Pensieri sparsi sulla separazione.

È tutto finito. Il participio passato è improprio, implica una conclusione, ma una lunga relazione continua a finire, ancora e ancora. Finisce quando lo devi comunicare alle famiglie, ai figli, quando tocca dirlo agli amici, ai conoscenti e ai vicini di casa. Finisce quando per la prima volta rifai da sola le cose che facevi in coppia: il primo Natale, la prima vacanza, il primo cambio degli armadi. Finisce quando vieni a sapere di un nuovo amore. Finisce quando ti concedi un nuovo amore. Finisce quando vi perdonate e vi condannate, finisce quando vi ricordate il male che vi siete fatti, finisce quando vi ricordate il bene che vi siete fatti. Una lunga relazione finita, soprattutto se ha dato dei figli, sfinisce un po’ ogni giorno.

La peggiore nemica è la nostalgia. E sulla nostalgia ho una teoria. Mio padre che è cresciuto in campagna e dalla campagna è fuggito appena ha potuto, quando attraversavamo in macchina una statale tra i campi concimati respirava a pieni polmoni. Noi figlie ci alzavamo la maglia sul naso, come bandite, disgustate dall’odore. Ma lui no, diceva che gli ricordava l’infanzia contadina, il fienile, le galline razzolanti, il freddo dell’inverno da affrontare in pantaloni alla zuava. E qui torniamo alla mia teoria: la nostalgia è quella cosa infingarda che rende romantica anche la puzza di merda.

Mamma e papà ti vorranno sempre bene, si vogliono bene anche loro, ma non si amano più. È questa la formula che sostituisce le promesse d’amore, perché ai figli si deve dire la verità. Ma non è la verità, almeno non la seconda parte. E però come lo spieghi a un figlio quell’impasto di dolcezza rancorosa che lega due genitori ormai lontani, quell’averne abbastanza di non essere più abbastanza per l’altro?

È come un lutto. Ho una buona notizia: non è vero, non è morto nessuno. Ah, ho anche una cattiva notizia: non è morto nessuno.

La fine di un amore è un fallimento. La fine di un amore è un cambiamento, cambiare non è fallire, è natura. Il fallimento vero è arrendersi all’infelicità.

L’amore è la scintilla che dà vita alle famiglie, quello che ho capito già come figlia è che la famiglia è il mostro di Frankenstein. Una forzatura, un organismo in perenne sindrome da rigetto, una gamba più lunga dell’altra, le parti maldestramente attaccate con qualche punto di sutura, eppure vivo e vitale, in movimento. Tocca accettarla per quella che è: un mostro, arrabbiato, tragico, innamorato, spesso solo. A volte irresistibilmente comico. Sarà per quello che mi piace tanto Frankenstein Junior, mi consola.

Provaci finché è sensato provarci, fermati quando diventa accanimento terapeutico.

Si dice “non è una passeggiata” di una cosa faticosa, difficile da affrontare. Eppure passeggiare è stato sempre il mio modo per affrontare i momenti difficili. Quando mi stavo separando camminavo moltissimo spingendo i miei figli in passeggino. Ricordo un giorno d’inverno, c’era il sole dietro uno strato denso di foschia, come una luna piena ritardataria, oltre al limitare del mattino. Basso all’orizzonte sorgeva un secondo sole bianco, era la mongolfiera della piazza del Balon, se ne stava zavorrata a terra e portava i turisti a vedere la città come un ascensore, su e giù, quaranta metri in alto e poi a terra. Ricordo che improvvisamente mi fece una gran tristezza. È così che mi sentivo io, una mongolfiera in cattività. Poi a un certo punto mi sono separata e ho volato.

Foto: Susanita

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23 thoughts on “Pensieri sparsi sulla separazione.

  1. lisa says:

    Grazie! Hai praticamente descritto alla perfezione ciò che ho vissuto. Tutto maledettamente vero. Da mongolfiera a mongolfiera;-)

  2. Lalla says:

    quanta tristezza…sara’ perche’ in questo momento mi sono arresa all’infelicita’ e mi sento legata come la tua molgonfiera.

  3. El_Gae says:

    Mi piace quello che dici sulla nostalgia. E anche sulla passeggiata, sarà per quello che le passeggiate un po’ mi annoiano e quindi camminate dure, e, ahimè, qualche volta tocca fermarsi e tornare indietro e ritirarsi…
    insomma, anche se non sono separato un po’ sono arrivato alla stessa conclusione.

  4. Poco dopo aver letto questo post, sono uscita a cena e sul tavolo del ristorante c’era scritto “se l’amore ti volta le spalle, toccagli il culo.” Mi è sembrata una conclusione perfetta.

  5. “il fallimento vero è arrendersi all’infelicità” credo che questa sia la frase più significativa del post. Difficile da realizzare, facile arrendersi all’infelicità.

  6. Bru* says:

    vero, verissimo. molto bello come lo descrivi, molto “mio”, che sono dentro a una relazione che “continua a finire”

  7. La fine di un amore è un fallimento. La fine di un amore è un cambiamento, cambiare non è fallire, è natura. Il fallimento vero è arrendersi all’infelicità. come sei saggia Tesio! questo tuo teorema è da applicare a 360 gradi

  8. Svea says:

    Volare e’ piu’ facile quando sei tu a decidere, non quando qualcun altro ha infranto tutte le tue aspettative facendo morire l’amore. Pero’ cerchero’ di tenere in testa che “Il fallimento vero è arrendersi all’infelicità”.
    Grazie per tutto quello che scrivi, mi aiuta come una piccola terapia

  9. magari bisognerebbe semplicemente rendersi conto che l’amore è uno stato d’animo temporaneo, irrazionale e spesso devastante capace di esaltare l’IO ma anche di annichilirlo.

    Bellissimo il passaggio sulla nostalgia, la nostalgia è frutto di ricordi e questi, si sa, vengono enfatizzati dal tempo nel tempo. Una gita gradevole dopo cinque anni diventa bellissima, dopo dieci straordinaria, dopo venti irripetibile.

  10. Questo post è bellissimo.
    Non risparmia nulla sulla tristezza e sull’importanza legata a un momento così triste della vita, ma lo fa in modo semplice e per niente scontato.

    Bello. E nostalgico… proprio come certi ricordi di cui tu scrivi.

    Un abbraccio,
    Elena

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