchina una statale tra i campi concimati respirava a pieni polmoni. Noi figlie ci alzavamo la maglia sul naso, come bandite, disgustate dall’odore. Ma lui no, diceva che gli ricordava l’infanzia contadina, il fienile, le galline razzolanti, il freddo dell’inverno da affrontare in pantaloni alla zuava. E qui torniamo alla mia teoria: la nostalgia è quella cosa infingarda che rende romantica anche la puzza di merda.

Mamma e papà ti vorranno sempre bene, si vogliono bene anche loro, ma non si amano più. È questa la formula che sostituisce le promesse d’amore, perché ai figli si deve dire la verità. Ma non è la verità, almeno non la seconda parte. E però come lo spieghi a un figlio quell’impasto di dolcezza rancorosa che lega due genitori ormai lontani, quell’averne abbastanza di non essere più abbastanza per l’altro?

È come un lutto. Ho una buona notizia: non è vero, non è morto nessuno. Ah, ho anche una cattiva notizia: non è morto nessuno.

La fine di un amore è un fallimento. La fine di un amore è un cambiamento, cambiare non è fallire, è natura. Il fallimento vero è arrendersi all’infelicità.

L’amore è la scintilla che dà vita alle famiglie, quello che ho capito già come figlia è che la famiglia è il mostro di Frankenstein. Una forzatura, un organismo in perenne sindrome da rigetto, una gamba più lunga dell’altra, le parti maldestramente attaccate con qualche punto di sutura, eppure vivo e vitale, in movimento. Tocca accettarla per quella che è: un mostro, arrabbiato, tragico, innamorato, spesso solo. A volte irresistibilmente comico. Sarà per quello che mi piace tanto Frankenstein Junior, mi consola.

Provaci finché è sensato provarci, fermati quando diventa accanimento terapeutico.

Si dice “non è una passeggiata” di una cosa faticosa, difficile da affrontare. Eppure passeggiare è stato sempre il mio modo per affrontare i momenti difficili. Quando mi stavo separando camminavo moltissimo spingendo i miei figli in passeggino. Ricordo un giorno d’inverno, c’era il sole dietro uno strato denso di foschia, come una luna piena ritardataria, oltre al limitare del mattino. Basso all’orizzonte sorgeva un secondo sole bianco, era la mongolfiera della piazza del Balon, se ne stava zavorrata a terra e portava i turisti a vedere la città come un ascensore, su e giù, quaranta metri in alto e poi a terra. Ricordo che improvvisamente mi fece una gran tristezza. È così che mi sentivo io, una mongolfiera in cattività. Poi a un certo punto mi sono separata e ho volato.

Foto: Susanita

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Di elementare non ci resta nemmeno la scuola.

Della mattina mi piace il momento in cui saluto Lorenzo davanti alla scuola. Arriviamo sempre trafelati, Marta in una mano, Lori nell’altra, attraversiamo la strada in volata. Di solito comincia a chiamare qualche compagno già da lontano, fanno ridere i bambini quando si incontrano per strada, si salutano scuotono la mano anche se sono vicinissimi e poi stanno lì, senza parlare. Magari è perché ci sono i genitori, magari è perché non hanno nulla da dire e molto da giocare. Mi piace quando Lorenzo saltella i cinque gradini dell’ingresso con lo zaino che sbatacchia sulla schiena, a ritmo. Non guarda mai indietro.

Un bambino sereno è quello che affronta la campanella, in entrata e in uscita, con lo stesso passo. Corre se è un bambino che corre, cammina se è un bambino che cammina. Se entra correndo ed esce camminando potrebbe esserci qualcosa che non va a casa, se entra camminando ed esce correndo forse c’è qualcosa che non va con i compagni o con gli insegnanti. Mi dico che fin quando Lorenzo farà quei cinque gradini in salita con la stessa allegria della discesa non c’è da preoccuparsi. Un genitore deve pur trovare qualche escamotage per raccontarsela.

Anche perché la scuola elementare è iniziata da poco più di un mese e le maestre si lamentano perché la classe è terribile, indisciplinata. Considerando che il mio vicino di banco delle medie scriveva 666 con il bianchetto sul banco e poi gli dava fuoco con l’accendino, ecco mi sento per ora di non dare troppo peso alla faccenda. Hanno sei anni. Certo potrebbe essere che si siano allenati con i terribili 2, i nefandi 3, i diocenescampi 4, i scappadasotto 5, per poi dare il meglio in occasione dell’Armageddon dei 6. Però davvero a me sembrano sempre loro, i vecchi bimbi di sei anni. Che si lanciano in scivolata con le ginocchia ogni qualvolta una superficie calpestabile liscia glielo consente. Con i gomiti che fanno le orecchie alle pagine, con le pagine di MA e di ME e di MI e di MO e di MU, con le poesie delle stagioni da imparare a memoria (in una metrica che grida vendetta). Con la sorellina più piccola che dopo due secondi la sa cantando la poesia delle stagioni, mentre il fratello ancora arranca sullo scoiattolo curioso che fa il giaciglio del riposo. Con le matite masticate, le gomme perdute e lo scambio di figurine sostituito dalla collezione di Megapopz del Carrefour. Loro son loro.

A guardarci dai social siamo noi a essere cambiati, con le letterine del cazzo contro i compiti, con il culto del bambino, con le mille attività, con i mea culpa, con la ricerca della ricetta perfetta della genitorialità rigorosamente senza olio di palma. Siamo il nuovo proletariato borghese, nel senso originario del termine: il nostro grande unico bene è la prole. Ci investiamo, è tutto ciò che abbiamo. Vogliamo il meglio per i nostri figli naturalmente, senza capire che a volte offrire il meglio non significa farne persone migliori.

Mi rincuora comunque che visti fuori dalla scuola i padri e le madri siano sempre loro, i vecchi genitori di sempre. Con il ritardo di default, il bacio sulla guancia, “fai il bravo, aspetta che ti ho lasciato il segno del rossetto” e manata bavosa per cancellarlo. Con le auto parcheggiate a spina di pesce e a cazzo di cane e con l’unica grande preoccupazione di lasciare un bambino felice all’entrata e ritrovarlo uguale all’uscita.

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Sesso for dummies

Nell’estate dei miei dieci anni, in montagna, i miei cugini trovarono un giornaletto porno nella casa abbandonata dove giocavamo a nascondino. Come accadeva quando rinvenivamo la carcassa di un rospo o di un piccolo animale nel bosco, il giornale restava sul pavimento e nessuno osava toccarlo, qualcuno gli diede un colpetto con il piede, un altro girò una pagina con un ramoscello. Stavamo tutti lì, finché il più temerario lo prese da un angolo della pagina con due dita e si mise a correre dietro alle bambine terrorizzandole e ridendo. Curiosità mista a schifo e una strana euforia è così che ricordo quell’iniziazione, con mio cugino che teneva tra le dita fotografie di pornoattori iperdotati, mostri biblici mezzi uomini mezzi treppiede.

La maggior parte delle persone che conosco si è fatta un’idea del sesso col porno, che è di fatto una complicazione affari semplici. I corpi sono fatti per unirsi, basta metterli uno di fronte all’altro: le braccia si piegano all’altezza del gomito perché le mani arrivino ai seni, al petto, per essere romantici al cuore. Diversamente avremmo le giunture al contrario come i cammelli, molto utili per farsi il selfie al culo, ma poco per l’accoppiamento. Ma sto divagando. Le nostre braccia e gambe divaricate creano una X e cosa sta al centro della X? La cosa più preziosa. Pure i bambini che giocano a caccia al tesoro lo sanno.

Gli analfabeti partono dalla X, dalla croce, per firmare e poi imparano a scrivere. Bisognerebbe partire da lì, dall’anatomia facilitata, roba di sesso for dummies.  Certo va meglio agli opossum che hanno la doppia vagina e il doppio pene, giusto per raddoppiare le possibilità di incastro. O al maiale che quando tromba si avvita letteralmente nella femmina, tipo un cavatappi, che io il cavatappi a casa non lo trovo mai e tra l’altro a questo punto mi sorge il dubbio che la codina a turacciolo dei simpatici porcellini rosa non sia la codina.

Poi c’è la bocca che, oltre a servire per fare tutte le cose che sappiamo, dovrebbe avere la funzione di chiarire cosa ci piace e cosa no che è il migliore lavoro orale in assoluto. Per esempio, in fatto di stranezze da porno, andrebbe detto una volta per tutte che il ritmo pneumatico del fotti fotti fotti non fa impazzire le donne, l’unica che a sbatterla così impazzisce è la maionese.

Ripassare le basi ogni tanto è bene, sapendo che quando si fa l’amore con una nuova persona è sempre un po’ come la prima volta. Si dice “mi ha iniziato al sesso” e si intende la perdita della verginità, ma andare a letto con qualcuno, andarci bene, è sempre un iniziarsi, si riparte da zero, in un rito misterioso come tutte le cerimonie. La sacralità di quel rito c’ho messo un po’ a capirla, è anche per quello che non rimpiango la mia giovinezza e le prime iniziazioni.

La giovinezza con quella strana euforia mista a schifo e curiosità non la rivorrei indietro nemmeno se il pacco me lo portasse Dylan McKay in persona in moto e se, togliendosi il casco, ammiccasse con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi giovani alcolizzati già a dodici anni di Beverly Hills.

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Indovina chi fa il rappresentante di classe?

La prima riunione dell’anno, gli adulti seduti nei banchi dei sette nani. Più o meno va così, che a un certo punto la maestra fa la domanda fatidica: c’è qualche genitore che si propone come rappresentante di classe? Le teste delle madri si abbassano con un colpo secco, tac tac tac come le caselle dell’Indovina così. Le più rapide ad auto escludersi sono le veterane che hanno figli più grandi nella scuola e sanno, hanno già dato, le riconosci dallo sguardo “col cazzo che mi fregate un’altra volta”. Le madri più giovani fingono di essere babysitter, le più vecchie di essere nonne, le medie fingono di essere maestre. In queste occasioni io sperimento nuove frontiere di mimetismo con la lavagna e mentalmente ripasso le possibili giustificazioni:

  • Non ho mai pianto a un saggio.
  • Non ho esperienza, non credo che una possa improvvisarsi rappresentante. A Carnevale ho detto che Lorenzo era vestito da Grande Puffo (e agli amici hipster che era Steve Zissou) ma in realtà aveva solo una calzamaglia e il cappello da Babbo Natale.

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  • Sono impreparata a livello di faccine. Per esempio non ho ancora capito se quella con le mani giunte stia pregando, applaudendo o battendo un cinque creerei dei problemi di comunicazione nella chat dei genitori.

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  • Credo nell’autodeterminazione delle piccole masse.
  • (con la voce di Quelo) Ma mica posso fa’ tutto io qua, eh. Ho capito ma c’è molta crisi, te lo sai oggi a che ora mi sono alzata? Alle sette meno un quarto e la bambina ha ancora vomitato!

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  • Quando arriva il fatidico momento “cosa regaliamo alle maestre?” e la fazione ultra-razionale (compriamo del materiale didattico per il prossimo anno) si schiera contro quella ultra-puccettosa (piantiamo un albero a nome della maestra e incidiamo sulla corteccia i nomi dei nostri figli) io rispondo sempre “fate voi, per me va bene ugualmente”. Sono quel tipo di madre ponziopilatesca, lo ammetto.
  • Sì, sono la mamma di Lorenzo, ma non è una cosa seria, ci frequentiamo solo da sei anni, non sento di prendermi questa responsabilità.

Cerco tra la folla la volenterosa giovane genitrice dall’ottimo curriculum già assessore ai lavoretti e consigliere alle feste di fine anno della materna, è la nostra ultima grande speranza, poi ci dovranno estrarre a sorte. È allora che si alza lui e afferma sicuro “lo faccio io”. Le maestre hanno un mancamento, noi ci guardiamo incredule. È un papà. Possiamo fidarci? Sì, amiche, dobbiamo. Io voglio una presidente americana donna e un rappresentante di classe uomo. Credo nelle quote blu per l’organizzazione dell’aperimamma e dell’aperipapà prenatalizio.

Indovina chi è il rappresentante di classe quest’anno? Ma è Jack, ecco chi è!

Sì, vorrei tantissimo che andasse così.

 

 

 

 

 

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