Abbiamo arredato il tunnel. E ora?

Se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo e noi così abbiamo fatto. Lo abbiamo arredato, ci abbiamo fatto yoga dentro, cucinato le nostre pizze, il nostro pane e tutto il matriarcato dei lievitati, i nostri figli ci hanno fatto lezione, perché è un tunnel con connessione, chi poteva ci ha fatto l’amore tra talpe. Abbiamo preso persino il sole. Di mattina esponendo le braccia attraverso l’abbaino del bagno, il pomeriggio con un gioco di specchi e di rimbalzi abbiamo fottuto i raggi ai vicini con un cd appeso alla finestra, come si faceva per fregare l’autovelox in macchina (no, non funzionava, lo so).Ora si intravede la luce ma sappiamo che non c’è nessun eden ad aspettarci, se ci va bene c’è una stradina in salita, impervia e faticosa. Lo scopriremo. Per ora ho bisogno di fare il punto e fare anche dei distinguo, sull’al di qua e sull’al di là del tunnel.

Ho letto che gli adolescenti stanno reggendo (hanno retto) benissimo la clausura: bravi ragazzi, dico io, sono una vostra fan, da sempre. Però poi ci penso e soprattutto penso ai tre tormentoni di mia madre, quando avevo quattordici anni.

  1. Sei verde, vai a prendere un po’ di sole.
  2. Vai a fare amicizia con il vicino di ombrellone, sembra simpatico.
  3. Non puoi leggere libri o vedere film tutto il giorno, esci.

Se fosse capitato il Coso19 a quattordici anni credo che avrei saltato di gioia. Sto a casa buona buona e mi fanno pure i complimenti. L’adolescenza me la ricordo come il momento in cui la resistenza al cambiamento si fa più alta, proporzionale alla velocità in cui si cambia. È un periodo di chiusura alle relazioni, di timidezze fuori e spavalderie dentro le mura di casa. Ma si cresce sperimentando, facendo esperienze e superandole, nella comprensione dell’essere all’altezza. All’altezza di cosa? Dell’altro, che non è un altro immaginario, mediato dalla propria fantasia, da uno schermo, è un altro di gesti, di gusti, di facce e di espressioni; un altro che più lo vedi da vicino, meno fa paura. È il momento di misurarsi, con se stessi in primo luogo, se non ti misuri purtroppo non prendi coscienza della dimensione delle tue capacità e nemmeno in che campo vuoi svilupparle quelle capacità. Quindi sono contenta che i ragazzi stiano reggendo, ma non vedo l’ora di risentire quel sei verde – vai a fare amicizia – non puoi stare davanti a uno schermo tutto il giorno – esci.

Allo stesso modo leggo che anche noi adulti siamo stati bravi, che abbiamo retto bene, facendo rete attraverso la rete. I detrattori dei social sono stati smentiti, questa è la vulgata. La tecnologia ci ha tenuto connessi con il resto del mondo, con il lavoro, con la scuola. Forse è vero, ma si è generata una situazione paradossale: abbiamo completamente sdoganato una dipendenza. Io abuso della tecnologia, è un dato di fatto, la uso per lavorare, per scrivere, per farmi leggere, per distrarmi, così tanto che non so più da cosa devo distrarmi. Mi do delle regole, mi ripeto mentalmente le frasi che mi diceva mia madre, mi maledico ogni volta che mi viene l’istinto di controllare il telefono quando sto guardando (guardavo) un film al cinema per esempio. O quando sono (ero) a cena con amici. Mi spaventa che la dipendenza sia socialmente incoraggiata. Al momento abbiamo fatto del nostro meglio? Ok, ma non riesco a convincermi che sia il nostro bene.

La quarantena ha estremizzato e insieme avallato i nostri peggiori circoli viziosi. Il bombardamento di notizie a cui siamo stati sottoposti è stato estenuante e alla fine controproducente, perché ancora una volta ha confuso opinione e pensiero. Per il pensiero ci vuole tempo, cultura e lucidità. Per l’opinione ci vuole una fonte che si ritiene attendibile e la fretta di farsi una ragione delle cose per avere ragione sulle persone. Per usare un linguaggio caro alla tecnologia, il vecchio processo acquisizione dei dati – elaborazione dei dati – distribuzione dei dati è saltato, si passa direttamente dall’acquisizione alla condivisione senza una vera interiorizzazione. Perché poi bisogna acquisire altri dati per condividerli ancora. È come nel sonno rem, quando si vedono gli occhi sfarfallare da sotto le palpebre, ecco lo facciamo, ma da svegli… sulla questione Covid è difficilissimo sviluppare un pensiero, è tutto annebbiato in questo sogno vigile lungo due mesi.

Un altro comportamento viziato che la quarantena ha avallato è la confusione tra essere impegnati ed essere indaffarati. Ci lamentiamo da sempre della stanchezza, non quella bella e appagante che nasce da una vera fatica, no una stanchezza caotica, la stanchezza data da un lavorìo, non da un lavoro. È che già prima del tunnel si erano sovrapposti troppi piani, l’ufficio che insegue la scuola che insegue il tempo libero che insegue la voglia di tornare in ufficio per sfuggire dal tempo libero e dai figli. Il famigerato multitasking che ci rende semplicemente multistanchi, come ho già scritto altrove. Ora tutta questo lavorio si concentra in un unico spazio paludoso, un’unità di tempo e di luogo da tragedia greca dove scuola vacanza famiglia solitudini popolatissime si mescolano senza soluzione di continuità. E reggiamo bene. Reggiamo bene perché era in parte già così prima, speriamo non sia così dopo.

Tutto quello che è capitato è accettabile perché dettato dall’emergenza, abbiamo fatto del nostro meglio minacciati dal peggio, ma dobbiamo capire perché l’abbiamo fatto, quanto ci è costato, cosa ci può insegnare su chi eravamo e su chi saremo, altrimenti abbiamo solo obbedito e io invece non voglio obbedire che è il contrario di resistere.Voglio ricordarmi, perché lo spirito di adattamento fa brutti scherzi alla memoria, che la quarantena ci ha relegato ai domiciliari, ci ha addomesticato. Ma non siamo animali domestici, siamo animali sociali. La casa dovrebbe tornare ad essere quello che è: il posto dove tornare. Dopo aver fatto l’esperienza del nuovo giorno, dell’incontro, dell’imprevedibile. Appena sarà possibile scopriamoci bene e usciamo, andiamo a fare amicizia, non possiamo stare davanti a uno schermo tutto il giorno, che siamo verdi. La mamma ha sempre ragione.

foto: Susanita 93833599_10158329751441392_7661901560741363712_o.jpg

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8 thoughts on “Abbiamo arredato il tunnel. E ora?

  1. Laura Corrado says:

    Grazie….hai tradotto le mie emozioni accartocciate…

    Laura

    Il sab 25 apr 2020, 17:27 prima o poi l’amore arriva. E t’incula. ha scritto:

    > tiasmo posted: “Se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo e noi così > abbiamo fatto. Lo abbiamo arredato, ci abbiamo fatto yoga dentro, cucinato > le nostre pizze, il nostro pane e tutto il matriarcato dei lievitati, i > nostri figli ci hanno fatto lezione, perché è un tunn” >

  2. Un bellissimo post! Speriamo di imparare da questi due mesi, e che il tempo passato davanti a questo schermo serva per raccontare gli incontri e le emozioni provate fuori, nel mondo reale.

  3. Pingback: Yoga on line: lo yoga al tempo del coronavirus - Sonia Squilloni

  4. Pingback: Enrica Tesio: intervista a una persona bella - megliounpostobello

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